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[Diritti] ADL 140214 - Una di quelle



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

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Settimanale in posta elettronica – Zurigo, 2 aprile 2014      

    

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IPSE DIXIT

 

Una di quelle feste - «Era una di quelle feste talmente noiose che ben presto la noia diventa argomento principale di conversazione. Dove ci si sposta da un gruppetto all'altro e si sente la stessa frase almeno dieci volte: “Sembra di stare in un film di Antonioni”. Con la differenza che le facce non sono altrettanto interessanti.» – Don DeLillo

   

    

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EDITORIALE 

 

Umori

 

In dialogo con due lettori sull’astensionismo per malinconia

e su altri stati d’animo dell’antipolitica europea

 

di Andrea Ermano 

 

La settimana scorsa, riflettendo sull'animo antipolitico europeo, ho avanzato una possibile tripartizione del medesimo in: 1) disintegrazione cinica, 2) ira populista, 3) malinconia astensionista. Su ciò un lettore milanese, Vito Antonio Ayroldi, mi ha inviato utili osservazioni che di seguito riporto in ampi stralci.

    «Alle scorse elezioni politiche nazionali non ho votato. Secondo la sua classificazione sarei un malinconico. La melanconia secondo il dizionario Treccani è un sentimento di immotivata tristezza. Ora, che gli Italiani astenuti siano privi di motivazioni per essere tristi mi pare esagerato. Semmai avevano ottime ragioni per rifiutare in toto un'offerta politica come quella che nelle scorse elezioni politiche nazionali veniva loro proposta e che la stessa corte Costituzionale ha poi sanzionato, giustificando ex post quel rifiuto».

    Premesso che 'malinconia' può avere diversi significati e che per me vale l'accezione ippocratica, non-romantica, di bile nera, umor nero ecc., il ragionamento di Ayroldi fila per il resto liscio, e prosegue con una preziosa testimonianza diretta.

    «Io faccio sempre il segretario di seggio perché è un ottimo osservatorio politologico… Io i votanti li vedo, li vedo in faccia, tutti, e gli anziani votano e sono spesso i primi... L'astensionismo è soprattutto giovane e non è malinconia: è mancanza di un sentimento "religioso"… quale che sia la matrice religiosa che li possa animare: il sol dell'avvenire o il paradiso celeste… In molto astensionismo vi è invece la logica del videogame: Sono solo. Se ce la faccio ce la faccio da solo. Se non ce la faccio cambio videogioco e ricomincio da solo, posso farcela solo da solo… E' il solipsismo indotto dalla politica postmoderna che andrebbe forse posto in rilievo. Per farla corta ho idea che c'entri più Don DeLillo che Proust. Due giganti, eh. Nulla da dire… Game over.» 

    Sarà. Però, il solipsista considera il mondo come qualcosa che esiste soltanto nel e per il suo proprio ego, mentre nei giovani mi pare ci sia sempre ancora un bisogno vero di rapportarsi con gli altri. Quindi, secondo me il "solipsismo" appartiene a forme di egomania un po' più stagionate rispetto ai videogames di cui sopra.

    Resta un fatto, tuttavia: qualunque persona dotata di buon senso fatica a prendere sul serio una visione del mondo per cui nulla esiste al di fuori di sé.

    Senonché quest'idea presenta un enorme vantaggio, per il solipsista: elimina alla radice ogni obbligo e vincolo nei riguardi di chiunque.

    Se niente esiste al fuori di me, allora io potrò fare quel che mi pare e tutte le mie azioni dovranno tendere al mio vantaggio, come recita la massima del "tornaconto individuale".

    Le caste dominanti, il cui eccessivo privilegio demolisce ogni uguaglianza di diritti e con essa la salute dell'economia su cui il privilegio era potuto nascere, sono l'incarnazione del "tornaconto individuale" e sanno bene che società sempre più ingiuste si autocondannano a esplodere o a implodere. Ma lor signori al massimo si preoccupano di sistemare i figli, senza curarsi del mondo in cui le nuove generazioni, figli inclusi, vanno a vivere: «Perché dovrei pensare alle generazioni future, in fondo loro cosa hanno fatto per me?»

 

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Conio numismatico con effige di Zio Paperone

Oro 750%o, diametro 24 mm, peso gr 12,30.

 

In realtà, però, la tripartizione dell'antipolitica cui facevo riferimento una settimana fa non riguardava il futuro dell'egoismo umano, ma "soltanto" le tre reattività-base dell'animo antipolitico europeo dinanzi a questa brutta crisi dell'Unione.

    Le ragioni della crisi possono ricondursi a due incapacità: l'incapacità materiale degli stati europei di competere su scala globale e l'incapacità costituzionale dell'UE di assumerne la supplenza e “decidere”. La duplice incapacità ha finora condotto a tensioni tra nord e sud provocando rigurgiti populisti e antipolitici pressoché ovunque. Se la tensione aumenta ulteriormente, c'è il rischio che l'Unione si disunisca e son guai per tutti.

    Dunque, bisogna unirsi, reagire alle sfide della globalizzazione, ma per farlo le nazioni nordiche dovrebbero, in ultima analisi, cedere pezzi di benessere e sovranità a favore di quelle meridionali.

    Senonché, sostengono le classi dirigenti settentrionali, le nazioni meridionali vanno così anche a causa delle rispettive classi dirigenti. Basti pensare alla criminalità organizzata che fagocita denaro regionale, nazionale ed europeo con l'ingordigia di un'idrovora, sotto gli occhi complici o distratti di politici, alti burocrati e magistrati strapagati.

    Tutto vero, ovviamente, ma le classi dirigenti nordiche portano avanti questi discorsi anche in quanto a loro fa giuoco temporeggiare, almeno finché non dovranno cambiare rotta. E speriamo che allora non sia troppo tardi. Perché le astuzie tattiche nordiste si traducono in populismi nordisti che stimolano a loro volta simmetrici populismi sudisti alimentati da astuzie tattiche sudiste, con il rischio reale di risvegliare vecchi fantasmi.

    Ecco tratteggiati due modi dell'antipolitica europea: il cinismo di classi dirigenti moralmente disintegrate e l'ira nazional-identitaria o rivoluzionaria del populismo della gente.

    La melancholia, l'atra bile, la bile nera, l'umor nero, la tristezza astensionista di cui parla Ayroldi è il terzo modo antipolitico (non immotivato!) con cui si può reagire alla brutta crisi che attraversiamo, aggravandola.

 

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Picasso con maschera di

Minotauro, Cannes, 1959.

 

Dopodiché, è lecito chiedersi quali siano le proposte per una reattività di carattere politico.

    Fino a ieri ritenevamo che il socialismo e il popolarismo europei costituissero l'orizzonte bipolare di una reattività politica declinabile secondo le consuete categorie di centro-sinistra e di centro-destra. Dopo la débâcle francese, tuttavia, alcuni esperti di queste cose hanno segnalato i loro dubbi in materia. E tutti ormai se la prendono con il PSE, persino i socialisti italiani, veterani di mille battaglie, ai quali non va giù il patto federativo che il PSI di Nencini intende siglare con il PD di Renzi in vista delle europee.

