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NEWS: Giornali Internet 10/10/07



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CACCIA
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ANIMALI: MAXI SEQUESTRO DI CONGEGNI ELETTRONICI ILLECITI PER QUAGLIE
Con questo sistema i volatili vengono attirati dai richiami e fatti
concentrare nei pressi dei diffusori, diventando facili prede per i
bracconieri e per i propri cani
http://www.corpoforestale.it/newsletter/view.asp?id=5755
10 ottobre 2007 – Un blitz degli uomini del Comando Stazione di Terracina
(Roma) del Corpo forestale dello Stato nelle campagne, durante l’ultimo fine
settimana, ha portato al sequestro giudiziario di 10 richiami elettronici,
ben assemblati ad opera di cacciatori di frodo. Tali marchingegni erano
dotati di cassette audio, alimentatori, diffusori e timer custoditi all’
interno di vere casseforti, ancorate al suolo con supporti metallici
inamovibili ed incatenate con tanto di lucchetti antiscasso. Gli agenti del
Corpo forestale dello Stato, hanno dovuto lavorare tutta la notte, anche con
l’ausilio di visori notturni infrarossi grosse troncatrici e tagliatrici per
metallo, per scardinare e rimuovere i richiami, risultati tutti funzionanti.
Vittime predestinate le quaglie (Coturnix coturnix), migratori presenti in
maniera massiccia sul territorio in questo particolare periodo dell’anno.
Con questo sistema, infatti, i volatili vengono attirati dai richiami e
fatti concentrare nei pressi dei diffusori, divenendo facili prede per i
bracconieri e per i propri cani. Le indagini per individuare i proprietari
dei predetti sistemi, proseguono unitamente alle perlustrazioni sul
territorio al fine di ridurre questo fenomeno sempre in crescita.
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NEGRAR. Ennesimo episodio domenica a Montecchio, nei dintorni della riserva
confinante con la residenza Costagrande dell’istituto «Don Mazza»
I cacciatori di frodo alzano il tiro sui daini
Ritrovati tre animali, ne manca un quarto La Guardia provinciale: «Qualcuno
taglia la rete, li fa fuggire e poi li abbatte»
Nel fondo vivono oltre cento esemplari Quest’anno già ammazzati una ventina
Chi infrange la normativa rischia il ritiro della licenza e ammende di
tremila euro
http://www.larena.it/ultima/oggi/provincia/A.htm
Marzio Perbellini
Caccia grossa a Montecchio. Sul cucuzzolo della collina, nel territorio di
Negrar che fa da spartiacque tra Avesa, Quinzano e Grezzana, domenica i
cacciatori erano molti. E agguerriti. Ufficialmente per una normale giornata
in compagnia della doppietta e dei loro segugi ma, visto che in zona c’erano
quattro daini fatti scappare dalla riserva confinante con la residenza
Costagrande (il bellissimo complesso immerso nel verde di proprietà del
collegio universitario don Mazza e dove c’è la sede della fondazione Exodus)
la Guardia provinciale - il corpo incaricato di sorvegliare l’attività
faunistica - è convinta che fosse in corso una vera e propria battuta.
Naturalmente fuorilegge.
«Succede spesso», spiega un agente della Guardia provinciale, «tagliano la
rete del fondo dove ci sono almeno un centinaio di esemplari, li fanno
uscire e poi li cacciano. Oppure, visto che questi animali sono abbastanza
addomesticati, li avvicinano con del cibo e poi li ammazzano lì sul posto,
come la settimana scorsa; quando siamo arrivati sulla strada c’era ancora il
sangue».
Domenica, invece, avvisati da una segnalazione, tre dei quattro animali, un
maschio e due femmine, sono riusciti a salvarli, uno è ancora in giro. «Solo
quest’anno», continua la guardia, «in questo fondo ne avranno uccisi una
ventina, ma è solo una piccola parte di quello che succede in giro, se ne
parla poco, ma il bracconaggio purtroppo è piuttosto diffuso e per noi è
davvero difficile presidiare tutto il territorio. Siamo in 33 a fronte di
11mila licenze di caccia e 40mila di pesca, su un territorio vastissimo che
va dalla Lessinia a Castagnaro. Molti cacciatori rispettano le regole, altri
invece le ignorano completamente».
