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Fwd: Nucleare: la morte invisibile. L'Unica Cosa da Fare è investire nelle tecnologie di Trasmutazione e decadimento Biologico delle scorie radioattive





Inizio messaggio inoltrato:

Da: Altieri <agernova at libero.it>
Data: 28 marzo 2009 12:00:50 GMT+01:00
A: Aam terra nuova
Oggetto: Nucleare: la morte invisibile. L'Unica Cosa da Fare è investire nelle tecnologie di Trasmutazione e decadimento Biologico delle scorie radioattive

L'Unica Cosa da Fare è investire nelle tecnologie di Trasmutazione e decadimento Biologico delle scorie radioattive e chiudere prima possibile tutte le centrali atomiche del mondo.
Tanto ormai di bombe atomiche ce ne sono a volontà e non ne servono altre.
L'umanita deve adoperarsi per consentire il futuro della vita sul pianeta, prima che sia troppo tardi.

segnalo questo importante articolo che da un'idea sul reale olocausto planetario causato dall'energia e dalle bombe atomiche
Giuseppe Altieri

Primo piano - Rassegna stampa - 25 marzo 09
La morte invisibile
di Franco Valentini
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Diventa sempre più urgente trovare una soluzione definitiva per lo
smaltimento delle scorie radioattive, il cui accumulo negli ultimi sessant’anni
ha compromesso la vita in intere regioni


Lungo le strade nella provincia russa di Čeljabinsk, negli Urali meridionali,
si notano strani cartelli stradali che esortano chi transita a chiudere
finestrini e prese d’aria. Fino al 1991 questi luoghi erano severamente vietati
agli stranieri (in parte lo sono ancora) ed erano sconosciuti al resto del
mondo. Alcune città della zona non compaiono neppure nelle mappe geografiche
perché ufficialmente non esistono. L’aria, la terra e le acque apparentemente
normali della provincia di Čeljabinsk contengono la morte. Una morte invisibile
fatta di radiazioni.
È qui che sorgono e sono ancora abitati Čelyabinsk-40, Čelyabinsk-65 e
Čelyabinsk-70, i centri segreti russi dove furono installati, dopo la Seconda
Guerra Mondiale, i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Čelyabinsk-40, più nota come Mayak, che in russo significa faro, è considerato
il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Tuttora sede di un impianto per la produzione di plutonio destinato alla
fabbricazione di bombe atomiche, l’area attorno a Mayak dal 1949 al 1967 è
stata oggetto di continui e sistematici rilasci di enormi quantità di
radionuclidi (elementi radioattivi) nell’ambiente, soprattutto nelle acque del
fiume Techa e del lago Karachy (ormai non più potabili e prive di vita),
nonostante se ne conoscessero perfettamente i pericoli.
In tutti questi anni la popolazione della zona, formata perlopiù da contadini
che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza, è stata esposta ad una
quantità di radiazioni paragonabile a quella ricevuta dai superstiti di
Hiroshima e Nagasaki. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono
morti e continuano a morire per tumori e malformazioni congenite, nell’
indifferenza delle autorità.
La Russia è una bomba nucleare ad orologeria. Nessuno sa con esattezza qual è
la quantità esatta di scorie radioattive disseminate nell’ambiente in 40 anni
di guerra fredda (si parla di parecchie decine di milioni di metri cubi tra
rifiuti liquidi e solidi). Il problema è particolarmente grave perché le
risorse economiche russe sono insufficienti ad affrontarlo e mancano adeguati
controlli a causa dello scenario di completo caos nell’amministrazione statale,
seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica.
Gli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari però non
sorridono. Negli Stati Uniti, esattamente come in Russia, la gestione dei
rifiuti nucleari è stata in mano ai militari fino a vent’anni fa. Ciò ha
comportato l’assenza di una supervisione civile e pubblica sulle modalità di
smaltimento.
Oggi l’eredità della gestione militare americana, non molto attenta all’
ambiente e alla salute dei cittadini, ammonta a 37 milioni di metri cubi di
scorie radioattive disseminate in vari siti, spesso semplicemente sepolte sotto
terra senza alcuna protezione (sono 10 le principali aree contaminate). Il
Dipartimento dell’energia (DOE), che da un decennio sovrintende tutto il
settore nucleare, compresa la produzione di armamenti, stima un periodo tra i
70 e i 100 anni, con una spesa da 200 a 1.000 miliardi di dollari, per
risolvere la questione.
In Europa i rifiuti radioattivi provengono per lo più dal settore civile, non
essendoci stata la corsa agli armamenti atomici come per gli USA e l’URSS. La
produzione attuale di scorie nell’Unione Europea ammonta a circa 40.000 metri
cubi l’anno. La dimensione del problema è variabile nei vari Paesi secondo i
diversi sviluppi dei programmi nucleari. Francia e Gran Bretagna sono i
principali produttori, avendo non solo il maggior numero di reattori attivi
(rispettivamente 59 e 19), ma anche importanti programmi militari.