    «Preoccupa qualcuno» – ci domanda un lettore, Veterano Semidisperato – «che ci stiamo per federare con un Partito che con la seconda carica dello Stato si comporta come fosse un lacchè, cui far osservare la disciplina di partito come se la Costituzione non esistesse? Per non parlare della legge elettorale "liberticida". E tutto questo in nome del PSE?!»

    Ebbene no, caro Veterano Semidisperato, tutto questo non preoccupa nessuno. Il patto federativo tra Nencini e Renzi avviene effettivamente nel nome del PSE. Dovremmo preoccuparci? Ma perché? In questi lunghi anni abbiamo imparato che i patti federativi (con i Segni, i Pecoraro Scanio, i Dini, i Pannella, i Bersani e i Vendola) costituiscono la via maestra verso il sol dell'avvenir.

    Non preoccupa nessuno, inoltre, che si sia registrato un animato scambio d'opinioni sull'abolizione del Senato tra Renzi e Grasso. Normale dialettica politica.

    Infine, al momento, non preoccupa nemmeno il progetto di legge elettorale detto Italicum. Su di esso – beninteso – ci siamo già espressi per altro negativamente, dando voce anche alla protesta di Felice Besostri, cui va il merito di aver "ucciso" dopo lunga battaglia giuridico-costituzionale il Porcellum, di cui ora l'Italicum rappresenterebbe una legge fotocopia.

    Ma l'Italicum – per quanto peggiorativo rispetto al Porcellum – dev'essere ancora discusso dal Senato. Quando? Dopo che il Senato sarà stato "abolito", dicono. Abolito da chi? Mal Senato stesso, perbacco… L'evento è puntualmente annunciato tra le Idi di Marzo e le Calende Greche. Comunque sia, non prima delle prossime europee.

    Queste europee sono, dunque, il primo snodo di ogni ragionamento politico successivo. E, allora, francamente, l'unica cosa che ci preoccupa al momento è di non far mancare il nostro onesto contributo, per minimo che sia, affinché il PSE vinca il 25 maggio e riesca, insieme alle forze sane dell'Unione, a fermare questa lenta ma minacciosa crisi continentale.

        

        

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

L’Europa è vittima

dell’egoismo degli Stati

 

Intervista con Gianni Pittella,

vicepresidente vicario del Parlamento Europeo

 

La missione di Renzi in Europa. Non sembra che sia riuscito nell’intento di scalfire l’ortodossia del rigore. Che dice?

    Pittella: È molto provinciale e sinceramente molto berlusconiano il miraggio dell’uomo della provvidenza che in meno di un giorno e mezzo con i suoi super poteri rivoluziona un’impostazione – sbagliata – dell’Europa che dura da almeno 20 anni. È vero, Renzi ha fatto qualcosa di un po’ meno epico ma certamente di più serio: ha chiuso con il passato e spalancato le finestre al futuro dell’Italia e dell’Europa, mettendo in chiaro innanzi tutto che noi ora le riforme interne le faremo per davvero, che rispetteremo i vincoli comunitari ma che poi sarà giusto e doveroso per il ruolo dell’Italia porre fortemente la questione di quale UE vogliamo. Una cosa è certa. Così com’è non va bene.

 

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Gianni Pittella, vicepresidente

vicario del Parlamento Europeo

 

    I risolini di Barroso e van Rompuy: non sono un buon segnale.

    Pittella:Non credo fossero sorrisi di scherno verso l’Italia o il nostro premier. Comunque c’è davvero poco da ridere visto il crollo dei consensi tra i cittadini nei confronti delle istituzioni europee.

    In Europa c’è una forte spinta populista e antieuro. Tema che si rifletta anche da noi?

    Pittella:E di che ci stupiamo? Questa è l’Europa della troika, delle politiche di austerità e dei patti di stupidità. Quel che i cittadini non sanno e che invece i vari Grillo, Berlusconi e la Lega fanno finta di non sapere, è che questa Europa è quella voluta o meglio permessa dagli Stati. Sono i singoli governi ad imporre veti, vincoli e a bloccare politiche comuni a problemi comuni. Dite pure agli euroscettici di prendersela con i governi nazionali se siamo arrivati a politiche che uccidono aziende, lavoro e sviluppo. Questa Europa è vittima dei governi. Ecco perché dico che per cambiare davvero verso, serve più Europa e non meno Europa. Con una vera Banca centrale, con una vera politica estera comune, con politiche per lo sviluppo e fiscali comuni sarebbe tutta un’altra Europa. La nostra Europa, non quella di adesso, quella moribonda massacrata dai veti reciproci dei governi nazionali. Questa è l’Europa per la quale io e il PD ci battiamo.

    La questione dei fondi comunitari e del patto di stabilità. La commissione non ci sta. Si tratta di risorse vitali per il Sud. Una battaglia persa?

    Pittella:I populisti alla Grillo o come Berlusconi dicono “usciamo dall’euro”, “infrangiamo i vincoli”. E poi? Liberi tutti… Io dico iniziamo a riformare il sistema Italia, prosciughiamo quelle sacche di sprechi, inefficienze e corruttela così diffuse nel nostro Paese. Al nord come al sud. Con la forza e l’autorevolezza dei risultati, potremo allora andare a Bruxelles e chiedere un’altra Europa. Vi immaginate la Grecia con la troika in casa chiedere la revisione dei trattati? Avremmo forse sorriso anche noi. Bene, posso assicurare che quando forte dei risultati ottenuti in Italia, il premier Renzi chiederà maggiore flessibilità per la crescita, maggiori tutele per aziende e lavoratori rispetto al dumping sociale di Cina, India e Paesi emergenti, politiche sociali e d’accoglienza comuni, una politica estera e di difesa comunitaria, nessuno a Berlino, a Parigi o a Bruxelles si permetterà di ridere.

    Si può puntare a creare dei paesi mediterranei per cambiare verso all’Europa?

    Pittella:Non esiste un futuro di successo per l’Italia se la questione meridionale non verrà risolta per sempre. Perché esiste una questione meridionale in Italia ma esiste una questione meridionale anche in Europa. E le due sono strettamente legate. Il nostro sud ha bisogno di essere messo nelle condizioni di competere: zone economiche speciali per attrarre investimenti esteri e nazionali e creare lavoro, piano infrastrutturale per porti e ferrovie, lotta a criminalità con riutilizzo e messa in produzione dei beni confiscati alle mafie. In Europa dopo vent’anni di allargamenti da ovest a est, occorre ripensare alla direttrice nord-sud come prossima frontiera per il dialogo e lo sviluppo. Il Meridione d’Europa si chiama Mediterraneo e Africa. E in questa direzione, chi meglio del nostro meridione potrebbe avere il ruolo di ponte strategico verso la sponda meridionale del Mediterraneo?

