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Cosa dicono i comunisti stranieri che attaccano il nostro premier Berlusconi



La traduzione in italiano della parte introduttiva dell'inchiesta di John
Peet sull'Italia, pubblicata il 24 novembre su «The Economist» dal sito
<http://pesanervi.diodati.org/pn/>http://pesanervi.diodati.org/pn/

Malgrado tutto il suo fascino, l'Italia è preda di un lungo, lento declino.
Invertire la rotta richiederà più coraggio di quello che i suoi attuali
leader politici sembrano capaci di mettere insieme. E' quanto afferma John
Peet.

[Il lancio del servizio sull'Italia nel sito dell'Economist]
A prima vista, la vita in Italia sembra ancora abbastanza dolce. La
campagna è meravigliosa, le città storiche belle, i tesori culturali
sorprendenti, il cibo e il vino magnifici più che mai. Rispetto alla
maggior parte dei parametri, gli italiani sono ricchi, vivono molto a lungo
e le loro famiglie sono unite in modo impressionante. La molesta
ubriachezza che rende sgradevoli i centri delle città in molte altre
nazioni è benedettamente rara in Italia. Il traffico può essere intenso e
posti come Venezia e Firenze sono invasi dai turisti, ma se si va fuori
stagione - o semplicemente ci si allontana dai percorsi più battuti - il
tempo trascorso in Italia può essere piacevole come in nessun'altra parte
del mondo.

Già, però sotto questa dolce superificie, molte cose sembrano essere
diventate aspre. Il miracolo economico seguito alla seconda guerra
mondiale, culminato nel famoso sorpasso del 1987 (quando l'Italia annunciò
ufficialmente che il suo PIL aveva superato quello della Gran Bretagna), è
ormai bello che finito. La crescita economica media dell'Italia negli
ultimi 15 anni è stata la più lenta dell'Unione Europea, rimanendo indietro
persino rispetto alla Francia e alla Germania. La dimensione della sua
economia è oggi solo l'80% di quella della Gran Bretagna. All'inizio di
quest'anno l'Italia è brevemente piombata in recessione; considerando
l'intero 2005, è probabile che la sua economia sarà la sola di tutta la UE
a contrarsi. Si prevede che l'anno prossimo la crescita sarà nella migliore
delle ipotesi anemica.

Le aziende italiane, specialmente le piccole imprese a conduzione familiare
che hanno rappresentato la spina dorsale dell'economia, si trovano sotto
una pressione sempre crescente. I costi sono cresciuti, ma la produttività
è rimasta uguale o è persino diminuita. L'appartenenza all'euro, la moneta
unica europea, impedisce ora la svalutazione, che ha agito per molti anni
come la valvola di sicurezza per gli affari italiani. La competitività
dell'Italia si sta deteriorando rapidamente e le sue quote di esportazioni
verso il mondo e di investimenti esteri diretti sono molto basse. Il World
Economic Forum, nella sua annuale classifica di competitività, ha piazzato
il Paese ad un umiliante 47° posto, appena sopra il Botswana. L'economia
inoltre si è rivelata estremamente vulnerabile nei confronti della
concorrenza asiatica, perché una gran quantità di piccole imprese italiane
sono specializzate proprio nei settori tessile, calzaturiero,
dell'arredamento e degli elettrodomestici, che stanno subendo l'impeto
delle esportazioni d'assalto dalla Cina.

Male in arnese

Gli effetti del declino stanno cominciando a manifestarsi. Un numero
crescente di italiani sta scoprendo che il proprio tenore di vita è
stagnante o addirittura in caduta. Si ha la diffusa sensazione che il costo
della vita sia fortemente aumentato  da quando, nel gennaio 2002, le
banconote e le monete dell'euro hanno rimpiazzato le lire. Il prezzo delle
case è sicuramente schizzato fuori della portata di molti acquirenti di
prima casa a Roma, Milano e persino a Napoli. Molti italiani stanno
riducendo le proprie vacanze annuali o vi stanno addirittura rinunciando.
Altri stanno rinviando l'acquisto di una nuova auto o di un completo, una
vera privazione per un popolo così amante dell'estetica. I supermercati
riferiscono che gli incassi di questi tempi crollano intorno alla quarta
settimana del mese, prima dell'arrivo del successivo stipendio: un segno
sicuro che le famiglie stanno lottando per sbarcare il lunario.