L’Italia è stato il primo paese industrializzato ad uscire dal nucleare con
il referendum del 1987, in seguito all’incidente di Černobyl (in Germania nel
2000 il Governo Federale ha concluso un accordo con le industrie per una
graduale uscita del Paese dall’energia nucleare entro il 2020; Spagna, Svezia e
Belgio tra gli anni Ottanta e Novanta hanno avviato programmi simili). Nel
nostro Paese, perciò, non c’è il problema di una produzione continua di scorie
dai reattori, però ci sono quelle accumulate nel passato per le quali non è
stata ancora trovata una soluzione definitiva.
La Sogin, la società subentrata ad Enel nella gestione delle centrali
atomiche italiane, valuta in circa 60.000 metri cubi il volume complessivo di
materiale radioattivo da smaltire (comprese le strutture delle vecchie centrali
chiuse e da demolire), a cui bisogna aggiungere le 500 tonnellate di rifiuti a
bassa radioattività prodotte annualmente da ospedali, acciaierie e impianti
petrolchimici, più alcune decine di tonnellate di scorie ad alta radioattività
che ci torneranno indietro dagli impianti di riprocessamento di Sellafield, in
Inghilterra e di La Hague, in Francia (gli unici due in Europa). Qui il
combustibile spento, che contiene ancora una grande quantità (94-95 per cento)
di uranio e una piccola (2 per cento) di plutonio, potenzialmente
riutilizzabili, viene ripulito dai cosiddetti prodotti di fissione (3-4 per
cento), che non sono più utilizzabili e devono quindi essere smaltiti.