    Lei sarà uno dei candidati nella circoscrizione meridionale. Su quali punti intende fare la campagna elettorale?

    Pittella:Ho investito tutta la mia vita politica nel sogno e nel progetto europeo. Ho sempre pensato all’Europa come una casa comune da costruire insieme e non come uno ospizio per politici pensionati. Grazie all’ingresso del PD nel PSE, potremo far contare di più nel Parlamento europeo il peso specifico dell’Italia e del nostro sud. Questo il senso del mio impegno. Questa l’ambizione che ancora nutro: gli Stati uniti d’Europa.

Intervista apparsa su “La Gazzetta del

Mezzogiorno” di domenica 23 marzo

  

    

SPIGOLATURE 

 

Quattro pezzi facili

 

di Renzo Balmelli 

 

VALORI. Saranno in grande spolvero e complice la congiuntura avversa troveranno terreno fertile, ma l'avere perso Parigi e Avignone, immagini scintillanti della cultura francese, è per la destra e la sua propaggine estrema un smacco psicologico non facile da digerire. Per la "gauche" in difficoltà sarà una magra consolazione, ma nel contempo aver tenuto due capisaldi di alto prestigio è anche la dimostrazione che non tutto e perduto e che la vera sfida, all'interno della spietata radiografia di una crisi europea dagli sbocchi imprevedibili, si vince sul terreno dei valori che contano. Che sono poi quelli della tolleranza, dell'uguaglianza, dell'intelligenza e della forza delle idee. Certo, la Francia è inquieta e arrabbiata, ma – si spera – non ancora al punto da voltare la spalle alla sua grandiosa tradizione illuminista per gettarsi a capofitto nell'onda blu Marine, volgare e senza avvenire. "Capisco i problemi", ha detto a Repubblica l'attrice Charlotte Gainsbourg. Ma non ci sono scuse: il voto per il Fronte nazionale è un voto razzista che la patria di Voltaire non può tollerare.

 

BARRIERE. Più che un campanello d'allarme, le municipali francesi sono state una sirena che ha emesso un suono lugubre come quello che precede le grandi catastrofi. Il problema è che quando cominciano a farsi sentire di solito è troppo tardi. Come osservava Gramsci si ha l'impressione che il vecchio mondo muore e il nuovo non può nascere. Nel mezzo prosperano questi fenomeni di destra estrema che al pari del voto di protesta non sono un'esclusiva della Francia, ma si mescolano e si autoalimentano con analoghe pulsioni presenti in altre realtà del Vecchio Continente, dove non di rado assumono coloriture inquietanti. In questo senso l'innalzamento delle barriere nazionali che i populisti propugnano, è un fenomeno che preannuncia l'avvento di una società dell'esclusione, in cui la destinazione finale di ogni immigrato sia un "posto migliore" dove essere infelice.

 

ORCO. Crimine esecrabile oltre ogni immaginazione, la pedofilia prospera sotto il paravento del silenzio che mette i colpevoli al riparo dai rigori della legge. Gli ultimi dati a questo proposito rivelano che molto spesso gli autori di abusi su minori sono parenti, amici e conoscenti insospettabili, i quali, dopo la condanna, hanno la pena sospesa e tornano vicino alle loro vittime secondo l'immagine classica dell'orco in salotto. Gli esperti chiedono di cambiare la legge per difendere i bambini, ma non di rado sono "vox clamantis in deserto". Un alito di imbarazzo hanno sollevato in tale ambito le linee guida della Cei (la Conferenza episcopale italiana) che non prevede nessun obbligo giuridico di denuncia di un prete pedofilo pur riconoscendo un dovere morale la lotta agli abusi. C'è da chiedersi con quale percezione sia stato accolto tra i fedeli e non solo il sottile, ma significativo discrimine.

 

ZOO. Nella sontuosa biografia di Berlusconi, ricca di gossip e forse un po' meno di atti di governo memorabili, mancava soltanto l'arca di Noè in chiave moderna. Ora anche questa lacuna è stata colmata, una nuova pagina luminosa andrà a completare il racconto delle prodezze da affidare ai posteri. Dopo i sondaggi che danno il suo partito in netto calo, l'ex premier ha difatti deciso, ispirato dalla lettura di Madre Teresa, di affidare ciò che resta del suo patrimonio politico, alla protezione degli animali soli e abbandonati. Dallo zoo di Silvio dovrebbero venire nuovi impulsi per rianimare un movimento claudicante che grazie a cani e gatti potrà essere guardato con rinnovata simpatia, "aiutando il popolo dei moderati a diventare forza e maggioranza politica". Sarebbe curioso conoscere il parere degli elettori a quattro zampe, ma anche quello degli esclusi dall'arca.

   

    

La situazione politica

 

Francia amara,

ma chiara

 

Per chi ama le cose chiare il risultato delle elezioni municipali francesi semplifica la vita. Qui analizziamo il voto al primo turno, i cui esiti sono stati sostanzialmente confermati dal ballottaggio.

 

di Felice C. Besostri *)

 

Il PS è stato sconfitto e in modo cocente anche se il 30 Marzo potrebbe limitare i danni, con alleanze per il secondo turno con EELV (Ecologisti Europei-I Verdi) e il Front de la Gauche. Con i primi è più facile, poiché erano già alleati alle legislative. L’apporto ecologista, tra l’altro, appare più consistente di quello del FdG. A Parigi l’EELV 8,86% > 4,94% FdG, lo stesso a Lione, anche se con scarto più ridotto 8,9%>7,56%. Nelle grandi città fa eccezione Marsiglia perché PS e EELV si sono presentati uniti con Patrick Mennucci fin dal primo turno con un risultato rovesciato rispetto alle previsioni: un miserabile 20,77%, che lo colloca al terzo posto, dietro il Sindaco uscente di destra, J. C. Gaudin (37,64%) e il candidato FN (23,16%). A Parigi la sinistra (PS-EELV-FdG) supera di poco il 48% a fronte di un 43% del blocco di destra, a Lione l’inossidabile Collomb conta sul 52,22 al primo turno ed è favorito dalla triangolare. Gli elettori del FN non fanno tattica e non hanno interesse a favorire la destra e quindi si manterranno alle 229 triangolari di città medie ed importanti cui sono stati ammessi per la prima volta.

 

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François Hollande

 

In 17 città superiori ai 10.000 abitanti il FN è il primo partito. In termini di voti assoluti la vittoria del FN è oscurata dal fatto che si è presentato nella minoranza delle municipali, in quanto è ancor un voto di opinione e non è strutturato diffusamente sul territorio. Queste municipali saranno l’avvio di un maggiore radicamento. Il Partito Socialista ha sempre avuto nei municipi i suoi bastioni anche quando era in difficoltà sul piano nazionale, per questo è una sconfitta, che colpisce il Partito nel cuore. La sconfitta era messa in conto, ma non la sua dimensione: è la Presidenza Hollande e le delusioni seguite alla sua trionfale elezione del 2012, che gli elettori hanno punito in 2 modi, con l’aumento dell’astensione, raddoppiata in 30 anni dal 1 su 5 del 1983 ai 2 su 5 di quest’anno (38,7%), cioè un 5% in più di quando erano 1 su 3 nel 2008 e con il voto al FN.

