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Torino. Punto info sui CIE



Torino. Punto info sui CIE

Venerdì 24 settembre ore 17,30 punto info sui CIE.
In via Po 16.

L’Italia al tempo dei lager e delle deportazioni
Frontiere d’odio
Oggi, quelli che si salvano dal mare, dai trafficanti d’uomini, dalle
guardie di frontiera ma non da uno Stato che li definisce “illegali”
vengono rinchiusi nei CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione. I
piemontesi che andavano in Argentina finivano negli “Alberghi” degli
immigrati. Felicia Cardano riporta i racconti sentiti in famiglia: “Mio
padre arrivò a Buenos Aires nel 1889 a bordo del 'Frisca'. Durante il
viaggio morirono il suo migliore amico e altre trenta persone. Lo misero
all'Hotel della Rotonda, un enorme baraccone di legno, dove si stava
stipati come sardine insieme ai pidocchi e alla puzza.”.

Sono storie di ieri, storie dei tanti piemontesi che partirono alla volta
del Sudamerica per cercare “suerte”, fortuna, ma videro la morte in
faccia, poi le baracche/prigioni, il disprezzo, lo sfruttamento bestiale.
Tanti scappavano dalla guerra, la prima, quella che si mangiò la vita di
tanti giovani contadini ed operai mandati a morire per spostare un
confine.
Tanti di quelli che oggi arrivano qui, da noi in Piemonte, fuggono le
guerre e la miseria come i nostri bisnonni. Chi arriva ha negli occhi il
deserto, le galere libiche, il mare, i pescherecci che passano senza
fermarsi, i militari che vanno a caccia di uomini. Hanno negli occhi il
ricordo dei tanti lasciati per strada, morti senza tomba né umana pietà.
Pochi di loro trovano “suerte”, fortuna: per i più c’è lavoro nero, salari
infimi, paura, discriminazione. Chi viene pescato finisce nei CIE e di lì
via, indietro, ancora verso l’inferno.

Il diritto legale di vivere nel nostro paese è riservato solo a chi ha un
contratto di lavoro, a chi accetta di lavorare come qui nessuno più era
obbligato a fare. Oggi i migranti, con permesso o in nero, sono i nuovi
schiavi di quest’Europa fatta di confini e filo spinato. Gente la cui vita
vale poco o nulla.
È scritto nelle leggi. Leggi razziste.

I CIE sono le galere che lo Stato italiano riserva a quelli che non
servono più. Sono posti dove finisci per quello che sei, non per quello
che fai. Come nei lager nazisti. Raccontano che nei CIE stanno i
delinquenti, ma mentono sapendo di mentire. Nei CIE rinchiudono chi ha
perso il lavoro e, quindi, anche le carte, oppure chi un lavoro a posto
con i libretti non l’ha mai avuto e quindi nemmeno le carte in regola.
Chi resta, dopo aver ricevuto un decreto di espulsione, rischia la galera
perché – da un anno – l’immigrazione clandestina è un reato penale.
Pensate se succedesse a voi. Perdete il lavoro - di questi tempi non è
difficile - e un giorno venite intercettati da una pattuglia e poi
“ospitati” in un CIE, per sei mesi, in attesa di essere deportati lontano
dalla vostra vita, dai vostri affetti, dai vostri figli.

Da sempre nei CIE – ieri CPT - soprusi, pestaggi, cure negate, sedativi
nel cibo sono pane quotidiano. Le lotte degli immigrati rinchiusi nei CIE
hanno segnato l’ultimo decennio. Una lunga resistenza, spesso disperata,
fatta di braccia tagliate, bocche cucite, lamette o pile ingoiate.
Qualcuno ha preferito la morte alla deportazione e l’ha fatta finita. In
tanti si sono ribellati, bruciando materassi, distruggendo suppellettili,
salendo sul tetto. Un po’ ovunque ci sono stati tentativi di fuga.
Ovunque, nelle gabbie per immigrati, si levano urla. Urla nel silenzio.
È tempo di rompere il silenzio.

Viviamo tempi grami, tempi feroci e folli, tempi di guerra. La guerra
contro i poveri e gli immigrati, la guerra contro chiunque si opponga alla
barbarie.
Ci vogliono nemici dei lavoratori immigrati, per farci deimenticare che il
nemico, quello vero, sfrutta e comanda le nostre vite, siede nei consigli
di amministrazione delle aziende, sui banchi del governo.
Il filo spinato e le mura dei CIE sono il simbolo concreto della frontiera
d’odio che attraversa la nostra società. Una delle tante frontiere da
abbattere.