Secondo gli ultimi dati dell’International Nuclear Societies Council (INSC),
ogni anno l’industria nucleare mondiale produce un volume di circa 270.000
metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Il problema, però,
non sono le quantità, effettivamente non molto elevate se paragonate con quelle
di rifiuti prodotti dalle centrali a fonti fossili tradizionali (una centrale a
carbone da 1.000 MegaWatt produce da sola in un anno 400.000 metri cubi di
ceneri). Il vero problema è l’accumulo nel tempo di sostanze estremamente
pericolose e che impiegano un tempo troppo lungo, sulla scala dei tempi umani,
per diventare stabili. Il combustibile spento e scaricato dai reattori ad
uranio attualmente impiegati (2° e 3° generazione), per esempio, mantiene una
pericolosità elevata per un milione di anni. Le terre e le acque eventualmente
contaminate, poi, diventano loro stesse radioattive e lo rimangono per
centinaia di migliaia di anni.
Gli effetti delle radiazioni dipendono dal tipo e dalla dose ricevuta.
Possono essere irrilevanti o molto dannosi. La quantità di radiazioni assorbita
dagli esseri viventi si misura in sievert, un’unità che tiene conto della
dannosità, a parità di dose, dei vari tipi di radiazioni. Mediamente ogni
individuo assorbe 2,4 millisievert (un millesimo di sievert) all’anno per
effetto della radioattività naturale, dovuta ai radionuclidi presenti nelle
rocce (come il potassio 40, l’uranio e il torio), al radon (gas radioattivo
presente del sottosuolo) e ai raggi cosmici.
Una dose superiore a 4 sievert è letale. Dosi inferiori possono provocare
cancro, leucemia e malformazioni nei feti con una probabilità maggiore più è
alta la dose. L’esposizione ad 1 millisievert all’anno al di sopra della dose
naturale di radiazioni (limite massimo di dose stabilito dalla legge italiana
per le persone in luoghi pubblici), corrisponde ad una probabilità di sviluppo
di tumori mortali dello 0,001 per cento. È chiaro che le persone che subiscono
un’esposizione prolungata nel tempo (per esempio gli abitanti vicino ad una
centrale nucleare o a un deposito di rifiuti radioattivi) hanno fortissime
possibilità di ammalarsi. Alcuni studi condotti dal Centers for Disease Control
and Prevention, del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti hanno
evidenziato che i due terzi dei decessi per tumore al seno avvenuti in America
tra il 1985 e il 1989, si sono registrati all’interno di un raggio di 100
miglia (circa 160 chilometri) dai reattori nucleari.
Al momento l’unico sistema praticabile per smaltire le scorie nucleari è
quello di depositarle in aree controllate almeno finché la radiotossicità
diminuisca al valore dell’uranio naturale.
I rifiuti a medio-bassa radioattività, cioè gli indumenti, gli utensili e i
materiali provenienti dai reparti di radiologia degli ospedali, dagli istituti
di ricerca e da alcune attività industriali, costituiscono circa il 95 per
cento dell’intera produzione e sono i meno pericolosi, perciò il loro
confinamento deve essere garantito al massimo per qualche secolo (in genere 300
anni sono sufficienti per abbattere di mille volte la radiazione dei
radionuclidi a vita più lunga come il cesio).
