[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

[Diritti] ADL 140605 - Riferimento



Title: Der Tag - SPIEGEL ONLINE Newsletter

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., organizzazione socialista italiana all'estero fondata nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

Settimanale in posta elettronica – Zurigo, 5 giugno 2014

 

   

Per disdire / unsubscribe / e-mail > unsubscribe_adl at vtxmail.ch

Per iscrivervi inviateci p.f. il testo: "includimi" a: ADL Edizioni

In caso di trasmissioni doppie inviateci p.f. il testo: "doppio" a: ADL Edizioni

   

    

IPSE DIXIT

 

Riferimento il lavoro - «Io credo che sia il momento di pensare a un grande partito unico della sinistra che abbia come blocco sociale di riferimento il lavoro, al di là della distinzione tra ceto operaio e ceti medi che non ha più ragione di esistere». – Susanna Camusso

   

       

Alcuni dettagli tipografici sull’ADL di questa settimana sono lievemente diversi dal consueto lay-out. Ci scusiamo con le lettrici e i lettori dell’inconveniente tecnico. - La red dell'ADL

   

    

EDITORIALE

 

Una mano

sulla coscienza

 

di Andrea Ermano

 

Nel 1978 le BR ammazzarono Aldo Moro e a molti di noi, ventenni allora e fin lì militanti, parve a quel punto che solo il “riflusso” potesse essere una risposta proporzionata al furore terrorista il quale conseguiva per altro al golpismo nero e allo stragismo di stato.

    Riflusso: eravamo stati a fare volantinaggi e comizi fuori dalle fabbriche, dalle scuole e delle case occupate. “Rifluimmo” in recondite biblioteche a studiare storia, antropologia culturale, lingue antiche, matematica teorica...

     Un primo “rompete le righe” l’aveva dato già nel 1976 Adriano Sofri sciogliendo Lotta Continua, con gesto poco tattico, quanto meno. Pezzo a pezzo si smontavano i gruppi dirigenti di una “nuova sinistra” che assommava all’epoca una bella pattuglia parlamentare e un paio di milioni di voti. Tutti a casa.

    Nel mio piccolo avevo trovato un lavoretto all’estero che mi permetteva di mantenermi agli studi e quindi me ne andai sconsolatissimo da quell’Italia della disoccupazione a due cifre. L’emigrazione fu un’esperienza di sradicamento luttuoso. Poi arrivarono gli anni Ottanta e trascorrevo le domeniche sulle raccolte dei giornali italiani in un’emeroteca zurighese. Mi consolava constatare che le cose parevano lentamente migliorare.

    La dogmatica marxista-leninista, tanto di osservanza russa quanto cinese – “rifluiva” anch’essa, dando luogo a un dibattito politico e culturale di buon livello. Ci fu una fiammata di entusiasmo per il nostro Paese. Il made in Italy, la crescita economica, i successi sportivi: ultima grande stagione della Prima Repubblica.

    De Gregori cantava “Viva l’Italia, l’Italia colpita al cuore, l’Italia che non muore”. L’estremismo politico scomparve. Sembrò un modico prezzo l’estendersi di una consociazione politica strisciante e onnicomprensiva che però contribuì non poco a innescare l’esplosione del debito pubblico e il diffondersi capillare corruzione.

    Scoppiava in quegli anni la guerra a sinistra tra il PSI di Craxi e il PCI di Berlinguer, con una Dc demitiana impegnata ad alimentare il conflitto in funzione antisocialista e il presidente Pertini impegnato invece nel tentativo d’individuare un punto di mediazione tra craxiani e berlingueriani.

    Ogni mediazione finì con la morte, improvvisa, del leader comunista, colpito da un malore sul palco di Piazza delle Erbe a Padova. Tra l’assassinio di Moro e la morte di Berlinguer si consumarono i destini della DC e del PCI segnando l’inizio di una partita tattica infinita che entrerà negli annali alla voce “transizione”. Una “transizione” che non è ancora finita…

    Trent’anni dopo la morte di Berlinguer l’Unità gli ha dedicato un bell’inserto di ottanta pagine. Vi si ricorda che fu il leader comunista a sollevare la “Questione morale”, un notevole merito storico che deve essergli riconosciuto anche se poi Berlinguer non ruppe con Mosca e dunque finì per posizionare il suo partito in una “diversità” che divenne la madre dell’antipolitica odierna e perché la prefigurava e soprattutto perché rese impossibile la riforma di sistema.

    Da allora la crisi ha mostrato il suo vero volto, cioè nessun volto, nessuna specifica identità, se non quella di un familismo amorale, ipocrita, bigotto e insofferente di ogni regola.

    Ed eccoci qua, trent’anni dopo, rieccoci alla disoccupazione a due cifre, e mai così tanti giovani senza lavoro. Questo fallimento va ascritto anche alla sinistra italiana che non è stata capace di costruire un grande partito del lavoro. Su questo punto tre generazioni hanno fallito, – da quella dei Togliatti, dei Nenni e dei Pertini fino a quella cui appartiene chi scrive, passando per i Craxi e i Berlinguer. Purtroppo è così.

    Mettiamoci una mano sulla coscienza: abbiamo fatto spazio per un quarto di secolo e più alla “lotta di classe dall’alto”, senza mai reagire in modo coordinato, baruffando sempre.

    Oggi occorre, dunque, fare quel che non è stato e che occorrebbe compere, come dice la leader della CGIL, Susanna Camusso: «Io credo che sia il momento di pensare a un grande partito unico della sinistra che abbia come blocco sociale di riferimento il lavoro».

        

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

Conformemente alla Legge 675/1996 tutti i recapiti dell'ADL Newsletter sono utilizzati in copia nascosta. Ai sensi del Codice sulla privacy (D.L. 30.6.03, 196, Art. 13) rendiamo noto che gli indirizzi della nostra mailing list provengono da richieste d'iscrizione o da fonti di pubblico dominio o da risposte ad E-mail da noi ricevute. Il nostro servizio d'informazione politica, economica e culturale è svolto senza scopo di lucro e non necessita di "consenso preventivo" rivestendo un evidente carattere pubblico e un legittimo interesse associativo (D.L. 30.6.03, 196, Art. 24).

