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Le due follie BARBARA SPINELLI



Le due follie
BARBARA SPINELLI

Una dichiarazione del Comitato Olimpico Internazionale, diffusa
all’indomani della guerra fra Georgia e Russia, riassume molto bene
l’epoca in cui viviamo e lo stato mentale che la caratterizza: stato fatto
di cecità, ignoranza, stupidità militante, irresponsabilità. «Non è quello
che il mondo vorrebbe in questo momento vedere», sentenzia a Pechino il
Comitato, e forse non sa quanto è fedele al vocabolario dominante nei
governi e nei giornali d’Occidente. Anch’essi non vogliono guardare quel
che accade e di conseguenza non lo vedono: non da oggi, ma da decenni. Ci
si dichiara delusi, traditi, come se le Olimpiadi non fossero state questo
sempre, dalle tirannidi greche antiche fino ai Giochi di Hitler nel ’36:
un intreccio di bellezza estatica e di brutture, un fascinoso mito
d’armonia poggiato sul duro pavimento di realtà fratricide. Le Olimpiadi
sono sempre state un mondo parallelo, e lungo i millenni non hanno mai
sostituito il mondo effettivo anche se ne hanno raffigurato le illusioni:
l’umanità naviga triste verso lidi di felicità fittizia nelle odi di
Pindaro come nella modernità.

Le Olimpiadi del 2008 non sono state infangate. La stupidità umana è un
fango che precede il mito anche quando se ne nutre, e la caucasica guerra
estiva lo conferma: non si può neppure escludere che i bellissimi simboli
d’unità a Pechino siano un’immagine insopportabile per il cuore geloso di
Mosca, che vede l’impero cinese affermarsi e il proprio degenerare. Al
momento tuttavia Putin sembra vincente.

La Georgia non pare aver ripreso i territori che ritiene suoi e si ritira,
Washington che era il principale alleato di Tbilisi cerca di negoziare
soluzioni Onu accettabili per Putin. Vacilla infine la strategia
occidentale alle periferie russe: l’incorporazione nella Nato di Georgia e
Ucraina s’allontana.

Sono quasi vent’anni che non vediamo, non ci prepariamo, non pensiamo
veramente la fine dell’impero sovietico. Quest’intermezzo era colmo di
premonizioni ma l’abbiamo traversato con occhi bendati e idee defunte: con
reminiscenze di Hitler e dei cedimenti democratici del ’38, con lo spirito
resuscitato del ’14-’18 e dell’autodeterminazione dei popoli. In questi
anni la mondializzazione ha messo le radici, accelerata da Cina e India,
ma nessuno strumento è stato apprestato per governarla. L’unica bussola
resta il predominio unilaterale americano, la sua presenza sempre più
estesa in zone strategiche ricche di petrolio e gasdotti. L’unica lente
attraverso cui si guarda il reale è quella dell’equilibrio delle potenze,
della balance of power che gioca un nazionalismo contro l’altro. Clinton
non è Bush junior ma il suo atteggiamento, come quello di Bush padre, non
fu diverso. La fame di controllo sul Caucaso ha accomunato tre presidenze
Usa, spegnendo i primi passi russi verso il post-nazionalismo e
accrescendo nei suoi dirigenti il senso di umiliazione, offesa,
risentimento.

In questa vecchia politica si mescolavano due ideologie. La prima
immaginava un mercato mondializzato che poteva fare a meno della politica
proprio mentre si moltiplicavano nel mondo conflitti più che mai politici
su risorse e petrolio. La guerra in Iraq è stata l’acme del Grande Gioco
attorno alle risorse, cui si sono aggiunte le interferenze nel Caucaso, la
Nato usata come gingillo di potenza, le basi militari insediate in Asia
centrale durante le guerre anti-terrore. La seconda ideologia è il
nazionalismo etnico, che è riemerso nel pensiero occidentale cancellando
la lezione di due guerre mondiali catastrofiche. L’aggressione serba
contro i separatismi jugoslavi è sfociata in una guerra che ha visto
l’Occidente intervenire a giusto titolo per evitare carneficine ma senza
idea alcuna sulle società multietniche da ricostruire. I cedimenti mentali
si sono susseguiti: si cominciò con l’appoggio a nazioni omogenee
(l’accordo di Dayton suddivise la Bosnia in tre clan etnici) e si finì con
il beneplacito alla secessione del Kosovo nel 2008. La sconfitta Usa ed
europea ha inizio allora: se il mondo ragiona come nel ’14, non stupisce
che anche Putin manipoli le etnie a proprio vantaggio.

