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NEWS: Giornali Internet 12/01/07



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CACCIA
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Cassino/Il volatile appeso a un palo della luce davanti alla sede della
Provincia. L’assessore Colicchia: non ci fermeranno
Airone ucciso e impiccato, macabro avvertimento
Il comandante della Polizia provinciale: «E’ un attacco alla nostra azione
contro i bracconieri»
http://www.ilmessaggero.it/view.php?data=20080112&ediz=04_FROSINONE&npag=39&;
file=A_1830.xml&type=STANDARD
di LUCIANO DE LEO
Un airone bianco impiccato ad un palo della pubblica illuminazione. Il
macabro avvertimento è stato fatto trovare ieri mattina davanti alla sede
distaccata di Cassino dell’Amministrazione provinciale. Un messaggio
inqequivocabile e intimidatorio alla Polizia Provinciale fatto evidentemente
da bracconieri senza scrupoli.
Il ritrovamento è stato fatto intorno alle otto di ieri mattina dai
dipendenti della Provincia che lavorano in via Cimarosa. L’airone bianco era
stato ucciso con una fucilata e poi impiccato con un filo di ferro e appeso
al palo della luce proprio davanti la sede degli uffici periferici della
polizia provinciale. «Siamo scossi - dice il comandante della Polizia
provinciale Massimo Belli, che immediatamente ieri mattina si è precipitato
a Cassino per verificare di persona l’accaduto - E’ un macabro avvertimento
quasi sicuramente riconducibile alle nostre continue azioni utili a
contrastare l'operato dei bracconieri».
L'airone bianco viveva, con molta probabilità, in prossimità del fiume Gari
a Cassino, lì dove centinaia di uccelli protetti vivono nutrendosi di
insetti acquatici e terrestri, di pesce, di lucertole, piccoli uccelli o
molluschi. E’ un uccello protetto, una specie a rischio di estinzione e
dunque l’avvertimento è chiarissimo: chi l’ha ucciso non gradisce l’impegno
della polizia provinciale nel contrasto della caccia di frodo.
Condanne all’avvertimento intimidatorio sono arrivate anche dal mondo
politico. «Ma questo scriteriato epidosio - ha commentato l'assessore
provinciale Emiliano Colicchia - non sortirà alcun effetto, oltre ad aver
eliminato un raro esemplare di airone bianco. Gli agenti della polizia
provinciale continueranno a reprimere gli atti di bracconaggio e a
concorrere nella fattiva opera della tutela ambientale e della fauna
locale».
Anche Fabio Celletti, assessore a piazza Gramsci alla caccia, pesca e
agricoltura, ha espresso parole di disappunto sulla vicenda. «E' un gesto
inqualificabile e che lascia l'amaro in bocca. Ci auguriamo - ha detto - che
gli autori possano essere assicurati al più presto alla giustizia». Sul caso
è stata aperta una inchiesta e oltre alla polizia provinciale se ne stanno
occupando anche gli uomini del commissariato di Cassino.
Sarà difficile risalire agli autori, ma il movente appare chiaro. «Nel 2007
sono stati circa quindici i cacciatori di frodo beccati con le "mani nel
sacco" - spiegano dalla polizia provinciale - I bracconieri denunciati
provenivano quasi tutti dalla Campania e dall'Abruzzo arrivati in ciociaria
per uccidere cinghiali, caprioli, orsi, lupi e alcune specie di volatili.
Tutti animali rigorosamente protetti».
E' di tre giorni fa l'ultima operazione messa a segno dagli uomini del
comandante Massimo Belli che, di notte, in una zona boschiva fra Morolo e
Supino, hanno cercato di fermare bracconieri che avevano ucciso due
cinghiali, nonostante la caccia alla specie sia ormai chiusa. Attività di
contrasto anche nel cassinate. Nella zona di Montecassino, ha effettuato
diversi sequestri di richiami elettromagnetici illegali - usati per i
volatili - lacci in acciaio e trappole di ogni genere utili a fermari i
cinghiali nei boschi adiacenti il monastero.
