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[Diritti] ADL 131107 - Per esempio



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

Organo della F.S.I.S., organizzazione socialista italiana all'estero www.avvenirelavoratori.eu

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La più antica testata della sinistra italiana, fondata nel 1897

La Newsletter dell'ADL di oggi – 7.11.2013 – è inviata a 40'513 utenti

Direttore: Andrea Ermano

   

 

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IPSE DIXIT

 

Per esempio - «Per esempio, è fascismo anche l'esibizionismo del sesso.» – Federico Fellini

 

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L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

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Da moked / מוקד il portale

dell'ebraismo italiano

 

IL PARAGONE

 

Gattegna: “Il paragone tra la famiglia di Berlusconi e gli ebrei sotto Hitler offende l’Italia e la Memoria”.

 

“L’Italia repubblicana è un paese democratico. La Germania nazista era una spietata dittatura governata da criminali che teorizzavano e commettevano i più gravi delitti contro l’umanità. Contro gli ebrei i nazisti si accanirono con spietata crudeltà tanto che, alla fine di quel tragico periodo, gli ebrei dovettero contare oltre sei milioni di morti”.    Così il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna nel commentare l’anticipazione diffusa oggi del libro “Sale, zucchero e caffè” in uscita venerdì 8 novembre in cui Silvio Berlusconi, rispondendo a Bruno Vespa, racconta che i suoi figli dicono di sentirsi “come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler”.

 

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Nei primi anni del nazismo: due scolari ebrei

vengono umiliati di fronte ai loro compagni

di classe. (Yad Vashem Photo Archive)

 

“La vita degli ebrei d’Europa sotto il nazismo fu segnata da un vortice nero di violenza, persecuzione, morte. Una catastrofe che non è soltanto del popolo ebraico ma dell’umanità intera – prosegue Gattegna – Ogni paragone con le vicende della famiglia Berlusconi è quindi non soltanto inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibili sofferenze, della vita stessa”.

Da moked/מוקד il portale dell'ebraismo italiano

  

 

La situazione politica

 

Di tutti i colori

 

L’Italia, come anestetizzata, assiste passivamente

all’imbrunire della propria democrazia.

 

di Paolo Bagnoli

 

Chiusa dentro una morsa a spirale che intreccia crisi economica, crisi sociale e crisi politica sembra praticamente indifferente alla perdita di senso morale di quanto istituzionalmente la tiene imbracata in attesa di un futuro sul quale nessuno riesce a esprimersi poiché ogni partita che si gioca nello scacchiere confuso di una quotidianità sguaiata riesce a dare senso compiuto a un possibile sbocco positivo del presente.

    Nel vuoto di speranza – non potendo rapportarsi a essa né le primarie del Pd, al cui proposito va detto che quanto succedeva nel ventre di Giocasta era una innocente partita a domino, né l’ossessività del durare che Letta ossessivamente richiama, né la resurrezione della vecchia formazione berlusconiana e, neppure, il grillismo che sarebbe nobilitarlo definirlo populista – l’unico vero assillo che imprigiona il Paese è il fare cassa in un clima in cui alla tanto richiamata, quanto inesistente, Europa si è sostituita una Germania così arcigna che ha smesso di tormentare la Grecia solo quando questa, esasperata, ha fatto sapere che avrebbe potuto rimetterle i conti dei danni di guerra. Così tutto scorre come in un film che moltissimi subiscono, patiscono e sopportano e il governo, con il ministro Saccomanni, avanza la proposta – udite! udite! – di privatizzare la Rai e l’Eni; la prossima volta, forse, il sorridente titolare del tesoro proporrà la privatizzazione dei Carabinieri e, magari, anche dei servizi segreti!

    Tutto conferma quanto l’Italia sia un Paese in progressiva perdita di senso comune. Ciò è dovuto al perdersi della politica e delle sue leggi scritte e pure non scritte. Un esempio su tutti: quello che sta succedendo al ministro Cancellieri, nel cui merito non vogliamo entrare. Osserviamo solo che, se una ragion umanitaria c’era per Giulia Ligresti, una tanto più grande ce ne doveva essere stata anche per il boia delle Ardeatine, il capitano nazista Erick Prebke, i cui arresti domiciliari erano abbastanza larghi, diciamo così, viste le immagini tv che ce ne hanno rappresentato le giornate di vecchio signore in vacanza a Roma. In tal caso, forse, una telefonatina, un interventino, stavolta in nome del pudore se non altro, da parte del ministro non sarebbe stato fuori luogo.

    E’ risaputo che in parallelo alla crisi della politica si accompagna sempre quella del diritto e, in questi giorni, con flebili obiezioni, per altro riguardanti l’opportunità politica più che la forza della sostanza, la giunta del Senato ha deciso di violare il proprio regolamento per far votare l’aula in maniera palese e non segreta come esso prevede.

    Sulle varie responsabilità di Berlusconi non è il caso di tornare e siamo ben convinti che sulle persone si debba votare segretamente, ma ci sentiremmo egualmente indignati se si fosse trattato dell’opposto; ossia, se in luogo del voto palese si fosse deciso per quello segreto. I regolamenti sono fatti per essere rispettati e il presidente del Senato, di solito sorridente e non molto adatto – sia detto con tutto rispetto – al ruolo affidatogli, deve essere il primo a farli rispettare. Un Fanfani o uno Spadolini lo avrebbero sicuramente fatto.