Per cacciare daini, cervi o caprioli, per esempio, nella zona considerata
«bassa collina», come lo è ad esempio Montecchio, è necessario un piano di
abbattimento controllato. Prima gli animali vengono censiti, poi viene
deciso il numero di esemplari da abbattere per età e per sesso e,
successivamente, i cacciatori che vogliono partecipare al piano devono
presentare domanda. Se accettati, devono seguire un corso specifico e,
infine, partecipare all’abbattimento accompagnati da guardie provinciali.
Cacciare questi animali al di fuori di queste condizioni costituisce reato,
ed è punibile con il ritiro della licenza da 1 a 3 anni e con una ammenda
che arriva fino a tremila euro per esemplare ucciso.
Sanzioni che non fermano però gli amanti della battuta di frodo, cacciatori
che aspirano in genere al colpo grosso, ma che si accontentano anche di
abbattere un fringuello. In questo caso puntando però sul gran numero e
ricorrendo a mezzi più efficaci della carabina. Se daini, caprioli, cervi o
cinghiali, rimangono le prede preferite - inseguite persino con la balestra
per non fare udire gli spari - i bracconieri non disdegnano di certo
pettirossi e altri uccelli che non si possono abbattere.
«È vero», racconta ancora la guardia provinciale, «qualche volta ci capita
di trovare animali infilzati con dardi, reti tra gli alberi. E gli archetti
sistemati sulle siepi per spezzare le zampe ai pettirossi sono all’ordine
del giorno».
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ALLEVAMENTI
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Per smaltire il materiale è stato necessario il trasporto
Distrutte anche 600 mila uova: per l’allevamento i danni superano il milione
e mezzo di euro
Salmonella, abbattuti 28 mila polli
http://www.corriereadriatico.it/articolo.aspx?varget=5AFCAEDF2D1FBB011E9D540
0E0C19B93
FOSSOMBRONE – Il danno ammonta a oltre un milione di euro. A causa da un’
infezione da salmonella sono state distrutte 600 mila uova da incubazione e
abbattuti 28 mila polli di allevamento presso l’impianto che sorge a Isola
di Fano gestito da una società romagnola. Si è reso necessario il trasporto
del materiale presso l’inceneritore di Padova. Un trasporto eccezionale:
addirittura sei Tir. Il danno – stando alle normative emanate dalla Comunità
Europea - dovrebbe essere risarcito al cinquanta per cento. E’ stato
immediato l’intervento del servizio veterinario dell’Asur zona 3 di Fano non
appena la ditta ha segnalato qualche sospetto alla vista di alcuni polli. Il
dottor Valerio Smilari responsabile del servizio stesso ha precisato che non
esiste alcun pericolo per la salute pubblica e che l’intervento è maturato
nell’ambito del piano di controllo e prevenzione predisposto a livello
europeo.
Le uova erano arrivate dall’Abruzzo – probabilmente già infettate – tre
giorni prima ed erano destinate all’incubazione per far nascere pulcini. La
ditta – ha sottolineato lo stesso veterinario - ha dimostrato il massimo
senso di collaborazione e disponibilità. In ossequio alle norme europee in
atto, come detto, potrà essere parzialmente risarcita del danno subito.
Ovvio che il danno subito è ingente. E’ in corso un’indagine epidemiologica
per capire come tutto possa essere accaduto. A giugno di quest’anno un altro
fenomeno del genere aveva interessato lo stesso impianto.
Con conseguenze decisamente più fastidiose. Poiché in più zone del centro
abitato della popolosa frazione di Isola di Fano si era registrata la
presenza di coleotteri che vivono allo stato larvale nelle lettiere e nelle
fosse delle feci degli allevamenti. Il referto era stato redatto da un
tecnico dell’istituto zooprofilattico sperimentale dell’Umbria e della
Marche. L’allarme tra la popolazione era stato notevole. Le larve mature si
impupano nelle strutture di isolamento danneggiandole gravemente, era stato
sottolineato. A miriadi gli animaletti si erano propagati fino ad annerire
tavoli o muri nelle case più vicine. Anni addietro, con una gestione diversa
da quella attuale, lo stabilimento in questione era finito nell’occhio del
ciclone per la mancanza di un impianto di depurazione. In seconda battuta,
vale a dire con l’ingresso della nuova ditta proveniente dalla Romagna,
tutto era stato sistemato al meglio. Anche a giugno l’intervento del
servizio veterinario era stato immediato. Provvedeva ad ordinare gli
interventi del caso con una serie di abbattimenti di tutti gli animali
allevati nell’impianto che veniva successivamente disinfestato. Stavolta le
cose hanno seguito un iter più tranquillo. Almeno per quanto riguarda la
pubblica opinione. Per il mancato clamore dei coleotteri, come detto, stante
la completa diversità delle condizioni climatiche.