Se un giorno ci chiederanno “dov’eravate quando la gente moriva in mare e
nel deserto? Dov’eravate ai tempi dei lager e delle deportazioni? Vorremmo
poter rispondere “ero lì, con gli altri, a resistere”.
Mettersi in mezzo è un’urgenza che parla a ciascuno di noi.
Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

Luglio/settembre. Cronache dai CIE

I CIE, le prigioni per migranti, sono una polveriera. Tra luglio e
settembre, i reclusi dei centri hanno saltato muri, divelto recinzioni,
fatto buchi. Molti sono riusciti a fuggire, altri hanno subito pestaggi,
arresti, processi.
È sempre più evidente la difficoltà del governo a gestire le continue
rivolte e i tentativi di fuga dai CIE: nonostante i pestaggi feroci,
l’impiego dell’esercito a fianco di polizia e carabinieri, la situazione
sfugge al controllo. In molti centri telecamere, sistemi di rilevamento ad
infrarossi, a volte intere sezioni sono state rese inutilizzabili nel
corso delle sommosse degli immigrati.
Ad un anno dal prolungamento a sei mesi della detenzione nei centri per
immigrati senza carte, la tensione non accenna a diminuire.
Inoltre in luglio il governo Berlusconi ha stipulato accordi con l’Algeria
e la Tunisia per realizzare espulsioni rapide e di massa verso i due paesi
del nordafrica.
E i Centri di Trapani, Milano, Gradisca, Roma, Torino, Bari, Brindisi,
Gradisca si sono subito infiammati.

Trapani, mercoledì 14 luglio
Almeno 15 reclusi riescono a fuggire. Secondo la versione della questura
che per due giorni ha taciuto l’evasione, ci avrebbero provato in 27, ma
12 sarebbero stati riacciuffati subito.
Secondo altre fonti i fuggitivi sarebbero stati ben quaranta.
Quattro immigrati, individuati come responsabili degli scontri avvenuti
durante la sommossa che ha preceduto al fuga, sono stati arrestati e
tradotti in carcere.

Torino, mercoledì 14 luglio
Intorno alle 15 divampa la rivolta al CIE di corso Brunelleschi. Gli
immigrati tentano di impedire la deportazione di tre di loro. Alla fine la
polizia porta via due “ospiti” su tre. I prigionieri reagiscono spaccando
suppellettili e dando fuoco ai materassi. Un’intera sezione del CIE è resa
inagibile. Alcuni immigrati salgono sul tetto.
Intorno alle 17 davanti al CIE si raduna un presidio di una cinquantina di
solidali, alcuni dei quali, in serata, alla notizia di feriti lasciati
senza cure, occupa il cortile della Croce Rossa in via Bologna.
L’occupazione termina solo quando, dopo ben tre ore di tira e molla con la
polizia, al CIE arriva un medico che dispone il ricovero di un immigrato
che si era bruciato mani e piedi durante la rivolta.
Un altro immigrato, Samir, che si era tagliato con le lamette le braccia e
il corpo, viene portato in ospedale intorno alle 21: sedato, si risveglia
al CIE di Ponte Galeria a Roma.

Gradisca, sabato 17 luglio
Nella notte esplode l'ennesima rivolta al CIE. Tutto parte da un tentativo
di espulsione di uno o più tunisini: per resistere, i reclusi salgono sui
tetti delle celle e la polizia risponde, come altre volte, con un fitto
lancio di lacrimogeni. I reclusi di un’altra area trascinano i materassi
in cortile e li incendiano per sviare l'attenzione dei poliziotti. Uno dei
migranti sul tetto viene colpito da un candelotto lacrimogeno e cade sui
materassi in fiamme ustionandosi al volto in modo talmente grave da essere
portato in ospedale a Udine. Per diverse ore non sarà possibile avere sue
notizie. Domenica il ferito viene riportato all'interno del CIE in
condizioni critiche ma per fortuna meno gravi di quello che si temeva e
lunedì viene visitato da un avvocato solidale.
Il martedì successivo il detenuto che aveva opposto resistenza
all'espulsione viene processato per direttissima e condannato a 9 mesi di
reclusione, per resistenza e violenza contro pubblico ufficiale.

Torino, 19/22 luglio
Un immigrato tunisino, Sabri, sale sul tetto della sezione viola del CIE:
gli mancano pochi giorni alla scadenza dei sei mesi e si batte per non
essere deportato. Sabri è tra quelli che, il 14 luglio, avevano reso
inagibile la sezione bianca, dando vita alla rivolta.
Un folto gruppo di antirazzisti, in buona parte della rete “10 luglio
antirazzista” si danno appuntamento davanti al CIE. Sabri resiste sul
tetto per tre giorni e tre notti, mentre sotto le mura c’è un presidio
permanente, che sostiene la sua lotta, facendola conoscere in città, con
volantinaggi, giri informativi, dirette alla radio.
All’alba del terzo giorno la polizia, coadiuvata dei vigili del fuoco,
tira giù dal tetto Sabri, che si sloga una caviglia. In strada gli
antirazzisti del presidio bloccano i due ingressi: vengono caricati e
manganellati. In serata un corteo di 500 persone fa il giro del CIE.
Sabri non ce l’ha fatta, ma, grazie alla sua resistenza, la sua storia
personale, che è poi una delle tante storie tutte uguali dei poveri che
emigrano per campare la vita, ha oltrepassato le gabbie del CIE, rompendo
brevemente il muro di silenzio e menzogna che lo circonda.