Un'economia fiacca sta causando problemi ancor maggiori. Le infrastrutture
italiane scricchiolano: strade, ferrovie e aeroporti stanno cadendo al di
sotto degli standard del resto dell'Europa; edifici pubblici e privati
mostrano un aspetto sempre più logoro. Il livello dell'istruzione si sta
deteriorando: il Paese esce male dalle comparazioni transnazionali fatte
dal PISA dell'OECD; nessuna università italiana si trova tra le migliori 90
del mondo. La spesa per ricerca è sviluppo è inferiore rispetto alla media
internazionale.

L'Italia ha inoltre sofferto più del previsto a causa di scandali
aziendali, in particolare il mancato pagamento delle obbligazioni da parte
della Cirio e il crollo della Parmalat. E le finanze pubbliche sono nel
caos. Stime attendibili pongono il sottostante deficit di bilancio per il
prossimo anno, non contando le misure una tantum, al 5% del PIL, ben oltre
il tetto del 3%, imposto dal patto di stabilità e crescita dell'area euro.
Il debito pubblico è oltre il 120% del PIL e non sta più calando.

Persino il tessuto sociale italiano è finito sotto pressione. La famiglia
rimane forte e il tasso di divorzi relativamente basso. Ma il fatto che il
40% degli italiani tra i 30 e i 34 anni viva a quanto pare con i genitori
non è un positivo segnale di armonia familiare o di attaccamento alla
cucina di mammà. Molti giovani italiani rimangono a casa perché non
riescono a trovare lavoro o perché non guadagnano abbastanza da poter
essere indipendenti.

La fiducia sociale, un fattore che è evidentemente difficile da misurare,
sembra insolitamente bassa in Italia: una ragione, forse, per cui le
aziende familiari hanno giocato sempre un ruolo così importante
nell'economia. E il rispetto per le regole, o meglio per le leggi, che non
è mai stato alto, appare ulteriormente crollato negli ultimi anni.
L'evasione fiscale e l'abusivismo edilizio, incoraggiati da ripetuti
condoni, sembrano essere in crescita. Il crimine organizzato e la
corruzione rimangono radicati, specialmente al Sud.

Per colmo di sventura, i dati demografici italiani appaiono terribili. Il
Paese ha uno degli indici di natalità più bassi dell'Europa Occidentale,
con una media di 1,3 figli per donna, e la popolazione sta attualmente
diminuendo; tuttavia gli italiani vivono sempre più a lungo, per cui stanno
anche rapidamente invecchiando. Le conseguenze economiche - troppi
pensionati, troppo pochi lavoratori per mantenerli - sono di per sé
inquietanti. Ciò che le rende ancora peggiori è il basso tasso di
occupazione degli italiani. Solo il 57% delle persone tra i 15 e i 64 anni
sono occupate, la più bassa percentuale in Europa Occidentale. La Germania,
a paragone, ha un tasso d'occupazione del 66% e la Gran Bretagna del 73%.
Benché il tasso di disoccupazione in Italia non sia troppo cattivo rispetto
alla media europea, esso è spiacevolmente alto tra i giovani e al Sud.

L'eredità di Berlusconi

Che cosa è andato storto con l'economia italiana e cosa si può fare per
raddrizzarla? Queste sono le principali domande alle quali questa inchiesta
cercherà di rispondere. Ma lo dovrà fare nel contesto della turbolenta
scena politica italiana. Il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi,
eletto nel maggio 2001, sembra prossimo a compiere la rara impresa di
rimanere in carica per un'intera legislatura (che finirà la prossima
primavera): sarebbe la prima volta per un governo post-bellico in Italia.
Mr.Berlusconi è immensamente orgoglioso di ciò. Ma deve essere molto meno
orgoglioso di ciò che capita all'economia. Nella sua campagna elettorale
del 2001, promise di usare quello stesso talento per gli affari che gli
aveva consentito di diventare l'uomo più ricco d'Italia, per rendere più
ricchi tutti gli italiani. In questo ha vistosamente fallito.

