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caccia ai caprioli



Da qualche settimana il Secolo XIX, quotidiano genovese, sta ospitando
articoli e lettere sulla questione dei caprioli; tendenzialmente gli
articoli sono favorevoli, dato che normalmente contengono interviste a
rappresentanti istituzionali, mentre nella rubrica delle lettere la storia è
diversa.

Un rappresentante delle istituzioni, il Prof. Spanò, docente di zoologia
all'Università di Genova e, en passant, cacciatore lui stesso e presidente
del Club della Beccaccia, nonché autore per una casa editrice  di collane
sulla caccia, ha però scritto una lettera pubblicata oggi e sottoriportata
dal contenuto che mi pare francamente aberrante, basti pensare che afferma
di considerare i caprioli "una produzione del territorio, come il legname e
i funghi, con una sua intrinseca logica di potenziale sfruttamento"
(testuale).

Chiederei quindi di scrivere al Secolo XIX (lettere at ilsecoloxix.it) per
esprimere civilmente disappunto; dato poi che gli enti locali si servono non
infrequentemente dei pareri di questo e altri docenti universitari per
giustificare il loro adeguarsi alla volontà dei cacciatori, si potrebbe
scrivere anche alla presidenza della Provincia di Genova
(presidente at provincia.genova.it) e della Regione Liguria
(segr.prescons at regione.liguria.it) per esprimere disagio nel vedere tale
scarsa considerazione per la vita senziente, e per chiedere che in futuro le
consulenze sui temi venatori non vengano assegnate a cacciatori, per ovvio
conflitto di interessi.

A. A.

**********
 il caso dei caprioli
emozione e ragione
Prima che un decoroso silenzio scenda sull'assurda vicenda dei caprioli,
vorrei, come docente di Zoologia all'Università di Genova, esprimere il mio
punto di vista, premesso che, come cacciatore, da almeno sette anni ho
deciso di non sparare più a un capriolo per motivi personali. Alcune
premesse: i caprioli sono erbivori, cioè fanno parte del livello della
piramide alimentare destinato a esser preda dei carnivori (quindi con alta
produttività in previsione di una forte mortalità), e - come i cinghiali -
sono tornati a popolare i nostri boschi in maniera esplosiva avendovi
trovato una nicchia ecologica particolarmente favorevole. Hanno quindi
raggiunto densità elevate e costituiscono una produzione del territorio,
come il legname e i funghi, con una sua intrinseca logica di potenziale
sfruttamento. I grossi predatori non potranno mai essere in numero tale da
controbilanciarne l'espansione. (Incidentalmente si può osservare che coloro
che oggi gridano al massacro dei caprioli griderebbero molto più forte per
ottenere l'eliminazione di eventuali lupi che si trovassero a transitare una
volta di troppo nei pressi delle loro seconde case.) La caccia al capriolo è
lecita e praticata sulla base di censimenti annuali. Pertanto: è
contro-natura pensare di sterilizzare una specie che può rappresentare una
ricchezza del territorio in base a un suo naturale e controllato
sfruttamento. È inutile (perché sposta solo il problema), crudele (per lo
stress psico-fisico imposto agli animali), costosissimo e inefficace l'idea
di spostare i caprioli. La morte, comunque ineludibile per ogni vivente,
provocata da un preciso colpo di arma da fuoco, nel proprio ambiente e senza
preavviso, è la migliore fine possibile (si pensi allo stress dovuto
all'intervento di un qualsiasi predatore). L'assurdità del clamore sui cento
caprioli in più previsti dall'Ambito Territoriale di Caccia Ovadese-Acquese,
inquadrata nella tranquilla realtà italiana dell'analogo abbattimento di
decine di migliaia di capi di ungulati, non è proporzionata al numero di
persone che, con il mio pieno rispetto, hanno fatto una scelta ambientalista
e vegetariana che comunque non possono imporre con virulenza ad altri. Per
finire vorrei sgombrare il campo da un equivoco che ha sempre sotteso tutte
le argomentazioni, ossia che la caccia debba essere utilizzata per diminuire
le popolazioni di specie dannose alle attività antropiche. La caccia è
un'attività lecita, praticabile solo su specie che non corrono rischi, sulla
base di regole. Quindi non deve incidere negativamente sulle popolazioni
animali. Per far ciò la legge prevede un'altra attività detta di controllo,
praticata per ridurre la densità di determinati animali con l'utilizzo di
metodi che potrebbero ricordare una preordinata seppur legale mattanza.

Silvio Spanò