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[Resistenza] Newsletter del 22.9.12 - vigilanza democratica - basta anonimato, basta impunità






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Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)
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e-mail: resistenza at carc.it – sito: www.carc.it



Newsletter del 22.09.2012
 
ESTENDERE LA VIGILANZA DEMOCRATICA
BASTA ANONIMATO E IMPUNITA’ PER LE FORZE DELL’ORDINE
 
Bologna- 25 settembre ore 9.00 presidio in piazza del Nettuno
in occasione del processo contro tre membri del P.CARC, del SLL e un altro compagno accusati di “violazione della legge sulla privacy, istigazione a delinquere e diffamazione” perché, secondo il PM Morena Plazzi, avrebbero collaborato con il sito “Caccia allo Sbirro” [http://cacciaallosbirro.awardspace.info/] realizzato dal (nuovo)Partito comunista italiano per rendere noti i volti di agenti delle forze dell'ordine che spiano, controllano, schedano, minacciano, ricattano, orchestrano provocazioni, infiltrano, picchiano, massacrano.
 
In collegamento telefonico Paolo Scaroni (tifoso del Brescia reso  invalido dagli agenti del VII Reparto Mobile di Bologna), Italo di Sabato (Osservatorio sulla Repressione) e altri.
 
Il 25 settembre non sono i compagni sotto processo a dover rispondere non solo di prove di colpevolezza che mancano, ma soprattutto di un reato che non è un reato. Smascherare, denunciare, rendere noti volti e nomi degli agenti picchiatori e provocatori
- è un dovere democratico: anonimato vuol dire licenza di picchiare, minacciare, torturare e uccidere, garanzia di impunità e magari anche di carriera
- è uno strumento di prevenzione: rende più difficili se non impossibili gli abusi e le prepotenze della polizia
- è un elementare strumento di difesa: se li conosci, almeno puoi evitarli
 
Il 25 settembre sono il PM Plazzi e il giudice Pecorella a dover rispondere “al popolo sovrano”!
Dell’aumento dei casi di violenza, pestaggi, soprusi, abusi e crimini commessi dalle forze dell’ordine
* contro chi manifesta, sciopera, protesta e lotta in difesa del posto di lavoro, dell’ambiente, della scuola e della sanità pubbliche, dei diritti democratici. Il caso più eclatante e “in grande stile” è stata la gestione del G8 di Genova, ma molti altri si sono susseguiti, da Terzigno alla Val di Susa, dagli studenti dell’Onda ai Pastori Sardi, dagli operai della Gartico a Basiano a quelli  dell’Alcoa nei giorni scorsi a Roma
* contro gli immigrati dentro e fuori i CIE, contro giovani, emarginati, invalidi, tifosi, per strada, in carcere o in caserma nel corso di “normali” operazioni di controllo, identificazione, fermo, pronto intervento. Joy O., Emmanuel Bonsu e i tanti altri che sui mass media non hanno neanche un nome ma sono solo “un marocchino” o “una nigeriana”, Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli, Rasman, Lonzi, Sandri… Solo l’iniziativa coraggiosa, generosa e tenace dei famigliari delle vittime e dei movimenti democratici ha impedito che ognuna di queste violenze, ognuno di questi omicidi finisse nel dimenticatoio, venisse archiviato come “incidente di percorso”.
 
