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Pagine contro Aviano 2000
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Aviano 2000: aspetti economici, ambientali e morali
Questo documento ripropone le schede preparate dalla Consulta Diocesana per
la Pastorale Giovanile della diocesi di Pordenone in occasione della Veglia
per la Pace tenutasi ad Aviano lo scorso 31/12/96, sul progetto "Aviano
2000" e sulle sue implicazioni.
La situazione.
L'aeroporto di Aviano nasce nel 1911.
Dal 1954 ospita il 31° stormo dell'U.S.A.F. (U.S. Air Force).
Dagli anni '60, in violazione degli accordi internazionali seguiti al
secondo conflitto mondiale, Aviano ospita testate nucleari da montare sugli
arei delle basi tedesche in caso di bisogno. Lo rivela quest'anno
l'inchiesta del giudice Mastelloni sul disastro dell'Argo 16.
Dopo la caduta del muro, emerge in seno agli alti comandi U.S.A. la
necessità di potenziare la presenza americana nel Mediterraneo in
relazione alle nuove problematich del mondo arabo, Libia in particolare.
Durante la guerra del golfo, Aviano diventa la più grande portaerei
statunitense in Europa.
Il conflitto dell'ex-Jugoslavia apre nuovi scenari militari e strategici
nei confronti dei nuovi equilibiri dell'Europa centro orientale, seguiti
alla fine dell'ex Urss.
W. Arkin, scienziato nucleare americano, in un articolo comparso nei primi
mesi del '96 sul bollettino degli scienziati atomici, correla il progetto
di "Aviano 2000" alla volontà del Pentagono di farne la più grande base
atomica fuori degli Usa. Rivela che già nel '95 Aviano ospitava 40 testate
nucleari e che nei primi mesi del 396 la base è stata ispezionata da
tecnici militari per verificarne la sicurezza e la funzionalità in vista
di un notevole potenziamento del nucleare.
Il governo italiano, per bocca del ministro della difesa Andreatta,
dichiara "di non avere notizia dell'esistenza di armamenti nucleari ad
Aviano".
Il problema economico.
La base è l'azienda più importante del Friuli Occidentale dopo la
Zanussi. Nessuna azienda in provincia ha in programma un investimento delle
dimensioni di quello statunitense: 750 miliardi di lire in sette anni, che
finiranno nelle casse di grandi ditte costruttrici italiane.
Il piano prevede infatti una serie di lavori all'interno dell'ex caserma
Zappalà e della base per adeguarla alle esigenze di una presenza militare
che andrà quasi a raddoppiare passando da circa 4.500 presenze a 8.500,
superando la popolazione avianese. A queste presenze fisse si aggiungeranno
le presenze dei reparti in transito per una super base che diventera' punto
di riferimento militare sullo scacchiere europeo. L'indotto economico è
evidente.
Lo stesso piano prevede la richiesta americana di costruire in un raggio di
trenta chilometri dalla base 2500 unità abitative, che la base
affitterebbe intanto per dieci anni: altro interessante indotto economico.
Secondo stime della Fisascat Cisl, dalla base uscirebbero 150 miliardi di
lire all'anno, distribuiti tra gli stipendi dei 600 dipendenti italiani, i
redditi dei locatori dei 3000 appartamenti affittati attualmente agli
statunitensi e i titolari di una serie di attività commerciali che vivono
della presenza americana, per un totale complessivo di 8.000 addetti.
I dubbi
Il tessuto economico della provincia di Pordenone rischia di essere
ingabbiato in un'economia di guerra, com'è accaduto per gran parte della
pedemontana, diventando completamente dipendente dalla presenza americana
ed incapace di diversificare le proprie attività produttive.
La pressione sul mercato delle locazioni è così forte che il prezzo degli
affitti è artificialmente alto e diventa sempre più fuori portata per
molti, soprattutto per le giovani coppie. Nelle zone in cui la pressione
americana è maggiore non rimane che andare a cercare casa lontano.
Aumentano sempre più le aree che sono solo dei dormitori a caro prezzo.
Anche il mercato degli immobili commerciali si avvia a diventare uno dei
più cari d'Italia, favorendo la concentrazione delle attività di
distribuzione nelle mani dei pochi che hanno i capitali per grossi
investimenti di partenza. Si determina così un artificioso aumento dei
prezzi al minuto, che colpisce tutti.
Questa massiccia presenza costringerà a rivedere e a potenziare le
infrastrutture viarie, fognarie, gli acquedotti e in genere tutti gli
impianti tecnici funzionali allo sviluppo del territorio. Il tutto a spese
dei contribuenti italiani perché gli investimenti americani riguardano
solo opere all'interno del perimetro della Base.
NE VALE LA PENA? I CONTI TORNANO PER TUTTI O SOLO PER ALCUNI?
Il problema ambientale.
L'impatto della base con le sue attuali dimensioni è già problematico:
chi sa come vengono smaltiti o se vengano smaltiti rifiuti così
particolari come quelli di una base militare con queste caratteristiche?
L'inquinamento atmosferico prodotto dagli aerei è un dato di fatto: non è
azzardato parlare di decine di migliaia di litri di carburante pruciati
mensilmente sugli abitati: perché non si calcolano e non si mettono in
conto le conseguenze sulla salute?
L'inquinamento acustico è ormai un problema sollevato da tutti i centri
abitati che si trovano sulle direttrici del decollo e dell'atterraggio
degli aviogetti: un traffico destinato ad aumentare. Con quali conseguenze?
Non si è mai fatta nessuna valutazione dell'impatto ambientale della base
attuale nè della futura super base: che cosa rappresenterà in termini di
produzione e smaltimento dei rifiuti, di cementificazione, di sfruttamento
delle falde acquifere?
A CARICO DI CHI SARÀ IL NUOVO IMPATTO AMBIENTALE?
FINO A CHE PUNTO È MONETIZZABILE UNA PROBLEMATICA CHE IMPLICA LA SALUTE DI
TUTTI OGGI E NEL FUTURO?
Il problema culturale e morale.
La base si propone come una rassicurante guardiana della sicurezza e
soprattutto della stabilità in Europa e nell'intero Mediterraneo.
Riguardo all'Italia, la presenza americana si connota come un deterrente
nei confronti di qualsiasi tentativo egemonico o di rappresaglia
internazionale (vedi Gheddafi); garanzia della stabilità e della
indipendenza.
Il dubbio.
Questa presenza muscolare veicola il culto della forza e dell'efficienza
tecnologica dei mezzi di distruzione e di morte. Il futuro dell'umanità
sembra doversi affidare alla costruzione di sistemi sempre più distruttivi
e letali e comunque alla prospettiva dell'intervento armato risolutore più
che alla diplomazia.
Una struttura così enorme e con a disposizione mezzi di tanta potenza
distruttiva provoca un senso di diffidenza soprattutto perché agisce in
base a logiche sue non influenzabili.
Fino a che punto è giusto subire una servitù imposta secondo una logica
di interessi la cui vastità sfugge e non è controllabile per chi vive in
zona?
Fino a che punto una cultura della forza e della violenza può essere
respirata senza che i modelli di comportamento collettivi ed individuali ne
risentano?
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