    Certo, i regolamenti possono essere cambiati, ma non ad usum personae e non per ragioni che, per lo più, riguardano il merito specifico, ma solo la persona specifica e l’incertezza sui rispettivi gruppi parlamentari. E questo sarebbe lo stato di diritto?

    Certo, in un Paese che baratta per “grandi intese” un governo che è, praticamente, un “monocolore dc”, forse non è esagerato dire che se ne possono vedere veramente di tutti i colori.

 

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Dal “Sogno” di Shakespeare messo recentemente

in scena da Leo Gullotta al Teatro Eliseo di Roma

   

 

SPIGOLATURE 

 

Grande mela rossa

 

Bill De Blasio, sindaco di NY, uomo di sinistra

 

di Renzo Balmelli 

 

SOGNI. Inizia sul ponte di terza classe della motonave Montevideo, passa attraverso le forche caudine della temutissima Ellis Island, mangia il duro pane della difficile Brooklyn, e approda nel cuore della Grande Mela la vicenda umana e politica di Bill de Blasio, il nuovo sindaco di New York che appena eletto trova il tempo per scrivere mail a parenti e amici di Sant'Agata dei Goti, il paese dal quale un secolo fa emigrarono i nonni materni. Nel ricordo di quell'epopea, il fresco primo cittadino della grande metropoli, che grazie al suo successo riconsegna il mandato ai democratici dopo vent'anni di supremazia repubblicana, assicura che nessuno verrà lasciato indietro. De Blasio, famiglia multietnica, padre tedesco, ma italiano nel cuore e per affinità elettive, non è un moderato, ma uno che dall'alto della sua imponente statura è determinato a cambiare le cose da cima a fondo. Nell'ottica europea verrebbe definito un rigoroso riformista di sinistra con idee coraggiose, convinto che la buona politica al servizio del cittadino debba correggere le storture di un sistema economico che esclude i più deboli, gli emarginati, crea povertà per molti e ricchezza per pochissimi. New York gli ha creduto e gli ha dato fiducia così come fece l'America di Obama, coltivando la speranza che con lui sindaco finalmente - come ha esclamato l'attrice Susan Sarandon, battagliera capofila dei progressisti - la gente ritroverà la parola e ci sarà qualcuno ad ascoltarla. Prima di de Blasio, altri sindaci italo-americani, dal leggendario Fiorello La Guardia e Rudy Giuliani, hanno lasciato un forte impronta in questa città sterminata che non dorme mai, ma nessuno ha mai osato lanciarsi in promesse tanto audaci per chiudere la stagione dell'egoismo e delle ingiustizie. Per Bill il sandinista, come è stato chiamato dai suoi avversari più velenosi per la sua giovanile passione per la rivoluzione in Nicaragua, inizia ora la fase più difficile in cui senza giri larghi dovrà dimostrare che i sogni del suo personalissimo "Yes we can" non sono una illusione e non muoiono all'alba di una nuova era. Roba da far tremare le vene ai polsi.

 

RISPETTO. Gira, gira, nello sgangherato carrozzone che è diventata la politica italiana del funesto ventennio berlusconiano, la questione morale finisce sempre col tornare a galla. Che si tratti del processo Ruby o del caso Cancellieri-Ligresti, spuntano comportamenti invero poco ortodossi nella gestione del potere. Tra le due vicende non vi sono similitudini, se non quelle arbitrarie inventate dalla destra. Ma non è questo il punto. Il problema è che tra la gente serpeggia il sospetto più che fondato sull'esistenza delle corsie preferenziali, nascoste dietro il paravento delle motivazioni umanitarie. Ora sono in molti a chiedersi quale può essere lo stato d'animo dei cittadini di fronte a quello che Vittorio Zucconi, rivolgendosi al ministro della Giustizia, chiama "il discorso che non sentiremo": il discorso sulle dimissioni quale atto dovuto per rispetto delle istituzioni.

 

RINASCITA. Una delle assenze più vistose in questi anni difficili, mentre la trincea dell'onestà e dell'etica veniva assediata dal bunga-bunga, è data dalla scarsa vena creativa della settimana arte che invece avrebbe dovuto trovarvi motivi a iosa per reinventare il neo-realismo del terzo millennio. Stranamente invece, tranne rare eccezioni, è mancata l'ispirazione, non è stato trovato il filone che può fare del cinema una finestra " su ciò che abbiamo, su ciò che siamo". La lacuna potrebbe essere colmata dal nuovo film di Giovanni Veronesi "L'ultima ruota del carro" che l'8 novembre aprirà il festival del cinema di Roma e che avrà quale filo conduttore l'impresa più difficile da realizzare: essere per bene e non rinunciare ai propri valori in un clima turbato dagli scandali, e dal malaffare. E chissà che la pellicola non segni anche la tanto attesa rinascita del cinema italiano d'autore.