    Nel panorama delle sconfitte alcune sono simboliche. Le Monde si apre con una foto di Marine Le Pen, presidente del FN e Steeve Briois, segretario generale del FN, candidato sindaco eletto al primo turno a Hénin- Beaumont. Questa cittadina del Nord Pas de Calais, una delle culle del movimento operaio e socialista, dal 1919 al 1940 ha sempre avuto uno stesso sindaco della SFIO e nel dopoguerra, dopo una breve parentesi PCF, sempre sindaci PS o d’unione di sinistra. In questo caso è evidente che vi è stato un trasferimento diretto di voti dalla sinistra al FN. Già alle presidenziali la Le Pen aveva detto che la divisione non era destra- sinistra, che non ha più senso, ma tra i privilegiati che si riconoscono nel Partito unico al potere UMPS (UMP+PS), che si alternano per fare le stesse politiche dettate dall’Europa e gli altri. Dopo le municipali ha rafforzato il concetto che la divisione passa tra il basso e l’alto, cioè chi è colpito dalla crisi in maniera più dura.

    Alcune cifre: 391 sono le città che hanno eletto il sindaco al primo turno, di queste 139 alla sinistra, 250 alla destra e 2 al FN. 27 città hanno cambiato maggioranza, di cui 24 da sinistra a destra, appena 3 in senso contrario, ma poco significative, 2 sono oltremare in Guadalupa. Nelle città con oltre 10.000 abitanti la destra ottiene il 45,9% (45,5% nel 2008), l’estrema destra 9,2% (0,7% 2008), la sinistra 41,4% (45,5% 2008) e l’estrema sinistra 1,3% (1,5% 2008).

    La destra non vince per meriti suoi e considerata la minore partecipazione elettorale è praticamente certo che abbia perso in voti assoluti. L’altro dato è che le perdite della sinistra non vanno all’estrema sinistra, che perde in percentuale e quindi in voti assoluti. Una situazione spagnola dove le perdite del PSOE sono andate in minima parte a Izquierda Unida e il PP ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi perdendo voti. Nel 2009 in Germania federale le perdite della SPD solo per un terzo si distribuirono tra Linke e Verdi, il resto nell’astensione.

    L’astensione è il dato che ha caratterizzato anche i voti raccolti dall’Ulivo nel 1996 e quelli delle elezioni successive: un problema non solo quantitativo ma qualitativo, se l’astensione dal voto è percentualmente più alta tra i giovani e le classi popolari. Nel 2013 in Italia alla Camera votarono soltanto 500.000 elettori in più del Senato, benché sulla carta ci fossero 4 milioni e mezzo di elettori in più: la classe età 18-24 anni non è andata a votare.

    Il bipolarismo in Francia, se non è morto con questi risultati, è entrato in agonia: i collegi uninominali con ballottaggio eventuale non assicurano un effetto maggioritario, se le triangolari diventassero la regola. Nel 2012 sono state appena 46 su 577 seggi, meno del 8%, in Italia con i risultati 2013 sarebbero la regola e non sarebbero escluse quadrangolari nelle zone pedemontane del Nord Italia.

    Con l’Italicum si cerca di mettere le briglie agli elettori o le mutande alla politica: se non ha effetto è una sconfitta per chi lo propone, se ha effetto rimanda solo nel tempo la disaffezione verso le istituzioni e quindi la democrazia. Se aumenta la crisi economica, politica e sociale avere una maggioranza artificiale dei seggi non serve a nulla a meno di ricorrere a poteri speciali per reprimere il disagio sociale. La sensazione che le parti più svantaggiate della società non siano più rappresentate nelle istituzioni è un spinta verso i partiti fuori sistema, che sono i più vari dal FN al Blocco Fiammingo, dall’UKIP a i Veri Finlandesi per finire al M5S, che è meglio che se la protesta fosse rappresentata da Fratelli d’Italia Forza Nuova.

    La riduzione del numero dei rappresentanti elettivi e i sistemi maggioritari semplificano solo apparentemente il sistema politico, tanto più se di accompagnano alla demagogia dell’anti-politica interpretata da figure istituzionali.

    Matteo Renzi sottovaluta l’effetto devastante di caratterizzare l’abolizione delle Province con “abbiamo tolto l’indennità a 3.000 politici”, come aveva giustificato l’abolizione del Senato con un risparmio di un miliardo di Euro.

    Se sono questi i risparmi aboliamo la Camera che ne costa 2, ovvero Camera e Senato così se ne risparmiano 3 forse 4 di miliardi. Il rafforzamento degli esecutivi e la riduzione dei poteri dei Parlamenti e delle assemblee elettive sono strettamente collegate al capitalismo finanziario, che non ha bisogno della Stato se non nel senso che non ci siano poteri pubblici, che possano regolare i mercati o porre freni al libero movimento dei capitali. Per la loro libertà gli interlocutori pubblici devono essere ridotti di numero e quindi più facilmente influenzabili, controllabili se non corruttibili.

    I governi sono più direttamente dipendenti dai voti delle agenzie di rating, quando il sistema mediatico amplifica le loro valutazioni.

    La democrazia è in pericolo e la sinistra che fa?

    Interessante è notare che mentre si cerca di far passare il messaggio che la distinzione sinistra destra non c’è più in un coro a più voci dove cantano sia Marine Le Pen che Massimo Cacciari, a sinistra con forza si sostiene che di sinistre ce ne sono addirittura 2 ovviamente una, la propria, è quella vera e quella degli altri è la falsa sinistra. Il tutto in assenza di un’analisi delle classi sociali e del modello di società cui si aspira e dei mutamenti introdotti dalla finanziarizzazione del capitalismo. Continuiamo così e delle 2 sinistre 2 fra un po’ non ne rimarrà nemmeno una.

 

*) Presidente Rete Socialista-Socialismo europeo

  

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) http://es.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

        

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Edilizia: uscire dalla crisi,

senza costruire più case

 

"Consumo di suolo zero nel 2050 è il nostro obiettivo"- La relazione del segretario generale Schiavella apre il congresso della Fillea a Roma. In questi anni la crisi ha bruciato “oltre 700.000 posti di lavoro”, ma per uscirne non serve altro cemento.

 

“Questo congresso ci racconta una storia diversa da quella che raccontano i giornali. Un congresso fatto di persone che ci hanno consegnato i loro problemi, spesso insieme alla loro incazzatura, ma li hanno consegnati a noi e non ad altri, caricandoci di responsabilità e costringendoci ad interrogarci sull'efficacia della nostra azione. Tutto ciò non finisce sui giornali, sommerso da una lettura del confronto interno basata su uno scontro Fiom - Cgil. Quella rappresentazione è funzionale ad un disegno politico esterno, ma anche conseguenza di nostre responsabilità”. Inizia così la relazione di Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil che oggi, 2 aprile, ha aperto il congresso nazionale della categoria a Roma.

