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Ibrahim non fa notizia






Qualche giorno fa, in provincia di Biella, un ragazzo è andato dal suo datore di lavoro per chiedere che gli venissero pagati tre mesi di stipendio arretrato: qualche migliaia di euro che si era guadagnato onestamente, lavorando tutti i giorni e facendo quindi ciò per cui era stato assunto. Forse ne è nata una discussione, forse il ragazzo e il datore di lavoro – un artigiano – hanno litigato, forse si sono insultati, non sappiamo. Ciò che importa è che il datore di lavoro lo ha ucciso con nove coltellate, ha forse chiesto aiuto a qualcuno di fidato, ha caricato il corpo del ragazzo nel bagagliaio di una macchina e lo ha scaricato sulla riva di un torrente, nella vicina provincia di Vercelli. Il datore di lavoro si è così disfatto di «qualcosa» che in quel momento risultava essere inefficiente
e antieconomico per la sua impresa edile: un peso morto.
Il corpo del ragazzo è stato poi trovato senza vita dalla polizia ed è stato
quindi identificato dai suoi familiari. Il ragazzo si chiamava Ibrahim M’Bodj,
aveva 35 anni, era originario del Senegal e lavorava in edilizia. Il datore di lavoro ha ammesso di averlo ucciso. Sì, il ragazzo era un immigrato, uno di
quei tanti uomini e donne che decidono di lasciare il proprio paese alla ricerca
di condizioni di lavoro e di vita migliori. Uno di quei tanti che sperano di trovare un lavoro che gli permetta di avere una prospettiva di vita dignitosa, che possa garantire un futuro migliore a se stesso e ai suoi familiari; un lavoro che possa garantire una prospettiva di vita, appunto. Ibrahim ha trovato condizioni di lavoro che gli hanno dato la morte. Ibrahim non ha trovato un datore di lavoro, ma un padrone con potere di vita e di morte su di lui.
Ibrahim era un ragazzo normale come tanti altri. Ibrahim non era un eroe, e quando è andato a chiedere che gli venissero pagati i tre mesi di stipendio
arretrati pensava di andare a chiedere solo ciò che gli spettava legittimamente.
Di certo non pensava che quelle sarebbero state le ultime ore della sua vita. Di certo non pensava di fare niente di eccezionale. Per tre mesi si era arrangiato e aveva aspettato, ma a quel punto – dopo novanta giorni senza stipendio – doveva continuare a vivere, doveva fare qualcosa, e ha deciso di chiedere all’artigiano per cui lavorava ciò che gli spettava, niente di più.
La ferocia della reazione del datore di lavoro è purtroppo significativa del
clima sociale e culturale del nostro tempo. Ma ciò che quasi ancor più ci
colpisce di questo episodio è il fatto che i giornali, le televisioni, e in generale
i mass media, se ne siano completamente disinteressati. Nei giorni successivi
al ritrovamento del corpo di Ibrahim, quasi nessuno ha scritto o detto qualcosa su ciò che era successo, con pochissime eccezioni come nel caso del manifesto che ha scelto di dare rilievo a questa storia orribile. E allora viene in mente l’idea che, a parti rovesciate, si sarebbe forse mobilitato l’intero circo mediatico e che per settimane questo episodio sarebbe stato, giustamente, al centro delle riflessioni e delle analisi di politici, giornalisti, intellettuali e opinionisti vari, animando una fitta serie di dibattiti e discussioni.
Ibrahim, evidentemente, aveva una doppia sfortuna: era un lavoratore ed
era un immigrato. Ibrahim era doppiamente invisibile, nonostante avesse
un contratto di lavoro regolare e soggiornasse regolarmente in Italia da
molti anni. Ibrahim non era uno qualsiasi: non era nessuno.
Per il suo datore di lavoro, probabilmente, Ibrahim non era un uomo in
carne e ossa, dotato di una vita propria. Sì, certo, era umano, ma era una
risorsa, una risorsa umana, alla pari o forse poco più importante delle risorse
tecnologiche, di quelle energetiche o naturali, di quelle organizzative. E se
una risorsa, anche se umana, non serve più, la si dismette, se ne fa a meno,
la si scarica. Certo, per dismettere le risorse, ci sono modi civili e modi incivili,
ma il concetto è sempre lo stesso.
A pensarci bene, questa è anche, e sempre di più, la logica costitutiva di quello che, non a caso, viene definito come il «sistema di management dell’immigrazione» degli Stati liberali (non solo dell’Italia). Primo: prendere
le risorse umane che ci servono (qualche tempo fa si diceva di prendere gli
immigrati che sono disponibili a fare quello che gli italiani non vogliono più
fare, ma l’attuale crisi economica ha complicato un po’ le cose). Secondo:
essere ancor più ricettivi nei confronti delle risorse umane che possono contribuire a fare acquisire al paese un vantaggio competitivo nei settori produttivi strategici (gli immigrati con alte competenze professionali). Terzo: evitare l’arrivo delle risorse che non risultano utili o, nel caso in cui queste siano
già presenti, reindirizzarle verso i paesi da cui provengono. Anche in questo caso, esistono modi civili e modi incivili di disfarsi di queste particolari risorse umane: le si può rimpatriare, se mai attraverso incentivi economici, ma si può anche buttarli a mare come le scorie radioattive.
Per quel datore di lavoro, Ibrahim era una risorsa da dismettere. Se si fosse
trovato senza lavoro e senza la possibilità di rinnovare il permesso di  soggiorno, Ibrahim sarebbe potuto diventare una risorsa da dismettere anche
per l’intero paese Italia. Ma, evidentemente, è proprio così che è stato considerato da molti di coloro che fanno parte dei salotti televisivi, delle redazioni dei giornali e dei telegiornali. Un uomo che muore può fare notizia, una risorsa dismessa no. Se poi questa risorsa è straniera, anzi extra-comunitaria, è come se non fosse mai esistita.
Ci sono dei singoli avvenimenti che hanno la capacità di raccontare un dato
assetto della realtà sociale quanto un’analisi statistica o un’inchiesta sociologica, se non addirittura di più. Rappresentano quello che sta accadendo
in determinati tempi e luoghi, di sintetizzare il senso dei processi sociali e culturali che attraversano questi luoghi e tempi, e di svelare le logiche che
sottostanno ai sistemi mediatici.
Sono passati più di vent’anni dall’assassinio di Jerry Maslow, un omicidio
che tanto clamore e tanta indignazione suscitò nella società civile. Ciò avvenne
anche grazie all’attenzione che i mass media del nostro Paese dedicarono
allora a quell’episodio. L’impressione è che oggi, a venti anni di distanza,
si sia tornati indietro di secoli.

Gianni Rinaldini - Segretario generale Fiom-cgil




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