Venendo qui mi interrogavo sul perché una associazine di ciclisti urbani o, meglio, quotidiani, come è aruotalibera, promuove una serata dedicata alla sicurezza nei tragitti che i bambini e i ragazzi devono fare per recarsi a scuola.
Un primo motivo potrebbe essere di ordine puramente egoistico e statistico: con la presenza di percorsi sicuri diminuirebbero i genitori "costretti" a portare il proprio figlio in auto e, conseguentemente scenderebbero per noi ciclisti le probabilità di essere investiti o di trovarsi con uno sportello improvvisamente aperto e, forse, ci sarebbero meno macchine i sosta sulle piste ciclabili.
Un altro, visto in una prospettiva educativa e di più lungo periodo, sono andato a cercarlo nelle motivazioni che mi portano oggi ad utilizzare la bicicletta come mezzo primario per i miei spostamenti: se anch'io fossi cresciuto credendo che l'unico modo per andare a scuola, ma anche per andare a vedere cosa c'era in fondo alla strada, fosse l'automobile, oggi sarei probabilmente un "autodipendente".
Vi auguro un buon ascolto e termino con un dato ed un saluto. A Roma, lo scorso anno, per ogni bambino nato hanno immatricolato tre nuove auto. Un saluto, che è più di un ricordo, alla piccola Elisa, investita ed uccisa in sella alla sua bicicletta solo qualche settimana fa sulle nostre strade.
Negli ultimi decenni le nostre città si sono sviluppate tenendo conto quasi esclusivamente delle esigenze del cosiddetto cittadino medio, l'elettore forte che è adulto, maschio, lavoratore, automobilista.
Le nostre città sono cresciute specializzando gli spazi e dotandoli di servizi e infrastrutture calibrati su di un soggetto evidentemente senza nessun tipo di handicap, ma nemmeno anziano, non bambino, in perfetta forma fisica, che può uscire di casa da solo e muoversi su lunghe distanze in qualsiasi momento, quindi neanche ciclista, non pedone, che non spinge un passeggino e non porta la gonna stretta.
Il risultato della pianificazione fatta prendendo a modello le esigenze di quell'unico soggetto, è una città che ha perso buona parte delle caratteristiche che la rendevano luogo di incontro, di interazione sociale.
Ci troviamo oggi a vivere in una città nella quale gli spazi pubblici sono sempre meno spazi per vivere e sempre più aree di circolazione. L'importanza che ha assunto l'automobile nella nostra esistenza, e di conseguenza il traffico nelle nostre città, hanno causato dei cambiamenti sostanziali all'ambiente nel quale viviamo, che poi è lo stesso in cui i bambini crescono e sviluppano le loro conoscenze.
I bambini che crescono negli anni '90 hanno molte meno opportunità rispetto alle generazioni precedenti di esplorare il loro quartiere, di incontrarsi, di giocare al di fuori della sorveglianza e dell'organizzazione degli adulti. Di fatto trascorrono i loro pomeriggi o chiusi in casa davanti alla tv, in una casa che protegge sì i bambini dai pericoli dell'esterno ma che, come ben si sa, nella realtà è molto più spesso teatro di incidenti di quanto lo sia la strada; oppure sono impegnati nel maggior numero possibile di attività didattiche organizzate (dagli adulti) che, per quanto formative siano, non si può pensare che sostituiscano quelli che sono ancora gli strumenti più importanti di apprendimento: il gioco, specialmente di gruppo, l'esplorazione dell'ambiente che li circonda, l'esperienza personale.
Ci chiediamo a questo punto, visto che le città nella loro crescita non hanno tenuto conto delle esigenze di tutti, cosa si è fatto? Si è forse lavorato per cambiarle? No, in realtà si sono costruite delle città artificiali, centri commerciali dove possiamo passeggiare sicuri, protetti, luoghi dove possiamo trascorrere il nostro tempo libero, ospizi per i nostri vecchi, centri sociali per i ragazzi, posti dove si svolgono le attività che un tempo (ma non molto tempo fa) si svolgevano sulle strade dei nostri quartieri.
