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NEWS: Giornali Internet 13/01/07



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CACCIA
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ADRO. Un 50enne stroncato da un malore durante la vacanza
Muore in Scozia
http://www.bresciaoggi.it/ultima/oggi/provincia/Eab.htm
Si allungano i tempi per il rimpatrio della salma di Alberto Rottini, il
pensionato di 50 anni stroncato da un malore mentre si trovava in Scozia per
una battuta di caccia.
Gli accertamenti medico legali si svolgeranno solo mercoledì anche se, i
familiari della vittima originaria di Capriolo ma residente ad Adro, stanno
cercando di ottenere il nulla osta alla sepoltura in tempi più brevi. La
tragedia si è consumata all’alba di giovedì sull’isola di Arran meta degli
appassionati di caccia a beccacce e selvaggina: da poche ore la moglie Maria
Rosa era atterrata all’aeroporto di Glasgow. Voleva trascorrere con il
marito il resto della breve vacanza, invece all’arrivo sull’isola ha appreso
della tragedia. Alberto Rottini era molto conosciuto in Franciacorta: membro
dell’Associazione nazionale Alpini di Capriolo aveva stretto amicizie e
legami anche ad Adro dove abitava da qualche anno in via Colzano. Era
partito con un viaggio organizzato la settimana scorsa: avrebbe dovuto
restare in Scozia fino a giovedì. Mercoledì scorso aveva telefonato a casa:
conversando con la moglie aveva raccontato di aver avuto un leggero malore,
forse legato alla stanchezza. Ma nulla lasciava presagire la tragedia. «Le
cause saranno accertate dall’autposia per ora siamo riusciti soltanto a
sapere che si è sentito male improvvisamente» spiega Sara, la figlia
ventunenne della vittima Sara. Oltre a lei, Alberto Rottini lascia due
figli: Luca di 24 anni e Francesco di 18.
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Sconcerto tra i cacciatori: «In quella casa trovati più capi di quanti ne
possiamo abbattere tutti noi»
«Neppure un bracconiere può arrivare a tanto»
http://gazzettino.quinordest.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Treviso&Codice
=3643463&Pagina=VITTORIO%20VENETO%20QUARTIER%20DEL%20P
Vittorio Veneto
«Sono rimasto allibito nel vedere il carico del fuoristrada Land Rover
furgonato della Forestale. Mai avrei immaginato che un bracconiere potesse
arrivare a tanto. È un episodio gravissimo che scredita tutti i cacciatori.
In casa di quell'uomo sono stati trovati molti più capi di quanti ne possono
abbattare complessivamente in un anno tutti i nostri soci sia in caccia
normale che in selezione». Sono parole di Ezio Casagrande presidente e primo
responsabile della Riserva Comunale Alpina di Vittorio Veneto la più
numerosa della provincia con circa 400 iscritti, all'indomani del sequestro
da parte di Carabinieri e Forestali di trofei e carne di cervi, caprioli,
camosci e cinghiali rinvenuti a Cappella Maggiore nelle abitazioni di E. C.,
cacciatore di 41 anni e del padre.«È incredibile vedere quelle armi e quelle
trappole e il modo con il quale venivano usate - prosegue Casagrande - E. C.