 

PECULIARITÀ. Si può essere diversamente italiani, così come Alfano si dichiara diversamente berlusconiano? Solleva l'intrigante questione un nostro lettore, Peter Lorenzi, facendoci notare, a proposito delle elezioni in Trentino-Alto Adige, che il nome completo della Regione – ufficialmente e in tre lingue – è Trentino-Alto Adige-Südtirol. A suo dire, tale prerogativa sarebbe uno dei motivi che ha visto naufragare il Pdl. Se anche nelle altre Regioni si votasse allo stesso modo, Berlusconi si eliminerebbe da solo. La tesi è senz'altro suggestiva, ma non così ovvia da dimostrare, in quanto tende ad avvalorare l'ipotesi che trentini e sudtirolesi, gelosi custodi delle loro peculiarità, siano "diversamente italiani", anzi, "quasi per niente", e quindi poco inclini a farsi incantare dal pifferaio di Arcore. Sarà vero? Ce n'è abbastanza per aprire un dibattito coi fiocchi.

 

BARBARIE. Sullo schermo erano i predatori dell'arca perduta, ma nella realtà poche cose sono scampate alla feroce avidità del nazismo che rubava tutto, dalla vita degli altri, ridotta in cenere nei forni crematori, ai tesori artistici, depredati con la violenza per adornare il più grande museo del mondo che Hitler sognava di erigere a sua eterna gloria. Testimonianze di quel passato da tregenda sono emerse col ritrovamento in Germania di oltre mille celebri quadri razziati dagli sgherri nazisti in tutta Europa senza nessun ritegno per le devastazioni che provocavano. C'era in quel forsennato accumulare "cultura" non certo il senso del bello, ma soltanto un gesto dettato dalla follia che contagiò il Terzo Reich. Follia che gettò nel più totale sconforto Joseph Roth quando, intuendo il peggio all'avvento di Hitler, scrisse a Stefan Zweig che ormai "si è riusciti a far governare la barbarie".

 

VERGOGNA. Ci sono tanti modi per chiudere una storia. Qualsiasi tipo di storia. Si può farlo con dignità, trasformando la sconfitta in vittoria. Oppure si può scadere nel peggior turpiloquio come purtroppo ha fatto Silvio Berlusconi quando senza ritegno e senza mostrare il minimo rispetto per chi ha sofferto veramente, ha descritto la vita dei suoi figli e quindi anche la sua come quella degli ebrei sotto Hitler. Inaudito! Sono parole di una gravità incommensurabile che rispecchiano la figura dell'ex premier, ormai perso nelle sue ossessioni dopo avere smarrito qualsiasi contatto con la realtà. L'Italia del dopoguerra è un paese democratico, costruito sui valori della Resistenza, mentre la vita degli ebrei sotto il nazismo fu una tragedia immane non soltanto del popolo d'Israele, ma dell'umanità intera. Qualsiasi paragone con quelle strazianti vicende è il frutto di deliranti, intollerabili accostamenti che nessun sfogo di un padre per quelle che chiama " l'abnorme persecuzione giudiziaria" di cui si ritiene vittima può anche solo minimamente giustificare. A destra non sono mancate le pretestuose difese d'ufficio per una bravata che aggiunge un altro triste capitolo alle tante brutte figure del sultano di Arcore. Difese che però non fanno altro che aggravare lo sconcerto per l'offesa inferta alla memoria di milioni di morti e di chi fu privato di ogni diritto e dopo indicibili e atroci sofferenze anche della vita stessa. Mentre nessuno dei figli di Berlusconi é stato rinchiuso in un lager, perseguitato, torturato, ucciso nel più feroce dei modi. Che un leader politico scenda a questi livelli è una vergogna nazionale.

    

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) http://es.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

 

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

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Parliamo di socialismo

 

Proviamoci!

 

Una bella giornata sindacale

 

di Antonio Tedesco

 

Proviamoci! – questo il commento e forse la sintesi delle speranze sorte alla fine del Convegno: “I poteri dei lavoratori nelle aziende: democrazia e sviluppo, Italia-Germania due modelli a confronto. (Roma, Parlamentino del CNEL, 30 ottobre). Sono intervenuti tra gli altri: Susanna Camusso, Luigi Angeletti, Paolo Pirani, Giuseppe Tamburrano, Huber (Presidente dell’IG Metall), Tiziano Treu, Giorgio Benvenuto, Cesare Salvi e il Sottosegretario al lavoro Dell’Aringa.

    Un Convegno dal sapore antico, una giornata di studio sulle relazioni industriali comparate, con particolare riferimento all’esperienza italiana e tedesca, che ha visto centinaia di uditori alternarsi tra i banchi del parlamentino del Cnel, attenti a prendere appunti con grande minuzia. Un’iniziativa nata dalla proposta della Fondazione Nenni e della UIL (che dallo scorso anno sono unite in alcuni progetti ) insieme alla Fondazione Ebert rappresentata a Roma dal Presidente Micael Braun che ha coordinato gli interventi della mattina. Un appuntamento che ha incentrato la discussione sul sistema della rappresentanza italiana e sul sistema della Mitbestimmung, il modello tedesco della codeterminazione. Un modello di democrazia economica che in Germania ha rappresentato, in questi anni di crisi, una via sostenibile per il recupero della produttività, riuscendo a contenere con fermezza i licenziamenti.

    Il Presidente della Fondazione Nenni Tamburrano, ha richiamato l’art. 46 della costituzione (la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende) e ha sostenuto la tesi di individuare un sistema miglioei per risolvere i conflitti nel luogo di lavoro soprattutto quelli traumatici dei licenziamenti, auspicando una cultura del dialogo sociale, della cooperazione.