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Vittorio Veneto
Insospettabile operaio di giorno, esperto cacciatore e appassionato di
ungulati nonchè selezionatore della Riserva di Vittorio Veneto, ma nel tempo
libero anche e soprattutto bracconiere e cacciatore di frodo.
http://gazzettino.quinordest.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Treviso&Codice
=3642309&Data=2008-1-12&Pagina=13
Da tempo era sotto controllo, ma i guai per E.C., 41 anni, sposato,
residente a Cappella Maggiore sono iniziati giovedì mattina quando alle 10
nella sua abitazione è scattato il blitz dei carabinieri e degli agenti del
Corpo Forestale di Stato, che hanno scoperto ben presto di aver fatto bingo.
Decine di macabri trofei di caccia, 5 crani con le corna di cervo, 25 di
capriolo, 9 di camoscio, 4 di cinghiali con 24 lunghe zanne, 25 mandibole di
capriolo, un astore, uccello rapace, e un Beccaccino imbalsamati, e poi
zampe, due congegni metallici artigianali ma micidiali (anche per le persone
che avrebbero potuto passare sui sentieri dove venivano installate, e
fortunatamente non è successo, ndr) a quattro canne che permettono lo sparo
contemporaneo di munizioni calibro 12 tramite caduta del percussore
innescato da un filo teso invisibile; quindi un fucile calibro 8, 1900
cartucce da caccia calibro 12, 28, 270 Winchester, 380 Winchester e 22 R, 9
reti da uccellagione, 139 trappole a scatto di varie misure per uccelli, 5
tagliole, tutto il necessario per la caccia di frodo. Nei congelatori decine
e decine di chilogrammi di carne di camoscio, cinghiale e selvaggina varia.
E tutto, munizionamento, armamento e trofei, è stato posto sotto sequestro.
Tanto è bastato comunque, soprattutto le armi di fabbricazione artigianale,
per dichiarare E.C. in stato di arresto per la detenzione illegabile delle
stesse, nonchè per detenzione illegale e omessa denuncia di detenzione di
munizionamento per armi. In più una sfilza di reati a carattere venatorio,
per i quali ci saranno a suo carico sanzioni amministrative e penali.
Su disposizione del giudice al bracconiere, dimostratosi molto sorpreso
dall'incursione improvvisa di carabinieri e forestali a casa sua e in quella
adiacente del padre, M.C. di 75 anni, nella quale è stato trovato diverso
del materiale illegale per la caccia e trofei, e per questo denunciato dalla
Forestale a sua volta per reati venatori, sono stati concessi gli arresti
domiciliari.
Le indagini erano scattate su una intuizione del capitano Giancarlo Carraro,
che saputo del ritrovamento di carcasse senza testa di alcuni cervi in
Cansiglio, fenomeno che rivelava un bracconaggio su cui stava lavorando da
tempo anche la Forestale, ha pensato di indagare. Unite le forze si è
arrivati ad individuare E.C. che, probabilmente non da solo e per questo
sono ancora in corso indagini sia dei carabinieri che del Corpo Forestale,
intendeva arrotondare la mesata con l'attività di bracconaggio.
Impossibile che tutto quanto trovato nella sua abitazione e in quella del
padre potesse soddisfare solo il desiderio dell'appassionato: dietro ci
sarebbe pure un'attività di commercio molto redditizia. Un cranio di cervo
con le corna può valere da 3 a 5 mila euro. «Ci siamo spiegati - ha
affermato il vice Sovrintendente della Forestale Luciano Paganin - come mai
i camosci che da poco abbiamo introdotto per il ripopolamento in Val
Lapisina non progredivano di numero, anzi». Fulvio Fioretti
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Trovato airone impiccato,
minacce alla polizia provinciale
Il gravissimo atto di inciviltà è stato messo in atto a Cassino, davanti
alla sede della polizia provinciale. Pattuglie, ronde e veri propri
appostamenti fino ad oggi sono riusciti a far smascherare una decina di
persone che sono state denunciate
http://qn.quotidiano.net/cronaca/2008/01/12/58996-trovato_airone_impiccato.s
html
Cassino (Frosinone), 12 gennaio 2008  - Un bellissimo esemplare di airone è
stato trovato impiccato e con un cartello attaccato al collo nel quale i
bracconieri "invitano" la polizia provinciale a smettere controlli e ronde.
Il gravissimo atto di inciviltà è stato messo in atto a Cassino, davanti
alla sede della polizia provinciale.
Gli uomini del comandante Massimo Belli, oramai da anni, stanno effettuando
su tutto il territorio cassinate una vera e propria opera di prevenzione per
ciò che riguarda gli atti di bracconaggio. Pattuglie, ronde e veri propri
appostamenti fino ad oggi sono riusciti a far smascherare una decina di
persone che sono state denunciate.