Roma, venerdì 23 luglio
Samir, il ragazzo che si era tagliato durante la rivolta del 14 luglio al
CIE di Torino e si era ritrovato a Ponte Galeria, sale sul tetto, ingoia
vetri. Venerdì 23, ultimo dei suoi 180 giorni, riguadagna la libertà.

Gradisca, sabato 24 luglio
Presidio solidale organizzato dal coordinamento libertario regionale.

Gradisca, mercoledì 28 luglio
Nove o, secondo altre fonti, sei immigrati, rinchiusi in cella per
punizione, ne hanno approfittato per fare un buco nel tetto e scappare dal
Centro. Il giorno dopo sono fuggiti altri tre.

Bari, venerdì 30 luglio
Nel CIE di Bari si sta malissimo: qualsiasi richiesta, anche minima, è
accolta con scherno, insulti e magari anche una buona dose di legnate.
Non stupisce che la rabbia a lungo covata sia esplosa in una rivolta tra
le più dure di questo periodo. Ci hanno provato in 50 a riprendersi la
libertà. La protesta è scoppiata nella notte. Gli immigrati, dopo aver
divelto con spranghe di fortuna la recinzione del CIE, si sono scontrati
violentemente con polizia, carabinieri e con i marò del battaglione “S.
Marco”. Solo sei sono riusciti a scappare. Altri 30 sono saliti sui tetti,
lanciando contro i militari tutto quello che avevano.
Secondo quanto riportano alcuni siti di informazione tre sezioni sono
state distrutte, ci sono stati 11 feriti tra i militari e sei tra gli
immigrati. Un senza carte ha un trauma cranico e i medici si sono
riservati la prognosi.
18 reclusi sono stati arrestati con l’accusa di “di devastazione,
saccheggio seguito da incendio, resistenza, violenza e lesioni a pubblici
ufficiali”. Il giudice convaliderà l’arresto di 17 di loro, quattro ancora
ricoverati per le ferite riportate durante gli scontri.

Torino, lunedì 2 agosto
I detenuti danno fuoco a qualche materasso per protestare contro il
pestaggio di un senza carte tunisino. Il giorno successivo il ragazzo
pestato verrà arrestato con l’accusa di aggressione.

Brindisi, giovedì 5 agosto
Ci provano in sedici ci riescono in otto. Nello scontro con le forze
dell’ordine un immigrato precipita dal muro di cinta finendo in ospedale
con un piede fratturato. I militari feriti sono due.
Da maggio a luglio dal CIE di Restinco sono scappati 25 immigrati. Il
bilancio arriva quindi a 33.

Trapani, venerdì 6 agosto
Nuova sommossa al Serraino Vulpitta, dove i reclusi attaccano in massa i
loro carcerieri, tentando la fuga. Gli immigrati hanno lanciato
suppellettili e danneggiato le strutture, ma, secondo quanto riferisce il
quotidiano “La Sicilia”, sono stati infine bloccati dalla polizia. Due
tunisini, arrestati con l’accusa di aver partecipato attivamente alla
rivolta, sono stati portati in carcere in attesa del processo per
direttissima.
Al CIE di Trapani arriveranno presto 50 militari: lo ha deciso Maroni
nell’ambito del programma “strade sicure”, prorogato dal consiglio dei
ministri il 5 agosto.

Brindisi, domenica 15 agosto
Ci provano in trenta, ci riescono in 10, gli altri, alcuni malconci per il
saldo del muro, vengono riacciuffati. Questo il bilancio di ferragosto al
CIE di Restinco.

Milano, notte tra domenica 16 e lunedì 16 agosto
Dal CIE di via Corelli provano a scappare in 4, ma solo uno ci riesce, 18
reclusi sono invece denunciati per la sommossa che per tutta la nottata ha
infiammato il centro. La repressione contro gli immigrati saliti sul tetto
della struttura è durissima: i poliziotti pestano duro, colpendo anche il
viso, persone distese inermi a terra. Una vera mattanza. I quattro feriti
più gravi, svenuti per le botte ricevute, vengono ricoverati in ospedale.

Gradisca, domenica 15 agosto
Nel campetto di pallone dei CIE si accede a gruppi di 10, fatti entrare da
un operatore di Connecting people, che fa la conta. In una quarantina si
scagliano addosso al secondino, un immigrato algerino in Italia da anni, e
fanno irruzione nell’area, divelgono i lucchetti e provano a saltare il
muro. Ci riescono in 25: purtroppo 14 vengono ripresi. Per gli altri 11 è
un ferragosto di libertà.