    Paolo Pirani ha evidenziato come “La partecipazione in Germania fa parte di un modello economico complessivo, che concorre a rafforzare le opportunità che guardano allo sviluppo ed alla tenuta sociale”. Dell’Aringa ha sostenuto l’idea della Fondazione Nenni di aumentare gli spazi di partecipazione dei lavoratori come opportunità per rilanciare la nostra economia.

    Berthold Huber, segretario dell’IG Metall ha ricordato che i sindacati si devono occupare maggiormente dei problemi dei lavoratori (e soprattutto dei precari) e meno dei grandi sistemi economici. Huber però ha ammonito che le divisioni nel mondo sindacale non contribuiscono a migliorare la condizione dei lavoratori, aspetto sottolineato anche Tamburrano che ha definito la divisione nel modo sindacale “un residuo della guerra fredda”.

    Due brevi considerazioni. - Il modello tedesco genera entusiasmo, stimola la produttività; nei racconti dei relatori tedeschi non si auspica la fine del conflitto sociale ma si respira aria di democrazia, di cooperazione, e la convinta adesione ad un’idea di sviluppo economico e sociale sostenibile. È opportuno ricordare che il sistema tedesco nasce in un contesto socio-politico unico, diverso da altri paesi d’Europa. Da anni la sinistra e i sindacati sono divisi sulla codeterminazione; alcuni sono affascinati dal sistema tedesco; contemporaneamente esiste una parte neoconservativa che sostiene che quel modello non sia esportabile sostenendo che in “ In Germania ci abitano i Tedeschi. ”, avallando con cinismo la consapevolezza che siamo condannati ad una inevitabile disfunzione del nostro sistema organizzativo e democratico italiano.

    Che fare in Italia? - Vi è sicuramente la necessità di rilanciare in Italia una cultura socialdemocratica che come sostiene il sociologo inglese Crouch, deve avere un “doppio passo”, riconoscendo la continuità con la sua tradizione storica ma allo stesso tempo rinnovandosi, così da rispondere alle esigenze e alle caratteristiche della società attuale postindustriale. Rilanciare la democrazia, superare le strutture organizzative monolitiche che hanno contribuito a creare sfiducia nella base dei sindacati e dei lavoratori. Bisogna cercare un nuovo modello. Se il movimento operario aveva le caratteristiche del movimento di massa, oggi nelle società atomizzate dalle politiche neoliberiste, non si può più avere un atteggiamento isolazionistico ma è necessario rilanciare sul piano politico il tema del welfare state, della partecipazione democratica dei lavoratori.

    Nelle forze sindacali e politiche tradizionalmente critiche di questo tipo di capitalismo deve nascere la consapevolezza di abbandonare lo stato di smarrimento ideologico e progettuale, approdando verso un modello che riqualifichi la democrazia nel nostro paese, con la difesa dei diritti dei lavoratori, partendo soprattutto da coloro che hanno pesantemente subito le politiche di liberalizzazione senza regole del mercato del lavoro; inoltre è necessario affidare ai lavoratori l’occasione di incidere ed essere protagonisti dello sviluppo. Vi è la necessità, insomma di una politica che non sia solo attenta ai temi etici su cui si è riposizionata la sinistra negli ultimi anni dando vita ad una specie di “borghesia sensibile”, ma che rilanci il tema del lavoro e della partecipazione dei lavoratori a tutte le dinamiche aziendali. Stiglitz ci avrebbe ricordato che una società nella quale esiste il senso di un destino comune, l’impegno ad estendere equità ed opportunità, sarà in grado, rispetto ad una società profondamente divisa, di creare benessere diffuso.

   

 

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Per i migranti una rete

sindacale di accoglienza

 

I sindacati del bacino del Mediterraneo lanciano un'iniziativa comune per sostenere gli immigrati economici e i richiedenti asilo. L'impegno a coordinarsi e combattere le politiche securitarie e le derive xenofobe e razziste

 

di S. Bassoli, F. Durante, K. Danesh

 

Prende avvio la rete sindacale per i diritti dei migranti nel Mediterraneo. Il seminario internazionale che si è svolto a Torino nei giorni 21-22 ottobre, “Sindacati in azione per promuovere i diritti dei migranti nella regione del Mediterraneo” è stato una importante opportunità d'incontro e di confronto tra i sindacati del bacino del Mediterraneo e ha messo le basi per una comune strategia d'azione a sostegno dei diritti dei migranti, siano questi migranti economici o richiedenti asilo.

    Promosso da Cgil e Ugtt Tunisia e sostenuto da Prosvil Piemonte e Programma Actrav del Centro di Formazione Ilo di Torino (dove si è tenuto), il seminario ha visto la partecipazione di una sessantina tra sindacalisti italiani e dei paesi mediterranei.

    La dichiarazione finale rappresenta il risultato del lavoro iniziato con il primo impegno sottoscritto tra Cgil e Ugtt, nell'aprile del 2011, per l'assistenza ai migranti che partono dal nord Africa e che approdano sulle coste italiane o rimangono vittime nel fondo del Mar Mediterraneo.

    Un fenomeno, quest'ultimo, che anziché ridursi e scomparire a favore di nuove opportunità di lavoro e di vita dignitosa in quei paesi o di condizioni sostenibili di mobilità delle persone, è cresciuto sempre più, fino a produrre immani tragedie come quella di Lampedusa.

