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I numeri sulla legge 40? Non dicono tutta la verità



I numeri sulla legge 40? Non dicono tutta la verità

Enrico Negrotti

Manca davvero poco alla diffusione della relazione al Parlamento del ministro della Salute Livia Turco sullo stato di attuazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (Pma) e già si intravvede l’uso strumentale che taluni vorranno fare dei dati raccolti dal Registro sulla Pma nel primo anno di completo monitoraggio degli effetti della nuova normativa. «Tutte le critiche che sono state e ancora verranno rivolte alla legge 40 – osserva Lucio Romano, ginecologo dell’Università "Federico II" di Napoli e vicepresidente nazionale per Movimento per la vita – tengono sempre conto solo dell’interesse delle coppie che vogliono avere un figlio e dimenticano qualunque diritto del concepito così com’è sottolineato dall’articolo 1, vera architrave della legge. Ecco spiegata l’insistenza sul presunto "fallimento" della normativa di fronte a possibili cali del tasso di gravidanze: un dato che comunque andrà discusso con attenzione». Infatti non è per niente utile avere dati aggregati per grandi aree geografiche, senza specifici indicatori dei singoli centri, spiega Romano: «Non possiamo mettere in un unico gruppo i risultati dei centri che effettuano la fecondazione assistita da molto tempo e fanno più di 500 cicli di trattamento l’anno con chi invece ha ben più piccola esperienza: il risultato diventa statisticamente poco significativo».

Alcune critiche che sono state anticipate da esponenti dei centri di fecondazione assistita riguardano l’aumento delle gravidanze trigemellari, una "cattiva conseguenza" della legge che obbligherebbe all’impianto di tre embrioni: «Il che è assolutamente falso – sottolinea Romano –. Infatti la legge dice solo che non è possibile impiantare più di tre embrioni, non che devono essere tre. A questo proposito credo sia utile il confronto con un dato interessante. Nel rapporto dell’Istituto superiore di sanità del 2003, quindi precedente alla legge 40, si legge che nel 49,4% dei casi nei centri di secondo e terzo livello operanti in Italia venivano trasferiti in utero 4 o più embrioni: se non si assisteva a un boom di gravidanze multiple, è presumibile che poi si procedesse alla riduzione embrionaria», cioè all’eliminazione degli embrioni "in eccesso", «il tutto ovviamente sempre in spregio a qualunque rispetto per il concepito. Mentre già nel 2002 i Centers for Disease control (Cdc) di Atlanta indicavano che nel 71,9% dei casi negli Stati Uniti venivano trasferiti in utero da uno a tre embrioni».

Vi sono anche prove scientifiche che indicano l’utilità di una produzione "ridotta" di ovociti: «Se la stimolazione ormonale è eccessiva, la donna produrrà molti ovociti ma non tutti di ottima qualità. Se invece si riduce la dose di ormoni si ridurrà il numero di ovociti, ma saranno di qualità superiore: con la legge 40 la donna non viene più "bombardata" come prima, perché non serve un gran numero di ovociti, ma solo i migliori». E a dispetto delle critiche sugli ostacoli alla ricerca, in realtà la legge 40 ha stimolato gli studi su un campo di indagine promettente: «La ricerca sul congelamento degli ovociti è stata evidentemente favorita dalla nuova normativa. Ed è un campo innovativo, che ha mosso i primi passi alla fine degli anni Novanta e su cui nel resto del mondo si punta molto». Ma dai dati che verranno diffusi si attendono anche altre risposte: «Una domanda che va posta – puntualizza Romano – riguarda quanto si è fatto per la prevenzione della sterilità. La legge parla chiaro, e indica anche la necessità di arrivare agli interventi di fecondazione artificiale con gradualità, come la buona pratica medica (e il buon senso) impone. Il problema della sterilità – crescente nel mondo occidentale soprattutto perché le coppie rimandano la prima gravidanza – non viene risolto ma solo eluso dalle tecniche di fecondazione artificiale. Ma è del tutto noto che la fertilità naturale cala col passare degli anni: occorre quindi che la comunità scientifica e politica punti a rimuovere le cause sociali e culturali che portano a rinviare la procreazione».