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...molti potevano essere salvati



Con un pensiero a quei bambini portati in braccio dalle loro madri, come se
dormissero

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L'Unità
Globalizzazione per soli ricchi

30-12-2004

Non si è finito di contare le vittime annegate dallo tsunami (70.000, 100.000,
di più?), che già si sa che ne moriranno altrettanti, forse molti di più, per
le condizioni sanitarie lasciate dalla catastrofe. Di colera o di malaria, di
epidemie causate dalle condizioni igieniche e dalla mancanza di acqua potabile,
anziché direttamente a causa dell'onda assassina. La nuova, forse ancora più
tremenda ecatombe attirerà la nostra attenzione quanto la prima? Non c'è da
darlo per scontato. Della prima, il mondo s'era accorto con emozione
soprattutto perché aveva coinvolto alcuni noti paradisi turistici. Nei primi
notiziari sembrava che non ci fosse altro degno di nota. Ci si preoccupava solo
dei turisti. Anzi, per molte ore, giorni sarebbe più esatto, chi apriva tv e
giornali era portato a credere anzi che ci fossero solo turisti italiani
(mentre quelli ancora dispersi di altre nazionalità sono molti di più). L'
attenzione si concentrava sulle Maldive, dove a questo punto ci sono una
sessantina di morti accertati, e sulle coste della Thailandia, dove sono 1.700,
ma solo perché il maremoto ha investito anche la meta turistica di Pukhet. Ci
sono voluti due giorni per accorgersi che erano state travolte 7.000, forse
15-20.000 persone lungo le coste dell'India meridionale, 25.000, forse 30,
forse 40 lungo quelle del molto più povero Sri Lanka. Tre giorni per cominciare
a rendersi conto che la carneficina era stata molto più immane lungo le coste
dell'ancora più povera provincia indonesiana dell'Aceh: 50.000 morti già
accertati, forse 70-80.000, forse di più. Un terremoto o uno tsunami non
guardano in faccia nessuno, non distinguono per censo nella loro azione
devastatrice, trascinano ricchi e poveracci, verrebbe da pensare. Ma le cose
non stanno affatto così: anche il più "naturale" dei disastri si accanisce sui
più poveri molto più di quanto si accanisca su coloro che stanno, anche solo un
poco, meglio. Le onde stanno restituendo alle spiaggie di Pukhet e delle
Maldive i cadaveri dei turisti e degli abitanti locali senza fare distinzione,
ma ce ne sono molti di più strappati ai villaggi di pescatori in India o a
Ceylon, dove pure l'onda assassina è arrivata diverse ore dopo. Nello Stato
meridionale, e più povero del resto dell'isola di Tamil Nadu, si stima che
quasi il 10 per cento della popolazione sia rimasto senza tetto. E,
soprattutto, senza acqua potabile. Ancora peggio nell'Aceh indonesiano, enclave
povera di un'economia altrimenti fiorente, da dove i reportage riferiscono di
caos totale, popolazione lasciate totalmente in balia di sé stesse perché
coloro che dovrebbero soprintendere all'emergenza civile sono periti anche
loro, o perché prima che agli altri pensano ai propri familiari, di ambulanze
razionate a due litri di benzina al giorno perché non arriva nessun
rifornimento, di intere zone, con centinaia di migliaia di abitanti ancora
totalmente isolate. Abbiamo visto le orrende foto delle fosse comuni: lì non
riescono a scavare nemmeno quelle, al terzo giorno i cadaveri in putrefazione
continuano a decomporsi per le strade della capitale, Banda, raccontano. Non è
vero che ci sia eguaglianza nemmeno di fronte alla morte: lo tsunami con loro è
stato più crudele, continuerà a mieterne un numero ancora maggiore il dopo. L'
arcipelago giapponese è più a rischio di tsunami di qualsiasi altra parte del
mondo. Ma ha pochissime vittime quando colpiscono, non solo perché hanno
migliori sistemi di avvertimento, ma perché un giapponese è 43 volte più
"ricco" di un indonesiano. Ed è per la stessa ragione che un terremoto delle
stessa potenza, in Iran o in Turchia fa decine di migliaia di morti, e procura
