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CS INTERSOS: LA CRISI SOMALA E LA CONFERENZA DI LONDRA con qualche riflessione per l’Italia



 

COMUNICATO INTERSOS
LA CRISI SOMALA E LA CONFERENZA DI LONDRA

con qualche riflessione per l’Italia

Il 23 febbraio, su iniziativa britannica, la comunità internazionale ha cercato di fare il punto sulla Somalia e sul sostegno alla costruzione del nuovo assetto istituzionale somalo previsto per il prossimo agosto. Molte le aspettative e pochi i risultati. Ma l’attenzione internazionale sta riprendendo, con la ferma convinzione che i problemi somali e le possibili conseguenze di instabilità politica, terrorismo e pirateria riguardano ormai tutti. La situazione umanitaria continua ad essere preoccupante e un’escalation militare, somala e internazionale, potrebbe essere fatale. Gli aiuti per rispondere ai problemi vitali della popolazione, secondo i principi umanitari di imparzialità e non discriminazione, e la massima inclusione nel dialogo nazionale rimangono la via maestra. Il ridotto ruolo dell’Italia potrebbe riaffermarsi se finalizzato ad un’azione politica di dialogo tra le parti per il superamento dei contrasti a livello somalo e regionale. Ospiterà la prossima riunione del Gruppo internazionale di contatto per la Somalia, l’ultima, prima della fine del periodo istituzionale transitorio: sarà un’occasione da non sprecare.

Perché 55 paesi e istituzioni internazionali, rappresentati da primi ministri, ministri degli esteri, presidenti e segretari generali, si sono riuniti a Londra su invito del primo ministro David Cameron per discutere in poche ore, e per pochi minuti ciascuno, della situazione forse più complessa e difficile al mondo, quella della Somalia? Un consesso impressionante per la sua rilevanza politica: ONU con Ban Ki-moon, UE con Catherine Ashton, UA con il presidente della Commissione Ping, USA con Hillary Clinton, Italia con Terzi di Sant’Agata, Somalia con i massimi leader nazionali e regionali, Etiopia, Kenya, Uganda, Sudafrica, Canada, Turchia, Brasile, Cina, India, Giappone, Emirati Arabi, Francia, Germania, Egitto, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Igad, Banca Mondiale, Organizzazione della Conferenza islamica, Lega araba e un’altra trentina di paesi.

Ambiziose e lodevoli erano le intenzioni del primo ministro Cameron, data la necessità di ripensare l’iniziativa internazionale sulla Somalia, dopo anni di proclami inefficaci, incertezze, errori di valutazione e, nel complesso, decisioni sbagliate. Infatti, se i somali, divisi nei propri perimetri tribali, hanno gravi responsabilità sul disastro di questi venti anni, anche la comunità internazionale ha dato il suo contribuito al caos in cui si è giunti. Cameron ha espresso chiaramente la presa di coscienza che il mondo deve agire, perché “i problemi somali riguardano la Somalia ma anche tutti noi; e se rimaniamo seduti a guardare pagheremo il prezzo” dell’instabilità politica, del terrorismo e della pirateria.

I risultati della Conferenza sono però complessivamente deludenti, anche se le Ong hanno apprezzato alcuni impegni assunti, quali la necessità per i governi di ascoltare i somali e renderli protagonisti del loro destino, la risoluta volontà di tutelare i diritti umani e combattere la cultura dell’impunità, l’indicazione alle truppe dell’Unione Africana di rispettare e proteggere i civili, l’attenzione a fornire aiuto umanitario sulla sola base dei bisogni. Impegni di cui le ONG sollecitano ora la piena attuazione.

Il governo e la diplomazia britannici si sono trovati in un vicolo cieco. Dato il rilevante impegno politico e finanziario assunto negli anni, il Regno unito ha inteso, con la Conferenza di Londra, precedere un’analoga iniziativa turca. Si è scontrato però, col passare delle settimane, con forti difficoltà interne alla Somalia e con divergenze internazionali sulle proposte da adottare. La Conferenza della speranza e del cambiamento ha prodotto dunque poco: un documento di due pagine, che riprende in buona parte decisioni già assunte.