     Per Schiavella però “il problema non è la democrazia interna, né il fatto che si sia andati al congresso con due documenti. Semmai quello che è inaccettabile è la negazione dei risultati congressuali e il discredito generalizzato spesso gettato sull'organizzazione”.

    Per quanto riguarda il “congresso reale” come lo definisce il segretario della Fillea, la situazione è drammatica. “La crisi ha devastato il nostro mondo – ha detto Schiavella - I numeri non raccontano tutto: le storie raccontano di più, raccontano sofferenza ma anche dignità, coraggio e speranza; ma insieme al coraggio abbiamo incontrato anche disperazione, quella che spesso ci coglie di fronte a domande senza risposta..quelle domande alle quali, spesso,lo stesso che ce le pone non trova soluzioni e ricorre a gesti estremi, la tragedia dei tanti suicidi per il lavoro che manca che si aggiunge a quella altrettanto inaccettabile di chi muore sul lavoro”.

    “L'Europa è stata il grande assente dal versante sociale e, su quello economico versante economico, la protagonista di politiche recessive che hanno aggravato diseguaglianze e sofferenze”, continua il segretario Fillea. Per questo “la prossima scadenza elettorale è fondamentale per restituire all'Europa la sua dimensione sociale e sconfiggere le forze della destra populista e i nazionalismi”.

    Ma la crisi chiama in causa non solo i governi, anche le imprese, “in evidente crisi di rappresentanza – accusa Schiavella - e troppo spesso tentate di usare la crisi come pretesto per scaricarne i costi finali sul lavoro. In questo quadro, con i nostri limiti e le nostre contraddizioni, abbiamo agito.”

    In questo contesto, la Fillea Cgil ha raggiunto “quasi 20.000 accordi di gestione di crisi aziendali in quattro anni, 5000 accordi l'anno, 400 accordi al mese”, sottolinea il segretario. “Accordi con i quali si è garantito sostegno al reddito ai lavoratori coinvolti e spesso la salvezza del futuro produttivo di molte imprese e dei relativi posti di lavoro. Abbiamo garantito la tenuta del sistema contrattuale rinnovando i CCNL e moltissimi accordi di secondo livello”.

    Ciò nonostante, in questi anni la crisi ha bruciato “oltre 700.000 posti di lavoro” nel settore costruzioni e “ha alimentato tale fuoco col soffio potente dell'irregolarità”.

    La risposta, per Schiavella non può che essere il Piano del Lavoro e al suo interno la sfida coraggiosa lanciata dalla Fillea: “Abbiamo scelto di uscire dalla crisi non costruendo più case – ha detto ancora il segretario - E' come se i metalmeccanici avessero scelto di non costruire più automobili perché inquinano e i chimici avessero deciso che curarsi con le erbe è più sicuro che farlo con i farmaci tradizionali, ovvio che è un paradosso, non abbiamo mai avuto ambizione di dare lezioni a nessuno, ma è altrettanto vero che non accettiamo lezioni da nessuno”.

    “Le nostre città future dovranno essere in primo luogo dei cittadini”, insiste Schiavella. “Una nuova legge sui suoli si impone, una legge che non regali plusvalenze immeritate alla rendita fondiaria e che metta la ricchezza determinata dagli strumenti di programmazione pubblici al servizio di interessi pubblici. Ci sono strumenti idonei a farlo, da quelli fiscali a quelli urbanistici legandoli alla scelta di non consumare più suolo e di privilegiare recupero e riuso delle aree impermeabilizzate. Consumo di suolo zero nel 2050 è il nostro obiettivo”.

    Legalità e regolarità del lavoro sono altri due cardini fondamentali per la Fillea Cgil. “Su questo terreno ci piacerebbe davvero che il governo cambiasse verso al Paese”, aggiunge Schiavella secondo il quale “in questi anni la situazione è peggiorata: produzione e fatturati hanno continuato a calare mentre l'irregolarità aumentava; come allora non vedere l'inefficacia di politiche che hanno indebolito il quadro normativo, dalla responsabilità solidale al Durc, dalle norme sulla sicurezza a quelle sul mercato del lavoro? Ma se una politica palesemente non funziona, allora perché insistere?”.

    Sul versante contrattuale l'obiettivo della Fillea, primo sindacato del settore in termini di rappresentanza, è quello della riduzione del numero dei contratti, giungendo a due soli Ccnl: uno unico per l’edilizia e un altro per gli impianti fissi che raggruppi legno, cemento, lapidei e laterizi”.

     

    

Economia

 

Il dominio delle banche centrali

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Negli ultimi anni le banche centrali si sono sostituite al mercato, ai governi e a tutti gli altri attori economici nel definire le strategie monetarie, finanziarie e anche economiche dei Paesi cosiddetti industrializzati. I loro bilanci sono cresciuti a dismisura tanto che la Fed attualmente ha attivi pari a 4.160 miliardi di dollari, di cui 1.570 sono mbs, i derivati su ipoteche, mentre la Bce, con le banche centrali della zona euro, ha attivi pari a circa 2.200 miliardi di euro.

    Eppure prima si credeva che il mercato avesse leggi proprie, forti, sicure e capaci di regolare  l’economia e la finanza. Anzi si sosteneva che meno fossero coinvolti gli Stati e gli enti di controllo e meglio era per il sistema. Poi venne la crisi globale. Tutti, a cominciare dalla banche, quali le “too big too fail”, corsero a piangere miseria e a chiedere aiuti presso i governi.

    Allora c’era la “magia del mercato” ed ora quindi c’è un’altra formula magica, quella della cosiddetta “forward guidance”. Dal 2008 è diventata il fulcro della politica monetaria. La Fed, la Bce, la Bank of Japan e la Bank of England forniscono, in varie forme quantitative e qualitative, appunto la loro “guida” nella politica monetaria, dei tassi di interesse e di fatto determinano l’intera politica economica..

    Questa nuova situazione è oggetto di dibattito, di perplessità e di riflessione. Recentemente anche la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha messo in guardia che la politica della “foward guidance” potrebbe generare ripercussioni negative e veri e propri choc nei mercati e nelle economie internazionali. Gli economisti della Bri sostengono che nel breve periodo le banche centrali sembrano dare più certezze politiche e meno volatilità nei comportanti monetari. I possibili cambiamenti e finanche le loro percezioni, nella politica monetaria, basata sul tasso di interesse zero, potrebbero però mettere a rischio la stabilità finanziaria e colpire la reputazione e la credibilità delle stesse banche centrali.

    Infatti, quando esse comunicano che i tassi di interesse rimarranno fermi per un certo lasso di tempo o fino al persistere di certe condizioni economiche, gli operatori finanziari si sentono sicuri e perciò investono, muovono capitali e purtroppo speculano con più tranquillità. Ma non è detto che ciò accada sempre, che le banche centrali siano fisse nei loro impegni, che comunichino chiaramente le loro decisioni e che i mercati interpretino correttamente i loro “segnali di fumo”.