    

 

OGGI INAUGURAZIONE

 

1924-2014 : ATTUALITA'

DI GIACOMO MATTEOTTI"

 

Sala del Grechetto - Biblioteca Sormani,

Via Francesco Sforza,7 - Milano
5 giugno - 28 giugno 2014

 

Si è svolta oggi la conferenza stampa d’inaugurazione delle iniziative promosse dalla Fondazione Anna Kuliscioff in occasione del 90° anniversario del sequestro e dell'uccisione di Giacomo Matteotti.


Oggi, oltre all’Inaugurazione e Conferenza Stampa di
presentazione del volume: "Giacomo Matteotti - Raccolta di articoli" è stata presentata anche la raccolta: "Scalarini per Matteotti"

Lunedì 9 giugno 2014 - ore 18.00
Tavola rotonda: "I Fratelli Rosselli e Matteotti: vittime di un regime" - In collaborazione con Circolo Rosselli e Federazione Italiana Associazioni Partigiane


Giovedì 19 Giugno 2014 -ore 17.00
Tavola rotonda :

1924-2014 : ATTUALITA'

DI GIACOMO MATTEOTTI


Intervengono :
Prof. Stefano Caretti
- Università di Siena
Prof. Mauro Canali
- Università di Camerino
Prof. Ivano Granata
- Università di Milano
Prof. Maurizio Punzo
- Università di Milano

Introduzione:

Walter Galbusera - Presidente Fondazione Kuliscioff

In tale occasione il Dott. Carlo Nordio - Procuratore Aggiunto della Repubblica a Venezia presenterà il volume " I processi Matteotti", pubblicato dalla Fondazione Anna Kuliscioff, di cui ha curato l' introduzione.

Con il Patrocinio della Provincia di Milano e della Regione Lombardia

Si ringraziano per l'assistenza:
Biblioteca Università Bocconi, Società Umanitaria-Biblioteca,
Fondazione di studi storici Filippo Turati, Critica Sociale,
Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia,
Centro Studi Piero Gobetti, ISERS

Con il supporto di: Lega delle Cooperative, Uil Milano Lombardia

   

    

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Il vecchio e il nuovo

 

Prime riflessioni dopo le Europee

 

di Fabio Vander

 

Le elezioni europee, in Italia, hanno determinato un quadro politico che è bene cercare di sviscerare secondo alcune coordinate di massima.

Ha vinto Renzi e il suo Governo, a ruota il suo partito. Gli alleati hanno fallito, sia NCD (che al netto dei voti UDC ha poco più del 2%) sia Scelta Civica, che è letteralmente scomparsa. Resta confermata la tesi che non c’è in Italia una destra democratica. Neanche la crisi del berlusconismo ha favorito un processo in tal senso. E anzi se non era per i giudici Berlusconi avrebbe sicuramente preso di più del fallimentare 16% delle Europee. Il che dimostra che non solo non c’è una destra democratica, ma neanche un sistema democratico efficiente, capace di contenere ed espellere per via politica, non giudiziaria, un fenomeno anti-sistema come Berlusconi.

    La lista per Tsipras ha a mala pena superato lo sbarramento del 4%, mettendo insieme gli scarti di SEL, Rifondazione e un minimo di voto di opinione richiamato dall’appello di Spinelli, Ovadia e simili. Difficile dare un significato politico ad un risultato come questo. Difficile dargli cioè il valore di segnale di ripresa della sinistra. Tanto che il capogruppo SEL alla Camera Migliore ha subito chiarito in un’intervista a “Repubblica” che la sua prospettiva è e resta quella della confluenza nel PD ovvero della realizzazione di un “partito unico”. Coerentemente ha poi esplicitato la disponibilità di SEL a sorreggere il governo Renzi (dato l’indebolimento degli alleati di centro-destra). Di certo finché ci sarà SEL non ci sarà sinistra in Italia. Né un nuovo centro-sinistra. Solo la sconfitta del grumo di potere raccolto intorno a Vendola (Migliore, Ferrara, Smeriglio, Nieri, De Petris, ecc.) potrà aprire spazi ad un progetto di sinistra alternativo al “partito unico” con il PD. In questo senso speriamo che la Spinelli e Rodotà resistano (nella critica serrata a Renzi e nella ricerca di una alternativa). Anche se è tutto dire.  

    Quanto a Grillo ha sicuramente fallito. La sconfitta a mio avviso ha la seguente chiave di lettura: Grillo in verità ha vinto alle politiche del 2013 perché premiato da settori decisivi dell’elettorato non convinti (giustamente) della proposta “Italia Bene Comune” di Bersani e Vendola. Il voto a grillo Grillo è stato il grimaldello per eliminare l’ultimo della vecchia sinistra: Bersani appunto, pensionato dopo D’Alema, Veltroni, Fassino, ma poi anche Bertinotti, Diliberto, Mussi, Fumagalli, Vendola. Un’intera generazione di falliti.

    Quando si riscriverà (a questo punto speriamo presto) la storia degli ormai venticinque anni seguiti al 1989 bisognerà concentrare tutte le risorse su questo fallimento. Sul disastro storico, dal punto di vista politico e della tenuta democratica, della generazione che ha diretto la sinistra italiana, moderata e radicale, dopo la  caduta del Muro di Berlino. Altro che silenzio dei comunisti! Se un merito ha avuto Renzi è stato proprio quello di aver posto fine una volta per tutte a queste biografie. I ‘nuovi’ (e le ‘nuove’) che hanno preso la guida del PD e del Paese (non ancora di SEL e della sinistra) peggio di chi li ha preceduti certo non potranno fare.

    In ogni caso dopo Bersani non restava che Renzi. E quando hai Renzi non hai bisogno di Grillo. Quando hai uno che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti, ‘abolisce’ il Senato, dà 80 euro ai poveri, fa pagare le banche, taglia gli stipendi ai grandi burocrati, manda in galera Genovese, ecc., quando hai uno così, l’erba sotto i piedi al populismo è tagliata. Il populismo di governo svuota quello di piazza (per questo in Italia il 25 maggio non si sono avuti i casi Farage o Le Pen).

    Certo la politica è un’altra cosa; ma sul piano elettorale può funzionare.

