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nazisti al lavoro anche al Vega



 
da il Gazzettino di Sabato 26 Settembre 2009,
Mestre
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      Un biochip di mezzo centimetro quadrato rivoluzionerà la diagnosi precoce dei tumori. A realizzarlo è stato un gruppo di ricerca formato da nove diversi partner scientifici, accademici e industriali, tra i quali l'Università di Padova, la Xeptagen Spa del Vega di Marghera e l'associazione veneziana Abo, da anni protagonista a livello internazionale nello studio dei biomarcatori tumorali. Il biochip è un microdispositivo ottico-elettronico in grado di rilevare fino a 100 marcatori tumorali, ossia specifici segnali biochimici che rivelano la presenza di una forma tumorale. I risultati del progetto, costato 8 milioni di euro, 5 dei quali stanziati dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, sono stati resi noti durante un congresso internazionale tenutosi all'ospedale dell'Angelo di Mestre, struttura che ospita il Centro Regionale degli indicatori biochimici di tumore. Le applicazioni del biochip sono numerose: si va dalla diagnosi precoce, o addirittura preventiva, di diffuse forme tumorali, alla riduzione della spesa sanitaria, fino al poter già pronosticare un primo intervento di telemedicina.
      «La nostra Regione – ha detto Sandro Sandri, assessore alle Politiche sanitarie del Veneto – si dimostra ancora una volta al centro di iniziative di grande rilievo internazionale, grazie alla presenza di gruppi di ricerca e di strutture idonee per lo sviluppo e l'individuazione di nuove tecnologie. Il biochip potrà ridurre la spesa sanitaria».
      Proprio l'economicità e la duttilità della nuova tecnologia sembrano essere le armi vincenti per un immediato utilizzo sperimentale: produrre un biochip costerebbe quanto realizzare un test per un solo marcatore, mentre il biochip può ospitare fino a 100 marcatori. Non solo, visto che anche per il bilancio pubblico prevenire è meglio che curare, la possibilità di diagnosticare tempestivamente la presenza di un tumore avrà benefici concreti sulla spesa pubblica. «Curare un paziente che non guarisce – ha spiegato Massimo Gion, direttore del Dipartimento di Patologia Clinica Asl 12 e direttore del Centro regionale indicatori biochimici di tumore – ha dei costi altissimi. Con la diagnosi precoce si potranno salvare delle vite e ridurre le spese oncologiche».
      Il biochip è ancora un prototipo, ma rappresenta un connubio tra nanotecnologie, biochimica e microelettronica unico al mondo. La possibilità di effettuare diagnosi complesse a partire da una sola goccia di sangue e i costi contenuti permettono d'ipotizzare un uso diffuso della tecnologia, quale uno screening di massa per alcuni tipi di tumore e l'avvio della telemedicina, ossia la possibilità di inviare tramite dati digitali informazioni mediche necessarie per effettuare delle accurate diagnosi a distanza. «La possibilità di portare il test diagnostico al letto del paziente – afferma Sergio Pecorelli, dell'Università di Bologna – riveste particolare importanza sopratutto per la popolazione anziana, più difficile da monitorare».
      Il biochip scatterà una foto ai marcatori e la invierà, come fosse un mms, direttamente al medico curante, il quale potrà seguire a distanza il proprio paziente. Il biochip appare adatto alla diagnosi di particolari forme tumorali, su tutte quelle all'intestino, al fegato e al colon. Il prossimo passo potrebbe prevedere l'utilizzo del biochip in pazienti affetti da cirrosi epatica, malattia spesso accompagnata dall'insorgere di una forma tumorale al fegato. Nei test effettuati, ben l'80% dei pazienti cirrotici che avevano registrato, con il biochip, la presenza di marcatori tumorali hanno poi, nel giro di un anno, sviluppato il tumore.
      Per i fumatori, invece, nessuna novità sul fronte dei marcatori. «Il miglior modo per prevenire il cancro ai polmoni – ha sentenziato il dottor Gion – continua ad essere il non fumare”.
      Marco Dori




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