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Bambini del Niger e «meticciato» di Pera



da Associazione Partenia http://utenti.lycos.it/partenia

"Mi hanno chiesto: lei è in favore della liberalizzazione delle droghe? Ho risposto: prima cominciamo con la liberalizzazione del pane. E' soggetto a proibizionismo feroce in metà del mondo". Jose Saramago

Bambini del Niger e «meticciato» di Pera

 
24 agosto 2005 http://www.lastampa.it/redazione/editoriali/ngeditoriale2.asp
 
di Walter Veltroni sindaco di Roma
 

C’è qualcosa di più duro delle immagini dei bambini del Niger che muoiono di fame? Sì, c’è. L'ho trovata nelle parole di J.R. Bullington, che per cinque anni ha diretto un programma di aiuti americani in quel Paese, il secondo nella graduatoria mondiale della povertà (è superato solo dalla Sierra Leone, ma lì c’è stata la guerra civile). Le immagini che hanno fatto il giro del mondo - ha scritto Bullington - avrebbero potuto essere dell’anno scorso o di quello ancora precedente: «Il fatto triste è che la crisi alimentare attuale non è una emergenza temporanea. E’ la fotografia di una spirale di impoverimento cronico che è in atto da decenni». Venticinque anni fa il reddito medio annuo pro capite in Niger era di 234 dollari. Pochissimi, ma più dei 185 attuali: mezzo dollaro, cinquanta centesimi di euro al giorno. In tempi «normali» il 40 per cento dei bambini sotto i quattordici anni sono gravemente malnutriti e uno su quattro non arriva ai cinque anni di età.

L’aspettativa media di vita è di 46 anni, a causa delle carestie ma anche per la mancanza di acqua potabile e di malattie come Aids, malaria, colera, tifo, epatiti, gastroenteriti contro le quali mancano vaccini e farmaci. Perfino di influenza, in Niger, si muore.

Quel pezzo d’Africa, assediato dal Sahara che si spinge sempre più a Sud, è il paradigma, esasperato, di tutto il continente. Avrebbe qualche ricchezza naturale: un po’ di petrolio, manganese, fosfati, molibdeno, ferro, carbone e quel maledetto uranio che qualcuno s’inventò fosse stato venduto a Saddam Hussein. Ma le sue ricchezze non può sfruttarle, per mancanza di investimenti. L'anno scorso, il governo di Niamey ha dovuto abbandonare lo stoccaggio di scorte alimentari d'emergenza su ordine del Fondo Monetario Internazionale e le 30 mila tonnellate di viveri che dovevano essere inviate nelle regioni più colpite secondo il piano del Programma Alimentare Mondiale dell'Onu non sono mai arrivate per mancanza di strutture distributive. Gli aiuti sarebbero stati comunque insufficienti. Nel novembre scorso gli osservatori dell'Onu denunciarono che la disponibilità di carne era, in Niger e nel vicino Mali, del 12 per cento del fabbisogno, ma poi venne lo tsunami del Sud-Est asiatico e le risorse delle organizzazioni internazionali e delle associazioni mondiali furono concentrate laggiù…

Sì, c'è qualcosa di più duro di quelle foto, di quelle riprese che ancora una volta la Bbc, come fu per l'Etiopia, ha buttato nel gran calderone delle inquietudini, degli egoismi e della indifferenza di questa stagione segnata nella nostra parte del mondo dalla paura del terrorismo. C'è il fatto che quei bambini muoiono praticamente sotto i nostri occhi, che tutti lo sappiamo e che nessuno (quasi nessuno) fa nulla perché lo sterminio si fermi. Non basta, a muovere il nostro mondo dei ricchi, il senso morale, il rispetto dell'uomo e della giustizia; ma non basta neppure quell'elementare, egoistico, ragionare politico che ci dovrebbe dire che violenze e guerre per tutti, anche per noi privilegiati, saranno consuetudine del futuro se milioni di uomini continueranno a vedere morire i propri figli appena nati, a sapere che al di là del deserto e del mare si mangia e si vive il doppio che nel proprio villaggio. La globalizzazione spalma sul pianeta, con il bene e con il male, la consapevolezza del bene e del male: nessuno potrà dire, domani, «non lo sapevo».

Pensare il mondo per quanto è grande e vario, ma unico. Questa è la lezione che l'Africa, ancora una volta, ci manda. E mi pare inconcepibile che chi ha intelligenza e responsabilità di potere paia talvolta non rendersi conto del pericolo che, soprattutto in presenza di un terrorismo che mina le nostre certezze e insidia il nostro modo di vivere, porta con sé il ragionare in termini di «noi» e di «loro», fino ad evocare il pericolo del «meticciato». Come se non fossero proprio i terroristi ad esasperare, fino a conseguenze estreme e micidiali, la contrapposizione tra «noi» e gli «altri». E come se non fossero invece proprio le società libere a rifiutare, in nome dei diritti umani e con le pratiche della democrazia, questa separatezza.
Si tratta di due atteggiamenti molto diversi: il primo è quello della affermazione delle diversità, con l'accentuazione delle «radici» e delle «identità». Si contrappone la propria civiltà alle altre, rivendicando la superiorità della propria cultura, della propria religione, del proprio gruppo. O della propria «razza» e della sua purezza, com'è accaduto con esiti tragici. L'altro è quello che parte dal riconoscimento e dalla valorizzazione delle diversità. E' il concetto che sta alle fondamenta della più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti, che si fondano e prosperano su un formidabile melting pot: non una identità indistinta e generica, ma l'idea di una civiltà costantemente «aperta», capace di mutare e di mutarsi e di influenzare diffondendo, proprio in ragione della sua apertura, i valori che le sono propri, come la libertà, il pluralismo culturale, religioso e politico, il rispetto dei diritti di ciascuno.

La prima strada può sembrare più facile, ma è un piano inclinato che scivola inevitabilmente verso il conflitto e la guerra. La seconda è più difficile da praticare, ma garantisce al mondo un futuro.