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Cattolici: martirio globalizzato



Cattolici: martirio globalizzato
www.avvenire.it 
Il maggior numero di omicidi è stato perpetrato in Colombia,dove la Chiesa paga un prezzo pesante alla presenza evangelica In sei anni 25 vite spezzate, tra cui quella di un vescovoIl martirologio contempla spesso missionari provenienti da Paesi del Sud del mondo. In Africa è l?area subsahariana
la più pericolosa
Di Gerolamo Fazzini

L'ultimo della serie (per ora) è padre Eusebio Ferrao, sacerdote di Goa, in India. L'hanno ammazzato nella notte fra il 17 ed il 18 marzo. Ieri la polizia ha arrestato gli autori dell'omidicio, ma rimane sconosciuto il movente, anche se l'agenzia Asia News avanza l'ipotesi che il sacerdote abbia pagato con la vita il suo impegno per la pace, dal momento che era solito commentare, su un giornale locale, le violenze interreligiose che avvengono nella zona.
Se guardiamo a questo inizio d'anno, l'elenco dei missionari martiri appare già consistente. India, Turchia, Filippine, Burundi, Angola, Nigeria sono i Paesi toccati in queste settimane dalla violenza, cui si possono aggiungere Indonesia (tre cattolici in prigione, condannati ingiustamente a morte) e Afghanistan, dove un cristiano convertitosi all'islam ha rischiato di essere ucciso con l'accusa di apostasia (vedere box).
I dati recenti non fanno che confermare un trend chiarissimo: il martirio cristiano non conosce confini. Così come variegata è la gamma delle situazioni in cui si consuma il martirio, che comprendono la criminalità comune, la guerra e la violenza diffusa, l'intolleranza religiosa, di matrice musulmana o induista.
Scavando nelle biografie dei martiri del nuovo millennio (lo abbiamo fatto riferendoci soprattutto all'elenco stilato dall'agenzia vaticana Fides, che peraltro fa riferimento solo ai cattolici e quasi esclusivamente a personale religioso), il dato che più balza all'occhio è proprio la «globalizzazione del martirio». Se il Novecento ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue cristiano, dovuto soprattutto all'imperversare dei totalitarismi (comunismo e nazismo), anche il XXI secolo si è aperto nel segno del martirio. Che tocca contesti politici e religiosi differenti e accomuna persone con varie vocazioni (sacerdoti, suore, laici?). Insomma, il martirio del terzo millennio si caratterizza sempre più come esperienza universale, «cattolica». Sono una quarantina i Paesi in cui si è registrato almeno un caso di morte violenta a danno di cattolici nel periodo 2000-2005. Fides ha contato 163 vittime in totale, con una punta di 35 nel 2003.
Ma che si tratti di un elenco largamente deficitario (del resto difficile da compilare) lo prova un censimento analogo, condotto nel 2005 da Asia News e relativo solo al continente asiatico e all'anno precedente. Ebbene, troviamo in quell'elenco anche numerose vittime in Paesi islamici quali Bangladesh, Indonesia e Iraq oppure retti da regimi comunisti, come nel caso di Cina e Vietnam.
Il maggior numero di missionari uccisi (ma l'elenco di Fides - ricordiamo - comprende anche suore, seminaristi e, in piccola parte, laici) si registra in un Paese di tradizione cattolica come la Colombia. La guerra civile che da una quarantina d'anni tiene in scacco il Paese fa sì che la Chiesa paghi un pesantissimo prezzo nella testimonianza evangelica. In sei anni la Chiesa colombiana ha visto spezzate le vite di ben 25 persone (compreso un vescovo). Tante quante le persone eliminate nei quattro Paesi asiatici più colpiti dalla violenza: India, Pakistan, Filippine e Indonesia. L'America Latina annovera un numero non esiguo di martiri: oltre alla Colombia, sono Brasile, Messico, Giamaica e Guatemala i Paesi più colpiti. Nella maggior parte dei casi, gli omicidi a danno dei religiosi sono maturati in contesti di forte degrado sociale, violenza diffusa, delinquenza. Oppure sono il prezzo di una testimonianza di servizio alla causa della giustizia e della pace che ha esposto i diretti interessati all'ostilità di fazenderos (ricordiamo il caso di suor Dorothy Stang), politici corrotti o criminali locali.
Prendendo in considerazione l'Africa, si nota che la stragrande maggioranza dei Paesi teatro di martirio non si trova nel Maghreb a maggioranza islamica, bensì nell'area sub-sahariana, in zone di guerra o dove permangono focolai di tensione. Appartengono a questa categoria la Repubblica Democratica del Congo (ben 15 missionar i martiri dal 2000 al 2005), l'Uganda e il Burundi. Nel caso di Sudafrica e Kenya siamo in presenza di Paesi caratterizzati da un tasso di violenza urbana notevole e da pesanti squilibri economici che alimentano rapine e aggressioni. Solo nel caso della Nigeria - com'è noto, in alcuni Stati della Federazione i rapporti tra musulmani e cristiani sono molto tesi - si può parlare di un fattore religioso all'origine di uccisioni di cristiani.
Se la distribuzione geografia degli episodi di martirio è eloquente della condizione di pericolo in cui molte comunità crtistiane vivono quotidianamente, uno sguardo alle provenienze geografiche dei martiri del nuovo millennio riserva sorprese interessanti. I martirologi di oggi contemplano infatti, non di rado, esponenti di Chiese del Sud del mondo, a dimostrazione di un impegno ad gentes sempre più marcato. Lo scorso 27 ottobre, ad esempio, le cronache registrano l'omicidio, a Kingston, capitale della Giamaica, dei padri Suresh Barwa e Marco Candelario Lasbuna, entrambi membri dei Missionaries of the Poor. Sono stati uccisi mentre lavavano i piatti dopo una festa in casa. Ebbene, padre Marco era filippino, mentre il confratello Suresh veniva dall'India. Un segno di universalità che rende ancor più significativo il dono della vita.


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