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I Barconi e l' Imperatore"



Ecco il testo di un mio editoriale che è uscito ieri Il Tirreno.
cordiali saluti
marco mayer  
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I “respingimenti” dei barconi verso le coste libiche sono al centro di un’aspra contesa elettorale tra PdL e Lega. Questa gara a chi urla di più (se La Russa o Calderoli) rischia di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da alcuni fatti incontrovertibili. Nella sua intervista alla Padania di sabato 16 maggio il Ministro Maroni ha dichiarato: “ Noi respingiamo i clandestini dal mare senza poter verificare se hanno i requisiti per i diritti all’asilo”. Il fatto che a bordo dei barconi ci possano essere uomini, donne o bambini che scappano da zone di guerra (e che se costretti a tornarci rischiano la vita) non sembra turbare più di tanto il governo italiano. Nella stessa intervista Maroni dichiara “siamo pronti ad allestire una struttura che faccia sul posto (in Libia ndr) tutte le verifiche e gli accertamenti.”, ma omette di aggiungere che la Libia non ne vuole sapere. Tutti gli osservatori concordano che la Libia (che pur fa parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed ha la Presidenza dell’Unione Africana) non ha voglia di  affrontare il problema. Peccato che dell’ipotesi di Maroni non ci sia cenno nell’accordo bilaterale tra Italia e Libia ratificato pochi mesi fa dal parlamento. Dopo anni di estenuanti trattative il “patto di amicizia” firmato a Bengasi si è chiuso con un costo di 20.000 miliardi di vecchie lire che graveranno sul nostro bilancio per i prossimi 25 anni. Forse si poteva negoziare una clausola che prevedesse un meccanismo per la presentazione in territorio libico delle domande di asilo in Italia, ma nessuno ci ha pensato. Nelle ultime settimane la violenza armata in Africa ha ripreso vigore: proprio in questi giorni Mogadiscio è sotto assedio e la Somalia di nuovo dilaniata da un conflitto fratricida interno alle corti islamiche, in Nigeria i ribelli del Delta sono di nuovo all’attacco, si aggrava l’escalation tra Sudan e Chad, mentre crescono nuove tensioni in Mali, Congo, Niger, Kenia e Zimbawe. Gli esponenti del centro-destra non si stancano mai di ripetere che per evitare le ondate di migranti è necessario aiutare i paesi di provenienza. Predicano bene, ma razzolano male. Quest’anno Tremonti ha tagliato il 56% dei finanziamenti per la cooperazione (-400 milioni di euro) e come denunciato dal Sole/24 ore il nostro paese ha conquistato l’ultimo posto in Europa per gli aiuti allo sviluppo. L’Italia non è dunque in grado di intervenire nel paesi africani nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno visto che i conflitti, insieme alle condizioni di povertà, sono alla radice dei flussi migratori. Nella campagna elettorale per le europee la partita tra Pdl e Lega si gioca sulle accuse alla UNHCR (respinte ieri con fermezza dall’Alto Commissario Guterrez che ha ricordato a tutti gli italiani che la sua organizzazione protegge ogni giorno decine di milioni di rifugiati in tutto il mondo), sulla negazione di alcuni elementari valori umani, sul tentativo di scaricare tutte le responsabilità sull’Unione Europea e persino su un organismo fragilissimo come l’Unione Africana. Il buonismo non c’entra; è giusto reprimere i trafficanti e sarebbe sbagliato accogliere tutti. Ma respingere tutti è segno di inciviltà: non si può chiedere ad una famiglia di Modagiscio in fuga dai colpi di mortaio di aspettare che 25 paesi dell’Unione Europea si mettano d’accordo su come e dove accogliere chi ha il diritto allo status di rifugiato. Convenzioni internazionali a parte, da secoli i sovrani illuminati hanno accolto i fuggiaschi in pericolo di vita. Per rispetto della sua privacy è bene lasciare da parte gli sfoghi pubblici con cui Veronica cerca di esorcizzare il  dolore privato, ma a poche settimane dal G8/G14 l’ “Imperatore” dovrebbe trovare il coraggio di alzare la voce per difendere - in nome della libertà – i diritti umani e con essi la credibilità internazionale dell’Italia. Che si tratti di alzare la voce con Geddafi per i rifugiati o con il sindaco di Mosca per il gay pride poco importa. Se non avrà il coraggio di farlo non i futili pettegolezzi sulle “veline”,ma le immagini  dei barconi diventeranno le icone di una decadenza da basso impero. I leader della “vituperata” prima repubblica dimostrarono coraggio: De Gasperi con gli Alleati, Mattei, Fanfani e La Pira con la sfida alle 7 sorelle, Berlinguer con il PCUS a Mosca, Craxi con Reagan a Sigonella. Ora sarebbe la volta di Berlusconi. 
marco mayer 
UNIFI