    Concludendo queste prime considerazioni post-voto, credo si debba ricominciare a ragione in due direzioni: una direttamente politica (PD, SEL, sinistra, centro-sinistra), l’altra afferente la qualità della nostra democrazia.

    Le due linee evidentemente si intersecano. Molti analisti hanno proposto un confronto fra un PD portato al 40% dal non-comunista Renzi e la Democrazia Cristiana. Certo non si tratta di dire che il PD è eguale alla DC, che non significa niente. Semmai di notare che il problema classico della democrazia italiana rimane intatto. Uno storico del cattolicesimo democratico come Agostino Giovagnoli ha potuto scrivere, all’indomani delle Europee, che il PD deve svolgere lo stesso compito di “partito-pivot” del sistema svolto a suo tempo dalla DC. Se l’Italia della Prima Repubblica era per definizione una ‘democrazia bloccata’, secondo Giovagnoli “come ha fatto la DC a suo tempo, anche il PD renziano sta assumendo oggi i tratti del ‘partito italiano’”, cioè di centro inamovibile del sistema. Anche Franco Monaco (altro democristiano!) individua nel PD il nuovo “partito italiano” o “partito pigliatutto”, pur individuando i termini del problema nell’“evoluzione della democrazia italiana quale democrazia competitiva ovvero consociativa”. Dove però la domanda da porre è anch’essa ‘storica’: se il PD è “partito pigliatutto”, come mai potrà andarsi oltre la “democrazia consociativa”? Non sorprende poi, dal nostro punto di vista, che anche Reichlin sull’“Unità” definisca quello di Renzi “partito della nazione” ovvero “partito-società” (e per fortuna ci risparmia “partito-Stato”).

    Come si vede questione politica e questione democratica si incrociano anche in questa nuova e a suo modo inedita fase politica.

    Se la sinistra vuole rimotivare la sua funzione storica deve riuscire ad andare proprio essa oltre la logica della democrazia bloccata o “consociativa”. Porre questo come problema decisivo. In Italia e in Europa (dove si annuncia l’ennesima “grande coalizione”). Certo per farlo bisogna superare tanto la prospettiva del PD come nuova DC, quanto SEL come variabile dipendente (dal PD). Sono queste infatti oggi le forze di blocco del sistema.

    Ripartire per la sinistra è difficile ma non impossibile. La ‘lista Tsipras’ potrà trovare un senso politico post-elettorale solo se si mostrerà in grado di aprire una fase costituente (non limitandosi ad aspettare il momento buono per entrale nel PD). Decisivo è imboccare la via giusta. L’unica che potrà mettere gli interlocutori di fronte alle loro ambiguità e contraddizioni (riaprendo spazi di iniziativa politica e recupero di consenso). 

    E la via giusta è appunto quella di una strategia di alternativa, per la sinistra e per la democrazia. Solo così si potrà contrastare quel tripolarismo Renzi-Berlusconi-Grillo che al momento sembra assorbire tutte le risorse politiche del sistema, tenendolo bloccato alla sua storica disfunzionalità.

   

    

SPIGOLATURE

 

L’abbraccio (mortale)

di Madame Constrictor

 

di Renzo Balmelli 

 

MANIFESTO. Parigi val bene una messa. Dipende come e per che cosa. Adesso, nel solco della crisi d'identità europea, è di moda il pellegrinaggio alla corte dell'infanta Marine che non vede l'ora di staccare la spina all'UE. Vassalli venuti da ogni dove, ormai convinti di avere individuato nel rischioso manifesto del Front National la Bibbia salvifica che dovrà avviare alla strada del macero concetti come l'unità, la fraternità e il progresso dei popoli da loro ripudiati, sprizzano euforia da ogni poro. Lungo la Senna gli zelanti pifferai, tra i quali si sono subito fatti notare per la loro solerzia gli italiani bastonati dai cittadini, fanno a gara per trovare un posto in prima fila nel triste corteo dei nostalgici in cerca di rivincite postume. Chissà se un giorno, smaltita l'ubriacatura dell'effimero successo, capiranno che l'abbraccio di Madame può stritolarli come le spire del boa.

 

MAREA. No pasaran! Erano altri tempi, certo, quando l'indomita passionaria Dolores Ibarruri, in piena guerra civile, lanciò il famoso messaggio per sostenere la causa della Resistenza spagnola al fascismo. Cambiato il contesto, resta comunque il valore simbolico dell'appello, a maggior ragione sulle sfondo delle elezioni europee che ci mostrano scenari inquietanti. A quella parola d'ordine, come si ricorderà, Mussolini replicò col minaccioso " siamo passati, vi dico che passeremo" e per un certo periodo fu davvero così , nello spietato crescendo del Terzo Reich ritmato dal lugubre passo dell'oca. Sicuro, non passeranno! Ma la consapevolezza che l'Europa mai si è arresa alla barbarie anche quando tutto sembrava perduto, non esclude neanche oggi l'obbligo per chi ha la testa sulle spalle di tenere alta la guardia onde frenare l'avanzata della marea nera.

 

METAMORFOSI. Se è vero che una immagine vale più di mille parole, quella che mostra Grillo con la finta corona di spine mentre mima un irriverente calvario, oppure l'altra in cui Berlusconi indossa il camicione del samaritano sono l'illustrazione esemplare della sconfitta. Sia l'uno che altro, entrambi impegnati nel difficile tentativo di minimizzare la delusione dei fans, si inerpicano lungo le tortuose pareti della metamorfosi per dimostrare che a perdere non sono stati loro, ma gli elettori che non li hanno capiti. Suvvia, siamo seri . Se dopo vent'anni l'ex Cavaliere ancora non è riuscito a farsi capire nemmeno dai reduci della sua armata allo sbando, forse non sono i passeggeri che sbagliano, ma il manovratore. Quanto all'ex comico genovese, la ricerca disperata di convergenze con quel furbone scatenato di Nigel Farage da la piena misura del suo stato confusionale.

