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[Diritti] Renzi scappa, la disoccupazione no



La fuga di Renzi, che ha posticipato a novembre e probabilmente spostato a
Bruxelles il vertice sull'occupazione giovanile previsto a Torino l'11
luglio, non muta la situazione dei tantissimi giovani che non hanno un
lavoro, o vivono di precarietà quotidiane, che ne segnano le vite in modo
irreversibile.
Se i vertici - e con loro la variabile dipendente dei controvertici - sono
la rappresentazione politica che si gioca nello spazio di una giornata, la
questione della liberazione dal lavoro salariato come scommessa dei
movimenti che mirano a spezzare l'ordine sociale, resta sul piatto ed
impone un ragionare - ed un agire - più radicalmente volto ad una
prospettiva di esodo conflittuale.
Un percorso difficile, ma - a nostro avviso - non eludibile. Non ci sono
scappatoie.
La rappresentazione ritualizzata del conflitto che si gioca nei
controvertici, anche quando la materialità dell'agire e la violenza
istituzionale si incidono nell'immaginario, tanto da divenire passaggio
obbligato, bagno sacro per una generazione di attivisti, non riesce
tuttavia a oltrepassare la dimensione del simbolico. Poco importa che la
narrazione del poi ci consegni qualche girotondo in tuta o k-wey o i
fuochi di un luglio genovese.
Oggi, a bocce ferme, dopo il rinvio del vertice di Torino, vogliamo
provare a ragionare, proponendo anche strumenti di approfondimento.

Di disoccupazione abbiamo parlato con Francesco, autore dell'articolo
"Disoccupazione e Unione europea" uscito sul settimanale Umanità Nova, che
vi proponiamo di seguito.

Ascoltate qui la diretta con Francesco:
http://anarresinfo.noblogs.org/2014/06/27/renzi-scappa-la-disoccupazione-no/

Una premessa è d’obbligo.
I ragionamenti che facciamo sulla disoccupazione non sono esaltazioni del
lavoro salariato, sfruttato e sotto padrone.
Non ha alcun senso lamentarsi della disoccupazione aspirando a fare un
lavoro di merda, precario e sottopagato, da dove puoi essere cacciato via
in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione.
Noi siamo per la liberazione di tutti gli sfruttati. Liberazione dal
dominio, liberazione dal comando, liberazione dal capitale.
Le analisi che sviluppiamo sulla disoccupazione, come su altro, servono a
ragionare collettivamente su come si stiano modificati i modelli di
sfruttamento e come combatterli meglio.
Ci sembra si sia usciti dal circuito produci-consuma-crepa. La produzione
la fanno altrove e qui ti tengono appeso tra la disoccupazione e il lavoro
part time per poterti condizionare meglio. Il consumo è diventato pura
sopravvivenza. Solo la morte l’hanno lasciata, accentuandola con la
chiusura degli ospedali, il costo delle cure sanitarie e i ricatti di big
pharma.
Una parte importante di questo processo di modifica delle condizioni del
lavoro e dell’accesso al lavoro ce l’ha l’Unione Europea.
La tradizione di lotte sociali del proletariato europeo aveva fatto sì che
le condizioni di lavoro fossero, in Europa, sensibilmente migliori che non
negli USA.
Il processo di unificazione europea ha comportato la perdita progressiva
di quelle conquiste, la crisi degli ultimi sei anni ha fornito la scusa
per dare il colpo di grazia alle condizioni di vita e lavoro di milioni di
persone.
La disoccupazione in questo gioca un ruolo importante. Ce lo spiega la
stessa Commissione Europea nel “Winter forecast” di marzo 2014, dove dice
che il
tasso di disoccupazione di equilibrio (NAIRU) per l’Italia – a fini del
raggiungimento degli obiettivi di bilancio e di inflazione – non può
essere inferiore all’11% nel 2015 ed è meglio se è superiore. Infatti la
“disoccupazione sostenibile serve a ridurre le pressioni salariali e a
frenare la crescita dei salari. Questo, unito con lieve miglioramento
della produttività, comporta solo moderati aumenti del costo unitario del
lavoro nominale.”
Senza entrare in tecnicismi economici, è bene sottolineare che un dato del
NAIRU così alto serve alla Commissione Europea per sovrastimare il deficit
strutturale dell’Italia e chiedere una manovra economica aggiuntiva.