L'attività preventiva ha iniziato ad infastidire i malviventi del mondo
animale e per questo si è deciso di "avvertire" la polizia provinciale.
Sulla vicenda stanno ora indagando la Polizia di Stato e gli stessi agenti
della polizia provinciale.
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Denunciati altri dieci bracconieri
Cacciatore di frodo arrestato dalla Forestale
http://www.unionesarda.it
Armi in casa non poteva assolutamente detenerne per un “vecchio”
provvedimento di divieto di detenzione imposto dal Prefetto di Cagliari nel
2004 e mai revocato. Per questo, quando gli agenti della Forestale stavano
svolgendo una perquisizione nella sua abitazione nell’ambito di un’
operazione antibracconaggio, Antonio Madau, 61 anni, ha tentato di disfarsi
in fretta e furia del fucile. Sperando di farla franca, ha scavalcato la
recinzione per nascondere la doppietta in un cespuglio. I ranger l’hanno
bloccato e arrestato. Poi, su ordine del pubblico ministero Daniele Caria, l
’hanno accompagnato in carcere. Il giudice ha poi convalidato l’arresto
sottoponendo Madau a obbligo di dimora. Gli uomini della Forestale l’avevano
fermato qualche giorno prima a Santa Lucia, in agro di Uta, mentre
trasportava parecchi tordi appena catturati.
In flagranza di reato sono stati sorpresi anche altri cacciatori di frodo:
G. F. di 43 anni, P. D. di 27 e M. C. di 32, tutti di Capoterra.
Quest’ultimo era stato condannato nel 2001 per un incendio nell’oasi
naturalistica di Monte Arcosu gestita dal Wwf. Di Capoterra è anche M. M. di
68 anni, denunciato per caccia di frodo.
Nel suo appartamento i ranger hanno sequestrato 560 tordi e merli congelati
pronti alla vendita, sette cinghiali divisi in 48 pezzi catturati con i
lacci, come dimostrerebbero gli ematomi rimasti nella zona del collo a
indicare la morte per soffocamento con i cavetti d’acciaio.
Operazione antibracconaggio anche sui Sette Fratelli. Nella rete tesa dai
ranger di Sinnai a San Gregorio e San Pietro Paradiso sono incappati I.O. di
47 anni e S. S. di 57 (entrambi di Sinnai) e I. C. di 52 di Quartucciu.
Sequestrate 1200 reti, trappole e lacci e 250 volatili.
A Monte Cresia la Forestale di Campuomu ha invece denunciato R. S. di 74
anni e D. M. di 65, entrambi di Mara, mentre prelevavano i volatili
catturati dalle reti. E a Monte Paulis i ranger di Castiadas hanno
denunciato E. C. di 46 anni di Maracalagonis e P. E di 57 di Quartu per
uccellagione. A. PI.
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Allumiere. Partirà presto
Caccia controllata e guerra al bracconaggio: è l’azienda venatoria
progettata dall’Agraria
http://www.ilmessaggero.it/view.php?data=20080112&ediz=10_CIV_VECCHIA&npag=3
6&file=G_3596.xml&type=STANDARD
di TIZIANA CIMAROLI
L'Azienda faunistico venatoria c'è. O meglio, per ora c'è solo il progetto,
ma tempo ancora qualche settimana e nelle incontaminate campagne di "Bandita
Grande" l'Università Agraria riuscirà a realizzare una distesa di 1410
ettari. Grazie all'interessamento del vice presidente Antonio Pasquini
(Pd) - che ha curato l'iter in prima persona, con il supporto di un comitato
locale di cacciatori e dell’amministrazione comunale - finalmente l'ente
agrario potrà iniziare a programmare lo sport della caccia in maniera più
congeniale alle norme vigenti.
«Con l'istituzione dell'Azienda faunistico venatoria - sottolinea il vice di
Aldo Frezza - l'Università Agraria e l'amministrazione comunale hanno
riconosciuto l'importanza di dare al territorio, di alto valore
naturalistico, una regolamentazione particolare della caccia, tesa a una più
rigorosa protezione della fauna selvatica autoctona. La realizzazione di
questa area permetterà infatti di controllare l'immissione degli animali e
soprattutto di ostacolare il fenomeno del bracconaggio». All'interno
dell'azienda, annualmente verranno immesse specie di fagiano, cinghiale,
lepre e forse, ma in una fase successiva, anche il capriolo, per un totale
di circa duecento capi.