La prossima Conferenza turca incontrerà probabilmente le stesse difficoltà. Forse è giunto il momento di una minore voglia di protagonismo dei singoli stati a beneficio di un maggiore coordinamento delle iniziative e degli impegni di ciascuno, per puntare a costruire una visione e un’azione comune per la soluzione dei problemi della Somalia e dell’intera area.

A parte la costituzione di un Joint Financial Management Board, un ‘consiglio di amministrazione’ unificato per la corretta gestione dei fondi, i cui primi membri sono il Governo federale somalo, il Regno unito, la Francia, l’UE e la BM, e alcune decisioni per la lotta alla pirateria, di sostanziale rimane ben poco. Vi sono infatti ancora differenti e contrastanti visioni su punti importanti quali, in particolare, la credibilità e la capacità delle istituzioni federali transitorie, considerate da alcuni poco affidabili per chiudere la transizione ed aprire la nuova fase; il dialogo con gli Shabaab, nettamente rifiutato da alcuni e suggerito da altri; la valorizzazione e il sostegno delle meritevoli amministrazioni territoriali esistenti e di quelle in formazione, al fine di un’aggregazione federale, in cui si intravvede però il rischio di conflitti interni tra piccoli stati inventati, nati sull’odore dei finanziamenti internazionali e in contrapposizione tra di loro. In proposito, la dice lunga il fatto che a rappresentare la Somalia alla Conferenza vi fossero ben quattro presidenti, in rappresentanza del governo federale transitorio e delle tre regioni più stabili del nord, a cui è stata data una rilevante attenzione.

Per quanto riguarda l’Italia, sembra che il nostro governo si limiti ancora una volta alle dichiarazioni di ‘attenzione prioritaria’, ‘legami storici profondi’, ‘interesse vitale’, senza alcun seguito efficace e di reale rilevanza politica. Se l’Italia intende svolgere il ruolo che ancora le viene chiesto da una parte - sempre minore - dei somali, dovrà cercare di esprimere una propria visione e contribuire alla costruzione di una comune strategia che almeno eviti gli errori passati.

Lo spazio di iniziativa dell’Italia si giocherà soprattutto sulla sua capacità di proposta innovativa e di lavoro di contatto, comprensione e dialogo tra le parti somale. Se è vero che il nostro paese sostiene la transizione e il dialogo, è bene che sia presa una posizione chiara sull’inclusione di tutti i soggetti somali che accettino di dialogare. “Le decisioni sul futuro della Somalia appartengono al popolo somalo”, recita solennemente il documento finale della Conferenza. Occorrerebbe evitare di ridurlo ancora una volta al “popolo somalo che ci piace”, mettendo condizioni o diktat che ne escluderebbero una parte. “Lo status quo non è un’opzione”, ha dichiarato giustamente il ministro Terzi. Ci piace pensare che si riferisse anche al fatto che lo status quo dura ormai da anni e si è basato su una visione internazionale della realtà somala incapace di coglierne gli elementi chiave e le dinamiche interne, imponendo scelte e ostracismi insensati e controproducenti.

L’Italia ospiterà l’ultima riunione del Gruppo Internazionale di Contatto per la Somalia (ICG) prima della fine del periodo istituzionale transitorio. Sarà un momento delicato e difficile, ma anche l’occasione per l’Italia di rilanciare il proprio ruolo con la forza delle idee e delle proposte, favorendo da un lato il confronto e il dialogo tra tutti i somali disponibili, senza preclusioni, e quindi il massimo coinvolgimento nella costruzione del futuro della Somalia, e dall’altro una visione strategica che comprenda tutta la regione del Corno d’Africa, riuscendo a collegare le varie situazioni di conflitto e i vari problemi che influiscono in modo determinante gli uni sugli altri.