è socio della nostra Riserva per cui è ipotizzabile che buona parte di quei
trofei sia appartenuta a selvaggina abbattuta nel nostro territorio, per
ciò, in qualità di responsabili della riserva attenderemo l'evolversi della
situazione per valutare se costituirci civilmente nei confronti di quanti
hanno abbattuto abusivamente dei capi di selvaggina creando un danno alla
riserva stessa. Da tempo anche i nostri selezionatori incaricati di
osservare questa selvaggina tipica avevano notato la sparizione di alcuni
capi di cervo e capriolo e soprattutto di camosci, specie protetta che da
una decina d'anni stazionano sul valico del monte Pizzoc e che in tutto
questo periodo hanno mantenuto inalterato il loro numero pur dimostrandosi
popolazione attiva. Più volte - conclude il presidente dei cacciatori - nel
corso delle assemblee avevo messo al corrente i soci di questo deplorevole
fenomeno. Ora è doveroso complimentarci con Carabinieri, Corpo Forestale e
agenti della Vigilanza Venatoria Provinciale che dopo intere notti trascorse
in appostamenti hanno risolto una situazione incresciosa e pericolosa che si
protraeva da troppo tempo a scapito di tutti noi». Giorgio Marenco
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AMBIENTE
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«Meglio un parco nazionale che la super Pro loco»
L’ex commissario Luigi Migliorini: ho ricordato al ministro le scadenze
imposte dalla legge
http://gazzettino.quinordest.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Rovigo&Codice=
3643363&Pagina=ROVIGO
Alla preoccupazione dell'assessore regionale Renzo Marangon, che vede nella
possibilità di un parco nazionale del Delta del Po una sorta di blocco per i
progetti di centrale e rigassificatore, e del presidente della Provincia
Federico Saccardin, presidente anche del parco veneto, che teme un
commissariamento del territorio, fa da contraltare l'opinione di due "padri
nobili" del parco, Gianluigi Ceruti ed Elios Andreini.Decisa la posizione di
Ceruti, che da deputato fu primo firmatario della legge quadro sulle aree
protette (394 del 1991), e che sostiene "l'opportunità" della creazione di
un parco nazionale.
«Nella fase di discussione della 394, con un emendamento del Senato, fu
introdotto il concetto di parco interregionale - spiega Ceruti -. Una
decisione presa lì per lì, per non fare il parco nazionale e lasciare lo
Stato fuori dalla gestione, quasi che le Regioni fossero in qualche modo più
meritevoli. Comunque la legge prevedeva che Emilia Romagna e Veneto entro
due anni provvedessero, d'intesa con il ministero dell'ambiente,
all'istituzione del parco naturale interregionale del Delta del Po. Se
questo non fosse accaduto sarebbe stato istituito il parco nazionale».
Ma alla scadenza del 1993 non accadde nulla. «Le Regioni non fecero niente e
cominciò una serie di proroghe. Sono cambiati i governi e i ministri, ma non
si è mai data attuazione a quella disposizione. Nemmeno il parco nazionale è
stato mai fatto. Però la legge continua a prevederlo».
Insomma, l'iniziativa del ministero di convocare gli assessori regionali,
non stupisce Ceruti che aggiunge: «Il parco nazionale darebbe maggiore
protezione a una delle zone umide più importanti del mondo. Così come è oggi
quello veneto non può nemmeno chiamarsi parco: valli da pesca e laguna sono
per gran parte fuori dalla perimetrazione».
La colpa, secondo Ceruti, è di una classe dirigente che arriva sempre in
ritardo e manca di lungimiranza, che non ha veri progetti e che «accetta
ignobilmente tutto quello che le viene imposto dall'esterno».
Analoga la posizione di Andreini, che visse l'esame della legge al Senato.
«I tempi della sua attuazione non sono mai stati rispettati. Col consenso di
tutti i ministri, va detto. E di interregionalità non si è più parlato. Solo
recentemente i due parchi hanno cominciato a incontrarsi e a fare qualche
iniziativa in comune». E continua: «Dopo quelli del Delta del Po, sono nati
diversi parchi nazionali. Strutture che hanno il vantaggio di ricevere
contributi statali e di poter dare di sé un'immagine più incisiva. Ma il
vero nodo - aggiunge - è che il parco veneto non riesce a produrre quello
che dovrebbe. Non c'è ancora un piano del parco e i sindaci, componenti
degli organismi, mettono continui veti sul territorio. Un unico ente
interregionale avrebbe il vantaggio di poter condividere un solo strumento
urbanistico. Invece i veneti vanno avanti a vista, con situazioni al limite
del paradosso. Come le valli da pesca private, tenute fuori dai confini del
parco, in cui è permessa la caccia».Quanto ai timori di Marangon per i
progetti infrastrutturali, Andreini è lapidario: «La riconversione a carbone
della centrale non va fatta, sia che il parco sia interregionale o
nazionale».