Questi rifiuti vengono confinati in depositi superficiali, tipo trincee,
silos o tumuli, e l’isolamento viene realizzato tramite barriere in
calcestruzzo poste in serie, che impediscono la diffusione dei radionuclidi
verso l’esterno.
I rifiuti ad alta radioattività sono solo il 5 per cento del volume prodotto
dalle attività umane (tra i 10.000 e i 14.000 metri cubi all’anno), ma
contengono il 95 per cento della radioattività. Si tratta delle barre di
combustibile spento dei reattori nucleari e delle scorie solide e liquide che
si creano durante la produzione del plutonio e durante il riprocessamento.
Le scorie ad alta attività mantengono livelli di radiazione incompatibili con
l’ambiente per centinaia di migliaia di anni e quindi non è possibile fare
affidamento su barriere artificiali, che non potrebbero garantire la sicurezza
per periodi così lunghi. Si prevede così di depositare tali rifiuti, previo
incapsulamento in matrici vetrose e nei cosiddetti “casks”, ossia contenitori
cilindrici di acciaio praticamente indistruttibili, in formazioni geologiche
stabili e profonde centinaia di metri, che possono assicurare, teoricamente, l’
isolamento per milioni di anni, come per esempio le formazioni saline e quelle
argillose.
I depositi geologici profondi sono ancora in fase di studio o, nei casi più
avanzati, di realizzazione pilota. In Europa, laboratori sperimentali
sotterranei sono in costruzione in Finlandia, Svezia, Francia e Svizzera. Il
progetto più avanzato è quello finlandese che dovrebbe vedere la luce nel
2020.
Negli Stati Uniti dal 1999 è in esercizio, vicino a Carlsbad nel New Mexico,
il Waste Isolation Pilot Plant (WIPP), il primo e, per ora, unico deposito
geologico funzionante al mondo per lo smaltimento di scorie radioattive (in una
miniera di sale a 700 metri di profondità, per un volume totale di 175.600
metri cubi). L’impianto, però, non è destinato ai rifiuti radioattivi ad alta
attività, bensì allo smaltimento di indumenti, utensili e materiali contaminati
da plutonio e da elementi transuranici, tutti a bassa e media attività.
La realizzazione di un deposito geologico per i rifiuti nucleari non è un’
operazione semplice. Al di là dei costi enormi (finora il WIPP è costato un
miliardo di dollari), un sito permanente di stoccaggio di scorie radioattive
solleva problemi di accettabilità sociale notevoli. Inoltre nessuno può
garantire per centinaia di migliaia di anni l’effettiva tenuta di qualunque
formazione geologica.
Un anno fa, nel Marzo del 2008, il famoso progetto americano di un deposito
geologico definitivo per le scorie ad alta attività, posto a 300 metri di
profondità sotto la Yucca Mountain, nello Stato del Nevada, è stato
definitivamente abbandonato, nonostante i quasi 8 miliardi di dollari già
spesi. Il DOE aveva garantito la stabilità del sito e la sua tenuta all’aria e
alle infiltrazioni d’acqua per 10.000 anni (anche se il picco nelle emissioni
radioattive si sarebbe verificato dopo 400.000 anni), ma le forti proteste
delle associazioni ambientaliste, dell’Epa, l’Agenzia federale degli Stati
Uniti per la protezione dell’ambiente, e dello stesso Stato del Nevada da
sempre contrari, hanno vinto la lunghissima battaglia (il progetto originale
risale a vent’anni fa).