Proprio questa visione regionale aveva spinto le Ong italiane presenti nell’area a proporre una conferenza della società civile del Corno d’Africa: organizzazioni sociali, culturali, professionali, imprenditoriali, dei media, delle donne, dei giovani. La società civile ha dimostrato di saper contribuire, talvolta con sorprendente efficacia, alla vita sociale, culturale ed economica della Somalia e degli altri paesi, pagando spesso con la vita di alcuni suoi esponenti. Potrebbe forse apportare quegli elementi di novità, analisi e proposta utili ai decisori politici. I parlamentari delle commissioni esteri, in occasione dei decreti sulle missioni internazionali, per due volte hanno inserito un articolo di legge per la realizzazione di tale conferenza. Il parere del Governo (rappresentato dagli Esteri) ha ogni volta trasformato tale articolo in un ‘ordine del giorno’, con meno forza e senza reale possibilità di attuazione. Un atteggiamento incomprensibile. Una conferenza della società civile dei paesi del Corno d’Africa, sostenuta dall’Italia e dalle Ong che operano nell’area, in cui organizzazioni significative somale, etiopi, eritree, keniote, gibutine  esprimano il proprio punto di vista sui processi di pacificazione in Somalia e nell’intera area, rimane a nostro avviso  un’iniziativa di alto valore e interesse.

Amisom, la missione militare dell’Unione africana in Somalia, sta richiedendo ingenti risorse finanziarie, europee e internazionali. Le Nazioni Unite ne hanno deciso l’ampliamento a 17.700 mila unità, dalle 12 mila attuali. E’ indubbio che alcuni progressi nella sicurezza anche a Mogadiscio e in alcune aree centro meridionali si stanno ultimamente rafforzando, a beneficio della popolazione e di un soccorso umanitario più diffuso. L’invito della Conferenza ad una maggiore attenzione al rispetto dei diritti umani e alla protezione dei civili, se sarà pienamente recepito, contribuirà a rendere questa presenza militare meno pesante. I somali vivono infatti alquanto male la presenza di forze straniere, specie se combattenti e se vi partecipano direttamente o indirettamente i paesi confinanti. Non è quindi da sottovalutare, come già successo nel recente passato, la possibilità di una progressiva opposizione a tale presenza e di una sua facile strumentalizzazione, se non rispetterà e tutelerà la popolazione e se le truppe dei paesi confinanti saranno percepite come strumentali ad altre mire. Alla Conferenza sono stati proposti bombardamenti sugli Shabaab, fortunatamente frenati dalla stessa segretaria di stato Hillary Clinton perché colpirebbero al contempo i civili inermi e indifesi. Speriamo che un simile errore non venga commesso. L’esperienza dei venti anni passati dimostra che gli scontri armati causano violenze, morte, abusi e minano il processo di pacificazione. Solo una decisa azione per il dialogo inclusivo può riuscire a contenere il rischio della progressiva militarizzazione di una fase eminentemente politica.

Occorre anche tenere presente che la popolazione somala sta con difficoltà uscendo da un periodo di siccità e di fame che tocca ancora 2,3 milioni di persone, tra sfollati interni e persone fuggite in cerca di aiuto e protezione nei paesi limitrofi. La prossima stagione delle piogge potrebbe essere ancora scarsa e provocare nuovamente una seconda grave siccità. Ridurre gli aiuti anche a causa dell’escalation degli scontri armati significherebbe decretare il destino dei più vulnerabili che in Somalia sono ancora centinaia di migliaia di persone, la metà dei quali bambini.

Le Ong somale e quelle internazionali che operano in Somalia hanno rivolto un appello alla comunità internazionale perché impari dagli errori del passato e si convinca che la vera sicurezza nel paese ci sarà solo quando il popolo somalo, nella sua interezza e nelle sue realtà locali, si sentirà considerato e rispettato nella propria dignità e nella risposta ai bisogni primari, premessa per essere partecipe del processo politico. Talvolta il segnale che arriva è che gli aiuti vengano destinati prioritariamente alle aree politicamente sensibili, quali quelle definite “liberate”, usando l’aiuto in modo strumentale e non, come deve essere, in funzione unicamente dei bisogni della gente. In merito, le Ong richiamano i governi all’osservanza dei principi umanitari della “Good humanitarian donorship”, riconosciuti anche dall’Italia, che sanciscono l’imparzialità dell’aiuto e la sua non subalternità a finalità politiche. Ogni confusione in merito si ripercuote inevitabilmente sull’azione delle stesse organizzazioni umanitarie, che rischiano di non essere più percepite dai somali come neutrali, imparziali e senza discriminazioni.

8 marzo 2012
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