Dell’impunità di fatto di cui godono spesso, molto, troppo spesso gli agenti delle forze dell’ordine grazie (non solo, ma anche grazie) all’anonimato in cui operano. Nel nostro paese non esiste un sistema per identificarli. Grazie a questo molti dei responsabili di violenze, pestaggi, abusi e crimini restano ignoti, quindi impuniti. Come per il G8 di Genova, per la mattanza alla Diaz e a Bolzaneto: centinaia di denunce contro esponenti delle forze dell'ordine per violenze a danno dei manifestanti sono state archiviate perché la mancanza di un codice identificativo degli agenti ha facilitato la copertura dei vertici politici e militari.
Ma anche quando vengono sottoposti a provvedimenti disciplinari o condannati dalla Magistratura, spesso scontano pene irrisorie (nel nostro paese non esiste il reato di tortura, per cui anche i torturatori se vengono condannati, sono condannati per reati minori), vengono sospesi dal servizio per un po’ di tempo e poi reintegrati, magari in altre città. In altre parole: essendo sconosciuti all’opinione pubblica “la passano liscia” per reati e crimini commessi con la copertura di una divisa. Come Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e Simone Volpini del VII Reparto Mobile di Bologna condannati a 4 anni di reclusione (condanna confermata dalla Corte di Cassazione) per abuso d'ufficio al G8 di Genova. In questi dieci anni hanno continuato a “prestare servizio”: se te li fossi trovati davanti a una manifestazione, a un presidio, a un posto di blocco, li avresti riconosciuti? No! Adesso sono in carcere? Non ci risulta!
 
Della rete di omertà, complicità e coperture di cui gode il VII Reparto Mobile di Bologna nonostante la lunga serie (o forse proprio grazie ad essa?) di violenze, pestaggi e soprusi di cui è responsabile contro manifestanti, giovani, tifosi, nomadi a Bologna e dintorni, ma anche a Genova, Verona e altrove (vedi link 1 - vedi link 2). Oggi il VII Reparto Mobile, ieri la Banda della Uno Bianca: sempre a Bologna, sempre negli ambienti della polizia. E’ un caso? 
 
Contribuisci alla campagna “Estendere la vigilanza democratica”
-          firma e fai firmare l’appello ai banchetti o con una mail a vigilanzademocratica at carc.it
-          collabora a organizzare iniziative di sensibilizzazione, denuncia, protesta e raccolta fondi per le spese legali
-          invia e fai inviare mail di protesta contro il processo “Caccia allo sbirro” alla Procura di Bologna, PM Morena Plazzi: morena.plazzi at giustizia.it
 
Per approfondimenti, dossier, testimonianze, notizie visita il sito
WWW.VIGILANZADEMOCRATICA.ORG
altri siti:
- www.abusesbirro.com
- www.abusodipolizia.it
- www.osservatoriorepressione.org
 
Dossier del movimento NO TAV sugli abusi delle forze dell’ordine a Chiomonte (Torino) il 3 luglio del 2011: “Una feroce e premeditata azione di pestaggio ai danni di persona in stato di fermo, in custodia ad agenti di PS, inerme, indifesa e che non oppone alcun genere di resistenza. Alcuni indizi portano anche a sostenere l’ipotesi della premeditazione: il fatto che quasi tutti i “cacciatori” (corpo d’élite dei carabinieri, i “cacciatori di Sardegna” e i “cacciatori di Calabria”) indossassero accessori fuori ordinanza (caschi, occhiali da sole, da moto o da sci, foulard) e avessero tolto le mostrine per non rendersi riconoscibili da successive eventuali immagini-riprese all’atto del compimento di azioni illegali. Ma c’è anche l’uso di armi improprie, bastoni, manici di piccone e sassi, oltre all’uso del manganello impugnato al contrario, così che la parte più rigida, l’impugnatura, sia usata per colpire. Chiediamo che i comportamenti descritti nel dossier siano perseguiti dalla procura di Torino con almeno altrettanta fermezza di quella con cui lo sono stati i presunti reati commessi dai No Tav”.
 