In ogni caso è perfettamente inutile che il governo e l’Unione Europea
sparino tante panzane sulla loro volontà di ridurre la disoccupazione,
visto che, proprio loro, si sono dati tanto da fare per crearla e si
stanno dando da fare per mantenerla alta.
L’ISTAT ci dice, intanto, che il tasso di disoccupazione”ufficiale” in
Italia è al 12,6%. Come tutte le statistiche però il singolo dato non ci
dice nulla se non sappiamo cosa c’è dietro.
Vengono considerati disoccupati coloro i quali, nel mese precedente alla
rilevazione, hanno effettuato una ricerca attiva di lavoro (mandato un
curriculum, fatto un colloquio, risposto a un annuncio), non hanno fatto
neanche un’ora di lavoro (se uno fa il baby sitter una sera per tre ore
non viene considerato disoccupato neanche se si sbatte come un matto per
cercare lavoro per tutto il
resto del mese) e sono disponibili a iniziare a lavorare nelle due
settimane successive.
I disoccupati calcolati così sono 3.487.000. Se a questi ci aggiungiamo
però quelli che il lavoro non l’hanno cercato nel mese precedente, perché
“scoraggiati” o perché stanno aspettando la risposta a qualche colloquio
fatto prima, ma sono comunque disponibili a lavorare abbiamo altre
3.305.000 persone. Se consideriamo anche quelli che cercano lavoro, ma non
possono cominciare nelle due settimane successive (studenti sotto esami,
donne in gravidanza) abbiamo altre 261.000 individui.
Se poi consideriamo anche il 1.499.000 di individui impiegati in maniera
precaria e a tempo parziale abbiamo un totale di 8.552.000 persone per cui
la mancanza o la precarietà di un lavoro rappresentano un problema con cui
fare quotidianamente i conti.
Questa situazione è prevalentemente italiana le “forze lavoro potenziali”
(come si chiamano statisticamente) in Italia sono il 14% contro il 4%
medio del resto d’Europa.
Da che dipende? Dal fatto che in Italia il lavoro non si trova con i
metodi “classici” in uso nel resto d’Europa, ma con conoscenze, rapporti
familiari, raccomandazioni, favori.
Questo serve a far legare a filo doppio una persona al suo “sponsor”
lavorativo (a maggior ragione quando è un politico) e lo rende
ulteriormente ricattabile quando prova a far valere i propri diritti sul
posto di lavoro.
Questa è anche una delle cause della scarsissima mobilità sociale in
Italia. Chi nasce povero, per quanti studi possa aver fatto e per quanta
capacità possa dimostrare, rimane povero. Con la crisi questa situazione è
anche peggiorata. Adesso chi nasceva in una famiglia di relativo benessere
ha molte più probabilità di diventare povero che non di mantenere la
propria posizione sociale.
In Italia, prima della crisi, si ereditava non solo la posizione sociale,
ma anche il lavoro del padre: il 44% degli architetti aveva un figlio
architetto, il 42% dei padri laureati in giurisprudenza aveva un figlio
con medesima laurea, il 41% dei farmacisti e il 39% di medici e ingegneri.
La crisi ha trasformato la piramide sociale in clessidra: la maggior parte
delle persone che erano ai livelli intermedi della piramide sono stati
spinti verso il basso. Qualcuno è stato spinto verso l’alto: in Italia il
numero delle persone che possiedono più di 30 milioni di euro è aumentato,
nell’ultimo anno del 7%, a fronte di un aumento della povertà relativa del
15%.
Il problema della disoccupazione non è nato con l’Euro (all’avvento
dell’euro la disoccupazione italiana era al 9.1%), ma è stata la risposta
data dal capitalismo italiano alla crisi. Nel 2007 (prima dell’inizio
della crisi) la disoccupazione in Italia era al 6.1% ed oggi è al 12,6%.
La scelta di spostare le produzioni ad alta intensità di lavoro in Cina,
Vietnam e negli altri paesi dell’estremo oriente, e le produzioni ad alta
intensità di capitale in Germania, ha determinato il crollo di circa il
30% della produzione manifatturiera italiana e la disoccupazione è più che
raddoppiata dal 2007 ad oggi. La scelta dello stato e del padronato di
puntare sui bassi salari fa sì che l’industria manifatturiera italiana,
che è ancora la seconda in Europa, realizzi produzioni a basso valore
aggiunto facilmente delocalizzabili. Questo aumento di disoccupazione per
l’Italia (e gli altri paesi della “periferia” europea) è, per questi
motivi, strutturale.
