[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

Non si vive di solo petrolio



Non si vive di solo petrolio
Il conto alla rovescia per l'estinzione del greggio è già cominciato Parla l'esperto Paul Roberts:«Mai più una sola fonte di energia Per il futuro serve un graduale processo di transizione verso approvvigionamenti puliti e rinnovabili»
 
 
Costa poco, meno di ogni concorrente, e rende molto. Il petrolio è una fonte di energia eccellente. Troppo, forse: ci siamo affidati mani e piedi al greggio ma il petrolio è concentrato nei pochi Paesi dell'Opec: uno squilibrio pericoloso. I consumi crescono continuamente e l'inquinamento di pari passo. Oggi le alternative sono tecnologicamente insoddisfacenti ed economicamente non competitive. La nostra dipendenza dal greggio ci espone non soltanto ai rischi economici, geopolitici e ambientali del presente, ma anche al preoccupante scenario prospettato da Paul Roberts in Dopo il petrolio. Sull'orlo di un mondo pericoloso (Einaudi, pagine 386, euro 17,00): «I più ottimisti - osserva Roberts - si aspettano che la produzione petrolifera regga fino al 2035; i pessimisti pensano che decrescerà molto prima, forse già da quest'anno».

Quando dovremo fare i conti con la scarsità di petrolio?

«È possibile che già dal 2015 il sistema mondiale non sarà in grado di sopportare la più piccola oscillazione nella produzione. Una crisi politica locale in un Paese produttore o un ulteriore aumento della domanda metterebbero in ginocchio l'intera produzione energetica mondiale. Attore chiave in questo processo è la Cina, con la sua crescita economica avida di energia. Basti pensare a cosa accadrà quando tutti i cinesi avranno l'automobile».

Ma è realistico pensare che cambi qualcosa prima che il petrolio finisca davvero?

«Sì e no. Perché prima di finire il petrolio diventerà troppo caro per essere usato. La vera questione è sapere quanto rapidamente il suo prezzo crescerà, e se noi riusciremo a cambiare sistema energetico prima che sia troppo costoso. Dalla rapidità del cambiamento dipenderà la possibilità di un'evoluzione graduale. Un incremento ordinato del prezzo del petrolio per due o tre decenni permetterà di spostarci con relativa tranquillità verso nuovi carburanti e nuove tecnologie».

Non è possibile rinunciare al petrolio senz a sconvolgere il nostro sistema produttivo?

«Certo che è possibile, programmando una graduale tassazione delle emissioni di anidride carbonica. È la famosa carbon tax, che penalizzerebbe i carburanti e i processi di produzione, di elettricità soprattutto, più inquinanti. La chiave sta proprio nella gradualità dell'imposizione, che dovrà crescere progressivamente per venti o trent'anni. Così l'economia avrà tempo di adattarsi. A un certo punto, produrre rilasciando emissioni di carbonio diventerebbe semplicemente antieconomico. Allo stesso modo possono funzionare iniziative, come quelle già adottate dall'Europa, che assegnano quote di emissioni ai vari settori produttivi. Le quote possono essere vendute dalla aziende virtuose a quelle più inquinanti; avvicinandosi la scadenza entro cui si devono rispettare i limiti, il valore delle quote salirà fino a diventare un costo maggiore di quello necessario per adottare una produzione pulita».

Esiste un combustibile che possa garantire la fase di transizione verso le fonti di energia pulite e rinnovabili?

«Esiste, ed è già in uso. Si tratta del gas naturale, un carburante ormai presente nella produzione elettrica di molti Paesi sviluppati e in via di sviluppo, e che ha ancora molte altre possibilità di utilizzo. Purtroppo anche il gas naturale ha i suoi inconvenienti: è pur sempre un idrocarburo che, come il petrolio, emette carbonio, e poi occorre collegare i giacimenti lontani o non raggiungibili (magari perché al di sotto di parchi naturali) alle regioni di alta domanda».

Quale pensa che possa essere il fattore più importante nel futuro dell'energia?

«Il sole, il vento, l'idrogeno: tutte tecnologie ancora da affinare, e soprattutto da rendere redditizie, ma promettenti. Non singolarmente, ma come elementi di una sintesi più complessa, che magari includa anche le già esistenti tecniche per bruciare in modo pulito il carbone, o altre ancora».

Anche le fonti alternative di e nergia sono legate a prodotti non rinnovabili: il silicio dei pannelli solari, il platino delle celle a combustibile a idrogeno. Non corriamo il rischio di vedere, in futuro, guerre del silicio o guerre del platino?

«Certo, il rischio esiste. Se facciamo assegnamento su un singolo carburante o su una singola tecnologia rischiamo sempre problemi di scarsità, con manipolazioni del mercato e perfino guerre. Questa è una delle ragioni per cui abbiamo bisogno di un insieme ampio di fonti di energia. Inoltre, ricercare diverse tecnologie energetiche ci aiuterebbe nel caso in cui una non dovesse funzionare. Immaginiamo di mettere tutte le nostre risorse economiche e i nostri sforzi nella ricerca sull'idrogeno: e se poi viene fuori che l'idrogeno soffre di un qualche fatale difetto tecnico, nello stoccaggio o nella distribuzione?».