Una legge sulla tortura in Italia con i nomi dei torturati- Lettera aperta ad Amnesty International sezione italiana (1 agosto 2012)
Federico, Stefano, Giuseppe, Michele.
Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli.
Quattro cittadini italiani divenuti loro malgrado simboli per la lotta per i diritti umani, provenienti da quattro famiglie italiane assolutamente normali il cui destino ha voluto s'incontrassero nelle loro morti stupide, insensate, violente.
Il destino ha voluto che queste nostre famiglie si unissero per percorrere insieme il difficile cammino per avere verità e  giustizia sulla uccisione dei nostri cari.
Figli, fratelli, padri, morti in nome di non si sa che cosa.
Non può esistere ragione alcuna che possa giustificare queste morti.
Ancor meno una ragione di Stato.
Uno studente di scuola media superiore, un geometra, un operaio, un artigiano.
Questi sono i nostri cari.
Non sono morti in guerra, non sono morti per incidenti stradali o sul lavoro, no! Sono morti in modo disumano perché sottoposti alla violenza di coloro che, soltanto essi, quella violenza potevano esercitare perché in nome dello Stato. Le nostre famiglie, un tempo tanto lontane, nella loro perfetta normalità, da queste realtà, sono vissute nell'intima e scontata convinzione che la vita umana fosse un dono di Dio, supremo, il più importante, quello di fronte al quale ogni cosa doveva piegarsi.
La vita di una persona è il valore supremo di ogni società civile degna di questo nome.
Nulla ne può giustificare il sacrificio perché la sua perdita ha un valore terribilmente superiore a qualsiasi altra cosa. Questo era ed è il nostro comune sentire, che crediamo appartenga o debba appartenere a tutti.
Lo davamo quasi per scontato, nella sua formidabile ovvietà. Ora sappiamo che nemmeno oggi, in questo Paese, questo valore può essere dato per scontato.
Ora sappiamo perché in Italia, unico paese europeo, non è stata ancora adottata la legge sulla Tortura, nonostante tutti gli imbarazzanti inviti rivoltiLe dalla comunità internazionale. Lo abbiamo capito da come lo Stato Italiano e le sue istituzioni ci hanno trattato.
Pensavamo "stupidamente" che li avremmo avuti al nostro fianco nell'insopprimibile esigenza di trasparenza, giustizia, verità.
Quanto sbagliavamo! Esattamente tanto quanto pensavamo che parole come arresto, carcere, tortura, diritti, processo non avrebbero mai avuto a che fare con persone perbene e normali come noi, che di esse non dovevano certo aver bisogno. Abbiamo invece capito, nostro malgrado, l' ipocrisia dell'affermazione di questi sacrosanti principi, da parte di coloro che invece di stare al nostro fianco non si sono limitati a lasciarci al nostro destino di famiglie ferite, ma ci hanno addirittura ostacolato con ogni mezzo palese o meno che fosse, nel nostro faticosissimo percorso.
Fino a che la legge sulla Tortura non esisterà, nel nostro Stato non si potrà certo dire che essa è stata commessa. Se Federico Stefano Giuseppe Michele sono morti per cause naturali o per colpa di loro stessi o, peggio, dei loro familiari, ogni problema di credibilità e prestigio delle Istituzioni e dello Stato sarà risolto. Questi sono i "facili" ma efficaci meccanismi che ad ogni morte di carcere o di Polizia vengono immediatamente avviati contro le famiglie coinvolte. Sono paralleli e simili a quelli che fanno rispondere il sottosegretario agli Esteri Italiano all'ONU che "in Italia non c' è bisogno di una legge sulla Tortura perché la Tortura non esiste".
Non esistono nemmeno né mai sono esistiti Federico, Stefano, Giuseppe, Michele. Nemmeno noi siamo mai esistiti. Ma non per la stampa. Non per i giornalisti. Non per le televisioni. Non per il mondo di internet. Per loro merito noi abbiamo visto restituire identità e dignità ai nostri morti. Per loro interesse ed impegno noi abbiamo potuto avere addirittura, in qualche caso, Giustizia come più di un Giudice ha detto.
Ma questo non va bene. E non perché non dovrebbe esser necessaria l'attenzione dell'opinione pubblica per avere i processi , ma perché è addirittura meglio eliminare il problema negando la possibilità per le vittime di questi terribili fatti di rivolgersi alla stampa per chiedere aiuto pubblicando atti processuali od intercettazioni telefoniche. Tutto questo è figlio di una matrice culturale che non ha a cuore veramente la tutela dei cosiddetti diritti umani, espressione che suona quasi fastidiosa a fronte di ben più importanti interessi "superiori". Federico Stefano Giuseppe Michele sono diventati un simbolo. Sono morti " privilegiati".
Il feroce meccanismo di negazione, insabbiamento, oblio, non è riuscito a cancellare la loro esistenza dopo la loro morte. Non è riuscito ad eliminare definitivamente ogni traccia di dignità in nome della ragione di interessi superiori.
I nostri morti sono "fortunati " (se di fortuna si può parlare) rispetto a tutti coloro numerosi e dimenticati, ma non dalle loro famiglie, la cui dignità è stata viceversa sepolta.
A loro noi ci rivolgiamo affinché questa nostra battaglia possa restituire l'unica cosa che alle loro povere famiglie può esser restituita: Verità. Ed una legge sulla Tortura che porti anche i loro nomi.
Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferrulli
 