L’unico motivo per cui l’Italia ha una bilancia commerciale in attivo è
perché sono crollati i consumi: non ci sono più soldi, le persone comprano
di meno e consumando meno merci, ne vengono importate di meno (- 8.5%
negli ultimi tre anni) e pur essendo diminuite anche le esportazioni
(-1.7%), sono diminuite di meno delle importazioni, e il saldo è diventato
attivo.
Raccontano che ci sono paesi, come la Germania, dove hanno risolto il
problema della disoccupazione.
Peccato che abbiano semplicemente sostituito la disoccupazione con la
sottoccupazione riducendo contemporaneamente i salari.
In Germania infatti, nel 2005 la disoccupazione era al 11.2% benché fosse
in pieno boom economico. Per evitare una esplosione sociale il governo
socialdemocratico di Shoereder si inventò i minijob. Chi voleva usufruire
del sussidio di disoccupazione doveva accettare del lavori di 15 ore la
settimana retribuiti 450 Euro al mese, senza tasse e con pochi contributi
previdenziali (il costo
totale per l’imprenditore, compresa la cassa malattia è di 585 euro al mese).
In cambio lo stato tedesco versa per un single un importo pari a 374 €
mensili a cui vanno aggiunti circa 300 € per l'affitto; una famiglia
invece percepisce un contributo di 337 € per ogni adulto, 219 € per ogni
bambino e 550 € per l'affitto.
In Germania i lavoratori impegnati con i minijob sono più di otto milioni,
circa il 20% del totale degli occupati.
Oltretutto, siccome i minijob non consentono di ricevere il permesso di
soggiorno hanno avvantaggiato la manodopera autoctona nei lavori meno
qualificati (quelli abitualmente pagati di meno e dove c’è il maggior
utilizzo di questi contratti).
Il problema è che contemporaneamente tutti i contratti esistenti per i
lavori meno qualificati sono stati trasformati in contratti a minijobs con
il risultato che la massa salariale complessiva percepita in Germania è
rimasta sostanzialmente la stessa nonostante l’aumento dell’occupazione.
Questo ha determinato due effetti: un bassissimo costo del lavoro per le
industrie, che hanno potuto produrre a prezzi considerevolmente più bassi
aumentando conseguentemente le esportazioni e una diminuzione dei consumi
interni con diminuzione delle importazioni.
Il risultato è che, lo scorso anno, la Germania ha avuto il saldo attivo
della bilancia dei pagamenti più alto al mondo, maggiore anche della Cina
che sui bassi salari e l’estrema flessibilità ha fondato il proprio
successo economico.
Di fatto questa forma di sostegno alla disoccupazione rappresenta un
finanziamento all’impresa, che automatizza al massimo per poter usare i
minijob nella produzione e, in futuro, porterà all’esplosione del sistema
previdenziale tedesco, visto che oggi, chi lavora con i minijob ha diritto
solo a 3,11 euro di pensione mensile per ogni anno di lavoro. Il che
significa che un lavoratore che avesse lavorato per 40 anni solo con i
minijob avrebbe diritto ad appena 124 euro di pensione al mese.
L’altra favola che stanno raccontando è che il problema della
disoccupazione è legato alla “rigidità” del mercato del lavoro.
Renzi ha proclamato che con il “jobs act” e l’introduzione selvaggia del
contratto a tempo determinato si contribuirà alla soluzione del problema
della disoccupazione.
In Spagna i contratti a tempo determinato li hanno liberalizzati dal 1984,
rendendo ammissibili ripetute proroghe dello stesso contratto che ha
smesso di essere legato ad esigenze temporanee di produzione.
Dopo 30 anni tutti gli studi che hanno analizzato gli effetti di questo
provvedimento sono concordi nel sostenere che il risultato è: meno giorni
di lavoro complessivi (si lavora – a parità di ferie - mediamente 21
giorni di meno all’anno persi a cercare un altro lavoro), salari più bassi
(a parità di condizioni e indipendentemente dai giorni lavorati in meno,
fin da prima della crisi erano diminuiti mediamente del 12%),
precarizzazione delle scelte di vita (tutti quelli che, dopo qualche
contratto, sarebbero stati assunti a tempo indeterminato, sono rimasti
precari molto più a lungo) penalizzazione dei soggetti più deboli (chi ha
avuto inabilità, donne incinte o con bambini piccoli non hanno il rinnovo
dei contratti).
L’inutilità dell’effetto complessivo sulla disoccupazione è conclamato dal
fatto che la Spagna ha oggi la disoccupazione al 25%, superiore anche a
quella della Grecia.
