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Chi sta rubando il diritto al cibo



Chi sta rubando il diritto al cibo
di Jean Ziegler -  commissione Onu per i diritti umani

Il Manifesto del 30 maggio 2008

Le cause che hanno scatenato l’attuale crisi della produzione alimentare
hanno, per molti versi, generato una violazione del diritto alla nutrizione.

Lo scorso anno, dal febbraio 2007 al febbraio 2008, il prezzo del frumento
sul mercato internazionale è cresciuto del 130%, quello del riso del 74%,
quello della soia dell’87%, quello del granoturco del 31%. In media, in
questo periodo, il prezzo dei prodotti di prima necessità è cresciuto di
oltre il 40%.   Ci sono tre importanti aspetti preliminari da considerare.
Innanzitutto, paesi forti come l’India, la Cina, l’Egitto e altri sono
attualmente in grado di fornire alla loro popolazione gli alimenti di
primaria necessità, anche se questo non sarà un processo a lungo termine. Ma
la maggior parte dei paesi più poveri non ha la stessa capacità. Haiti
consuma in genere annualmente 200 mila tonnellate di farina e 320 mila di
riso. I1100% della farina consumata è d’importazione, e così il 75% del
riso. Tra il gennaio del 2007 e il gennaio del 2008 il prezzo della farina a
Haiti è salito dell’83% e quello del riso del 69%. Sei dei nove milioni di
haitiani vivono in condizioni di estrema povertà. Molti di loro sono ridotti
a cibarsi di focacce impastate col fango.

In seconda analisi, gli accordi per l’esportazione prevedono che circa il
90% dei prodotti di prima necessità siano venduti «free on board» (Fob) -
con costi di trasporto a spese dell’acquirente. Alcuni, ma solo una
minoranza, vengono venduti «Cost, insurance and freight» (Cif) - con costi
di trasporto a carico del venditore. Ciò significa che generalmente si deve
aggiungere il costo del trasporto al già altissimo prezzo che i prodotti
alimentari hanno raggiunto nel mondo, cosa che peggiora la situazione
considerato il prezzo del petrolio. Ad esempio molti paesi dell’Africa
occidentale come il Mali, il Senegal e altri, importano fino all’80% dei
generi alimentari dall’estero, soprattutto il riso dalla Thailandia e dal
Vietnam.

Terzo punto, la tragedia incombente dell’aumento dei prezzi acutizza una
tragedia già in atto, quella della fame, che nel 2007 ha ucciso sei milioni
di bambini al di sotto dei dieci anni. Mentre parliamo delle cause che
determinano la nuova crisi dei prodotti alimentari, una crisi già
consolidata continua il suo cammino. Le statistiche della World Bank (Banca
internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, o Birs) dicono che 2.200
miliardi di persone vivono in condizioni di estrema povertà e che i costi di
nutrizione si prendono l’80-90% del reddito familiare. In Europa la
proporzione cambia: solo il 10-15% del reddito viene utilizzato a scopo
nutrizionale. La situazione dei poveri, molti dei quali vivono nei centri
urbani, è dunque questa: per colpa dell’abnorme aumento dei prezzi, essi
stanno via via scivolando nell’abisso della fame.

Quali sono le cause principali delle gravi violazioni dei diritti alla
nutrizione conseguenti all’aumento dei prezzi? E qual è la causa di tale
aumento? Una delle principali è la speculazione, che avviene soprattutto
alla Chicago commodity stock exchange (Borsa delle materie prime agricole di
Chicago), dove vengono stabiliti i prezzi di quasi tutti i prodotti
alimentari del mondo. Tra il novembre e il dicembre dello scorso anno il
mercato finanziario mondiale è crollato e più di mille miliardi di dollari
investiti sono andati in fumo. Di conseguenza la maggioranza dei grandi
speculatori, come quelli che investivano in hedge funds, hanno finito per
investire in options e futures sui prodotti agricoli grezzi e sui generi di
prima necessità.

Nel 2000 il volume commerciale dei prodotti agricoli alle varie Borse
ammontava approssimativamente a dieci miliardi di dollari. A maggio del 2008
ha raggiunto i 175 miliardi di dollari. Solo nel mese di gennaio 2008,
quando è iniziata questa inversione di tendenza, 3 miliardi di nuovi dollari
sono stati investiti alla Chicago commodity stock exchange. Tutti i generi
di prima necessità sono per lo più controllati da almeno otto grandi
multinazionali. La più grande società che commercia grano è la Cargifi, nel
Minnesota, che l’anno scorso controllava il 25% di tutti i cereali prodotti
nel mondo. I profitti della Cargill nel primo trimestre del 2007 hanno
raggiunto i 553 milioni di dollari. Nel primo trimestre del 2008 sono
arrivati a un miliardo e 300 milioni.