solo un grande spavento a Kyoto o in California. «Il terrore iniziale associato
allo tsunami e al terremoto in sé potrebbero impallidire di fronte alle
sofferenze più a lungo termine», ha avvertito il capo dell'unità di crisi
dell'Organizzazione mondiale della sanità David Nabarro, dal suo quartier
generale a Ginevra. Si cerca freneticamente di far qualcosa, l'ufficio delle
Nazioni unite a Giakarta dice di aver inviato 175 tonnellate di riso, le hanno
trasportate i militari indonesiani con gli stessi aerei con cui sino a qualche
ora prima sbarcavano truppe per domare la provincia ribelle secessionista. Si
promette e si offre assistenza da tutte le parti, e non solo per evacuare i
propri turisti. Si mobilita persino il gigante economico Cina. Il Giappone ha
promesso di "regalargli" un sistema di avvertimento per i maremoti. Gli
australiani fanno sapere di avergliene già offerto uno. Ma perché gli
avvertimenti funzionino occorre che ci siano sistemi di comunicazione, capaci
di trasmetterli, organizzare evacuazioni. Quanti telefoni cellulari c'erano in
funzione in quelle ore, se non altro in mano ai turisti occidentali, capaci di
accogliere un Sms di allerta? Eppure a nessuno è passato per la mente di fare
quello che più modestamente, aveva fatto Berlusconi ricordando su tutti i
cellulari di andare a votare. Figurarsi se si tratta di avvertire gente che
"non conta". Ma più terrificante di quel che è già successo è la sicurezza con
cui ci viene "matematicamente" preannunciato che altre 100.000 persone, forse
molte di più, moriranno di colera, o di malaria, o di altre malattie e di
stenti. Ma sino a che punto possiamo essere sicuri che il resto del mondo se ne
accorgerà? In questa stessa settimana, nelle stesse aree colpite dalla calamità
"naturale", un numero pari a questo di donne, anziani, bambini sarebbero morti
"prematuramente" per malattie facilmente curabili. In Aceh la guerra contro i
secessionisti ha provocato un numero molto maggiore di vittime, così come la
lunga guerra contro i tamil nello Sri Lanka. Senza che il resto del mondo vi
prestasse la minima attenzione. Così come non ha mai destato la minima
attenzione la stima che, anche nel 2005, così come è avvenuto nel 2004,
continueranno a morire "prematuramente", e senza che ci siano catastrofi
naturali, di "semplice" malaria, acqua inquinata, mancanza di servizi sanitari
elementari, almeno altre 120.000 persone, ogni settimana, una settimana dopo
l'altra. Leggiamo che le assicurazioni tirano un sospiro di sollievo: queste
vittime non si potevano permettere polizze. E che gli economisti stimano che il
disastro non peserà probabilmente sul pil dei paesi interessati più di mezzo
punto di crescita. Molto meno di quanto si temeva potesse pesare la Sars, che
di vittime ne ha fatte appena qualche decina. Di più pesa all'Africa (1,2 punti
di pil, 12 miliardi di danni) il semplice fatto che la malaria è fuori
controllo, anche a causa del fatto che a suo tempo è stato bandito il DDT. C'è
un rimedio? Scuotere la "coscienza sporca" dell'Occidente può anche essere
utile. Ma certo non basta. Qualcuno comincia a suggerire di perdersi meno in
discussioni sui pro e sui contro della globalizzazione (il maggior numero di
vittime si è avuto tra i meno "globalizzati", e quindi i più poveri), sulle
mega-minacce tipo l'effetto-serra e i mutamenti subitanei del clima, e un po'
di più dello sviluppo economico, per chi non ce l'ha. Qualcuno in modo
provocatorio, come Michael Crichton nel nuovo romanzo "anti-fondamentalismo
ambientalista", «State of Fear», che presto dovrebbe arrivare anche in
traduzione italiana. Altri in modo più ragionato. Dire che «lo sviluppo salva
vite» è superficiale quanto sostenere che tutto sarebbe colpa dell'effetto
serra e della globalizzazione. Ma non può far male cominciare a ragionare
meglio, senza preconcetti fondamentalisti di sorta, sull'argomento.