In questa città specializzata cosa si fa? si creano dei grandi parchi attrezzati e si eliminano i piccoli spazi per giocare sotto casa. Ma bisogna capire che per un bambino il parco ad un chilometro da casa non è come il campetto sotto casa. Al parco ci può andare solo se un adulto lo accompagna, quindi adeguandosi agli orari dell'adulto, chi lo accompagna lo deve aspettare e mentre lo aspetta lo sorveglia e sotto sorveglianza non si può giocare!
Bisogna capire che in questo modo al bambino non si dà un servizio in più, gli si toglie solo quello che aveva. Noi pensiamo che ci sia un'altra direzione da poter prendere, ed è quella percorribile se si sostituisce al cittadino medio, intorno alle cui esigenze è costruita la città contemporanea, un altro soggetto di riferimento: cioè il bambino.
Prendere il bambino come soggetto di riferimento significa dotarsi di un vero e proprio indicatore ambientale della qualità urbana. Così come nelle città fortemente inquinate non ci sono le lucciole, o le rondini non tornano più, allo stesso modo possiamo dire che se nella città si incontrano bambini che giocano, che passeggiano da soli, allora quella città può considerarsi sana.
Una città nella quale i bambini possano ricominciare ad uscire da soli di casa è una città sicura non solo per loro, ma anche per gli anziani e per tutti i cittadini: è un incoraggiamento per gli altri bambini ad uscire e un deterrente per le automobili e altri pericoli esterni.
Ma per far sì che i bambini possano uscire di casa da soli bisogna che la nostra città cambi, si modifichi, che si possa rallentare realmente la velocità delle automobili, obiettivo che non si raggiunge con l'imposizione di nuovi e più rigorosi divieti che possono sempre essere violati, ma con interventi fisici sulla strada che impediscano la velocità, rinegoziando gli spazi della città e restituendoli a chi ha la necessità di camminare o andare in bicicletta.
Si tratta di operare interventi sulle infrastrutture che le amministrazioni devono impegnarsi a fare ma che i cittadini devono chiedere a gran voce, per i quali c'è bisogno innanzitutto della volontà di farli, ma c'è bisogno anche di tempo e di investimenti per realizzarli.
Però intanto, nell'attesa che tutto ciò accada, i bambini di adesso saranno cresciuti senza avere sperimentato personalmente le regole della strada, che si imparano veramente solo con pratica e con l'esperienza, non studiandole sui manualetti di educazione stradale.
L'opportunità di capire e di far capire a chi ci amministra che l'esigenza di una maggiore sicurezza sulle strade c'è ed è forte, può venire dalla scuola.
L'esigenza può rendersi concreta e visibile se si organizza e si permette ai bambini di fare almeno un'uscita al giorno non accompagnati dagli adulti: e cioè andare a scuola. Questo senza costruire un sistema di sorveglianza da città sotto assedio, senza chiudere i quartieri al traffico, ma piuttosto coinvolgendo gli adulti, cercando la collaborazione di chi vive nel quartiere.
Un'esperienza di questo tipo rappresenta una forte sollecitazione educativa sia per i bambini che per gli adulti che vengono sensibilizzati in un modo diverso da quello didattico o punitivo al rispetto delle regole.
Ecco allora spiegato il motivo di questa prima serata su questo tema: il problema del traffico nelle nostre città è un problema strutturale, cioè è un problema che ha origine nel nostro modo di vivere e solo intervenendo sui comportamenti, sulla cultura, sull'educazione possiamo pensare di risolverlo.
E l'educazione si fa, non si studia, fin da bambini.
Allo stesso modo l'autonomia non si raggiunge a diciott'anni, da un giorno all'altro, ma si impara da piccoli, giorno per giorno. La crescita cognitiva e sociale dei bambini passa attraverso le proprie esperienze e affrontando dei rischi proporzionati alle proprie capacità. Quando un bambino nasce si taglia il cordone ombelicale che lo lega alla madre: per il bene dei bambini, per farli crescere dobbiamo confermare ogni giorno quel taglio e renderci ogni giorno un po' meno indispensabili.