    Il traffico di esseri umani - prima tollerato e poi diventato una vergogna non più sopportabile per le istituzioni italiane ed europee, in assenza di canali legali e sicuri di migrazione - oltre all'emozione e al dolore per i morti annegati, non ha ancora trovato risposte politiche che garantiscano assistenza, accoglienza e tutela dei diritti umani fondamentali delle persone che migrano in modo forzoso.

    L'impegno dei sindacati, espresso nella dichiarazione finale, parte dalla consapevolezza che l'emergenza umanitaria discende, prima di tutto, dall'assenza di politiche europee capaci di affrontare, in un quadro di diritti e norme internazionali, la mobilità delle persone da paesi in conflitto o da situazioni economiche difficili.

    Un fenomeno che non ha niente dell'invasione – come dimostra il fatto che la maggior parte dei 210 milioni di migranti si muovono tra i paesi del sud del mondo e che i paesi del Nord Africa, da cui partono molti dei migranti e dei profughi che cercano di raggiungere le coste italiane, sono a loro volta paesi di accoglienza per centinaia di migliaia di persone che vengono dai paesi dell'Africa Sub Sahariana – e che ha caratteristiche strutturali, in relazione sia alle dinamiche economiche, che alle condizioni sociali e alle proiezioni demografiche dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e di quelli loro confinanti.

    Il seminario di Torino, aperto dal segretario generale della Cgil Piemonte, Alberto Tomasso – oltre all'attiva partecipazione di sindacalisti da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Mauritania, Tunisia, Turchia, Belgio, Francia, Portogallo, Spagna – ha visto importanti contributi di analisi e di proposta da parte della Ces, dell'Ufficio di Amman della Csi, dell'Ilo, dell'OIM, della Commissione Europea, del vicesindaco di Torino, Elide Tisi, del deputato italiano Khalid Choauki, che, in una tavola rotonda moderata dal giornalista Domenico Quirico, hanno interloquito con il segretario nazionale della Cgil, Vera Lamonica.

    Tutte le organizzazioni sindacali presenti a Torino hanno espresso la loro volontà ed il loro impegno a coordinarsi e a sviluppare una strategia d'azione comune, partendo dalla capacità di presidiare il territorio delle rotte di migrazione, di avere personale preparato a fornire assistenza ed informazioni ai migranti sui diritti e sulla situazione che troveranno nei paesi di transito e di accoglienza, a trasmettere le informazioni utili tra organizzazioni sindacali e a denunciare le violazioni dei diritti umani e del lavoro.

    In una parola, la rete sindacale, vuole costituire elemento di coordinamento e di rafforzamento della capacità dei sindacati nazionali di accogliere e organizzare i migranti, così come di svolgere un'azione coordinata verso le istituzioni nazionali ed internazionali per il rispetto dei diritti dei migranti e delle loro famiglie e l'applicazione delle norme internazionali, combattendo, allo stesso tempo, tutte le politiche securitarie e le derive xenofobe e razziste.

    Il quadro normativo di riferimento, condiviso da tutti i partecipanti, è quello definito dalle convenzioni dell'Ilo, che debbono essere ratificate da tutti i paesi del bacino del Mediterraneo, per poi essere applicate nei sistemi legislativi nazionali, così come la Convenzione Onu sui diritti dei migranti. Obiettivo ancora lontano e per nulla scontato viste le resistenze di molti governi ed una base culturale, diffusa e crescente, razzista e xenofoba alimentata anche dalla crisi economica in Europa.

        

 

Economia

 

L’Europa tra deflazione e sviluppo

 

Le accuse all’Europa di deflazione.

La sfida dello sviluppo eurasiatico.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

L’ultimo Rapporto semestrale del Tesoro americano sulla situazione economica internazionale addebita tutte le responsabilità della mancata stabilità dell’economia mondiale alla Germania. Il suo surplus commerciale sarebbe la causa di tutti i mali.

    Più che un'esagerazione ci sembra una pura provocazione non solo nei confronti della Germania ma dell’Unione Europea. I malfunzionamenti e gli squilibri nel vecchio continente pur ci sono e spetta a noi affrontarli e risolverli.

    In passato nel mirino c’era soprattutto la Cina a cui si addebitava che la mancata rivalutazione dello yuan avrebbe aggravato le difficoltà economiche degli Usa e di conseguenza anche del resto del mondo.

    Oggi il problema sarebbero le troppe esportazioni tedesche. Nel 2012 il surplus tedesco è stato di 238,5 miliardi di dollari superando di gran lunga i 193,1 miliardi della Cina. E nel primo semestre del 2013 il surplus tedesco è aumentato ancora andando oltre il 7% del Pil.

    Questi andamenti, secondo il Tesoro americano, e in mancanza di una crescita della domanda interna tedesca, starebbero provocando una situazione di deflazione, con un'inflazione più bassa delle aspettative ed una stagnazione nei consumi in tutta Europa. Con conseguenze negative per gli Usa e il resto del mondo.

    Fa un certo effetto sentir dire che una inflazione contenuta e un surplus commerciale, che solitamente è un sintomo di alta competitività e di una domanda globale di prodotti tecnologici di qualità, possano destabilizzare il sistema economico.

    Il Rapporto in verità sembra soprattutto voler esaltare il successo degli Usa nella crescita dell’occupazione che dal 2010 ad oggi sarebbe stata di ben 7,6 milioni di nuovi posti di lavoro. In Europa, invece, e in particolare in Italia, la disoccupazione, soprattutto giovanile, purtroppo è aumentata pericolosamente. Ma non è tutto oro ciò che luce.