► Appello del Comitato Giustizia per Aldro - Via gli agenti condannati, introdurre il codice identificativo  e il reato di tortura (l’elenco aggiornato delle adesioni su www.giustiziaperaldro.it)
 
Il 21 giugno 2012 la Cassazione si è espressa in modo definitivo sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso durante un controllo di Polizia all’alba del 25 settembre del 2005 a Ferrara. La Corte ha confermato la condanna dei quattro poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo riprendendo così le sentenze di primo e secondo grado.
Alla luce della sentenza, chiediamo:
  • che i quattro poliziotti, condannati ora in via definitiva, vengano estromessi dalla Polizia di Stato, poiché evidentemente non in possesso dell’equilibrio e della particolare perizia necessari per fare parte di questo corpo;
  • che venga stabilito in maniera inequivocabile che le persone condannate in via definitiva, anche per pene inferiori ai 4 anni, siano allontanate dalle Forze dell’Ordine, modificando ove necessario le leggi e i regolamenti attualmente in vigore;
  • che siano stabilite, per legge, modalità di riconoscimento certe degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, con un numero identificativo sulla divisa e sui caschi o con qualsivoglia altra modalità adeguata allo scopo;
  • che venga riconosciuto anche in Italia il reato di tortura – così come definita universalmente e identificata dalle Nazioni Unite in termini di diritto internazionale – applicando la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall’Italia nel 1988.
 
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La repressione dilagante va a braccetto con il moltiplicarsi delle violenze  di quegli “agenti pronti a tutto” che Kossiga indicava come strumento della “ricetta democratica”: sono l'altra faccia della medaglia delle misure del governo Monti e del regime che Marchionne impone in FIAT.
Il processo per il sito “Caccia allo sbirro” ha un solo obiettivo: punire e scoraggiare ogni iniziativa di “vigilanza democratica”sull’operato delle forze dell’ordine, dalla denuncia dei casi di abusi alla trasmissione via internet (copwatching) di foto e filmati di agenti responsabili di abusi all’introduzione  del codice identificativo.
 
Estendere la vigilanza democratica, sviluppare la lotta contro gli abusi e le violenze delle forze dell'ordine.
Dieci, cento, mille siti che fanno conoscere foto e filmati di agenti responsabili di abusi!
Introdurre il codice identificativo per gli agenti in servizio e il reato di tortura!
Denunciare e sostenere chi denuncia gli agenti colpevoli di abusi, torture e omicidi
Rimuovere tutti gli agenti colpevoli di abusi e soprusi!
Sciogliere i corpi speciali formati, selezionati e addestrati per le operazioni sporche contro i comunisti, gli oppositori politici e le masse popolari, come il VII Reparto Mobile di Bologna, il Battaglione Tuscania, i Nocs! 

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A norma di legge potete essere esclusi da questa lista di distribuzione,
RISPONDENDO A QUESTO MESSAGGIO con la richiesta di CANCELLAZIONE

Cordiali saluti dalla redazione di:
RESISTENZA

Dir. resp. G. Maj - Redazione c/o Centro Nazionale del P.CARC: via Tanaro 7 - 20128 Milano; tel./fax 02.26.30.64.54

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