Siegmund Ginzberg


L'Unità
Quanti potevano essere salvati?

28-12-2004

Un terremoto, anche di potenza devastante come quello avvenuto nell'Oceano
Indiano lunedì scorso, si consuma in pochi secondi. Le sue vittime non possono
essere salvate, se non con una lungimirante prevenzione. Ma le onde anomale di
un maremoto impiegano molto tempo prima che si abbattano su coste lontane
centinaia e persino migliaia di chilometri dall'epicentro. Anche se lo tsunami
ha la velocità di un jet, può giungere a destinazione decine di minuti, persino
ore dopo il sisma che lo ha provocato. Con un buon sistema di sorveglianza le
vittime del maremoto possono essere salvate. Con un pronto all'erta decine di
migliaia di persone, lunedì scorso, avrebbero certamente evitato la morte. Quel
sistema di pronto allerta esiste. L'uomo, ma bisognerebbe dire l'uomo
occidentale, ha la capacità tecnologica, con una rete piuttosto fitta di
sismografi, non solo di rilevare in tempo reale un terremoto e la sua esatta
collocazione. Ma ha anche la possibilità, per esempio con la sua rete di
satelliti, di individuare l'onda anomala eventualmente provocata dal sisma e di
prevedere in anticipo dove, quando e come arriverà. Un sistema di allarme
collegato con il sistema di rilevazione può, dunque, con largo anticipo
avvisare le popolazioni costiere interessate e consigliarne la rapida
evacuazione. Non è un sistema avveniristico. In Giappone - spiega l'ingegner
Luigi Cavaleri dell'Istituto di Scienze Marine del Cnr di Venezia - ce n'è uno
che funziona così bene che consente alle persone allertate non solo di mettersi
in salvo ma anche di raccogliere l'attrezzatura necessaria e, telecamera alla
mano, documentare regolarmente i maremoti, riprendendone gli effetti
catastrofici ma spettacolari. Nel caso del disastro «che ha colpito il Sudest
asiatico, l'India, lo Sri Lanka e le Maldive - sostiene ancora Cavaleri - c'era
tempo per avvisare la popolazione. Il problema è stato e rimane la mancanza di
un opportuno sistema di previsione e di informazione alla popolazione».
Insomma, se l'India, lo Sri Lanka, l'Indonesia, il Bangladesh, la Somalia e le
altre nazioni che affacciano sull'Oceano Indiano avessero avuto il sistema di
allarme tsunami in dotazione al Giappone, decine di migliaia di vite umane si
sarebbero salvate. La catastrofe di lunedì scorso non era solo annunciata, ma
anche evitabile.Perché la tecnologia e l'organizzazione che aiutano le
popolazioni del ricco Giappone (ma anche degli Stati Uniti o dell'Australia)
non sono state capaci di aiutare le popolazioni povere dello Sri Lanka,
dell'India, del Bangladesh e di molte altre nazioni asiatiche e africane? Si
possono invocare diverse ragioni per rispondere a queste domande. Per esempio,
perché nei paesi poveri mancano le risorse per allestire il sistema di allarme.
Perché nei paesi poveri la percezione del rischio - compreso il rischio
sismico - è diversa che nei paesi ricchi. E tuttavia c'è un'altra
considerazione semplice - forse troppo semplice - da fare. Una considerazione
che riguarda anche noi, abitanti dei paesi ricchi. Esistesse al mondo un
sistema di protezione civile, afferente alle Nazioni Uniti, sul tipo
dell'Organizzazione Mondiale di Sanità (che si occupa del rischio sanitario) o
anche sul tipo della Fao (che si occupa del rischio alimentare), gran parte
delle persone morte a causa del maremoto di lunedì scorso si sarebbero salvate.
Il costo per allestire un simile sistema è forse insopportabile per i singoli
paesi poveri (e anche per un paese grande e in via di rapido sviluppo come
l'India), ma è certamente sopportabile dalla comunità internazionale. Se poi
l'Occidente estendesse a questa agenzia di protezione civile globale le
informazioni in suo possesso, i costi diventerebbero davvero minimi. Al limite
dell'irrisorio. Questo sistema di protezione civile globale è una necessità.
Sia perché è intollerabile che per così poco, così tanti - solo perché vivono
in paesi poveri - paghino con la morte. Sia perché col cambiamento globale del
clima il rischio di tragiche calamità - come alluvioni e inondazioni - sta
aumentando rapidamente. Un sistema di protezione civile globale è, in questo
scenario, qualcosa di più di un bisogno. È un diritto non più alienabile.
Pietro Greco
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Version: 7.0.298 / Virus Database: 265.6.6 - Release Date: 28/12/2004