 

RITUALI. Non è più l'epoca in cui le successioni dinastiche si regolavano tra il tintinnar dello sciabole dentro le spesse mura del castello. Ma il verbo abdicare, declinato da Juan Carlos di Spagna dopo 39 anni di regno, conserva ancora un sapore antico, ci ricorda rituali un po' anacronistici e riapre il dibattito sulla legittimità della monarchia nel Terzo millennio. Il sovrano madrileno ha portato il suo Paese a muovere i primi passi verso la democrazia dopo gli anni terribili del franchismo, ma la sua popolarità si è consumata tra gossip e grattacapi. La Spagna, come l'Italia, è stata rinviata ai tempi supplementari per mettersi in regola coi parametri europei ed il percorso che si staglia davanti al futuro re Felipe VI in una nazione segnata da un diffuso malcontento, dalla disoccupazione e da svariati episodi di corruzione tra chi detiene il potere, non sarà nel facile ne breve.

 

IMPERO. C'è un deciso cambio di passo da parte della Russia sulla scacchiera internazionale. Mentre l'Europa si interroga sul proprio destino, a un tiro di schioppo dalle sue frontiere orientali rinasce la nuova piccola URSS del terzo millennio. La riedizione del Comecon in salsa euroasiatica, già ribattezzata la Dubai della steppa in risposta all'UE, come pure il monumentale accordo con la Cina per la fornitura di gas, sono tutti sintomi evidenti di una svolta strategica che sposta gli equilibri geopolitici e accredita la volontà di Mosca di recuperare altrove il ruolo di super-potenza che già fu suo prima del crollo. Putin a dispetto della Crimea nega di avere mire espansionistiche ed esclude di volere resuscitare l'impero zarista o l'Unione sovietica. Sarà, ma taluni indizi suggeriscono invece l'ipotesi che il Cremlino non abbia mai cessato di sentirsi l'erede dell'uno e dell'altro.

 

DIARCHIA. Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Fatta questa doverosa premessa,non sfugge ai lettori che nel mondo cattolico è in atto da mesi un acceso dibattito sul carattere del pontificato attuale. A creare disorientamento tra i fedeli e ad accendere vivaci polemiche tra i vaticanisti di diverso orientamento, è in sostanza la presenza di due Papi, cioè di una diarchia di fatto, più unica che rara, fonte di non pochi dubbi. Pascal e Montaigne avrebbero di che discettare a lungo. Perché se il titolare del Soglio è Francesco, il Papa emerito Benedetto ha si rinunciato al governo della Chiesa, ma non al compito spirituale che resta irrevocabile. Conflitti di competenza non se ne vedono, non ancora, ma con due Papi tanto diversi nel concepire la natura delle riforme qualche fremito potrebbe intrufolarsi nelle segrete stanze di San Pietro.

 

ICONA. Al centenario della Leica, una macchina mito della fotografia celebrata da artisti come Cartier-Besson, spiccava l'immagine della bambina vietnamita ustionata dal napalm che divenne un'icona anti-bellica quando il sud-est asiatico era teatro di un massacro inaudito. A fissare con la sua Leica l'urlo di dolore della piccola vittima fu l'inviato dell'Associated Press Nick Ut che ebbe il premio Pulitzer per la prontezza di spirito nel cogliere l'attimo drammatico che fece di lui il Munch della pellicola. La guerra non è mai una favola a lieto fine, men che meno quella nel Vietnam dell'apocalisse. Eppure nell'inferno del Mekong, bastò , più forte dei generali e dei politici senza scrupoli, bastò la forza sconvolgente di una sola foto, la foto dell'orrore che fece ammutolire il mondo, per cambiare il corso della storia e per restituire l'indipendenza a un popolo martoriato.

    

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) http://es.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

  

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Bankitalia: il lavoro?

Crescerà… piano

 

Visco nelle considerazioni finali all'assemblea di Palazzo Koch: "Tra il 2007 e il 2013 l'occupazione è scesa di oltre un milione di persone, C'è rischio di un allungamento della durata della disoccupazione, in particolare nel Mezzogiorno e tra i giovani"

 

Bankitalia non vede ancora la ripresa del lavoro. "L'offerta di posti tornerà a salire solo lentamente", ha detto il governatore Ignazio Visco nelle sue considerazioni finali all'assemblea di Palazzo Koch.

    "Tra il 2007 e il 2013 l'occupazione è scesa di oltre un milione di persone, quasi interamente nell'industria". Il tasso di disoccupazione è "più che raddoppiato rispetto al minimo toccato nel 2007, al 12,7 per cento dello scorso marzo", sottolinea.

    La recessione, osserva Visco, "si è riflessa pesantemente sul numero degli occupati e quindi sui redditi delle famiglie". “E' anche diminuito il numero medio di ore lavorate", ha detto il governatore.

    Il futuro prossimo non è roseo. Non va sottovalutato, ha ammonito ancora Visco, "il rischio di un ulteriore allungamento della durata della disoccupazione, ve ne sono segni in particolare nel Mezzogiorno e tra i giovani". Una eventualità che potrebbe "intaccare le abilità e competenze  individuali e allontanarle da quelle richieste dalle imprese".

    E se in passato, ha ricordato ancora Visco, "recessioni profonde si sono associate ad ampie ristrutturazioni del sistema produttivo che hanno dato luogo all'introduzione di nuove tecnologie e modelli organizzativi", lo steso potrebbe accadere ora.

    "La crisi, però – secondo Visco - può' essere per le nostre imprese l'occasione per attuare ed estendere quello che fino ad oggi in molti casi ha tardato: un profondo rinnovamento del modo di produrre di fronte alla rivoluzione digitale, in grado di generare nuove forme di impresa e di occupazione, in nuovi ambiti di attività".

       

    

Economia

 

Borse sopravvalutate

 

Cresce il rischio di un nuovo crac

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 
La grande finanza internazionale si affanna ad interpretare le future mosse di politica monetaria della Bce. Secondo molti “analisti-indovini”, il governatore Mario Draghi nella sua ultima conferenza stampa mensile avrebbe fatto capire che forse a giugno abbasserà ulteriormente il tasso di interesse. Attualmente è fissato a 0,5%.

    Probabilmente, come in più occasioni evidenziato anche da noi, sotto la pressione della Federal Reserve e di certi settori del mercato, Francoforte potrebbe anche lanciare una specie di quantitative easing - acquisto di titoli stampando soldi - per far salire il tasso di inflazione.  

