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Da Lampedusa a Torino. I semi dell’odio



Da Lampedusa a Torino. I semi dell’odio

Lampedusa, giovedì 22 settembre. Dopo aver bruciato la gabbia che li
rinchiudeva 1300 immigrati hanno trascorso la notte all’aperto. Mercoledì
21 si sono mossi in corteo gridando “Libertà! Libertà!”. Un gruppo ha
preso della bombole del gas minacciando di farsi saltare: alcuni isolani
li hanno presi a sassate, i ragazzi hanno risposto. La polizia li ha
caricati e pestati selvaggiamente. Un video mostra i poliziotti che
picchiano i tunisini obbligandoli a saltare un muro alto tre metri.
Il sindaco De Rubeis che non ha esitato a minacciare violenze definendo
“delinquenti” i rivoltosi, ha raccolto i frutti avvelenati della sua
propaganda d’odio.
Secondo quanto riferisce il Gazzettino vi sarebbero stati alcuni tentativi
di linciaggio da parte di gruppi di lampedusani inferociti. Anche la
troupe di Sky e quella della RAI avrebbero subito attacchi da parte di
alcuni isolani.
Un tunisino è stato ferito gravemente e trasferito con l’elisoccorso in
ospedale a Palermo
Maroni è corso ai ripari iniziando i trasferimenti. Undici immigrati sono
stati arrestati e rinchiusi nel carcere di Agrigento con l’accusa di
incendio, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

Di seguito la cronaca di mercoledì 21 curata da TAZ laboratorio di
comunicazione libertaria

I fatti di Lampedusa suscitano rabbia e amarezza. È successo quello che
era prevedibile e che, per certi versi, è stato voluto a tutti i costi.
Più di mille persone concentrate in uno spazio ristretto e senza un motivo
comprensibile non possono che perdere la testa. Per la gran parte
tunisini, gli immigrati del CPSA di Lampedusa sono destinati a essere
rimpatriati. Ma negli ultimi giorni, il consolato tunisino ha tirato il
freno a causa del raggiungimento del tetto massimo di trasferimenti. I
tempi lunghi della detenzione e la stessa prospettiva di essere rispediti
in un paese oggettivamente insicuro per via della transizione politica del
dopo-Ben Alì, hanno acceso la miccia dell’esasperazione. Martedì 20
settembre gli immigrati prigionieri a Lampedusa hanno dato fuoco al centro
di “accoglienza” distruggendolo completamente. Dopo di che, si sono
riversati in paese cercando in qualche modo di manifestare il loro
dissenso per una condizione che è davvero inaccettabile. Così come è
inaccettabile l’ipocrisia di tutto questo sistema che faceva dire al
ministro della difesa La Russa, solo pochi giorni fa, che a Lampedusa
tutto va bene e che gli immigrati non hanno niente di cui lamentarsi. Poi,
come succede in tutti i campi di internamento per stranieri, una volta
finita la visita ufficiale di questa o quell’autorità, i pasti serviti
tornano a essere la solita schifezza, e le false premure di sbirri e
inservienti ridiventano insulti e botte.
A Lampedusa è successo quello che non doveva succedere: scontri tra
immigrati e popolazione locale. Forse è il primo caso eclatante di scontri
razziali in Italia. Pare che alcuni tunisini prima abbiano fatto irruzione
in un ristorante della zona del porto per poi minacciare di far saltare in
aria delle bombole del gas, di quelle che si usano in cucina. A quel
punto, il fronteggiamento con i lampedusani si trasforma in battaglia: gli
isolani attaccano gli immigrati a sassate, gli immigrati rispondono,
uomini si scagliano contro altri uomini. Poi la polizia carica gli
immigrati, e ci sono immagini che mostrano l’accanimento vigliacco contro
una folla con le spalle al muro che sfugge alle manganellate buttandosi da
un’altezza di tre metri. Non tanto, forse. Ma quanto basta per farsi
davvero male in una situazione di panico generalizzato.
Disgustosa, come sempre, la figura di Bernardino De Rubeis, sindaco di
Lampedusa, che non ha perso occasione di spargere a piene mani i semi
dell’odio parlando di una guerra in atto, e della capacità dei lampedusani
di attrezzarsi in tal senso. E infatti, De Rubeis si è dovuto
asserragliare nel suo ufficio, sorvegliato da agenti di polizia, perché
all’esterno alcuni compaesani volevano prenderlo a sberle. Perché? Non
perché sia un personaggio impresentabile; non perché sia stato indagato e
arrestato per concussione; non perché fino a qualche mese fa aveva accolto
in pompa magna Berlusconi reggendogli il gioco nelle sue sceneggiate
propagandistiche. I lampedusani vogliono la pelle di De Rubeis perché,
secondo loro, è stato troppo “morbido” nella gestione del
problema-immigrazione. E così, De Rubeis ai giornali ha detto di sapersi
difendere, con una mazza di baseball custodita in ufficio.
L’abbrutimento di Lampedusa è il frutto avvelenato della politica del
governo italiano che continua a gestire l’immigrazione in maniera folle.
Ora, al di là della scientifica criminalità delle leggi liberticide che
reprimono i flussi migratori, a Lampedusa i problemi vengono ulteriormente
esacerbati e ingigantiti dal pressappochismo, dalla trascuratezza, dalla
volontà di rendere impossibili anche le cose semplici.
Nell’esasperazione collettiva di Lampedusa, la strada della solidarietà
umana viene abbandonata in favore della scorciatoia razzista e rabbiosa. E
non sappiamo quanto tutto questo possa essere davvero recuperato, stando
così le cose.

Fuga dal CIE
Torino, giovedì 22 settembre. La notte scorsa i prigionieri del Centro di
Identificazione ed espulsione di corso Brunelleschi hanno tentato una fuga
di massa. La seconda in meno di un mese.
In contemporanea hanno tentato di abbattere le porte delle recinzioni
delle varie sezioni. In parecchi hanno scavalcato dall’uscita secondaria
di corso Brunelleschi.
Alcuni ce l’hanno fatta, altri sono stati riacciuffati. Secondo La Stampa
on line hanno riconquistato la libertà in 22, mentre altri 7 sono stati
tratti in arresto con l’accusa di resistenza e lesioni.
Durante la notte, alcuni abitanti affacciati al balcone di corso
Brunelleschi gridavano ai poliziotti “almeno questi li avete ripresi”.
Come in videogame. Un gioco feroce dove si smarrisce l’umanità.
Oltre quelle gabbie ci sono uomini e donne. Chi lo dimentica è complice.

Per info e approfondimenti:
http://senzafrontiere.noblogs.org/