Trapani, 17 agosto
Nuova fuga di massa dal “Serraino Vulpitta”. Ci hanno provato in piena
notte, calandosi dalle finestre del primo piano e forzando poi la
cancellata. Dei 43 fuggitivi soltanto una quindicina è riuscita ad
allontanarsi facendo perdere le proprie tracce ai poliziotti che hanno
ripreso gli altri. Un immigrato, la gamba fratturata nel salto dalla
finestra, è stato ricoverato in ospedale e potrebbe essere stato
denunciato per i danneggiamenti alla struttura durante la fuga. La
magistratura sta vagliando la posizione di altri cinque immigrati. I CIE,
vale la pena ricordarlo, non sono formalmente carceri, per cui chi scappa
non può essere imputato di evasione. Ma ai pubblici ministeri non manca
mai la fantasia per scovare altre imputazioni.
Il Centro di Trapani, assieme a quello di Lamezia Terme, è finito nel
mirino di Medici senza Frontiere, l’associazione di volontari, che da
qualche anno ha scelto di intervenire nella tutela e nella denuncia della
condizioni igienico sanitarie in cui vivono gli immigrati nel nostro
paese. Nel rapporto di MSF, i centri di Trapani e Lamezia sono descritti
come i peggiori d’Italia ed andrebbero immediatamente chiusi.

Gradisca, 28 e 29 agosto
Nuova fuga di massa dalla struttura isontina. In trenta sono saliti sul
tetto inscenando una protesta, mentre nella confusione 13 tentavano la
fuga: solo 8 ce la fanno ad allontanarsi dal centro.
Il giorno successivo la replica, ma questa volta la polizia è pronta ad
intervenire: volano le manganellate, due immigrati pestati ed ammanettati
sono portati fuori dal centro, vengono sparati anche dei lacrimogeni.
Due immigrati, arrestati dopo la rivolta, vengono processati per
direttissima il 7 settembre e condannati a 8 mesi senza la condizionale.

Milano, 11 settembre
Capita ogni giorno, nel mondo di fuori: un ragazzo si rompe una gamba
giocando a calcio, lo ingessano e, se ha male, gli danno un sedativo per
calmare il dolore. Dentro le gabbie per senza carte le regole del mondo di
fuori non valgono. Un ragazzo ingessato che chiede una pastiglia viene
curato a suon di botte: così impara a non scocciare quelli della Croce
Rossa, che dietro lauto compenso, si sono votati alla gestione del CIE.
I compagni del ragazzo pestato barricano la porta della loro camerata e
danno fuoco ai materassi, poi altre due camerate vanno a fuoco. Solo dopo
ore quelli dell’antisommossa riescono ad entrare, portandosi dietro cinque
immigrati in manette. C’è anche quello con la gamba ingessata.
Le tre sezioni sono gravemente danneggiate ma i prigionieri sono comunque
obbligati a passarvi la notte. Due immigrati vengono liberati la sera
stessa. Uno di loro pare abbia assistito al pestaggio. Che l’abbiano
liberato per liberarsi di un testimone scomodo?

Gradisca, 13 settembre
Tutto comincia con uno sciopero della fame. Nulla che i gestori del lager
non sapessero: erano giorni che i reclusi protestavano perché, dopo le
sommosse e le fughe dell’estate, era scattata la punizione collettiva.
Chiusi in cella senza poter uscire all’aria, se non per un’ora al giorno.
La risposta è immediata e durissima. Una ventina di poliziotti in assetto
antisommossa entra nella sezione intimando di smettere lo sciopero. Il
tutto condito con un po’ di manganellate distribuite nella camerata
ribelle.
È la scintilla per la rivolta: materassi e lenzuola vanno a fuoco. Gli
immigrati telefonano agli antirazzisti della regione per avere sostegno e
far sapere quello che accade.
In sottofondo alle chiamate le urla dei detenuti, ancora rinchiusi nella
camerata. Il fumo riempie la stanza: gli immigrati non riescono a
respirare, ma nemmeno questo basta. Le porte restano serrate. Nessuna
pietà per chi non china il capo.
Parte rapido il tam tam antirazzista: le radio di movimento mandano in
diretta la voce dei ribelli intrappolati, vengono contattati i giornalisti
e i compagni più vicini.
In tarda serata un numero imprecisato di reclusi viene portato in ospedale
per un principio di soffocamento.

La guerra contro i poveri continua.
La resistenza anche.

Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torinese – FAI
corso Palermo 46 – riunioni – aperte a tutti gli interessati – ogni
giovedì dalle 21
fai_to at inrete.it – 338 6594361