    La Fed da tempo sta “attaccando” l’Unione europea, il sistema dell’euro e la Bce la cui politica sarebbe responsabile del rischio di deflazione, che si verifica, come è noto, quando la recessione economica, combinata con la caduta della domanda, fa scendere i prezzi. Di conseguenza l’”inflazione negativa” rende anche difficile l’abbattimento dei livelli del debito pubblico.  

    Mentre si chiede all’Europa di aprire i rubinetti della liquidità da far rifluire nel settore bancario e nel mercato, negli Stati Uniti però molti suonano l’allarme di possibili nuove bolle a Wall Street.

    Infatti, poco dopo l’esplosione della crisi del 2008, a seguito delle ingenti immissioni di liquidità a beneficio più della finanza e delle banche che di una genuina ripresa produttiva, il mercato azionario ha registrato un continuo e progressivo boom.

    L’andamento dell’economia, invece, per cinque anni è stato di una lentezza esasperante. Dal 2009 al 2012 il valore di un investimento nell’indice azionario Standard & Poor 500 si è raddoppiato e nel 2013 è cresciuto di un altro 18%.

    Tale dirompente crescita del valore dei titoli quotati a Wall Street è sproporzionata rispetto all’andamento dei profitti delle corporation sottostanti. Secondo certi studi, simili grandi squilibri, misurati nel periodo di circa 10 anni, si sarebbero verificati altre tre volte negli ultimi cento anni: negli anni venti, verso la fine degli anni novanta e prima del crac del 2007.

    L’economia americana di oggi sembra costruita apposta per far crescere i valori dei titoli a Wall Street. I tassi di interesse sono mantenuti bassi da una debolissima crescita economica. Contemporaneamente si riducono i costi delle industrie e si fanno sembrare più appetibili i titoli azionari rispetto ad altri investimenti più sicuri ma meno redditizi. E’ un trend già visibile anche in molti Paesi dell’Ue.

    Nonostante un andamento più che mediocre dell’economia, i livelli di profitto delle corporation americane sono relativamente alti, soprattutto per il fatto che esse controllano rigidamente il lavoro e riescono a comprimere i livelli dei salari.

    Il prolungato boom della borsa ha sempre avuto molte spiegazioni e giustificazioni ma i precedenti storici non sono tranquillizzanti.

    Uno dei parametri più realistici per studiare le fasi di boom-bust (espansione e frenata) delle borse è quello che misura per un periodo di 5-10 anni il rapporto tra il prezzo del titolo azionario rispetto al tasso di profitto della corporation cui è legato.

    E’ statisticamente dimostrato che, quando tale rapporto raggiunge per un lungo periodo la soglia di 25, si è alla vigilia di un nuovo crac delle borse. Nel 1871, ad esempio, il tasso di 25 a 1 tra il valore dei titoli azionali e i profitti delle corporation sottostanti, mantenuto mediamente per 5 anni consecutivi, portò a un calo della borsa del 12%.

    Riteniamo che tali questioni e prospettive vadano opportunamente valutate in un momento in cui il mondo della finanza e della comunicazione da essa controllata sta spingendo l’Europa sulla strada della Fed.

    Qualche settimana fa il Tesoro americano e la Fed hanno accusato l’Europa, ed in particolare la Germania, di essere responsabili del rischio di deflazione. Le autorità monetarie americane, quindi, chiedono alla Germania di aumentare non solo i consumi ma anche la liquidità circolante. La Bundesbank ha rigettato le accuse come infondate.

    Certo è vero che la stagnazione economica in Europa, non solo in Italia, si protrae da troppo tempo ed è ora che anche la Germania, insieme ai partner europei, si convinca a sostenere, oltre al fiscal pact, anche un forte programma di sviluppo infrastrutturale, tecnologico e occupazionale per far ripartire l’economia dell’intera Unione.

       

   

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

Parliamo di socialismo

 

Grazie, Nenni!

 

di Giuseppe Tamburrano

 

Il Padre della Repubblica è Pietro Nenni, che nasce politicamente repubblicano e si iscrive al Partito socialista nel 1921.

    ​Dopo la Liberazione intuisce che l’influenza degli anglo-americani e del Vaticano e l’ “assegnazione” dell’Italia all’area occidentale, unite ad un risorgente sentimento “borghese” nell’opinione pubblica aiutato dalle efferatezze e vendette partigiane, spingono verso posizioni moderate che si incarnano principalmente nella monarchia oltre che nel Vaticano.

    ​Perciò Nenni sentiva che la vittoria repubblicana diventava sempre più incerta (“è una corsa con l’orologio”) e perciò premette fortemente perché la consultazione degli italiani si facesse al più presto, anche rinviando importanti riforme sociali.

    ​La Repubblica vinse, ma per pochi voti. Ancora un po’ di tempo e quella vittoria sarebbe diventata molto, molto incerta.

    ​In questa ricorrenza del 2 giugno è doveroso il nostro “grazie Nenni”, come scrisse il direttore dell’Avanti! Ignazio Silone a insieme a tutta la redazione del giornale.​

       

   

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

 

Dov’è la vittoria?

  

di Domenico Argondizzo

 

Si fa un uso politico dell’esito delle elezioni europee, e prima ancora si è fatta una campagna elettorale in chiave di politica nazionale. Sono stati fatti paragoni impegnativi con esperienze e risultati elettorali della nostra storia politica. Vediamo quindi di soppesare la vittoria europea del 2014 rispetto a diversi termini di paragone.

    Alle elezioni politiche per la Camera dei deputati del 7 giugno 1953 su 30.272.236 aventi diritto al voto, con una affluenza del 93,84% (votanti perciò 28.406.479), la Dc conseguì 10.862.073 voti, cioè il 40,10%. Alle elezioni europee 26/05/2014 (non considerando il voto degli italiani residenti nell’Ue), su 49.256.169 aventi diritto al voto, con una affluenza del 58,68% (votanti perciò 28.908.004), il Pd ha raggiunto 11.172.861 voti, cioè il 40,81 %. Il risultato in valore assoluto è analogo, la percentuale è analoga, ma evidentemente, per via dell’astensione dal voto, essi pesano assai diversamente. Mettendo infatti in rapporto i due risultati complessivi con i rispettivi aventi diritto al voto (del 1953 e del 2014), il risultato del Pd, per essere sostanzialmente e – ciò che più conta- politicamente analogo a quello della Dc, avrebbe dovuto essere di ben 17.673.755 voti. Tarando diversamente quelle mute percentuali (apparentemente identiche), cioè inserendo nel computo anche le astensioni dal voto, il Pd avrebbe così dovuto prendere 6.500.894 voti in più rispetto a quello che ha realmente raccolto. La Dc seppe prendere il 35,88% dei voti sui rispettivi aventi diritto; il Pd ha preso solo, sottolineo solo, il 22,68%. Analoghi impietosi risultati dà un confronto con il consenso raccolto dalla Dc nelle elezioni del 1948 e del 1958. Nel 1948, la Dc, sempre sugli aventi diritto al voto, prese il 43,75%; nel 1958, il 38,60%.

