Pagine contro Aviano 2000
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Utopia e realismo

Rellini, sindaco di Aviano e sedicente "realista", è riuscito a scrivere su un quotidiano locale che gli aerei americani hanno impedito i massacri dei civili in Bosnia e poi imposto la fine delle ostilità, quando anche i sassi sanno che, mentre i piloti della base gironzolavano per i cieli della Bosnia, nessuno ha fermato le truppe serbe a Srebrenica, né quelle croate in Kraijna. E quanto all'ultimo giro di fuochi d'artificio, ci sono prove e testimonianze in abbondanza a dimostrare come fosse tutto concordato tra le parti per mascherare lo scellerato patto di spartizione della Bosnia già raggiunto tra Tudjman e Milosevic.
Faccio fatica quindi a capire di cosa parlano Rellini e Cardellini, l'impagabile sindacalista della Base, quando si appellano al realismo. Per me, l'analisi della realtà di Aviano parte dalla constatazione che la Base, come d'altro canto tutte le strutture militari, non serve a difendere la pace, ma gli interessi economici e il potere di pochi.
E poi, va detto che, se per qualcuno la Base è una manna dal cielo (rendite astronomiche per i proprietari immobiliari, negozi e locali pubblici con clienti assicurati, un giro d'affari di centinaia di miliardi l'anno), sulla grande maggioranza della popolazione gravano solo i disagi: affitti insostenibili, continue risse da Far-West, reti infrastutturali (fognature, raccolta dei rifiuti, traffico stradale) al limite della sostenibilità.
Mettiamoci anche i danni provocati dall'inquinamento: centinaia di aerei che quotidianamente consumano, per ogni volo, ettolitri di carburante, contaminando tutto il nostro territorio. E poi il rumore, che rende la vita impossibile a chi abita lungo le direttrici di decollo ed atterraggio, e il rischio che qualcuno di questi aerei cada (come è già successo a Ramstein e a Casalecchio di Reno) o che un incidente, un attentato, un evento sismico provochi una catastrofe nucleare.
E alla fine, tirando le somme, l'evidenza delle cose parla da sola: la Base vicino casa non ci fa più ricchi; i tanti soldi che fa arrivare non ripagano i danni e i disagi che provoca; e non c'è nemmeno la consolazione di fare un "sacrificio necessario" per permettere la costruzione di un mondo migliore.
E allora, perché dovremmo tenercela?
Per i seicento italiani che vi lavorano? Ma non crederete mica che gli avianesi siano così imbranati da non riuscire a costruirsi un tessuto economico florido, come ha fatto tutto il resto della provincia, che campa benissimo anche senza la Base?
No. Credo che se, nonostrante tutto, siamo rassegnati a convivere con la Base è perché sappiamo che questo è il prezzo da pagare per continuare a godere dei "privilegi" del mondo occidentale, cittadella arroccata in se stessa per resistere all'assalto dell'umanità povera, rimasta fuori dai cancelli del benessere.
Ma allora chiediamoci dove sta l'utopia e dove il realismo. Nell'illusione che questo ordine di cose possa reggere all'infinito o nella speranza di una società nuova, non più basata sullo sfruttamento?
Io credo che oggi, se vogliamo veramente essere realisti, dobbiamo osare l'impossibile: porci come obiettivo la chiusura della Base. Non sarà facile raggiungerlo, lo so, ma ci riusciremo, come ci sono riusciti gli spagnoli e come faranno gli abitanti di Okinawa, in Giappone, che il mese scorso, in un refendum, hanno chiesto (con una maggioranza del 90%) la chiusura della base americana.

Tiziano Tissino


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