«La prossima settimana - continua Pasquini - è già stato organizzato un
primo tavolo di lavoro assieme ai cacciatori locali, cui verrà affidata la
gestione della superficie. I primi interventi di prossima realizzazione
consisteranno nel miglioramento delle disponibilità alimentari dell'area
attraverso la semina di colture foraggere e cerealicole e nell'applicazione
di mangiatoie per la distribuzione di granaglie durante i periodi critici
(inverno ed estate). L'Azienda ha per scopo anche il mantenimento e il
ripristino degli ambienti naturali e in agricoltura l'uso razionale dei
prodotti chimici ai fini dell'incremento della fauna selvatica».
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AMBIENTE
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Veneto ed Emilia non hanno ancora trovato un’intesa per gestire le aree
protette e il ministero dell’Ambiente va all’attacco: ci pensiamo noi
Delta del Po, il parco lo vuol fare Roma
Enti locali contrari. L’assessore Marangon: «Questa è un manovra di Pecoraro
contro le opere che devono sorgere qui»
http://www.gazzettino.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Main&Codice=3641515&P
agina=11
Rovigo
NOSTRO SERVIZIO
Un parco nazionale per il Delta del Po.
Pare proprio che a Roma, i due parchi regionali del Veneto e dell'Emilia
Romagna, nati rispettivamente nel 1997 e nel 1988, non bastino più. Le due
Regioni non si sono ancora accordate e, di fatto, sembra voler dire
l'Esecutivo, stanno ritardando la fusione in un'unica struttura protetta per
l'area umida più importante d'Italia. Quindi, d'imperio, ci penserà il
governo centrale.
Mossa a sorpresa quella annunciata da palazzo Chigi. Il ministero
dell'Ambiente di Alfonso Pecoraro Scanio giovedì ha convocato nella Capitale
gli assessori veneti Renzo Marangon (Politiche del territorio) e Flavio
Silvestrin (Enti locali e personale), insieme ai loro omologhi emiliani Lino
Zanichelli (Ambiente) e Luigi Gilli (Programmazione territoriale).
Fin dall'oggetto, la nota non lasciava scampo: Istituzione dell'area
protetta di stampo nazionale. Altrettanto ostico confutare le motivazioni
addotte: «Visto che - spiega lo scrivente direttore generale del ministero
Aldo Cosentino - la previsione di un parco interregionale del Delta del Po è
contenuta nella legge 394 del 1991 che dà tempo due anni alle Regioni
interessate per istituire un parco interregionale d'intesa con il ministero
dell'Ambiente, qualora non si perfezioni l'iniziativa nel termine citato, è
prevista la nascita di un parco nazionale».
Non solo: la disposizione normativa è stata oggetto di concertazione nella
Conferenza Stato-Regioni del 12 ottobre 2000 da dove è scaturita l'intesa
sui criteri di individuazione delle riserve naturali statali non collocate
nei parchi nazionali per la quali la gestione è affidata alle Regioni. Da
qui ministero dell'Ambiente e Regione Emilia Romagna convennero che tali
riserve cedute in gestione a quest'ultima, se entro il 31 dicembre 2001 non
fosse arrivato a definizione il parco interregionale, avrebbero dovuto
essere retrocesse alla gestione statale in vista della trasformazione in
parco nazionale.
«A tutt'oggi il Parco unico tra Veneto ed Emilia non c'è - sottolinea il
ministero - E dette Regioni nulla hanno prospettato in merito». Da qui
l'avvio del necessario confronto tra questi enti e lo Stato per concordare
la definizione della tutela dell'area nel rispetto della normativa vigente.
Ieri è stato lo stesso assessore Marangon a divulgare l'informativa
sull'incontro sottolineando di aver già espresso la ferma contrarietà della
Regione a ogni iniziativa che sopravvanzi la titolarità veneta su un lembo
importante del proprio territorio. «È una provocazione - ha tuonato
Marangon - Non esiste la benché minima condizione né normativa né generale
per una forzatura di questo tipo. È sicuramente una manovra architettata dal
ministro Pecoraro Scanio e dal gruppo politico dei Verdi per forzare la mano
nei confronti del governo locale. Oltretutto non è vero che Veneto ed Emilia
sono rimaste inerti. Sono in atto collaborazioni decisive per il nuovo Piano
ambientale unico per entrambe le aree protette».
