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No Tav. Il dolce e l’amaro ad un anno dallo sgombero della Libera Repubblic a



No Tav. Il dolce e l’amaro ad un anno dallo sgombero della Libera Repubblica

Mercoledì 27 giugno. È trascorso un anno dallo sgombero della Libera
Repubblica della Maddalena. Un anno lunghissimo. Un anno di lotta tra
presidi, assemblee, blocchi stradali, “passeggiate” nelle zone occupate.
In quest’anno il movimento No Tav ha dimostrato di non essere disposto a
cedere. Abbiamo resistito alle botte ed ai lacrimogeni, abbiamo resistito
alle denunce e agli arresti, abbiamo resistito alla tentazione di cedere
allo sconforto di fronte alla forza militare dispiegata di fronte a noi.
Non abbiamo mai mollato e siamo decisi a non mollare.
Ad un anno di distanza da quella mattina, quando in un’alba tersa e
magnifica, sull’autostrada comparvero le prime camionette e la pinza di
acciaio, il simbolo della devastazione del Tav, il 27 giugno è stata una
giornata come tante. Soltanto con un pizzico di amaro e di dolce in più.
L’amaro del ricordo di quel che era e di quel che è diventata la Clarea,
un deserto dove bivaccano le truppe di occupazione. Il dolce di sapere che
ogni centimetro se lo sono sudato, il dolce di sapere che per spianare
tutto hanno impiegato più di un anno. Il dolce di sapere che la Libera
Repubblica in esilio vive nei nostri presidi e nei tanti luoghi dove la
bandiera con il treno crociato è divenuta simbolo di dignità, resistenza,
autogestione. Libertà. La libertà di chi non si piega, la libertà che ogni
giorno ci fa scegliere di stare contro la legge, perché la legittimità del
nostro agire è altrove rispetto ai codici che ci imprigionano e ai
poliziotti che picchiano e gasano in nome dello Stato.
Questa sera qualche centinaio di No Tav ha fatto la propria passeggiata
lungo il sentiero No Tav – bolli gialli e arancio – che corre parallelo
alla strada dell’Avanà occupata e chiusa da reti e cancelli.
In Clarea qualche metro di rete è stato tagliato. La polizia ha usato
idranti e lacrimogeni. Dopo due ore sullo stesso sentiero solcato in
quest’anno da migliaia di passi, i No Tav sono tornati alla Centrale, dove
un centinaio di persone batteva il guardrail e il cancello. In tanti
irridevano i poliziotti dietro alla rete in alto sulla strada, che
scrutavano preoccupati il bosco, nonostante gli scudi, i caschi,
l’illuminazione da carcere speciale.
Poi tutti a casa, perché domani la sveglia suona presto per chi per vivere
è obbligato a far ricco un padrone. Difficile non pensare che in questo
stesso giorno il parlamento ha votato la fiducia alla riforma che ci
renderà ancora più schiavi e ricattabili di quel che già siamo.
In quest’estate No Tav il lavoro che non c’è – scuole, ospedali, trasporto
pubblico, tutela del territorio – dirà le proprie ragioni contro il lavoro
che c’è – repressione, guerra, devastazione.
27 giugno. Un anno dopo. Un giorno come tanti di ordinaria resistenza.

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