    Già nel maggio 2013 le poche parole dette dall’allora governatore della Fed, Ben Bernanke, su una possibile riduzione del quantitativo di nuova liquidità, mandarono in tilt il sistema. Da quel momento nei Paesi emergenti si verificano fughe di capitali, disinvestimenti dai bond, crolli di borsa e massicce svalutazioni valutarie. Bernanke, nel tentativo di tranquillizzare i mercati, lamentò di essere stato frainteso.

    Se il semplice fraintendimento di una frase può determinare nuove crisi sistemiche, allora il mondo è veramente messo male.

    I mercati quindi, secondo noi, più che concentrarsi sulle dichiarazioni dei governatori centrali, diventati i novelli dei dell’Olimpo finanziario ed economico, analizzino con maggiore obiettività gli andamenti e i parametri dell’economia reale.

    Anche per gli economisti della Bri, se i mercati si basano esclusivamente sulla “forward guidance”, un qualsiasi cambiamento significativo nella “guida” potrebbe portare a delle “reazioni distruttive dei mercati”. Per altro verso, il timore di forti reazioni da parte dei mercati potrebbe bloccare le banche centrali dall’adozione di politiche monetarie richieste da nuove situazioni e nuovi andamenti. Da ultimo, non si può ignorare che la politica del tasso di interesse zero, prolungata nel tempo, incoraggi operazioni finanziarie in cerca di profitti più alti anche se con alto rischio, generando nuovi squilibri e vulnerabilità.

    Tutto ciò preoccupa e spinge gli organismi internazionali più responsabili come la Bri a riconoscere che non si può continuare indefinitamente con le politiche monetarie accomodanti e non convenzionali. A nostro avviso occorre innanzitutto riportare la politica finanziaria e monetaria al suo ruolo naturale di ancella dell’economia reale. 

        

    

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

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Parliamo di socialismo

 

I custodi del Tempio Democratico

 

di Luciano Pellicani

 

Il 2 aprile è stato presentato, a Milano, un numero speciale della rivista “ParadoXa” dedicato alla “Repubblica di Sartori”. Una iniziativa particolarmente opportuna in questo momento della vita politica nazionale, caratterizzato dalla centralità delle riforme costituzionali. Un tema assai caro a Sartori, al quale ha dedicato numerosi saggi.

    In essi si trova una lucida diagnosi-terapia dei mali che affliggono la nostra democrazia. Il primo dei quali è il bicameralismo perfetto: un residuo del passato di cui la più parte delle democrazie consolidate – quella inglese, in primis – si sono liberate. Il secondo difetto che appesantisce gravemente il processo decisionale della Repubblica è il suo specifico assetto costituzionale. Dominato dalla “paura del tiranno”, il Costituente fu più preoccupato di impedire la concentrazione del potere nelle mani di un uomo che di garantire la governabilità del Paese. Conseguentemente, adottò un modello parlamentare a-cefalo. Ma una democrazia funzionante è un sistema di produzione di decisioni imperative permanentemente impegnato a rispondere positivamente alle domande – articolate dai sindacati e aggregate dai partiti – di una cittadinanza sempre più esigente a motivo della rivoluzione delle aspettative crescenti. Il che, poi, significa che il sistema liberal-democratico ha bisogno di una forte leadership. Che è esattamente quello che manca alla Repubblica, il cui capo di governo è solo un primus inter pares, cui spetta – come recita l’articolo 95 ella Carta Costituzionale – solo la funzione di promuovere e coordinare l’azione dei ministri.

    La conclusione di ordine generale alla quale Sartori – dopo una puntuale analisi comparata dei sistemi politici democratici – è giunto è che “il governo parlamentare funziona (o funziona meglio) quando la sua denominazione è maledetta, vale a dire quando il Parlamento non governa, quando gli viene messo la mordacchia. Detto altrimenti, il parlamentarismo che funziona non è mai un parlamentarismo puro che incorpori pienamente il principio della sovranità del Parlamento. Piuttosto, il parlamentarismo funziona quando le sue ali vengono tarpate, quando acquista una forma semi-parlamentare. Paradossalmente (ma non troppo), meno un governo è genuinamente parlamentare, e meglio rende”.

    Una conclusione, quella di Sartori, che sembra essere alla base della riforma costituzionale che Matteo Renzi ha in animo di realizzare. Obbiettivo dichiarato: elevare le capacità di problems solving della democrazia italiana eliminando il bicameralismo paralizzante e rafforzando il potere del capo di governo. Il tutto tenendo presente l’esperienza delle democrazie funzionanti, nelle quali l’Esecutivo è messo in condizione di governare il cambiamento.

    La reazione degli intellettuali che si sono autoeletti Custodi del Tempio Democratico non si è fatta attendere. Ed è stata, more solito, violentissima.

    Sul “Fatto Quotidiano” è apparso un Appello – firmato, fra gli altri, da Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky –, nel quale la riforma costituzionale di Renzi è stata bollata come un subdolo attacco contro i valori che sono alla base della Repubblica [vedi l’appello qui sotto, ndr]. Il suo intento, infatti, sarebbe addirittura quello di creare “un sistema dittatoriale che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali”. In aggiunta, il Documento afferma, apertis verbis, che il segretario del Pd avrebbe in mente di realizzare quello che Berlusconi ha sognato : “una democrazia plebiscitaria …che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare”.

    Giustamente, sulle colonne del “Corriere della Sera”, Ernesto Galli della Loggia ha stigmatizzato la faziosità degli estensori del Documento, nonché il fatto che essi hanno ignorato, con la più estrema arroganza, decenni di studi, di discussioni e di lavori parlamentari.

    Ma c’è di più. C’è che Rodotà e Zagrebelski hanno dato l’ennesima prova che essi si dicono liberali, ma, in realtà, sono dei giacobini, animanti – come tutti gli autentici i giacobini – dalla pretesa di incarnare la Virtù e, di conseguenza, sempre pronti a demonizzare chi la pensa diversamente.

        

 

RICEVIAMO E VOLENTIERI  PUBBLICHIAMO

 

Verso la svolta autoritaria


Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali.
Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto.
    Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato.
    Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.

Primi firmatari: Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Roberta De Monticelli, Salvatore Settis, Rosetta Loy, Corrado Stajano, Giovanna Borgese, Alberto Vannucci, Elisabetta Rubini, Gaetano Azzariti, Costanza Firrao, Alessandro Bruni, Simona Peverelli, Nando dalla Chiesa, Adriano Prosperi, Fabio Evangelisti Barbara Spinelli, Paul Ginsborg, Maurizio Landini, Marco Revelli, Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Gino Strada, Paola Patuelli, Tomaso Montanari, Cristina Scaletti, Antonio Caputo, Pancho Pardi, Ubaldo Nannucci, Maso Notarianni, Raniero La Valle, Ferdinando Imposimato, Luciano Gallino, Dario Fo, Fiorella Mannoia, Fabio Vander.