Ogni volta che neghiamo loro l'indipendenza che potrebbero avere, che li carichiamo in auto per portarli a scuola senza che ciò sia veramente necessario (generando fra l'altro buona parte di quel traffico dal quale vogliamo proteggerli) allacciamo un piccolo nodo a quel cordone creando sostanzialmente un ostacolo alla loro crescita ed allo sviluppo della loro autonomia.
Sono ormai conosciuti da tutti i preoccupanti valori di elementi inquinanti presenti nell'aria che respiriamo, l'elevata rumorosità causata dai veicoli a motore e soprattutto il numero davvero preoccupante di incidenti con conseguenze molto gravi per le persone. Gli ultimi dati diffusi dall'ISTAT sull'incidentalità, evidenziano quante stragi vengono consumate sulle nostre strade comunali. è importante riflettere sui numeri forniti, perché, a questi, corrispondono danni provocati a persone, molto spesso pedoni o ciclisti, giovanissimi e anziani.
Le caratteristiche morfologiche, lo sviluppo degli insediamenti abitativi, commerciali e produttivi nella nostra Regione (Veneto), hanno determinato un uso sempre maggiore di mezzi motorizzati, auto, furgoni, camion, sia per il trasporto di persone che di merci, contestualmente, soprattutto nelle zone di pianura, la bicicletta è rimasta un veicolo molto utilizzato. Le considerazioni fin qui fatte, servono a guidarci nel percorso che insieme: insegnanti, genitori, responsabili delle amministrazioni pubbliche, progettisti, tecnici e responsabili del traffico dovrebbero fare per avviare una costruttiva opera di riorganizzazione e riutilizzo degli spazi pubblici fruibili per la mobilità urbana di qualsiasi utente a partire dal pedone.
Al bambino si devono fornire tutte le possibilità, le informazioni e le esperienze perché egli possa vivere la sua città, significa che oltre le pareti della sua abitazione dovrebbe trovare un piccolo spazio, per fare i suoi giochi con altri bambini, per imparare a socializzare e magari per incontrarsi e parlare con qualche nonno. Il bambino poi, dovrà poter raggiungere altri luoghi vicini a casa, quali la scuola, l'abitazione dell'amico, la palestra, il campetto e altre possibili mete adeguate alle necessità e desideri della sua età.
L'importanza di queste ultime riflessioni si lega al profondo senso di fare educazione stradale già nella scuola elementare. Al bambino si dovranno offrire le indicazioni e le opportunità concrete perché lui possa provarsi e diventare un pedone o un ciclista, sono questi gli unici ruoli in cui può essere protagonista quale utente della strada. Dobbiamo ammettere invece che, proprio a causa delle condizioni ambientali delle strade e del traffico, spesso il bambino di questa età, in città, si muove quale utente trasportato o in auto o con lo scuolabus. L'impegno che comunque la scuola deve assolvere nel svolgere questa disciplina deve trovare dei contributi esterni, infatti è fondamentale comunicare con le famiglie e con altri interlocutori perché il bambino, che apprende facilmente cosa significa essere pedone o ciclista corretto, non debba poi convivere con comportamenti contraddittori degli adulti o, che per lui, andare a piedi e in bicicletta significhi affrontare continui pericoli e insidie.
La realtà delle nostre strade urbane è di non accoglienza della persona. La strada serve alla circolazione delle auto e alla loro sosta. Le affermazioni fin qui fatte sono il risultato che il G.I.S. ciclisti e pedoni, in stretto contatto con altri gruppi FIAB ha maturato in questi anni, grazie all'interesse che hanno avuto gli aderenti nel ruolo di genitori, insegnanti, tecnici ed amministratori sui temi della vivibilità, della mobilità e relativa sicurezza in ambito urbano.