E’ il caso di ribadire che il dottor Smilari rimarca con viva apprensione
che la situazione è sotto completo controllo. Che tutto è stato fatto nel
modo dovuto e che non esistono pericoli di alcun genere. Una raccomandazione
della massima importanza al fine di evitare inutili allarmismi che possono
ingenerare solo preoccupazioni prive di ogni fondamento. Il responsabile del
servizio veterinario dell’Asur Zona 3 di Fano rimarca quanto affermato al
fine di evitare l’allarmismo che si era generato a giugno. In quella
occasione erano state diverse le telefonate di persone preoccupate a causa
di un malumore crescente. Stavolta le cose sono andate diversamente. G.R.,
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La Caporetto della bistecca
http://www.ilmessaggero.it/view.php?data=20071010&ediz=06_UMBRIA&npag=37&fil
e=A_2446.xml&type=STANDARD
di VANNA UGOLINI
Dopo ”mucca pazza” arriva la “chianina taroccata”, un’altra sconfitta per i
consumatori e per gli allevatori onesti. Mettiamo subito in chiaro una cosa:
i Nas, i carabinieri della Sanità, escludono che siano arrivate sulle nostre
tavole delle bistecche non commestibili. Molto probabilmente, invece,
invece, sarà capitato a ciascuno di noi, di spendere fior fiore di quattrini
per una bistecca con l’osso di razza chianina e, invece, mangiare carne
qualunque, magari anche non controllata. Danno e la beffa in un unico
piatto.
Ci hanno messo quasi un anno i Nas di Perugia, comandati dal luogotenente
Orazio Pellegrini, a chiudere un’indagine che, alla fine, è diventata una
spallata, anzi un vero e proprio terremoto al mito della carne chianina
controllata - mito che, va sottolineato, aveva resistito quasi indenne anche
alla crisi post-”mucca pazza”- e, per propagazione delle onde sismiche,
della buona tavola, della tutela della salute, fino a incrinare anche l’
immagine di una certa Umbria. Perchè se le manette sono scattate ai polsi di
13 persone, (più due sono ricercate) che avevano messo in piedi, da almeno
un anno, un’organizzazione accusata di associazione a delinquere per falso,
adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari, commercio di sostanze
alimentari nocive e frode nell’esercizio del commercio, e 19 sono indagate,
altre 250 persone, dal marzo scorso, tra allevatori, commercianti e
veterinari liberi professionisti sono stati denunciati «per analoghe
fattispecie di reato».
Vale a dire che si comportavano come i 34 di cui sopra ma non lo facevano
con continuità, frodavano una volta ogni tanto, tenevano aperto un’occhio e
l’altro lo chiudevano, falsificatori di piccolo cabotaggio. Ma, forse, un
segnale questo ancora peggiore perchè indica un malcostume diffuso, l’
illegalità che diventa abitudine.
Va detto che questa indagine è partita anche grazie ai controlli dei
veterinari delle quattro Asl della Regione, e che, quindi, se si è arrivato
a questo risultato i controlli funzionano, che l’indagine durava da un anno
e che in certi ambienti il sentore che ci fosse qualcosa che non andava ce l
’avevano in molti. Però era difficile arrivare a fare a chiarezza. Ora ci
stanno provando i carabinieri della sanità che, non a caso, hanno chiamato
questa indagine ”Labirinto”. Eccola nei dettagli: secondo l’accusa gli
arrestati avevano ideato un sistema per vendere bovini destinati alla
macellazione, e quindi al consumo alimentare, spacciandoli per razze di
pregio come la chianina mentre si trattava di animali di minore qualità e
spesso non sottoposti alle verifiche veterinarie di legge. I provvedimenti
riguardano quattro commercianti, operanti in provincia di Perugia, Sanza
(Salerno) e Sant’Arcangelo (Potenza), un veterinario dell’Asl di Città di
Castello, un autotrasportatore di Todi, un collaboratore dell’Associazione
provinciale allevatori residente a Corciano e otto allevatori tra Apricena
(Foggia), Sant’Arcangelo, Sanza, Zimella (Verona) e Umbertide. L’operazione
è stata coordinata dal procuratore di Perugia Nicola Miriano e dal sostituto
Manuela Comodi. Dagli accertamenti condotti dal Nas di Perugia dal marzo
scorso è emerso per ogni bovino il guadagno derivante dalle operazioni
illecite era di 500-600 euro: costa tanto di più una mucca chianina rispetto
a una ”meticcia”. I carabinieri del luogotenente Orazio Pellegrini ne hanno
controllati oltre 4 mila, sequestrandone 120 (oltre a 1.100 marche
auricolari risultate contraffatte). Alcuni dei capi destinati alla
macellazione - è emerso dall’indagine - erano destinati all’abbattimento
perchè senza la necessaria documentazione: provenivano, cioè, da «zone non
protette», hanno detto i Nas che, però hanno escluso qualsiasi rischio per i
consumatori o ipotesi di contaminazione della carne. Sono zone in cui, in
particolare al sud e nel Veneto, sono stati registrati dei focolai di
brucellosi. Per questo i capi, indipendentemente dal fatto che siano
ammalati o no, vanno abbattuti. Gli investigatori ritengono che al vertice
della presunta organizzazione ci fossero i due commercianti della provincia
di Perugia, padre e figlio.