Anche in Italia, nel 2003, si cercò di costruire un deposito geologico
permanente per i rifiuti radioattivi, a Scanzano Jonico, in Basilicata. Il
progetto venne bloccato quasi immediatamente, non solo per le vivaci proteste
degli abitanti della zona, provocate soprattutto dal grave errore politico del
Governo che tentò d’imporre la decisione dall’alto senza consultare le autorità
locali e informare preventivamente la popolazione sulle caratteristiche del
progetto, ma anche per la ferma opposizione di autorevoli scienziati (tra cui
il premio Nobel Carlo Rubbia). Al contrario di quanto affermato dalla Sogin, fu
rilevato che Scanzano Jonico non ha i criteri minimi di sicurezza previsti dall’
Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA). Si trova, infatti, in zona
sismica, è troppo vicino a centri abitati, a fiumi e a falde acquifere
superficiali, è in un’area soggetta a frane, erosioni ed alluvioni ed è a meno
di un chilometro di distanza da un giacimento metanifero. Tutte le
caratteristiche peggiori per costruire un deposito di scorie radioattive.
Date le enormi difficoltà di realizzare un deposito geologico e premesso che
in seguito ad accordi e trattati internazionali ogni Paese deve smaltire i
propri rifiuti nucleari e che non è permesso usare come depositi i ghiacci dell’
Antartide e i fondali marini (fino alla Convenzione di Londra del 1995 che lo
ha vietato, il seppellimento nei fondali marini era uno dei sistemi più quotati
dai Paesi produttori di energia atomica), in tutto il mondo si stanno studiando
piani alternativi.
Il progetto più interessante, che vede coinvolta direttamente l’Italia con l’
Enea e il professor Carlo Rubbia, è quello dei reattori dedicati alla
trasmutazione e degli acceleratori di particelle accoppiati a reattori per la
trasmutazione, tecnologie in grado di abbreviare notevolmente il tempo di
radioattività dei rifiuti provenienti dalle centrali nucleari (quelli ad alta
attività), permettendo un ulteriore recupero energetico. La trasmutazione
significa trasformare le scorie mediante un bombardamento di neutroni: in
questo modo, uranio e plutonio diventano sostanze diverse non più radioattive o
che emettono radiazioni al massimo per 600 anni, cioè un tempo molto più breve,
nel quale si può gestire agevolmente il loro confinamento.
Un’altra scoperta estremamente importante è stata fatta da alcuni ricercatori
americani dell’Institute for Genomic Research e dell’Università del
Massachusetts. Nel 2003 hanno sequenziato il genoma di uno straordinario
microrganismo del suolo, il “Geobacter sulfurreducens”, un batterio in grado di
metabolizzare i metalli radioattivi come l’uranio. La sequenza genomica del
“Geobacter” permetterà la messa a punto di tecnologie di bonifica delle acque
di falda e dei terreni contaminati.
Per ora, però, non è prevedibile quando queste ricerche potranno avere un’
applicazione a grande scala.
La contea di Hanford, nello Stato di Washington negli Stati Uniti, è un altro
luogo di morte invisibile. Dal 1943, anno di entrata in funzione dei reattori
di Hanford (qui fu fabbricato il plutonio per la bomba sganciata su Nagasaki),
fino al 1989 furono riversati nell’ambiente circostante e nelle acque del fiume
Columbia ingenti quantità di elementi radioattivi, tra cui il micidiale iodio
131 (isotopo altamente radioattivo dello iodio), un sottoprodotto gassoso della
produzione di plutonio. Nonostante i tecnici della centrale avessero registrato
fin dagli anni Quaranta una diffusione sempre più ampia dello iodio 131 (fino a
150 miglia dalle ciminiere), non fecero nulla, non modificarono la produzione
e, anzi, tennero segreti per anni le analisi effettuate sui campioni di acqua e
terreno.
Soltanto negli anni Ottanta incominciarono a circolare le prime notizie sulla
reale situazione di contaminazione, quando l’aumento esponenziale dei casi di
cancro nella popolazione e delle malformazioni dei bambini e degli animali nati
nelle zone agricole della contea fece preoccupare seriamente il DOE e gli
stessi funzionari della centrale. Fu anche e soprattutto grazie alla battaglia
coraggiosa di Michele Gerber, abitante della zona e madre di famiglia con un
PhD in storia all’Università di New York, se l’impianto di Hanford venne
definitivamente chiuso. Il suo libro On the Home Front, pubblicato nel 1992,
denunciò la responsabilità diretta dei tecnici della centrale e il loro
silenzio omertoso sull’inquinamento radioattivo.
Oggi Hanford è una potenziale nuova Černobyl. Ospita il più vasto deposito di
scorie ad alta radioattività degli Stati Uniti: 200 milioni di litri di rifiuti
liquidi derivati dalla produzione del plutonio, 2.100 tonnellate di
combustibile spento, 4 tonnellate di plutonio, 700.000 metri cubi di rifiuti
solidi e un miliardo di metri cubi di terra contaminata. Le scorie radioattive,
conservate per anni in contenitori inadeguati, si sono decomposte in sostanze
altamente esplosive e sono diventate delle vere e proprie bombe atomiche,
pronte ad esplodere alla prima scintilla. L’area, contaminata da decenni di
scarichi scriteriati, è vasta circa 1.450 chilometri quadrati (la metà della
Valle d’Aosta) e per risolvere il problema sono impiegate 1.240 persone a tempo
pieno, con un budget annuale di 500 milioni di dollari.
Di fronte a questi luoghi, sorge un dubbio inquietante: quanti cimiteri
nucleari come Hanford e Mayak ci sono nel mondo? Probabilmente molti più di
quanti possiamo immaginare, vista la segretezza con cui sono stati condotti gli
esperimenti atomici durante la guerra fredda.
Per evitare che il nostro Pianeta si trasformi in un deserto radioattivo,
bisogna trovare al più presto una soluzione. Michele Gerber qualche anno fa ha
detto: “in fondo non ho mai desiderato altro che un fiume pulito”.



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