Cosa ci sia dietro la mossa del ministro dell'Ambiente è facile indovinarlo.
«Questa è una minaccia - ha risposto Marangon - Nel mirino di Pecoraro
Scanio ci sono le grandi opere infrastrutturali che devono sorgere nel
Delta».
Colpito nel segno. Terminal gasiero e soprattutto riconversione a carbone
della centrale Enel di Polesine Camerini sono due progetti che subirebbero
un contraccolpo mortale dall'istituzione di un parco nazionale. E se per la
prima la sua collocazione fuori costa, bene o male, potrebbe venire
tollerata, non così sarebbe per il carbone di Enel. In pratica, il ministro
verde fatica ad arrivare al proprio obiettivo di fermare la riconversione
per l'isolamento incontrato dal suo no nel consiglio dei ministri? Cambio di
fondale e voilà: il territorio che ospita la centrale viene sottrato
all'egida ambientale del governo veneto e il gioco è fatto.
Del resto va anche detto che, da un lato Regione Emilia Romagna e Provincia
di Ferrara sono sempre state fortemente critiche nei confronti della
presenza di una centrale di produzione energetica nel Delta, anche se in
sponda polesana, e dall'altra che l'interregionalità dal 2001 non ha fatto
passi avanti anche perché l'Emilia ha sempre indirettamente fatto capire che
il no alla centrale è condizione preliminare agli accordi. Così come
l'esistenza di un parco solo regionale ha sempre permesso al governo veneto
mano libera sulle scelte legate alla riconversione energetica in loco.
Un fermo rifiuto all'iniziativa ministeriale è arrivato anche dal presidente
della Provincia Federico Saccardin che è anche presidente del Parco veneto:
«Non daremo alcuna disponibilità a subire una gestione commissariale del
nostro territorio». Franco Pavan
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LA STORIA
Oltre trent'anni di attesa per un soggetto a due teste
http://gazzettino.quinordest.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Main&Codice=36
41516&Data=2008-1-12&Pagina=11
Mestre
(r.n.) Del parco «bicefalo», sorto formalmente nel 2001, ma atteso da oltre
trent'anni, rimane un sito internet e poco altro: qualche itinerario guidato
per i visitatori, strutture ricettive ridotte al minimo. Una grande
incompiuta, se si pensa al potenziale dell'area che si affaccia
all'Adriatico, ricca di specie faunistiche che ne fanno un territorio
conteso, per ragioni opposte, da ambientalisti e cacciatori.
Correva l'anno 1984 quando una legge quadro nazionale poneva le basi del
Parco del Delta del Po, premiando anni di lavoro per i promotori di Italia
Nostra, con Gianluigi Ceruti in testa. Per gli ambientalisti, però, il
lavoro era appena iniziato. Mentre l'Emilia Romagna, già nel 1988, varava
una legge che istituiva la propria porzione di parco regionale (dando vita
alla tutela e allo sviluppo del Bosco della Mesola), in Veneto si consumava
un lungo braccio di ferro tra favorevoli (ambientalisti, enti locali e
imprenditori turistici), e contrari (cacciatori, pescatori e una fetta
consistente della popolazione legata all'attività della centrale elettrica
di Polesine Camerini).
Bisognava attendere il 1997 perché anche il Veneto varasse la legge
regionale 36 che istituiva a sua volta il parco regionale del Delta del Po
nei territori dei Comuni di Rosolina, Porto Viro, Ariano Polesine, Taglio di
Po, Porto Tolle, Adria, Loreo e Papozze. Il testo non contribuiva però ad
accelerare la nascita del parco, e doveva scendere in campo il Cnel
(Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) per impegnare i soggetti al
di qua e al di là del grande fiume a collaborare con impegno alla gestione
del parco «bicefalo». Con risultati che, timidamente, cominciavano ad
arrivare. In modo che però il governo ha ritenuto insoddisfacente, e tale da
giustificare l'atto con il quale Roma vuole ora sostituirsi alle istituzioni
locali per realizzare, una volta per tutte, il parco atteso da decenni.

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Simone Bonanomi
Lega Abolizione Caccia
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