Luca Bertani, presidente dell’ordine dei medici veterinari: «L’indagine era
partita da tempo, su segnalazione dei veterinari delle Asl. E questo è un
indicatore che, comunque, le verifiche funzionano. Venivano trovati dei
passaporti su cui c’erano molti dubbi, da qui i controlli si sono allargati
e intensificati». Secondo Bertani non ci dovrebbero essere rischi per la
salute. «Nella nostra regioni i controlli non hanno mai evidenziato focolai
di brucellosi o di altre epidemie. Qualche rischio può esserci per animali
che provenngono da alcune zone del sud, dove abbiamo saputo che i nostri
colleghi veterinari hanno incontrato difficoltà nei controlli. Ma qui
verifiche ne abbiamo fatte e non è mai risultato niente».
Carla Falcinelli, responsabile del Codancos Umbria e vicepresidente
nazionale dell’associazione di consumatori, accoglie con amarezza la
notizia. «Purtroppo noi consumatori siano quelli che subiamo tutto. E’ un
periodo molto brutto per i controlli sulla sicurezza alimentare, è stato
annunciato anche un ceppo di aviaria più violento rispetto al precedente.
Cosa possiamo fare? In realtà, poco: chiedere sempre al nostro macellaio la
certificazione della carne, fare pressioni perchè ci sia la massima
chiarezza, comprare biologico, che è un po’ più controllato. E ringraziare i
Nas: perchè ormai nemmeno più la certificazione ci garantisce come
consumatori. Sono le indagini che scoprono le truffe a dare le maggiori
garanzie».
E, naturalmente, l’indagine ha messo sottosopra soprattutto le associazioni
di categoria, pronte per costituirsi parte civile. Oltre al consorzio per la
tutela del vitellone bianco, si dicono «esterrefatti e preoccupati» per l’
esito dell’indagine dei carabinieri del Nas di Perugia gli allevatori di
Perugia. A farsi portavoce delle preoccupazioni è il presidente dell’Apa,
Associazione provinciale allevatori di Perugia, Luca Panichi: uno dei soci è
tra gli arrestati. «Le vicende giudiziarie sostiene Panichi - stanno
colpendo il sistema allevatoriale e in particolare gli allevatori di razza
chianina e quelli aderenti al marchio Igp ”Vitellone bianco dell’appennino
centrale”. I gravi fatti, addebitati dalla procura ad alcune persone
indagate per presunti danni arrecati ai consumatori e all’erario - ha
aggiunto -, sono il risultato di azioni inqualificabili di pochi individui
che, in gran parte, pur agendo ai margini del modo allevatoriale, possono,
se gli addebiti saranno riconosciuti, mettere a rischio sia il secolare
lavoro degli allevatori e le valide iniziative che hanno consentito di
valorizzare la qualità delle carni a livelli di eccellenza». «Verificheremo
la possibilità di costituirci parte civile di fronte ad azioni malavitose
che mettono a rischio il patrimonio di credibilità conquistato dagli
allevatori impegnati a valorizzare una razza prestigiosa come la Chianina»,
ha aggiunto il presidente della Coldiretti Sergio Marini. Grazie ai Nas e i
veterinari delle Asl, l’inganno è stato scoperto. Ora bisogna voltare pagina
e ridare la giusta dignità alla bistecca.

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Simone Bonanomi
Lega Abolizione Caccia
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