    Infatti il vero problema sistemico americano è legato ad una ripresa drogata da continue iniezioni di nuova liquidità. Si spiega così il persistente deficit commerciale che, nel solo settore dei beni, è stato di circa 740 miliardi di dollari negli anni 2011 e 2012. Evidentemente oggi si pagano le conseguenze della deregulation selvaggia, della delocalizzazione e della deindustrializzazione effettuate degli ultimi 20 anni. Ovviamente la stessa qualità dell’occupazione creata è assai discutibile.

    Perciò è stravagante e miope giustificare i propri fallimenti con i comportamenti e le difficoltà altrui. Lo stesso varrebbe per l’Europa se volesse sempre richiamare le responsabilità della finanza americana nello scatenamento della crisi globale.

    Ciò detto, le discrepanze all’interno dell’Unione Europea non sono più tollerabili. L’economia tedesca ha una indubbia forza interna dovuta alla sua nota capacità di innovazione tecnologica, di qualificazione della sua forza lavoro e soprattutto di saper operare come “sistema-paese”.

    Certamente la Germania ha meglio sfruttato le opportunità del mercato unico europeo e forse ha guadagnato anche sulle debolezze dei suoi partner.

    Sarebbe però la fine dell’Unione e di fatto anche l’indebolimento dell’economica tedesca se la Germania non comprendesse che la vera forza dell’Europa sta nella stabilità economica dell’intero continente.

    Non si tratta di elargire sovvenzioni alle regioni europee più deboli ma di coinvolgerle, per esempio, in una strategia di vera integrazione economica, tecnologica e infrastrutturale del continente euro-asiatico. In quest’ottica ci sembra interessante il progetto, recentemente enunciato nel seminario “Conoscere l’Eurasia” di Verona, del corridoio infrastrutturale eurasiatico Razvitie, che in russo significa "sviluppo".

    Non sarebbe solo una moderna “via della seta” ma un nuovo approccio complessivo e un programma di massicci investimenti di lungo periodo nei settori dei trasporti, dell’energia, delle comunicazioni e delle nuove tecnologie oltre che nella ricerca, nella cultura, nell’istruzione e nelle risorse umane per elevare le condizioni di vita e per modernizzare l’intero territorio continentale con eventuali nuovi insediamenti e nuove realtà urbane.

    E’ una sfida alta. Ma la risposta vincente alla persistente crisi economica non è solo nella crescita lineare di più merci prodotte o di più consumi misurata in punti percentuali di Pil. Sta in una nuova idea di sviluppo che punti sulla crescita sociale e che colga le grandi sfide della modernizzazione tecnologica da una parte e della coesione tra i popoli e i continenti dall’altra.

        

 

Le idee

 

L'Italia sono anch'io.

 

Pisapia e Feltrinelli i nuovi portavoce della Campagna

 

Roma (NEV), 6 novembre 2013 - Nuovi portavoce della Campagna nazionale "L'Italia sono anch'io" per i diritti di cittadinanza sono il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e l'editore Carlo Feltrinelli. I promotori della Campagna - tra cui figura anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) - in un incontro svoltosi il 31 ottobre nel capoluogo lombardo, hanno proposto loro di assumere tale ruolo, in sostituzione del sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, che con la nomina a ministro della Repubblica aveva preferito rimettere l'incarico.

    I due nuovi portavoce, assumendo questo impegno, hanno espresso apprezzamento per il lavoro svolto dalle organizzazioni promotrici su un tema come quello della riforma della cittadinanza, oggi particolarmente sentito e urgente. Tutti hanno convenuto sulla necessità di rilanciare con efficacia i temi sollevati dalla Campagna – riforma della legge sulla cittadinanza e diritto di voto alle amministrative per gli stranieri residenti da 5 anni –, temi oggetto di due proposte di legge di iniziativa popolare sottoscritte da 200mila persone e già depositate in Parlamento. Pisapia e Feltrinelli si sono quindi impegnati a inviare una richiesta di audizione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera per sollecitare la calendarizzazione della discussione in aula e accelerare la conclusione dell’iter parlamentare.

    In vista della prossima scadenza elettorale per il rinnovo dell’Europarlamento il Comitato promotore de "L'Italia sono anch'io" ha inoltre deciso di proiettare la Campagna in una dimensione europea, con un primo importante appuntamento il prossimo 18 dicembre, Giornata internazionale delle Nazioni Unite per i diritti dei migranti.

 

"L’Italia sono anch’io" è promossa da: Acli, Arci, Asgi-Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Città del Dialogo, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza, Comitato 1° Marzo, Comunità di Sant’Egidio, Coordinamento nazionale degli Enti locali per la Pace e i Diritti umani, Emmaus Italia, Fcei - Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Legambiente, Libera, Lunaria, Il Razzismo è una Brutta Storia, Rete G2 - Seconde Generazioni, Sei Ugl, Tavola della Pace, Terra del Fuoco, Uil, Uisp. / http://www.fcei.it

   

 

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

 

Paradossi italiani

 

di Danilo Di Matteo

 

Se non fosse per la forza dell’abitudine, ciò che i tg e la stampa ci propongono ci apparirebbe di certo paradossale. Da un lato la crisi, il malessere e il malcontento; dall’altro soggetti politici sempre più simili all’ombra di se stessi. Soggetti assai lontani dal rappresentare partiti veri e che pure occupano le prime pagine.