    Un ancora più proficuo confronto può essere svolto con realtà sociali e soggetti politici assai più vicini al presente. Nel 1996 l’Ulivo, nei collegi uninominali, conseguì, sugli aventi diritto al voto, il 29,57%. Nel 2006, sempre l’Ulivo, e questa volta nelle liste proporzionali (escluso il collegio uninominale della Valle d’Aosta), conseguì, sugli aventi diritto al voto, il 25,28%. Nel 2014, finalmente il Pd, sempre nelle liste proporzionali (escluso il collegio uninominale della Valle d’Aosta), conseguì, sugli aventi diritto al voto, il 18,43%. Il Pd, nel 2014, ha conseguito sempre soltanto il 22,68%, che certamente è superiore al 18,43% del 2013, ma che è però inferiore sia al 25,28% del 2006, sia al 29,57% del 1996.

    Quali sono gli spazi che si possono aprire nella comunità politica per la conquista del consenso elettorale lo dicono chiaramente le percentuali di partecipazione al voto delle ultime due elezioni messe in comparazione. Infatti, si è scesi dal 75,20% dei votanti per le politiche 2013, al 58,68% per le europee 2014 (né può dirsi che questa è una tendenza delle elezioni europee, perché quelle del 2009 videro la partecipazione del 66,47% degli aventi diritto). Almeno quindi su questo differenziale del 16,52% degli elettori che è rimasto a casa (tradotto sull’elettorato attivo del 2014 fa 8.137.119 di cittadini), potrebbe esercitarsi una azione di acquisizione del consenso che vuol dire prima di tutto azione culturale. Dovrebbe essere insieme e contemporaneamente: ascolto – osservazione – elaborazione di proposte politiche – verifica del consenso su di esse. La sfida che il socialismo potrebbe raccogliere è muoversi verso queste praterie “inesplorate”.

           

   

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

UN’EUROPA

ROOSVELTIANA

 

L’Europa si interroga sul domani. Le elezioni hanno delineato un quadro difficile per il Vecchio Continente: se la Francia, uno dei pilastri del progetto voluto dai Padri Fondatori, sceglie il Front National qualcosa vorrà pur dire. Anche la Gran Bretagna, non proprio un paese “europeista”, manda un segnale piuttosto chiaro: Nigel Farage, leader degli euroscettici UKIP conquista oltre il 31 per cento e i laburisti sembrano chiusi in un angolo, come un puglie suonato, ad incassare ganci. Se la Scozia il prossimo 18 settembre 2014 dovesse decidere di rendersi indipendente il bacino elettorale dei laburisti potrebbe definitivamente dissanguarsi. Ne parliamo con un attento osservatore delle dinamiche politiche e sociali, professore emerito dell’Università di Torino, ordinario di Storia delle dottrine politiche, autore di numerosi libri sulla sinistra e la democrazia in generale.

 

di Roberto Capocelli

 

Professor Salvadori, in Francia il FN trionfa e il PS sembra sull’orlo di una crisi profonda. Cosa sta accadendo?

    Credo che quello che sta capitando in Francia sia sicuramente assai grave. È evidente che una avanzata del Front National da un lato e, dall’altro, una sconfitta così significativa e pesante del PS ci mettono di fronte a una situazione quanto mai allarmante. Bisogna interrogarsi sulle ragioni della sconfitta disastrosa subìta dal PS in generale, ma anche da Hollande che ne è l’esponente di spicco in particolare. Io credo che il PSF abbia pagato in maniera pesante l’incapacità di dare risposte adeguate ad una Francia la quale resta un pilastro dell’EU, ma che attraversa una crisi economica significativa a cui i francesi non sono abituati. Non dobbiamo dimenticare che la Francia è un Paese, tradizionalmente, economicamente forte con una società molto sviluppata.

    Le Pen ha dettato l’agenda del dibattito elettorale. Dall’altro lato il PS si rinchiudeva in slogan poco pregnanti. Non ha l’impressione che la sinistra francese sia stata incapace di produrre un’elaborazione politica?

    Qui tocchiamo un punto molto importante. Il PS ha pagato l’incapacità della socialdemocrazia europea nel suo insieme di elaborare strategie e dare risposte all’altezza dei problemi che esistono nella UE. Da anni ci misuriamo con un’insufficienza molto grave dei partiti socialisti che conservano legami formali tra loro a cui non riescono a far acquistare sostanza. Ci troviamo a pagare il fatto che la socialdemocrazia europea e i socialisti europei non sono stati all’altezza della situazione: per fortuna, in Italia, abbiamo avuto l’exploit del PD che Renzi è stato capace di far entrare a tamburo battente nel PES aprendo una prospettiva che lascia sperare.

    Anche nel Regno Unito trionfano i populisti del UKIP di Farage…

    Sulla situazione britannica vorrei fare almeno due considerazioni. La prima è che la Gran Bretagna ha sempre avuto un atteggiamento, o apertamente negativo o comunque segnato da una forte reticenza nei confronti di un’accelerazione dell’unificazione e della fortificazione europea in una vera unità politica. Io sono persuaso che De Gaulle avesse visto molto bene quando aveva espresso la convinzione che mettere la Gran Bretagna nella allora Comunità fosse un errore. Gli inglesi sono entrati con un atteggiamento che arriva anche al sabotaggio e questo ha seminato i germi del trionfo del leader del partito populista UKIP, Nigel Paul Farage.

    La seconda considerazione?

