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La guerra in Libia e le contraddizioni del sistema



La guerra in Libia

e le contraddizioni del sistema

 

Il Partito Umanista è contrario a qualsiasi tipo di occupazione da parte di forze straniere di un nuovo territorio, è contrario a qualsiasi attacco militare. E' favorevole all’appoggio della comunità internazionale alle popolazioni libiche che verrebbero altrimenti in gran parte massacrate. Le alternative all’intervento militare ci sono: appoggiamo proposte come l’invio di osservatori internazionali dell’Onu, l’immediato soccorso alle popolazioni bisognose, la creazione di un efficace strumento di mediazione tra le parti in conflitto, l’istituzione di corpi civili di pace e il rendere veramente efficace un Tribunale internazionale che sia in grado di processare chiunque si renda responsabile di genocidi o crimini di guerra.

Prima di essere accusati di retorica mettiamo in chiaro che non siamo noi quelli che hanno causato questa situazione ed è meglio chiarire chi sono i responsabili.

 

La nostra speranza è che all’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu della risoluzione che riguarda la guerra civile in Libia e che prevede il “divieto di sorvolo” e la messa in atto di “tutte le misure necessarie per proteggere i civili”, non facciano seguito gli eventi a cui purtroppo abbiamo dovuto assistere in altre occasioni, quando gli interventi militari cosiddetti “umanitari” si sono rivelati ben presto vere e proprie operazioni di guerra e di occupazione.

 

La risoluzione dell’Onu non prevede esplicitamente l’intervento via terra, almeno in questo momento, ma si capisce bene che dichiarare la messa in atto di “tutte le misure necessarie per proteggere i civili” di fatto apre la strada a questa opzione.

 

Indipendentemente da come si svolgeranno gli eventi nelle prossime ore e nei prossimi giorni, però, è necessario a nostro avviso mettere in discussione, non solo ciò che oggi sembra inevitabile e cioè che l’opzione militare sia l’unica possibile, ma anche, se non soprattutto, i valori e i ruoli messi in campo da tutti i paesi economicamente e militarmente più potenti.

 

Siamo d’accordo che le alternative all’intervento militare ci sono e appoggiamo proposte come l’invio di osservatori internazionali dell’Onu, l’immediato soccorso alle popolazioni bisognose, la creazione di un efficace strumento di mediazione tra le parti in conflitto, l’istituzione di corpi civili di pace e il rendere veramente efficace un Tribunale internazionale che sia in grado di processare chiunque si renda responsabile di genocidi o crimini di guerra. Ma non basta.

Non basta mettere in discussione i metodi di intervento della comunità internazionale. Si rende sempre più necessario andare alla radice di quei problemi per i quali, poi, si deve intervenire rischiando di arrecare ulteriore dolore e sofferenza a popolazioni già martoriate da regimi dittatoriali senza scrupoli.

Andare alla radice dei problemi significa, per esempio, cominciare a chiedersi: Perché fino all’altro ieri tutti i paesi che oggi vogliono intervenire militarmente in Libia, hanno ben volentieri fatto affari e stipulato patti con Gheddafi, ben sapendo che tipo di regime vigeva in quel paese? La stessa domanda potrebbe essere posta, ovviamente, in tutti gli altri casi in cui esiste una palese violazione dei più elementari diritti umani. La storia non ha insegnato nulla? Come si può pensare che regimi di questo genere non determinino, prima o poi, una rivolta popolare? 

In altre parole, quando si fanno accordi di qualsiasi tipo con i governi di paesi in cui la Dichiarazione dei diritti umani è considerata carta straccia, qual è il valore principale che si sta seguendo? Quando si fanno affari con Gheddafi, così come si sono fatti con i governi dell’Egitto e della Tunisia o così come si continuano a fare con i governi di paesi come la Cina, dove è vietata la libera espressione del pensiero, vuol dire che il valore principale che si sta seguendo è il denaro, non certo l’essere umano.

Se questo è vero – e noi siamo convinti che lo è – possiamo solo arrivare ad una conclusione: nel caso della Libia non è solo Gheddafi responsabile della grave situazione attuale, ma anche tutti coloro che hanno pensato di poter accantonare la questione “diritti umani” pur di fare affari. Si sono illusi di poter mettere da parte il valore “essere umano” con la sua voglia di libertà, mettendolo al di sotto del valore “denaro”.

 

Ancora una volta si sta dimostrando che il solo pragmatismo non è in grado di dirigere nel modo migliore l’azione politica. Non si può fare politica se la visione è troppo corta, se lo sguardo non è rivolto al futuro, ma solo agli interessi immediati. Anche il modo di fare impresa deve cambiare: non si può far entrare nei consigli di amministrazione chi nel proprio paese attenta ogni giorno alla libertà e al diritto di pensare in modo diverso rispetto a chi detiene il potere.

Se la politica e l’economia sono – come dovrebbero essere – strumenti che l’essere umano ha a disposizione per migliorare le proprie condizioni di vita, allora coloro che oggi hanno il potere in questi due campi hanno fallito clamorosamente.

 

Non si può invocare il rispetto dei diritti umani e al contempo fare affari con chi quei diritti li calpesta ogni giorno. Chi oggi vorrebbe bombardare la Libia allo scopo di risolvere la crisi attuale è responsabile quanto Gheddafi di tale crisi ed è quindi chiaro che l’intervento della cosiddetta comunità internazionale ha lo scopo, non solo di risolvere nell’immediato una situazione critica e pericolosa, ma anche di riparare, sicuramente con molto ritardo, ai tanti, troppi sbagli che essa stessa ha compiuto.

La non consapevolezza di questo comporterà la ripetizione degli stessi sbagli e quindi nuova violenza. Solo la rivoluzione dei valori che stanno alla base della politica e dell’economia internazionale a favore dei diritti fondamentali dell’essere umano potrà garantire la non ripetizione degli stessi sbagli.
 
PARTITO UMANISTA