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A rischio estinzione



A rischio estinzione
Le bombe, le minacce, le tasse, l'applicazione arbitraria della giustizia. In Oriente la mezzaluna usa tutti i mezzi pur di sbarazzarsi della croce
di Casadei Rodolfo

Magdi Allam l'ha detto, con la consueta efficacia, coi numeri: un tempo numerosi in tutti i paesi del Medio Oriente, i cristiani si sono ridotti ad appena 12 milioni, il 6 per cento circa della popolazione. Dieci milioni sono emigrati in Europa o America da dopo la Prima guerra mondiale a oggi. In Egitto i copti, che rappresentavano il 15-20 per cento della popolazione all'inizio dello scorso secolo, oggi sono soltanto circa il 6 per cento, in Libano i cristiani sono scesi dal 55 al 30 per cento negli ultimi 75 anni, nei Territori palestinesi sono scesi dal 20 per cento del 1948 al 5 circa di oggi. Per non parlare di Sudan, Turchia, e dell'Oriente in genere, dove è diventato molto difficile esser cristiani in paesi a maggioranza musulmana come Pakistan (articolo alle pp. 26-28), Indonesia e Malaysia, ma anche in un paese a maggioranza indù come l'India.
In questo stesso momento in vari Stati asiatici fervono azioni e iniziative per espellere i cristiani dai luoghi in cui hanno sempre vissuto o per rendere loro la vita talmente difficile da indurli ad abbandonare la loro fede e da dissuadere chiunque provi la tentazione di farsi cristiano.
In testa alla lista della persecuzione attiva contro i cristiani in questo momento c'è l'Iraq, dove milizie islamiche estremiste sia sunnite che sciite e terroristi di al Qaeda condividono di fatto l'obiettivo di cancellare la presenza cristiana nel paese. Nell'agosto 2004, dopo la prima ondata di attentati dalla fine del regime di Saddam Hussein che colpì quattro chiese a Baghdad e una a Mosul uccidendo 11 persone, il Comitato di pianificazione e attuazione in Iraq rivendicò gli attacchi con un comunicato in cui si leggeva fra l'altro: «Dio misericordioso ci ha permesso di infliggere dolorosi colpi alle loro tane, tane di malvagità, corruzione e proselitismo cristiano. Mentre ci assumiamo la responsabilità degli attentati, diciamo a voi gente della croce: tornate in voi stessi e sappiate che i soldati di Dio sono pronti ad affrontarvi. Avete voluto una crociata e questi sono i risultati». Poco importa che il patriarca caldeo di Baghdad Delly abbia a più riprese condannato l'intervento americano in Iraq nel 2003: agli estremisti serviva soltanto un pretesto e un contesto adatto per perseguire l'ideale di purificazione islamica dell'Iraq. Infatti hanno emesso una serie di fatwe che nulla hanno a che fare con la "resistenza all'occupazione", ma molto col progetto di cancellare la presenza cristiana: proibizione della produzione e vendita di alcolici (permessa ai cristiani sotto il regime baathista), obbligo di indossare il velo anche per le donne cristiane, pagamento della jizya (la tassa di sottomissione che il Corano chiede di far versare agli ebrei e ai cristiani, non più praticata dagli Stati musulmani odierni), divieto di portare la croce al collo e compiere rituali religiosi cristiani, rimozione delle croci esterne dagli edifici ecclesiastici.

E le istituzioni chiudono gli occhi
Nel quartiere di Dora a Baghdad (il più popolato di cristiani in Iraq prima dei recenti avvenimenti) già varie chiese non presentano più la croce, o perché rimossa da militanti islamisti, o perché gli stessi cristiani hanno deciso di rimuoverla là dove non c'è più un parroco. Alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo la croce resiste nonostante le minacce: «Togliete la croce dalla chiesa o la daremo alle fiamme». L'agenzia AsiaNews scrive che «la persecuzione è portata avanti con un piano ben studiato, quartiere per quartiere. Dopo Dora, al Baya'a, al Thurat e al Saydia, è la volta di al Habibia e al Baladiyat. Qui gruppi dello "Stato islamico in Iraq" hanno cominciato ad affiggere manifesti che intimano alle donne di indossare il velo e volantini con cui si impone ai cristiani l'esosa imposta di protezione. "Usano la stessa tecnica per ogni quartiere - raccontano gli abitanti - tra poco inizieranno a venire casa per casa e a sequestrare i nostri averi"». Secondo la tedesca Società per i popoli minacciati, i cristiani caldei e siri assassinati a motivo della loro identità religiosa (distinti dalle vittime del terrorismo indiscriminato) sarebbero 300, e comprenderebbero negozianti di alcolici e audiovisivi, uomini politici, suore e sacerdoti.
Un panorama un po' diverso prevale in Indonesia, paese in cui vivono 180 milioni di musulmani e 22 milioni di cristiani. La cronaca recente racconta dell'ennesima chiesa (protestante) data alle fiamme nei pressi di Bandung nell'isola di Giava da una folla di persone che scandivano: "Allah è grande". In Indonesia la libertà religiosa esiste in teoria, ma nella pratica gruppi musulmani estremisti e autorità conniventi miscelano intimidazione e ricorso arbitrario alla legge per impedire in ogni modo che l'adesione al cristianesimo si espanda. In questo modo nella regione occidentale di Giava fra il settembre 2004 e oggi sono state costrette alla chiusura 300 chiese. Nell'ultimo caso gli assalitori si sono dichiarati militanti del Movimento di alleanza anti-apostata (Agap la sigla locale) e hanno giustificato la loro azione dicendo che la chiesa non aveva le autorizzazioni necessarie per svolgere le sue funzioni. La chiesa in realtà era autorizzata già da 7 anni, ma è vero che il ministero per gli Affari religiosi ha emesso un decreto in base a cui un luogo di culto può essere approvato solo se c'è la richiesta di 90 fedeli e l'autorizzazione da parte di altri 60 residenti. Chiaro che così di nuove chiese se ne costruiranno sempre poche, mentre le nuove moschee avranno vita facile.

Lasciare Maometto? Impossibile
L'uso fazioso del diritto in funzione anticristiana è diffuso anche in un paese apparentemente integrato come la Malaysia. Ha fatto scalpore il caso di Lina Joy, una donna malay che non riesce a ottenere il riconoscimento legale della sua conversione al cristianesimo. Lo scorso 30 maggio la Corte d'appello federale ha rimesso la decisione sul caso alla Corte islamica. Il massimo responsabile dei giudici malesi ha così spiegato la sentenza: «Abbandonare l'islam non è proibito, solo che va fatto con modalità e procedure precise, stabilite dalla sharia. Non è appropriato dire che Lina Joy non è sotto la giurisdizione del tribunale islamico perché non professa più l'islam, (in quanto) anche il modo con cui si lascia la religione è stabilito dalla religione stessa». Insomma, per cambiare religione un malese non può appellarsi alla Costituzione che garantisce la libertà di coscienza: deve chiedere il permesso al tribunale sciaraitico. Che, com'è noto, è molto generoso nei confronti degli apostati.