    La seconda riguarda il ruolo giocato dai laburisti inglesi nel processo che ho appena descritto. Io non sono mai stato fan di Tony Blair che, per troppi aspetti, ha incarnato il degno erede di Margaret Thatcher. Insieme con Clinton, infatti, proprio Blair è stato uno dei grandi responsabili della crisi economica che si è aperta nel 2008 negli USA con ripercussioni in tutto il mondo. Furono proprio Clinton e Blair a smantellare tutto quel complesso di regole che impedivano alla cosiddetta “finanza creativa” di fare il proprio comodo. Hanno creato le condizioni affinché le oligarchie finanziarie internazionali potessero fare il bello e il cattivo tempo, hanno smantellato tutte le barriere.

    Un danno irreparabile?

    La socialdemocrazia deve riscoprire quella capacità di intercettare le masse lavoratrici e denunciare lo scempio che si sta consumando sotto i nostri occhi, il disastro provocato dalla finanza senza regole. Io credo che sia in atto una situazione che ricorda molto quella che fu la prima fase della rivoluzione industriale che dette vita ai grandi partiti: è vero che oggi, in Occidente, quasi non esiste più la classe operaia, ma ci sono milioni di disoccupati e classi medie in semirovina. Il socialismo europeo dovrebbe avere il coraggio politico e morale di lanciare nuovamente la battaglia per l’eguaglianza, una battaglia, non dimentichiamolo, che ha una dimensione intimamente umanistica. Certo le belle parole e i proclami non bastano, ma ci sono le condizioni perché il socialismo torni ad essere innanzitutto internazionalista. Faccio un esempio: ci sono situazioni a cui guardare con attenzione come quella che ha interessato la Cina circa un mese fa. C’è stato il più grande e imprevisto sciopero mai verificatosi sotto quel mostruoso regime che incarna una combinazione di comunismo, fascismo e capitalismo. I lavoratori cinesi si sono ribellati contro il fatto che sono nei luoghi di lavoro privi di qualunque assistenza medica. La socialdemocrazia deve essere capace di guardare a questi fenomeni, stimolarli.

    Su quali altre battaglie dovrebbe focalizzarsi una forza socialdemocratica internazionalista come quella che lei immagina?

    Dovrebbe riprendere la difesa e l’estensione dei diritti sociali. Al di fuori di questo schema la socialdemocrazia europea è condannata a traccheggiare, a estinguersi perché priva di anima e significato. Le priorità sono dunque, innanzitutto, organizzare una proposta che sia internazionalista. Intercettare le masse di disoccupati e precari in Europa perché altrimenti queste realtà, se la sinistra non è in grado di offrirsi come punto di riferimento, si rivolgeranno a chi, come la Le Pen, manda messaggi semplici basti sul nazionalismo.

    C’è chi dice che, rispetto al passato, il vero problema, oggi, sia che non si riesce a produrre, a creare lavoro. Che ne pensa?

    Sono state le crisi che hanno messo in moto le politiche di welfare. Addirittura sono stati i nazisti e i fascisti a reagire alla crisi del ‘29 costruendo sistemi di welfare. In America il riformismo roosveltiano è nato dalla reazione alla crisi del ‘29 in condizioni di disastrosa povertà diffusa. Non c’è nesso tra sviluppo rampante e condizioni di lotta, la storia insegna il contrario. Occorre che, proprio quando la crisi colpisce più duramente, ci si organizzi intorno a una proposta politica che abbia il coraggio di combattere contro le forze negative. C’è bisogno di una vera e propria cultura che contrasti l’idea per la quale la crisi economica deve congelare le istanze di giustizia sociale. Ci sono soggetti che proprio sfruttando la difficoltà economica del momento cercano di giustificare la diseguaglianza affermando che per avere maggiore uguaglianza si deve avere maggiore ricchezza. Ma, lo ripeto, la storia ci ha dimostrato che è stato nei periodi di reazione alle grandi crisi che si sono poste le condizioni per il progresso sociale, in Europa come negli Stati Uniti, esprimendo capacità di elaborazione politica e forza morale, costruendo condizioni per un avanzamento della civiltà.

     

Vai al sito dell’avantionline

       

 

 

Da vivalascuola riceviamo

e volentieri pubblichiamo

 

Denunciamo "Io studio postepay"

 

Come il Ministero fa mercato della scuola

 

di Giorgio Morale

 

Desideriamo denunciare una incredibile iniziativa del Miur: la distribuzione a scuola di "Io studio postepay":

 

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/05/23/vivalascuola-io-studio-postepay-come-il-miur-della-scuola-fa-mercato/

 

E' la promozione di una vera e propria carta di credito distribuita a 3 milioni di studenti minorenni: un mercato enorme messo a disposizione di 27.000 esercenti in tutta Italia.

    Ci domandiamo: Le autorità preposte alla tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, le associazioni dei genitori e delle famiglie accreditate presso il MIUR, gli eventuali organi collegiali competenti sono stati preventivamente interpellati e hanno espresso parere favorevole?

    E soprattutto: è, questa iniziativa del Ministero dell’Istruzione, giuridicamente legittima? E’ eticamente accettabile che lo Stato, come fosse una qualunque banca privata, fornisca allo studente minorenne una carta di credito, invitandolo a spendere con facilitazioni, convenzioni e sconti?

    E' questo il ruolo che la Costituzione assegna alla scuola della Repubblica?

  

              

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) http://es.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

  

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Vi dico grazie

 

Il vostro sostegno in questi anni non è mai mancato ed è stato fondamentale. Ma questa volta tornerò a Bruxelles sospinto da un nuovo vento. Quello che ha fatto vincere la speranza sulla rabbia. Quello che ha portato il Partito Democratico a conquistare un numero di seggi addirittura superiore a quello del partito di Angela Merkel.

 

di Gianni Pittella

Europarlamentare (PD-PSE)

Vicepresidente emerito del Parlamento Europeo

 

Fra i candidati del Partito Democratico sono arrivato primo nella circoscrizione Italia meridionale e secondo su scala nazionale con 234.011. Un risultato al di sopra di ogni aspettativa, che ancora mi commuove.