    Di uno di essi non è chiaro nemmeno il nome, e a seconda dei giorni e degli istanti assume i contorni del Pdl, di Forza Italia, di una sorta di federazione di fazioni. Insomma: uno strano fenomeno che metterebbe probabilmente in scacco la capacità di ragionare sulle sfumature propria dei filosofi e dei teologi del medioevo.

    Non meno chiaro è il quadro dell’altro protagonista, il Pd. Tanti esponenti dem sostengono Matteo Renzi: si pensi a Walter Veltroni e a Piero Fassino. Eppure nei circoli è come se “il partito”, incarnato da Massimo D’Alema, si identificasse con Gianni Cuperlo, e il sindaco di Firenze fosse un outsider. Nel contempo, però, resta probabile che l’outsider diventi segretario. Un altro rompicapo.

    Da un lato si scorge un vuoto spaventoso, un’assenza. Mancano partiti e leader veri. Dall’altro vi è un sovraffollamento di nomi, sigle, aspiranti capi. I quali parlano sì del malessere diffuso, ma lo fanno come se si trattasse di uno dei mezzi della contesa; come se fosse un’arma. E in uno scenario del genere – l’ormai celebre partitocrazia senza partiti – a mostrarsi sempre più deboli e impotenti sono sia la politica sia la società.

       

 

Da CRITICA LIBERALE

riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Chiuso…

 

…a causa di fallimento

 

di Giovanni La Torre

 

In prima pagina del Corriere del 29 ottobre è apparso un editoriale nel quale si lancia l’allarme sull’uso improprio delle procedure concorsuali da parte di certi imprenditori, i quali attraverso di esse cancellano i debiti, fregando i creditori, e poi ricominciano sotto altro nome con un’azienda ripulita. Ora, per chi opera nel settore del credito (banche e finanziarie) tutto questo non rappresenta una novità. L’idea che l’imprenditore è colui che “rischia” appartiene ormai solo alla letteratura economica e giuridica perché sul piano concreto essa è vera forse solo per le piccolissime imprese, le ditte individuali, le piccole società, o a qualche sparuto imprenditore che ancora crede in certe cose. Non appena l’impresa comincia a crescere i titolari imparano un sacco di tecniche per farsi furbi all’occorrenza.

    Se una società di una certa dimensione sta andando in dissesto, il primo a rendersene conto è il titolare, il soggetto economico. Allora, prima che la circostanza diventi conclamata mette in atto una serie di comportamenti tesi a portare fuori dall’azienda la maggior parte di somme possibili accreditandole su conti personali o di prestanome, ovviamente all’estero. Le tecniche sono tante. Il pagare “commissioni” e “intermediazioni” a "se stessi" camuffati da società fittizie, per gli acquisti e le vendite è il sistema più banale, ma ci sono anche forme più sofisticate e più corpose, come quella di fare finanziamenti a consociate estere e poi “guarda caso” anche quelle falliscono senza saper dire dove sono finiti i soldi (e poi, sono all’estero), oppure attraverso complicati contratti finanziari o sui cambi che lasciano fuori gli utili e portano nell’azienda le perdite. Insomma i sistemi sono tanti e tutti portano al risultato finale che quando una società fallisce i creditori, soprattutto le banche e gli altri intermediari, non trovano nulla su cui rivalersi, o solo qualche miseria, in barba a tutti i bilanci ufficiali. Quindi oggi in realtà chi rischia veramente nelle imprese sono le banche e gli altri intermediari creditizi, oltre ovviamente (ma per cifre di gran lunga minori) ai fornitori a credito e ai dipendenti. Di norma i titolari hanno fatto in tempo a mettere al sicuro i loro capitali e anche qualcosa di più.

    Ma dire che a rischiare sono soprattutto le banche, vuol dire che alla fine chi rischia siamo tutti noi, perché le banche lavorano con i nostri depositi e noi risentiamo di questi “ammanchi” in due modi. Se siamo solo depositanti, o comunque creditori, ricevendo interessi inferiori, se siamo debitori (imprese o mutuatari) pagando interessi superiori al dovuto, in entrambi i casi pagando inoltre spese e commissioni rilevanti, il tutto per consentire alle banche di recuperare quelle perdite. Molte volte scherzando io dico che tra le possibilità di servizio civile dovrebbero inserire anche quello di fare tirocinio negli uffici recupero crediti delle banche, in questo modo la gente non del settore scoprirebbe tante cose interessanti sulla nostra classe imprenditoriale che oggi non sa.

    Prevengo qualcuno che mi vorrà criticare dicendo che difendo istituzioni come le banche che sono indifendibili. A costoro rispondo già da ora che io non difendo nessuno ma evidenzio solo alcuni aspetti che non vengono mai fuori nei convegni della Confindustria e di quant’altro. Che poi le banche molte volte buttino via i denari anche in altro modo, dandoli agli “amici” e agli “amici degli amici” senza adeguato supporto istruttorio, o pagando retribuzioni stratosferiche assolutamente ingiustificate, è tutto vero, ma è un'altra questione.

 

Critica liberale

   

 

Da italialaica riceviamo

e volentieri pubblichiamo

 

UN PAPA

ANTICLERICALE?

 

Papa Francesco si diverte, ad épater les laïques?