  

 

       

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

 

Non di solo bicameralismo

si nutre l’ingovernabilità

 

di Luigi Covatta

 

Che cosa pensiamo delle iniziative di Zagrebelsky e Rodotà lo avevamo già scritto ad ottobre dell’anno scorso (vedi Articolo 138, comma 22). E che cosa pensiamo di una riforma del Senato ispirata alla spending review lo abbiamo scritto il 19 marzo, presentando un disegno di legge proposto dal senatore Buemi (vedi Un altro Senato è possibile).

    Ciò non toglie che la canea scatenata contro il disegno di legge costituzionale proposto dal governo merita qualche riflessione in più. Compresa, magari, quella sull’inusualità della procedura adottata. Di solito non sono i governi (potere costituito per eccellenza) ad appropriarsi del potere costituente. Ma – dopo tre bicamerali, due referendum e svariate commissioni di “saggi” – non c’è bisogno di essere Carl Schmitt per individuare uno stato d’eccezione nella impotentia reformandi di cui in trent’anni ha dato prova il nostro Parlamento. E Renzi sembra avere bene appreso la lezione schmittiana quando ha legato il suo esercizio di sovranità alla stessa sopravvivenza di una legislatura che per la Corte costituzionale non è delegittimata, ma che certamente è stata eletta in quei borghi putridi che la nuova legge elettorale si propone di bonificare.

    Non saremo noi, quindi, a negare legittimità al realismo politico che ispira l’azione del presidente del Consiglio, o addirittura ad accodarci alle vestali della “Costituzione più bella del mondo”. Del resto è sulla nostra rivista che, nella seconda metà degli anni ’70, cominciò a sinistra la discussione sulle riforme istituzionali e sulla necessità di rafforzare gli esecutivi rispetto alle assemblee. Ed è anche colpa nostra – della nostra sconfitta – se oggi si procede con una disinvoltura impensabile trent’anni fa.

   Ora come allora, peraltro, le resistenze sono autorevoli e argomentate, anche se il conservatorismo costituzionale cambia spesso di spalla al suo fucile: a favore del monocameralismo quando si dovevano contrastare tendenze presidenzialiste, a favore del bicameralismo paritario ora che c’è da sbarrare il passo a Renzi. A dare coerenza ai protagonisti della resistenza (sempre gli stessi) c’è tuttavia una cifra unitaria, quella del “benaltrismo”: ben altro è necessario per garantire la governabilità, ben altro per mantenere l’equilibrio dei poteri, ben altro per salvaguardare il principio della rappresentanza.

    Da parte nostra, invece, al “ben altro” preferiamo il “non solo”, convinti come siamo che non di solo bicameralismo paritario si nutre la palude istituzionale in cui siamo immersi. Perciò ci permettiamo di sottoporre all’attenzione dei nostri lettori alcuni documenti (compreso il disegno di legge Rodotà del 1985) che mettono in luce ulteriori cause di ingovernabilità e di farraginosità del procedimento legislativo. Con l’augurio che la vis reformandi del governo Renzi non si applichi solo al Senato.

 

·        Disegno di Legge costituzionale di iniziativa del Sen. Compagna (XVII Legislatura – 31/03/2014)

·        Proposta di Legge costituzionale di iniziativa dei deputati Ferrara, Rodotà, Bassanini, Levi Baldini, Onorato, Columba, Giovannini, Balbo Ceccarelli, Barbato, Masina, Guerzoni, Codrignani (IX Legislatura – 16/01/1985)

·        D. Argondizzo – G. Buonomo, Spigolature intorno all’attuale bicameralismo e proposte per quello futuro

·        G. Buonomo, Le procedure di revisione

 

   

    

Da Avanti! online

http://www.avantionline.it/

 

Cambiamento con la testa

 

Sarà perché non abbiamo mai gettato la testa all’ammasso, ma non riusciamo neppure stavolta a evitare di ragionare, di criticare, di suggerire.

 

di Mauro Del Bue

 

In Italia non è la prima volta che si tenta una svolta e il popolo l’accetta a scatola chiusa ritenendo che qualsiasi soluzione sia meglio della permanenza della vecchia situazione. Le grandi svolte italiane sono state anzi generalmente effettuate a scatola chiusa. Senza pretendere di metterci la testa. Con le braccia alzate, con la fiducia a comando, con l’idea che un partito o un uomo non debbano e non possono fallire senza che fallisca il paese.

    L’Italia papalina e bigotta si affidò d’incanto alla borghesia e alla nobiltà liberale post unitaria, l’Italia liberale e cattolica, ma in larga parte anche socialista, si affidò a Mussolini dopo l’infatuazione bolscevica e la guerra civile del 1920-21, l’Italia fascista si scopri improvvisamente antifascista dopo il 25 luglio, e per cinquant’anni diventò democristiana e comunista, l’Italia del dopo tangentopoli diventò improvvisamente berlusconiana, e adesso larghi strati della pubblica opinione per lo stesso identico motivo si scoprono renziane. Sempre perché è l’ultima volta, sempre perché è l’estremo tentativo e non ce ne sarà un altro.

    Noi che non ci siamo mai affidati agli umori popolari, noi che siamo diventati socialisti quando era difficile e lo siamo rimasti quando era impossibile, noi che abbiamo sfidato le mode e contestato i dogmi, noi che abbiamo esaltato la nostra eresia riformista, per usare il titolo del bel libro di Bruno Pellegrino, noi non riusciamo a chiudere gli occhi. Non lo abbiamo fatto ieri e non possiamo farlo oggi.

    E allora diciamo subito che appoggiamo gli sforzi di Renzi sempre con spirito critico. E cioè con la nostra testa, che opponiamo al “giù le mani” dei professori sempre contrari a qualsiasi riforma costituzionale, ma anche al “mettiamo le mani” dei renziani convertiti. A questi ultimi voglio rivolgere il seguente ragionamento metodologico.

    Si è per il cambiamento solo se si approva passivamente il cambiamento proposto o anche se si propone una ricetta diversa del cambiamento? Penso alla legge elettorale. Quella proposta è un Porcellum due, con liste bloccate, una minoranza che diventa maggioranza assoluta, il furto del voto che passa dalle liste che non raggiungono il tetto di sbarramento alle liste che lo superano. Contestare queste tre clausole significa essere contro il cambiamento?