Il punto di vista dell'Economist su Mr.Berlusconi è ben noto. Dichiarammo
nell'aprile 2001 che non era adatto a governare l'Italia, sia a causa del
pantano di cause legali intentategli contro durante varie fasi della sua
carriera di imprenditore sia a causa dei conflitti d'interesse inerenti al
suo essere il padrone dei tre più importanti canali televisivi privati
italiani. Quasi cinque anni più tardi, egli si trova ancora impelagato in
problemi legali (dei quali parleremo dopo) e poco ha fatto per risolvere i
suoi conflitti d'interesse: di fatto, poiché il governo possiede la RAI,
l'emittente statale, Mr.Berlusconi ora controlla o influenza qualcosa come
il 90% della televisione terrestre italiana (il che non gli impedisce di
continuare a lagnarsi di chi lo critica in TV). Confermiamo il nostro
giudizio dell'aprile 2001.

Tuttavia, come noi ammettemmo all'epoca, nel 2001 c'erano nonostante tutto
ragioni sufficienti per eleggere la coalizione di centro-destra di
Mr.Berlusconi. L'Italia aveva un fortissimo bisogno di una dose di riforme
a favore del mercato, di liberalizzazione, di privatizzazione, di
deregolamentazione e di uno scossone per la pubblica amministrazione: tutte
cose che Mr.Berlusconi aveva promesso. Egli aveva anche garantito che
avrebbe tagliato le tasse. La maggioranza degli elettori italiani, con
l'appoggio della classe imprenditoriale, aveva deciso di chiudere gli occhi
sui suoi pasticci legali e sui suoi conflitti d'interesse e di dargli
l'opportunità di riformare il paese. Ma, mentre si avvicinano le prossime
elezioni, ben poco di ciò che aveva promesso è stato realizzato, sicché
molti di quelli che lo avevano sostenuto in passato si sentono ora
disillusi.

Persino l'apparente stabilità politica che Mr.Berlusconi ha promosso è
ingannevole. La sua coalizione di sei partiti di centro-destra è stata più
di una volta vicina al tracrollo, di solito grazie ai dissapori tra la Lega
Nord di Umberto Bossi e Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Lo scorso
aprile, una lite con uno degli alleati minori, l'Unione dei Democratici
Cristiani e Democratici di Centro, ha costretto Mr.Berlusconi a rassegnare
le dimissioni e a formare un nuovo governo.

Secondo le previsioni attuali l'opposizione di centro-sinistra guidata da
Romano Prodi appare la vincitrice più probabile delle elezioni programmate
per il 9 aprile 2006. Ma anche se riuscirà a vincere, per Mr.Prodi sarà
difficile introdurre le riforme: non da ultimo perché la sua coalizione
abbraccia non meno di nove partiti, molti dei quali ostacoleranno i
cambiamenti. Fu proprio un alleato di Mr.Prodi, Fausto Bertinotti, che, con
i suoi vetero-comunisti, fece cadere il governo nel 1998. Per la verità,
nessuno dei due principali schieramenti politici italiani offre molte
speranze a quelli che credono che il paese necessiti di radicali (e
dolorose) riforme.

Tuttavia l'Italia si sta avvicinando alla resa dei conti. In modo simile
alla Venezia del 18° secolo, si è adagiata troppo a lungo nell'inerzia,
forte dei suoi passati successi. Ancora come Venezia, ha perduto i vantaggi
economici che l'avevano sospinta verso il successo. Per Venezia, era stato
il quasi-monopolio del commercio con l'Oriente che aveva pagato per la
creazione dei suoi bei palazzi e delle sue belle chiese; l'Italia
contemporanea, invece, ha beneficiato enormemente di una combinazione di
lavoro a basso costo e di trasferimenti di lavoratori da un'agricoltura a
bassa produttività (e dal Sud) verso l'industria (per la maggior parte al
Nord). Ma tutte le cose buone prima o poi finiscono.

Ecco cosa accadde alla Serenissima alla fine del 18° secolo. Venezia fu
sdegnosamente spazzata via da Napoleone e l'ultimo doge si destituì da
solo. La serena repubblica è ora poco più che un'attrazione turistica, per
quanto seducente. Potrebbe essere questo il destino dell'Italia intera?

Traduzione in italiano di Michele Diodati. L'originale inglese è alla
pagina
<http://www.economist.com/surveys/displaystory.cfm?story_id=5164061>http://www.economist.com/surveys/displaystory.cfm?story_id=5164061
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