Chi aveva scritto, qualche mese fa, al ministro Pecoraro Scanio chiedendo la
piena attuazione della legge 394, era stato l'ex commissario del Parco,
Luigi Migliorini. «In parte si è trattato di una provocazione - osserva -
dovuta ai gravi ritardi dell'ente. Il piano del parco doveva essere
predisposto entro il 1999 e ancora manca. Quando, nel 2005, sono diventato
commissario non erano stati nominati neanche tutti gli organismi di
rappresentanza».
E spiega: «Ho ricordato al ministro le scadenze di legge. Meglio un parco
nazionale gestito da poche persone specializzate che lo valorizzino e lo
sappiano lanciare, piuttosto che questa "super Pro loco" in cui i
rappresentanti dei comuni si spartiscono i finanziamenti. Però dovrebbe
essere più piccolo dell'attuale e limitato alle zone di vera valenza
ambientale». Cristina Fortunati
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LE REAZIONI A PORTO TOLLE
«Così si congela il territorio»
Il sindaco Finotti e Forza Italia: arma usata da Pecorario Scanio contro la
centrale
http://gazzettino.quinordest.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Rovigo&Codice=
3643365&Pagina=ROVIGO
Giù le mani dal Parco regionale del Delta del Po. O, meglio, giù le mani
dalla centrale Enel di Polesine Camerini. Ci è voluta la mossa con cui il
ministero dell'Ambiente ha avviato l'iter per traformare i parchi regionali
del Delta veneto ed emiliano in un unico parco nazionale, ma per una volta
sembra proprio che il sindaco Silvano Finotti e gli esponenti locali di
Forza Italia abbiano trovato una posizione concorde.
«È un'idea che ciclicamente ritorna - tuona Finotti - ma oggi assume un
rilievo ben più importante e pericoloso: l'iter per l'esame del progetto
Enel per la conversione a carbone della centrale di Polesine Camerini sta
riprendendo e, dalla tempistica dettata dal ministero, l'arma del Parco
nazionale pare sia utilizzata in antitesi a questo e a tutti i progetti nei
comuni interessati dall'area protetta. Ma come può convivere l'idea di
sviluppo economico con l'estrema e rigorosa tutela ambientale che un Parco
nazionale richiede?».
Vista dall'ottica di chi amministra il comune più rappresentativo del Delta
del Po, il Parco nazionale acuirebbe il disagio espresso nel passato, e
vanificherebbe gli sforzi per individuare condizioni gestibili a livello
locale. «Il tempo trascorso dall'entrata in vigore della legge è servito a
smussare gli angoli di un'opinione diffusa e fondata per la quale non è vero
che tutto ciò che si chiama Parco è oro. Il ministro Alfonso Pecoraro Scanio
non ama la centrale a carbone, e non solo quella, ma usare quest'arma per
impedirne la realizzazione va oltre ogni limite. Ma se questo è il tema del
confronto, quante e quali sono le risorse che si intendono mettere a
disposizione per il Parco nazionale, per i circa 70mila abitanti che per
metà sono operatori agricoli e della pesca e saranno dunque i più soggetti
ai vincoli? O pensa ad un Parco desolato, regolato dalle acque del fiume e
del mare, magari con la vecchia idea della difesa sulla Romea?».
Per parte sua, il direttivo comunale di Forza Italia rilancia l'allarme
dell'assessore regionale Renzo Marangon e ribadisce che «in questo momento,
non ci sono nè le condizioni generali, nè quelle normative, per istituire il
Parco nazionale. La Regione e l'Ente Parco hanno iniziato a discutere con le
amministrazioni locali e con i portatori di interesse, per definire un Piano
del Parco condiviso. Pensare ora ad un Parco con normative nazionali, ci
sembra una follia. A meno che, il fine del ministro Pecoraro Scanio e della
sinistra al potere, sia quello di congelare il territorio bloccando i
progetti di iniziative infrastrutturali quali centrale e terminal gasiero».
Per dare seguito alla cosa, il consigliere Alberto Bergantin (Fi) ha
presentato una proposta di ordine del giorno per esprimere "la netta
contrarietà" del consiglio comunale al Parco nazionale e invitare la Regione
Veneto a difendere le ragioni del Delta. Enrico Garbin

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Simone Bonanomi
Lega Abolizione Caccia
http://www.abolizionecaccia.it
http://www.anticaccia.it