 

di Attilio Tempestini

 

Egli afferma, nella recente intervista a Scalfari, “quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto”: e direi che (almeno a partire dal Novecento) vi sono, sì, stati papi che si dichiaravano favorevoli ad una laicità “bene intesa”, ad una “sana” laicità; ma non ve ne sono stati, che si dicessero anticlericali.

    Cosa intende però, il nuovo papa, con l'affermazione appena riportata? Egli la chiarisce subito dopo: “il clericalismo non dovrebbe aver niente a che vedere con il cristianesimo. San Paolo che fu il primo a parlare ai Gentili, ai pagani, ai credenti in altre religioni, fu il primo ad insegnarcelo”.

    Il papa ragiona quindi in una dimensione, che concerne il rapporto fra cristianesimo e persone di altre religioni: in tale dimensione, egli considerando il clericalismo come un cristianesimo -potremmo dire- introverso; l'anticlericalismo, come un cristianesimo -potremmo invece dire - estroverso.

    All'evidentemente ben diversa, poi, dimensione del rapporto fra Chiesa cattolica e Stato, appare riconducibile l'affermazione del papa che ”Le istituzioni politiche sono laiche per definizione e operano in sfere indipendenti”: parole in effetti piuttosto generiche quanto alla caratterizzazione di tale rapporto e, in particolare, della laicità, menzionata com'è in termini che non segnano una cesura rispetto a quelli suddetti, di precedenti papi. Peraltro il nuovo papa si pone su una linea di autolimitazione e di (non comune, dal soglio di Pietro) autocritica, sia aggiungendo che “la Chiesa non andrà mai oltre il compito di esprimere e diffondere i suoi valori, almeno fin quando io sarò qui”, sia aggiungendo -in risposta a Scalfari il quale ha osservato: “ma non è stata sempre così la Chiesa- che, in effetti, essa “non è quasi mai stata così”.

   Comunque, proprio al “compito” per la Chiesa “di esprimere e diffondere i suoi valori” mi pare il caso di rivolgere l'attenzione, per notare come (tradizionalmente e non in Italia soltanto) il clericalismo, l'anticlericalismo e la laicità abbiano un significato diverso o più preciso, rispetto a quello delineato dal papa. Vale a dire indichino le tre posizioni di fondo che, sul modo di svolgere tale compito, uno Stato può assumere: secondo che si ritenga vada svolto -nei confronti di altre chiese e, più in generale, di altri atteggiamenti verso la religione- in un regime, rispettivamente, di favore, o di sfavore, o di par condicio. Le posizioni di fondo resterebbero d'altronde queste tre, anche se si accettasse la tendenza emersa già decenni fa ed accentuatasi negli ultimi anni, a chiamare laiciste le classiche posizioni laiche, in modo da poter chiamare laiche le classiche posizioni clericali; ma non si vede perché, chi ha a cuore le classiche posizioni laiche dovrebbe accettarla!

    Scalfari, però, preferisce svolgere (in risposta ai quesiti che il papa a sua volta gli pone) ragionamenti metafisici sull' “Essere” e sugli “Enti”, piuttosto che porre domande le quali queste differenze, fra il significato dato dal papa a certi termini e quello da noi appena ricordato, le mettano in luce su questioni specifiche come l'insegnamento cattolico nelle scuole, come i regimi tributari per la Chiesa cattolica, ecc. Sembra ispirarsi, il fondatore di “la Repubblica”, al vecchio brocardo per cui de minimis non curat praetor: ma egli non considera, così, che a volte è proprio parlando de minimis che il discorso si chiarisce de maximis.      >       italialaica

   

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) http://es.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

 

 

LETTERA

 

Scomunismo

 

Su questa storia della decadenza di Berlusconi, ospitare gli articoli di ex-pci, le quali oltretutto minimizzano il grave strappo alle regole e alla prassi consolidata facendo una norma contra personam loro che hanno sempre contestato le leggi ad personam… Considero la vostra libera scelta poco socialista e molto giustizialista. Inoltre, i socialisti che potete vedere su fb sono molto contrari alla scelta operata perché il garantismo non può essere mai peloso come invece è quello degli (così tanto per dire) ex-PCI.

 

Roberto G.

 

Basta un sospetto di ex-comunismo per confutare le altrui posizioni? C’è un reato di ex-comunismo? Qui il garantismo non vale? Per altro, la sen. Linda Lanzillotta è un’ex-socialista (ora approdata a Scelta Civica). Quanto poi all’opinione prevalente su face book, speriamo che non si trasformi in una nuova ortodossia conformista del politicamente corretto. – La red dell’ADL

 

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Linda Lanzillotta

   

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

Direttore: Andrea Ermano

Amministratore: Sandro Simonitto

Web: Maurizio Montana

 

L'editrice de L'Avvenire dei lavoratori si regge sull'autofinanziamento. E' parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che dal 18 marzo 1905 opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista".

    L'ADL è un'editrice di emigranti fondata nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera.

    Nato come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte durante la Prima guerra mondiale al movimento pacifista di Zimmerwald; ha ospitato (in co-edizione) l'Avanti! clandestino durante il ventennio fascista; ha garantito durante la Seconda guerra mondiale la stampa e la distribuzione, spesso rischiosa, dei materiali elaborati dal Centro estero socialista di Zurigo.

    Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha condotto una lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana, di chiunque, ovunque.

    Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo nella salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

   

 

Allegato Rimosso
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