E’ difficile calcolare esattamente quanto la speculazione abbia influito
sull’aumento dei prezzi. La World Bank fa una stima che si aggira intorno al
37%. Heiner Flassbeck, Direttore della Divisione strategie globalizzazione e
sviluppo dell’Unctad (United nations conference on trade and development),
sostiene che questa percentuale si possa tranquillamente raddoppiare. La
seconda causa dell’esplosione dei prezzi è la massiccia distruzione di
prodotti quali cereali e granoturco, finalizzata alla produzione di
bioetanolo e biodiesel (agrocarburanti). Solo nello scorso anno gli Stati
Uniti d’America hanno incenerito 138 milioni di tonnellate di granoturco,
cioè un terzo della raccolta annuale, per trasformarlo in bioetanolo. E la
Comunità europea si sta muovendo nella stessa direzione. John Lìpsky, il
secondo al vertice del Fondo monetario internazionale, sostiene che
l’utilizzo
dei prodotti agricoli nella produzione del bioetanolo, in particolar modo il
granoturco, sia responsabile dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari
almeno al 40%.

Ma di questo nefasto aumento non sono certo meno responsabili i programmi di
revisione del Fondo monetario mondiale e le politiche della Organizzazione
mondiale del commercio. Per molti anni queste organizzazioni hanno dato
priorità all’esportazione di prodotti quali cotone, zucchero di canna,
caffè, tè, arachidi, e questo ha generato pericolose negligenze di fondo a
scapito della «food security», la sicurezza alimentare. Lo scorso anno, ad
esempio, il Mali esportava 380mila tonnellate di cotone e importava l’82%
dei suoi prodotti alimentari. Questa politica agricola sbagliata imposta ai
paesi in via di sviluppo è oggi per gran parte responsabile della,
catastrofe, poiché le popolazioni interessate non sono in grado di
permettersi gli altissimi costi dei generi alimentari.

Detto questo, è evidente che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu può
farsi avanti e giocare un ruolo essenziale nella soluzione di un problema
tanto grave che negli anni a venire non potrà far altro che peggiorare.

Per risolvere la crisi alcuni suggeriscono le seguenti soluzioni:
1. La speculazione va regolata. L’Unctad sostiene che i prezzi dei prodotti
di primaria necessità non debbono essere soggetti alle speculazioni di
Borsa, ma che andrebbero stabiliti da accordi internazionali fra paesi
produttori e paesi consumatori. Il metodo dell’Unctad di regolare tali
accordi attraverso buffer stocks (scorte cuscinetto) e stabex (system for
the stabilisation of export, fondo di stabilizzazione dei proventi alle
esportazioni a favore dei paesi Africa-Caraibi-Pacifico) potrebbe essere una
soluzione. La soluzione complementare è quella di riformare drasticamente le
regole dei futures e delle options attraverso norme che permettano di
controllare gli abusi più gravi.

2. Un’altra soluzione al problema sta nel vietare in modo assoluto la
trasformazione dei prodotti agricoli in biocarburanti. La facilità di
movimento concessa al Nord del mondo dall’uso di centinaia di milioni di
automobili non si può far scontare alle popolazioni affamate e prive dei più
basilare sostentamento solo perché abitano la parte più bassa dello stesso
mondo.

3. Le istituzioni di Bretton Woods e l’Organizzazione mondiale per il
commercio potrebbero cambiare i parametri della loro politica
nell’agricoltura
e dare assoluta priorità agli investimenti nei prodotti di prima necessità e
nella produzione locale, compresi i sistemi di irrigazione, le
infrastrutture, le semenze, i pesticidi eccetera. I lavoratori della terra e
i suoi prodotti sono stati trascurati per troppo tempo. La situazione che ha
visto gli agricoltori emarginati dai processi di sviluppo e discriminati nei
diritti va cambiata al più presto. Le nazioni, le organizzazioni
internazionali e le agenzie per lo sviluppo bilaterale devono dare assoluta
priorità agli investimenti sui prodotti agricoli primari e sulla produzione
locale.

4. C’è poi un problema di coerenza. Molti dei paesi che fanno parte della
International covenant on economic, social and cultural rights (Convenzione
internazionale dei diritti economici, sociali e culturali) sono anche membri
delle istituzioni di Bretton Woods e dell’Organizzazione mondiale per il
commercio. Quando i loro rappresentanti votano, nel Consiglio esecutivo del
Fondo monetario internazionale e nel Consiglio, governativo della Banca
mondiale, dovrebbero dare priorità assoluta ai diritti dell’alimentazione e
tenere conto dei predetti suggerimenti. E allo scopo di esaminarli a fondo,
sarebbe anche utile che il Consiglio stabilisse di dare un mandato al
Consultivo della Commissione.



NOTE


Jean Ziegler è membro della commissione del consiglio consultivo Onu per i
diritti umani
Traduzione di Silvana Pedrini