    L'avanzamento degli euroscettici deve costringere tutti ad aprire gli occhi. A cominciare da chi ha sino a oggi sostenuto la linea del rigore cieco, dei vincoli, dell'austerità. Tutti, a cominciare dal PPE, se vogliono salvare l'Europa devono sostenere la crescita e il lavoro. Occorre prima di tutto modificare il patto di stabilità. Il vincolo del 3 per cento non può più costituire un tabù. Deve poter essere superato per investimenti mirati, relativi ad esempio a infrastrutture materiali e immateriali, ricerca, istruzione, ambiente, banda larga, capitale umano.

    Credo che con questa grande vittoria del Partito Democratico Matteo Renzi possa davvero far cambiare verso all'Europa. Credo inoltre che l'Italia sia davvero nella condizione di poter chiedere con autorevolezza la guida di almeno uno dei due vertici principali in Europa: la presidenza del Parlamento o quella del gruppo parlamentare del gruppo PSE. Che questo possa riguardare o meno la mia persona, non tocca a me deciderlo. Ma le due cariche sono davvero a portata di mano e farò di tutto per sostenere l'operato del nostro Presidente del Consiglio in Europa.

    E continuerò a svolgere con passione ed entusiasmo il mio lavoro di europarlamentare, continuerò a essere in mezzo a voi in ogni occasione possibile per informarvi sulle mie attività e sulle opportunità offerte dall'Unione Europea. L'ho detto in campagna elettorale e lo ripeto: senza Europa il nostro Mezzogiorno rischia l'isolamento e la marginalità, perché la risposta alle fragilità meridionali passa anche per Bruxelles.

   

LETTERA

 

ULTERIORE CONFERMA

DEL DECLINO DEI PARTITI

 

Lunedi scorso, nella trasmissione "Quinta Colonna", Jacopo Fo ha insistito con ragione sul fatto che ciò che conta sono il numero di voti presi rispetto alle percentuali. 

 

Infatti, nel tam-tam mediatico di questi giorni, si è dimenticato che su poco più di 49 milioni di elettori, oltre 20 milioni sono rimasti a casa, il che corrisponde al 41,32% del totale. Considerando poi schede nulle e bianche (schede bianche: 577.856 = 1,99 % su votanti; schede nulle 954.718 = 3,30 % su numero votanti; schede contestate e non assegnate 3.683 = 0,01 % su numero votanti), il totale di coloro che non hanno espresso nessun voto è pari 21.888.906 individui corrispondente a 43,78% dell'intero corpo elettorale! Nei fatti, è questa la componente politica maggioritaria e silenziosa nel paese, peraltro in costante crescita e composta oltre che da persone indifferenti e/o schifate dalla politica, anche da parecchie persone rassegnate e nostalgiche di una Sinistra che ormai non c'è più e i cui presunti eredi non sanno manco cosa sia esserlo e dimostrarlo quotidianamente!

Appartengo con orgoglio a quest'ultima categoria e mi rammarica vedere che in Italia ci sono ancora troppe persone che si entusiasmano per la vittoria di un PD che di Sinistra ha poco o nulla, mentre in altri lidi (specie fuori dall'Europa), sta crescendo una Sinistra innovativa, dinamica, propositiva, tanto in alcuni casi da pensare e cominciare ad attuare modelli di società alternativi al neoliberismo (che ha fallito in ogni campo (salvo nell'arricchire una piccola schiera di capitalisti senza scrupoli) e che non ha un futuro né credibile né sostenibile!).

Tornando alla riflessione di Fo, guardiamo i numeri di queste elezioni farsa quanto inutili, dato che secondo il Diritto Comunitario, il Parlamento europeo ha poteri molto ridotti se non quasi insignificanti rispetto alla Commissione e ai governi degli Stati membri:

 

·        Partito Democratico: 11.172.861 votanti - 22,68% dell'insieme del corpo elettorale

·        Movimento 5 Stelle: 5.792.865 votanti - 11,76% dell'insieme del corpo elettorale

·        Forza Italia: 4.605.331 votanti - 9,35% dell'insieme del corpo elettorale

·        Lega Nord: 1.686.556 votanti - 3,42% dell'insieme del corpo elettorale

·        Nuovo Centrodestra: 1.199.703 votanti - 2,43% dell'insieme del corpo elettorale

·        L'altra Europa con Tsipras: 1.103.203 votanti - 2,23% dell'insieme del corpo elettorale.

 

I numeri, e quindi la realtà delle cose dimostrano una realtà politica ben diversa, tanto che le forze di governo non rappresentano manco un quarto degli elettori e che tutte le forze politiche che sono riuscite a mandare parlamentari a Bruxelles, riescono a malapena a superare il 50% del totale.

    Questi sono i dati che contano davvero e che dimostrano la vera forza delle formazioni politiche attualmente presenti nel nostro paese e quindi anche il 40,8 per cento raggiunto dal PD e sbandierato a destra e a manca si riferisce unicamente al numero di votanti e ha un peso politico nettamente inferiore a quello simile raggiunto dalla DC negli anni Cinquanta, in quanto l'astensionismo di allora non aveva certo l'ampiezza dei dati odierni (meno del 10%!).

    Quindi, conviene ancora lavorare e continuare e adoperarsi per una politica ben diversa, che non sia personalistica ed incentrata su partiti privi di reale democrazia interna! Altrimenti si rischia di persistere nel parlare di cose che nulla hanno a che fare con la realtà delle cose, ma che vengono usate unicamente per dare fumo negli occhi e mantenere intatto l'esistente.

 

Yvan Rettore, e-mail

         

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

Direttore: Andrea Ermano

Amministratore: Sandro Simonitto

Web: Maurizio Montana

 

L'editrice de L'Avvenire dei lavoratori si regge sull'autofinanziamento. E' parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che dal 18 marzo 1905 opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista".

    L'ADL è un'editrice di emigranti fondata nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera.

    Nato come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte durante la Prima guerra mondiale al movimento pacifista di Zimmerwald; ha ospitato l'Avanti! clandestino (in co-edizione) durante il ventennio fascista; ha garantito durante la Seconda guerra mondiale la stampa e la distribuzione, spesso rischiosa, dei materiali elaborati dal Centro estero socialista di Zurigo.

    Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha condotto una lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana, di chiunque, ovunque.

    Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo nella salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.