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Turi, la corda e il TGV



Turi, la corda e il TGV

Presidio Gravela di Chiomonte, 4 agosto 2011. Nicola e Stefano si
incatenano al cancello che serra la strada dell’Avanà. Nicola non mangia
da 13 giorni, Stefano e Turi hanno appena iniziato. Nicola ha deciso di
fare anche il digiuno dell’acqua.
I tre No Tav lottano contro la militarizzazione e i fogli di via imposti
dalla questura torinese ad alcuni attivisti.
La polizia minaccia una carica, poi decide di desistere.
Nel pomeriggio Turi si intrufola oltre il cancello, salta la recinzione e
rapidissimo si arrampica su un altissimo pino secco nell’area della
centrale.
Arrivano i pompieri, la polizia si agita.
Turi ha deciso di attuare una protesta clamorosa e non violenta contro
l’occupazione militare. Vuole che si rompa il silenzio sul digiuno No Tav,
ma soprattutto vuole che la forza delle armi ceda il passo alle ragioni
del dialogo. Difficile immaginare che chi basa il proprio potere sul
monopolio legale della violenza possa cedere alla forza morale. Una
scommessa tanto difficile quanto affascinante. Probabilmente un’utopia,
che tuttavia si nutre della forza immaginifica di un uomo in pantaloncini,
scalzo e inerme che sfida, mettendo in gioco la vita, l’apparato militare
dello Stato.
Solo la forza collettiva del movimento, solo la capacità di contaminare
sempre più gente con le proprie ragioni, può dare corpo all’idea che Turi
suggerisce con la propria azione. Sì è tanto più radicali quanto più si è
radicati. Il gesto del singolo che viola i divieti e salta la rete diventa
fecondo se diviene stimolo per l’azione di tutti. Ciascuno come sa, come
può e come vuole. Tutti decisi a mettersi di mezzo.

Turi canta, invita i militari a tornare a casa loro, ad abbandonare la
divisa.
L’assemblea quotidiana del presidio si sposta sul ponte. Nicola, provato
dal digiuno, interviene sostenendo con forza che vorrebbe che la sua
scelta fosse di stimolo alla lotta, al moltiplicarsi di iniziative e
blocchi.
Turi chiede – tramite una compagna entrata su sua richiesta nel recinto –
il parere dell’assemblea. Alcuni, preoccupati per la sua incolumità,
vorrebbero che scendesse. Turi chiede una coperta e decide di resistere.

Condove, ore 20,15. Circa trecento No Tav armati di bandiere si ritrovano
nella piazza del mercato. Una breve assemblea e poi tutti alla stazione.
Passa rallentando un treno locale: la gente saluta dai finestrini, il
macchinista suona ritmicamente la sirena. In Val Susa tutti amano i treni:
tanti li prendono ogni giorno per andare a lavorare o a studiare. Treni
spesso sovraffollati, sporchi, in ritardo. Non un euro viene speso per
migliorare il trasporto dei pendolari. Eppure ne basterebbero ben meno di
quelli che vogliono sprecare per il Tav o per finanziare le missione degli
assassini in divisa in Afganistan e in Libia.
I No Tav allungano le bandiere e le ferrovie decidono di fermare il TGV.
La sigla TGV, per chi non lo sapesse, sta per Train Aute Vitesse, treno ad
alta velocità, Tav. Il Tav tra Torino e Lyon, anche se il governo e gran
parte dell’opposizione fingono di non saperlo, c’è già.
Il giorno successivo i giornali, veri megafoni della questura, dicono che
chi ha partecipato verrà denunciato per interruzione di servizio. Non
solo. Pare vogliano segnalare al tribunale dei minori chi è venuto alla
stazione con i figli. Ogni giorno la polizia inventa nuove minacce
sperando di fiaccare la resistenza dei No Tav. Non ci riusciranno.
Il blocco va avanti sino alle 23,30.

Presidio Gravela di Chiomonte, ore 21,30.
La serata sulla militarizzazione viene spostata in strada, davanti al
cancello. Marco Rossi per oltre un’ora ricostruisce l’avventura di guerra
dei militari italiani in Afganistan. La contabilità dei morti, gli
interessi in gioco, la dicono lunga su una guerra feroce, in cui le prime
vittime sono i civili.
Turi chiede senza ottenerli una corda di canapa e abiti caldi per
affrontare la notte: la funzionaria responsabile della piazza nega tutto
nella speranza che Turi ceda.
Un compagno tenta una sortita, cercando di salire sull’albero, ma viene
intercettato e rudemente bloccato dalla polizia. Arrivano gli avvocati, la
gente si assembra al cancello, batte e intona slogan.
La funzionaria indossa la fascia tricolore, arriva l’idrante, si schiera
l’antisommossa.
Una compagna entra e riesce a convincere la funzionaria a far avere gli
abiti a Turi. Al compagno che aveva tentato di raggiungere Turi viene
permesso di salire sul cestello della scala mobile. Turi scende un po’ più
in basso, prende le sue cose e comunica la sua intenzione di non mollare.
Resterà su tutta la notte.
La mattina successiva riesce finalmente ad avere una corda per legarsi.
Inizia il digiuno della parola.

La solidarietà è un’arma. Chi può passi dal presidio “Gravela” di Chiomonte.

Per info:
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