La sublimazione di tutti queste situazioni è data dalla disoccupazione
giovanile.
In Italia risultano disoccupate tra i 15 e i 24 anni 656.000 persone per
un tasso di disoccupazione giovanile pari al 41.9%.
Il dato va completato: tra i 15 e i 24 anni 650.000 persone cercano lavoro
e non lo trovano, meno di un milione lavora, tre milioni e mezzo studiano
o fanno formazione e 850.000 sono NEET (Not in Education, Employment or
Training), non studiano, non lavorano né lo cercano e non fanno alcun tipo
di tirocinio.
Il numero dei neet sale vertiginosamente ampliando la fascia d’età tra i
15 e i 29 anni a circa 2.300.000 persone che, sebbene le persone di età
tra i 25 e i 29 anni non rientrino statisticamente nella disoccupazione
giovanile, il dato numerico segnala che le prospettive per i giovani sono
inesistenti anche quando sono un po’ più “vecchi”.
Qualcuno di questi brillanti “tecnici” ed “economisti” al servizio dei
potenti ha suggerito di modificare la rappresentazione del tasso di
disoccupazione giovanile modificando l’indice mettendolo in rapporto con
l’insieme dei giovani e non solo con i giovani componenti la forza lavoro,
per abbassarlo dal 41.9% al 10.5%.
Invece di preoccuparsi del motivo per cui in sei anni il tasso è più che
raddoppiato (era al 20% nel 2008) si preoccupano di falsificarlo.
Ed il motivo dell’aumento della disoccupazione giovanile è banale quanto
ovvio. La riforma delle pensioni, con una accentuazione con quella della
Fornero, oltre ad aver obbligato i lavoratori ad essere inchiodati al
posto di lavoro fino a 67 anni, ha determinato la mancata assunzione dei
più giovani.
Dall’inizio della crisi, nel 2008 (ma la tendenza si è solo accentuata
rispetto a prima), ci sono un milione di posti di lavoro in meno (da 23,4
milioni a 22.4 milioni), però il numero degli ultracinquantenni che
lavorano è aumentato di un milione di unità (da 5.6 milioni a 6.6
milioni).
Non si tratta, con tutta evidenza, di un atteggiamento caritatevole dei
padroni, che hanno assunto gli “esodati” dalla Fornero o i cinquantenni
espulsi dal ciclo produttivo dalle ristrutturazioni aziendali che hanno
portato miliardi di profitti ai padroni e licenziamenti, cassa
integrazione e fame agli operai. Sono i lavoratori che non sono potuti
andare in pensione, che seguitano a lavorare e che, per ragioni
anagrafiche, invecchiano.
I giovani hanno fatto da cavie a tutte le nuove tipologie di contratto di
lavoro, con la truffa degli stage alcuni lavorano addirittura gratis, sono
praticamente tutti precari, molti sono spesso sottoccupati, costretti ad
accettare un lavoro a tempo parziale per l’impossibilità di trovare un
lavoro a tempo pieno.
Nonostante questo si seguita a spingere l’accento sulla necessità della
precarietà per ridurre il numero dei disoccupati.
Se fosse vero che con la precarietà si diminuisse il numero dei
disoccupati, dovremmo avere, per le ragioni dette sopra, la disoccupazione
giovanile molto più bassa di quella complessiva, invece di essere
enormemente maggiore.
Invece, proprio perché precari, i giovani pagano un prezzo più alto alle
ristrutturazioni aziendali: sono i primi a vedere i propri contratti non
rinnovati quando c’è un accenno di crisi.
Questo rende evidente anche la balla con cui i padroni giustificano i
propri profitti: sono loro che rischiano il proprio capitale ed è giusto
che venga remunerato. I primi (e quasi sempre i soli) che rischiano
qualcosa sono i lavoratori, per i padroni ci pensa lo stato a coprire le
perdite!
E adesso, Renzi, con il jobs act, vorrebbe estendere questa situazione a
tutti i lavoratori.
Noi non ci siamo mai illusi che, modificando qualche legge o votando
qualcuno piuttosto che un altro, possa modificarsi la situazione.
La situazione attuale conferma le nostre idee.
L’unico modo per non trascorrere la propria vita tra precariato e
disoccupazione, sognando un lavoro sfruttato, è di cambiare radicalmente
il modello di produzione.
Solo con la lotta è possibile riappropriarsi della propria vita, del
proprio tempo, dei propri desideri.