    Di più. Si sostiene a ragione che bisogna cambiare gli attuali poteri di un bicameralismo cosiddetto perfetto, cioè con le identiche competenze. Ma proporre di diversificare le competenze delle due Camere e di diminuire congiuntamente il numero dei parlamentari, vuol dire essere per la conservazione? Contrastare questa idea della trasformazione degli enti elettivi in enti nominati, dalle Province al Senato, e anche alla Camera con l’Italicum, vuol dire essere dalla parte sbagliata? Su un punto ci terrei ad essere definito conservatore: sulla democrazia. Sia ben chiaro, nella storia l’espressione della democrazia ha conosciuto stagioni multiformi. Ma la parola significa “potere del popolo”. Ecco, a forza di contestare la cosiddetta casta, non stiamo correndo il rischio di formare una nuova casta di portatori di nomine? Anziché il popolo é il capo partito che a lui si sostituisce per nominare deputati e senatori, proprio mentre i partiti perdono sempre più attrazione, consenso e ormai anche forma democratica. Questa sarebbe la nuova democrazia? Nell’epoca dei sondaggi e di internet sottrarre sempre più potere al popolo non è anche contro la storia?

 

Vai al sito dell’avantionline

      

 

Da CRITICA LIBERALE

riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Essere le parole che si dicono

 

Può una Chiesa rinnovata coesistere con i regimi concordatari?

Il Papa di fronte al potere e ai privilegi della Chiesa cattolica.

 

Iniziativa di Fondazione Critica Liberale e Cgil Nuovi Diritti

Sostenuta con i fondi 8x1000 della Chiesa Valdese - Unione delle chiese metodiste

 

Presentazione

IX Rapporto sulla Secolarizzazione dell'Italia

III Rapporto su Confessioni Religiose e TV

IV Dossier su Confessioni Religiose e Telegiornali

 

In apertura:

Vera Lamonica, segretaria nazionale della CGIL

Gian Mario Gillio, direttore del mensile “Confronti”

 

Introduzione:

Maria Gigliola Toniollo, Ufficio nuovi diritti Cgil nazionale

 

Relazione:

Carlo Flamigni

 

Tavola rotonda

Introduce:

Enzo Marzo, direttore di “Critica liberale”

Prendono parte:

Alberto Airola, senatore (M5s)

Imma Battaglia, consigliere comunale a Roma (Sel)

Pippo Civati, deputato (Pd)

Franco Grillini, consigliere regionale Emilia Romagna (IdV)

Sergio Lo Giudice, senatore (Pd)

 

Lunedì 7 aprile, ore 16 - 19,30

Palazzo S. Maria in Aquiro

P. Capranica, 72 - Roma

 

Si prega di prenotarsi a info at criticaliberale.it

Si ricorda l'obbligo di giacca e cravatta.

 

Critica liberale

   

        

Da vivalascuola riceviamo

e volentieri pubblichiamo

 

La parola a loro

 

Ragazze e ragazzi dai 14 ai 18 anni

scrivono sul loro rapporto con i genitori

 

di Giorgio Morale

 

vivalascuola di questa settimana dà la parola a loro, ragazze e ragazzi dai 14 ai 18 anni, che scrivono sul loro rapporto con i genitori:

 

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/03/24/vivalascuola-167/

Proponiamo questi testi, che costituiscono una sorta di "ultime dal fronte" della famiglia, di cui ci danno un'immagine in presa diretta.

    Stefano Laffi ne trae quattro notizie e una lezione: "verrebbe da dire che potrebbe essere utile... far succedere più cose, tenere vivi i flussi verbali in tutte le direzioni, immettere nuovi temi e nuove sfide, lanciare un’avventura da fare insieme, per essere meno coinvolti gli uni a controllare e gli altri a pretendere".

   

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) http://es.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

        

LETTERA

 

Spini per Firenze

 

Elezioni amministrative di Firenze. La coalizione di centro-sinistra che si va formando intorno al Vicesindaco reggente Dario Nardella ci propone di continuare il nostro impegno in una lista che, nella sua autonomia, si collochi all’interno della coalizione stessa. Analogo invito ci è venuto dal segretario del Pd Federico Gianassi in un recente incontro.

LETTERA n.1

 

Care amiche e cari amici, credo che siate al corrente delle vicende che ci stanno portando al rinnovo dell’amministrazione comunale di Firenze i prossimi 25 e 26 maggio. La situazione nazionale e locale non è facile e pertanto richiede a tutti di dispiegare quell’impegno che le circostanze ci rendono possibile.

    Come consigliere comunale eletto per la lista “SpiniperFirenze”, ho dispiegato in questi anni il lavoro di un’opposizione costruttiva finalizzata a portare la riflessione e l’azione sulla costruzione della città metropolitana (la grande Firenze), sulla politica urbanistica (documento di richiesta del piano per la viabilità e del piano per i contenitori dismessi), sulla cultura (vedi anche l’azione come presidente del comitato per celebrazioni del V centenario della stesura del Principe di Niccolò Machiavelli), in genere per un metodo politico improntato alla partecipazione, alla tolleranza, alla competenza.

    Non sono stati anni facili, ma ho cercato di corrispondere al compito  con la consueta passione.

 

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Valdo Spini

 

Oggi si delineano scenari diversi. L’opposizione appare piuttosto frammentata. La coalizione di centro-sinistra che si va formando intorno al Vicesindaco reggente Dario Nardella ci propone di continuare il nostro impegno in una lista che, nella sua autonomia, si collochi all’interno della coalizione stessa. Analogo invito ci è venuto dal segretario del Pd Federico Gianassi in un recente incontro.

    E’ un’occasione ma anche una sfida che credo non possiamo rifiutare. Portare le nostre idee e i nostri metodi al confronto di maggioranza. Stiamo lavorando per corrispondervi con una lista e con uno schieramento civico, ma anche di espressione politica adeguata. Mi hanno chiesto di candidarmi alla testa di questa lista, che stiamo convenendo nel nome e nel simbolo con le altre forze che collaborano con noi. Per correttezza non anticipo quanto le forze politiche con cui stiamo parlando si apprestano a decidere.

    Se si verificheranno tutte queste condizioni, mi candiderò quindi come consigliere comunale e vi chiederò – come faranno gli altri compagni di lista – di esprimere la vostra preferenza per me  scrivendo il mio nome, se volete unendovi, perché così la legge oggi prevede – e ne sono lieto – , il nome di una delle donne che saranno con me candidate nella stessa lista.

    Vi sarò grato se mi farete pervenire nel frattempo le vostre disponibilità e le vostre osservazioni.

Grazie per l’attenzione

e molti cordali saluti
Valdo Spini

   

        

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

Direttore: Andrea Ermano

Amministratore: Sandro Simonitto

Web: Maurizio Montana

 

L'editrice de L'Avvenire dei lavoratori si regge sull'autofinanziamento. E' parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che dal 18 marzo 1905 opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista".

    L'ADL è un'editrice di emigranti fondata nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera.

    Nato come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte durante la Prima guerra mondiale al movimento pacifista di Zimmerwald; ha ospitato l'Avanti! clandestino (in co-edizione) durante il ventennio fascista; ha garantito durante la Seconda guerra mondiale la stampa e la distribuzione, spesso rischiosa, dei materiali elaborati dal Centro estero socialista di Zurigo.

    Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha condotto una lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana, di chiunque, ovunque.

    Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo nella salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

   

       

Allegato Rimosso
Allegato Rimosso
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Allegato Rimosso
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