Pagine contro Aviano 2000
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Aviano. Una base che mette soggezione

di Sofia Chiarusi
Non sono in molti, in Friuli Venezia Giulia, ad aver voglia di parlare di Aviano. Anzi, c'è talmente poca voglia che il Consiglio e la Giunta regionale - nonstante l'interrogazione urgente presentata da Rifondazione Comunista - hanno deciso di discutere la questione appena il prossimo martedì. Ufficialmente attendono il risultato delle indagini, probabilmente preferiscono aspettare che i riflettori si spengano su quella che a tutti gli effetti è una strage annunciata.

I voli a bassa quota nelle esercitazioni d'addestramento sono normale amministrazione, i danni che provocano alle persone e alle cose routine quotidiana. Nella migliore delle ipotesi le tegole si sollevano dai tetti delle abitazioni ad ogni decollo o atterraggio, ma la gente del luogo, vittima di inquinamento acustico e ambientale, pare averci fatto l'abitudine. I sindaci dell'avianese, i primi che dovrebbero proteggere la salute dei concittadini, non foss'altro per rispetto al loro ruolo istituzionale, sono in realtà coloro che più di tutti si battono per tutelare gli interessi della base Usaf. Perché gli americani significano soldi, lavoro per 700 italiani all'interno della Base, affari, commerci. Perché gli americani sono nell'immaginario collettivo della zona "bravi e buoni", ricorda Augusta De Piero Barbina, che poche settimane fa ha definitivamente tirato la spugna e rassegnato le sue dimissioni dal Co.Mi.Par., Comitato paritetico misto per le servitù militari. "E' un problema anche 'culturale', di difficile soluzione - prosegue - amplificato dall'atteggiamento dei sindaci".

La storia recente, purtroppo, le dà ragione. Nell'agosto '96 i sindaci dell'avianese inviarono alla presidenza del consiglio e alla giunta regionale una lettera in cui dichiaravano la loro aperta opposizione alla presenza della base Usaf. A guidarli era Rellini, sindaco d'Aviano, seguito dai colleghi di Budoia, Cordenons, Fontanafredda, Maniago, Montereale Valcellina, Polcenigo, Roveredo in Piano e San Quirino. Si rifecero vivi, con in aggiunta il sindaco di Porcia, nel febbraio '96, comunicando che, in seguito ai colloqui intervenuti col ministro della difesa Andreatta, ponevano alcune priorità d'intervento su Aviano 2000. Al primo posto c'erano le esigenze di viabilità, fanalini di coda sanità e ambiente. Il governo li tranquillizzò assicurando un finanziamento di 20 miliardi per la viabilità, cifra e destinazione confermate nel luglio successivo da Prodi stesso al presidente della giunta regionale Cruder. Nell'agosto '97 i sindaci comunicarono ufficialmente di essere soddisfatti e che per "ciò e con ciò vengono meno iniziative per ostacolare i tempi di ampliamento della base". "A questa dismissione di responsabilità dei sindaci dal loro ruolo di prima autorità in materia di sanità - commenta Augusta De Piero Barbina -è seguita in pratica la nascita di una corsia preferenziale tra sindaci e governo, via Co.Mi.Par. La regione è rimasta a guardare.

Così, quando il Comitato ha chiesto precisazioni sulla natura giuridica della base - dato fondamentale anche per l'Azienda sanitaria locale, costretta ad affrontare un grave problema d'inquinamento causato da una fuoriuscita di petrolio, senza poter entrare nella base - il Governo in un primo tempo rispose che si trattava di "base italiana" e quindi inviò il trattato di istituzione della Nato. Come dire non rispose. "In questo contesto, nella totale assenza di una democrazia diretta, dal momento che tutto ciò che fanno gli Stati Uniti va bene e che Aviano si sta configurando come una little Usa in Italia, - conclude De Piero Barbina - parlare di chiusura della base è ipocrita. O si sceglie la strada della chiusura di tutte le basi o forse è meglio lasciarle là dove sono e controllarle. Questo dovrebbe essere anche l'impegno delle associazioni: permette di allargare un discorso attualmente limitato solo alla presenza di atomiche e, da un punto di vista dell'azione, strade diverse da una Via Crucis. Che, da un punto di vista liturgico nasce in chiave antisemita. Riproporla oggi rende inutile l'invito all'adesione lanciato a tutte le confessioni religiose".

La sua non è una posizione isolata. Elena Gobbi, consigliera regionale del gruppo misto, denunciando a sua volta l'assurdità della decisione regionale di rimandare ogni dibattito alla prossima settimana sostiene che "qualsiasi ragionamento che si basa solo sulle possibilità di contributo, sulla monetizzazione del rischio, portando a una visione della vita inscardinabile chiude anche possibilità e spazi al pacifismo. Si doveva fare, da tre anni, una conferenza nazionale sulle servitù militari, si farà la via Crucis. E intanto i sindaci, con la nuova legge urbanistica, possono gestire flessibilmente i piani. Gli appalti per i nuovi villaggi americani verranno assegnati per il 67% a imprese italiane, per il 33% ad americani. Date le percentuali, il piano è già partito, ma in regione nessuno ne sa nulla".

tratto da il manifesto (5 febbraio 1998)


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