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Torino 30 giugno. Solidarietà alla rivolta in Iran



Torino 30 giugno. Solidarietà alla rivolta in Iran



Martedì 30 giugno

punto info solidale con i ribelli persiani

dalle 18 in via Po 16 (sotto i portici in caso di pioggia)



I Basiq, squadracce di motociclisti al servizio dei pasdaran, seminano il terrore colpendo con furia i manifestanti. I morti sarebbero oltre 250. Le fonti ufficiali ne confermano 20 ma i persiani che vivono nel nostro paese sanno che il numero è di gran lunga superiore. Alle famiglie è concesso riavere i corpi dei propri cari uccisi solo se pagano tra i 5 e i 7mila dollari. Difficile calcolare il numero degli arrestati ma ormai si parla di diverse centinaia di persone rinchiuse nelle carceri iraniane, dove la tortura è praticata sistematicamente.

Le squadracce vanno di casa in casa e tolgono le antenne paraboliche per impedire alla gente di ricevere i canali esteri.

Eppure la rivolta continua a dilagare. Lo scontro di potere tra le elite che si contendono il governo nella Repubblica islamica, scoppiato dopo i brogli con cui Ahmadjnejad ha vinto le elezioni, ha innescato una rivolta su più vasta scala, di cui sono protagonisti i giovani e gli studenti, insofferenti alla mancanza di libertà imposta dal regime. Uno slogan tra i più diffusi paragona la guida suprema Ali Khamenei al dittatore cileno Pinochet.

Nei blog i giovani iraniani rappresentano se stessi in modo molto lontano dalle regole imposte dalla leadership religiosa che governa il paese dal 1979. Una ventata di libertà, anche se siamo ancora lontani da un'opposizione netta al potere religioso che controlla il governo, la vita quotidiana e l'economia persiana.



Il governo italiano con volgare ipocrisia a parole biasima la repressione in atto, nei fatti continua a fare affari con la Repubblica degli Ayatollah.

In questi anni il volume degli scambi tra Italia a Iran è costantemente aumentato. Dopo le sanzioni decretate dall'ONU, dopo le esternazioni antisemite e revisioniste di Ahmadjneiad, dopo la questione delle centrali nucleari, il governo del nostro paese ha duramente condannato l'Iran a parole, nei fatti ha continuato a sostenere le industrie italiane impegnate in quel paese.

Nel 2007, con un interscambio complessivo di 5,7 miliardi di euro, l'Italia è stata, tra i paesi dell'Unione Europea, il primo partner commerciale dell'Iran. Le importazioni dalla Repubblica islamica, per l'80% petrolifere, sono state pari a 3,9 miliardi, contro esportazioni per 1,8 miliardi, che hanno posizionato l'Italia al terzo posto tra i Paesi fornitori di Teheran, dopo la Germania e la Francia.

Nel giugno del 2008 si è svolto a Roma il vertice FAO cui ha partecipato anche il presidente iraniano Ahamadjnejad. In quell'occasione Berlusconi ha rifiutato di ricevere a palazzo Chigi il "novello Hitler". Peccato che negli stessi giorni il "novello Hitler" incontrasse, sempre a Roma, alcuni top manager di importanti aziende pubbliche italiane, come l'Ansaldo e la Fata del gruppo Finmeccanica.

L'Iran è ricco di petrolio e gas, il quarto produttore di greggio al mondo, e da molti anni vi è una consolidata tradizione di interscambi e progetti di sviluppo realizzati da imprese italiane. I soldi non puzzano di sangue e la politica non deve permettersi di interferire.

Anzi!

I programmi di assicurazione all'export dell'Italia verso l'Iran ammontano a circa 4,5 miliardi di euro: tra i paesi UE, l'Italia è seconda solo alla Germania.

La SACE, principale Agenzia di Credito all'Esportazione in Italia al 100% di proprietà del Ministero del Tesoro, assicura le imprese che realizzano progetti e investimenti in Iran contro il rischio politico e commerciale di insolvenza.

Ai nobili sostenitori del libero mercato ricordiamo che l'economia iraniana è all'80% in mano alla leadership politico-religiosa, poiché in base all'articolo 44 della Costituzione Khomenista "industria di larga scala, commercio estero, minerali, banche, assicurazione, energia, telecomunicazioni, infrastrutture civili e industriali" dovevano essere di proprietà pubblica ed amministrati dallo stato. Il rubinetto del petrolio e del gas è in mano ai preti, così come le scelte di partnership commerciale che tanto stanno a cuore ai capitalisti nostrani.



I ribelli persiani che in questi giorni rischiano la vita nelle strade del loro paese valgono solo una formale dichiarazione di "preoccupazione" del ministro degli esteri Frattini, che il 21 giugno dice "che l'Occidente deve scegliere". Occhio e croce il governo italiano ha già scelto. La scelta di sempre. Quella che ogni giorno viene fatta anche sulla pelle dei lavoratori italiani: dalla parte dei padroni e del loro affari.



Noi, nel solidarizzare con i manifestanti iraniani, non possiamo che augurarci che la lotta, che in questi giorni ha investito anche banche e uffici pubblici, sappia far crescere la consapevolezza che la libertà, quella vera, non è scegliere il politico o il prete giusto ma cacciare via tutti i preti e tutti i governi.



Per info e contatti:

Federazione Anarchica Torinese - FAI

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La sede è aperta ogni giovedì dopo le 21

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