Ora ci si indigna tutti sorpresi, ma quel che succede è una logica
conseguenza di queste resuscitate idee defunte. E non voler vedere serve a
poco, perché il non-visto esiste pur sempre e non eclissa colpe,
omissioni, follie che sono di tutti. Non eclissa innanzitutto le colpe del
Presidente georgiano, al potere dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003.
Il regista Otar Iosseliani, intervistato da La Repubblica, lo chiama «un
folle, nel senso letterale del termine»: «Siamo nelle mani di un uomo che
non ha la minima idea di come si governa ed è in preda al suo delirio di
onnipotenza. È evidente che si è fatto prendere dal panico, abboccando
alle provocazioni della Russia». Non meno folle è Putin, «anche se molto
più intelligente»: non vuol rassegnarsi alla perdita dell’Urss, non ha mai
accettato la sovranità della Georgia. Sono anni che eccita Abkhazia e
Ossezia del Sud, ai confini georgiani, russificandole. Quasi tutti gli
osseti del Sud hanno ottenuto in questi anni passaporti da Mosca e da
Mosca sono tutelati.

Una debole tregua era stata instaurata, ai tempi di Shevardnadze
presidente georgiano ed ex ministro degli Esteri di Gorbaciov. Truppe di
interposizione erano state schierate nella regione - sulla base d’un
accordo russo-georgiano stipulato il 24 giugno ‘92 - composte da russi,
georgiani, osseti. È questo ordine che il nuovo presidente georgiano ha
violato, aggredendo l’Ossezia del Sud e ignorando due referendum
favorevoli all’indipendenza. È probabile non abbia agito da solo, e che
nella sua follia ci sia del metodo. È il metodo di chi si sente
spalleggiato, se non istigato. Alle sue spalle c’è un’America che mira a
un’egemonia senza saperla esercitare; che da anni addestra militari
georgiani, finanzia il nazionalismo di Tbilisi, promette l’adesione alla
Nato più per accendere incendi che per spegnerli. È la crescente presenza
Usa nel Caucaso e in Asia centrale che ha spinto anche il Cremlino alla
follia. Senza l’appoggio Usa, Saakashvili sarebbe stato meno avventurista.
Il suo metodo è l’attacco bellicoso, visto come sostituto della politica.
Nato e Unione Europea sono per lui non strumenti di pacificazione, ma
attrezzi di guerra.

Infine c’è l’irresponsabilità, vasta, dell’Europa. Sono anni che alle sue
periferie si guerreggia, e ancora non ha preso forma un pensiero forte,
convincente per Mosca e le nazioni che per secoli erano nella sfera
d’influenza russa. Fra l’offerta d’adesione e l’indifferenza c’è il nulla,
e il continuo tergiversare facilita ogni sorta di provocazioni. Non solo:
l’adesione è offerta sbadatamente, dimenticando le radici ideali
dell’Unione. Si appoggia la sovranità georgiana, ma senza spiegare che la
sovranità in Europa non è più assoluta. Si permette al leader georgiano di
usare la bandiera europea, e di stravolgerla. Per Saakashvili essa è un
arma, più che un ponte. La cultura dell’Unione è del tutto assente nel suo
ragionare, e di simile ignoranza gli europei non sono incolpevoli. A
Tbilisi come a tanti dirigenti dell’Est non è stato detto che nazionalismo
e irredentismo non sono più di casa nella comunità europea, né le
Riconquiste che violano tregue. Putin non è d’accordo ma lui, almeno, non
sventola la bandiera dell’Unione quando parla. Iosseliani ne è certo:
«L’esercito georgiano è convinto di poter vincere, perché immagina di
avere alle spalle la comunità internazionale e perché la comunità
internazionale lo ha illuso. Così la Georgia si trasformerà in una piazza
d’armi che si estenderà all’Abkhazia e poi all’Ucraina, e dove si
combatteranno indirettamente le due superpotenze, Russia e Stati Uniti».
La guerra è ancora in corso, anche se la sua macchina magari si fermerà un
po’. Al posto di guida, intanto, c’è la forza di Putin: forza militare,
forza di ricatto energetico, forza di chi scruta il nostro vuoto e non è
portato a far altro che profittarne.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4882&ID_sezione=&sezione=


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«E' ora quindi che parliate tutti voi che amate la libertà, tutti voi che
amate il diritto alla felicità, tutti voi che amate dormire immersi nel
vostro privato sogno, è ora che parliate o maggioranza muta! Prima che
arrivino per voi»

Primo Levi