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[Diritti] ADL 140925 - Unite!



Title: Der Tag - SPIEGEL ONLINE Newsletter

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., organizzazione socialista italiana all'estero fondata nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

Settimanale in posta elettronica – Zurigo, 25 settembre 2014

   

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Ipse dixit

 

Unite! - «Lavoratori di tutto il

mondo unitevi.» – Karl Marx

 

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28 settembre 1864

28 settembre 2014

 

150 ANNI DALLA FONDAZIONE DELLA

ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE

DEI LAVORATORI

  

    

Conformemente alla Legge 675/1996 tutti i recapiti dell'ADL Newsletter sono utilizzati in copia nascosta. Ai sensi del Codice sulla privacy (D.L. 30.6.2003, 196, Art. 13) rendiamo noto che gli indirizzi della nostra mailing list provengono da richieste d'iscrizione, da fonti di pubblico dominio o da E-mail ricevute. La nostra attività d'informazione politica, economica e culturale è svolta senza scopi di lucro e non necessita di "consenso preventivo" rivestendo un evidente carattere pubblico come pure un legittimo interesse associativo (D.L. 30.6.2003, 196, Art. 24).

    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

    

    

EDITORIALE

 

Mille giorni?

 

Il carattere ideologico dell'attuale campagna contro lo Statuto dei Lavoratori è fuori discussione, ma il centrosinistra dovrebbe guardarsi dal cadere nel tranello di una guerra di religione.

 

di Andrea Ermano

 

Cosa sono mille giorni? Sono una metafora dell'attesa. Qualcuno aspetta che si compia la riforma costituzionale del Senato e il conseguente sdoganamento parlamentare dell'agognato "Italicum".

    Non è detto che la "crisi" consenta un'attesa di mille giorni. La "crisi" potrebbe decidere di asfaltare questo governo o questo parlamento. Perché la "crisi" non tende a un governo o a un parlamento, quali che siano. Essa tende piuttosto alla non-politica e, dunque, al caos. Al caos, del resto, tende anche, secondo i principi della fisica termodinamica, tutta la materia inanimata dell’universo. La "crisi" è solo un caso particolare di questa legge universale della natura. Ma basti di ciò.

 

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Renzi entra in scena in un quadro di già avanzata "verticalizzazione" della partitocrazia italiana. Verticalizzazione che trae la propria spinta dal fatto che i margini per la Politica appaiono ristrettissimi. La "crisi" ha tolto ai governi il timone del deficit spending e cioè del consenso popolare. Da allora la Politica possiede ancor solo questa risorsa residua ed eventuale: il trasformismo.

    Il trasformismo – come scrive Fabio Vander in un bel libro sull'argomento – consiste nel prendere i rappresentanti parlamentari, eletti sulla base di certe loro promesse, e indurli a fare cose del tutto differenti. Nell'età berlusconiana tardiva, il trasformismo ha funzionato piuttosto bene grazie a due efficaci poteri informali: il potere di candidatura nei riguardi dei singoli eletti (se non obbedisci verrai escluso dalle liste del nostro partito) e il potere di coalizione nei confronti dei partiti minori (se non obbedite verrete esclusi dagli apparentamenti con il nostro partito). Il “Porcellum” questo era. Ma grazie a Felice Besostri, Aldo Bozzi e Claudio Tani è stato messo fuori legge nel gennaio scorso dalla Corte Costituzionale.

    Lì nasce il "Patto del Nazareno" tra Renzi e l'ex Cavaliere. Che ora ama accreditarsi come gran tutore dell'autonomia politica non meno che della sovranità nazionale. Ripristinare il "potere di candidatura" insieme al "potere di coalizione" corrisponderebbe all'interesse del Paese, dice. Purtroppo per lui, la sua uscita dal Parlamento e il passaggio di Forza Italia all'opposizione hanno fatto sì che la maggioranza attuale non possa prescindere dal Nuovo Centro Destra. Con conseguenze ritardanti sul parto dell'agognato "Italicum", perché il Nuovo Centro Destra, essendo forza minore, temporeggia disperatamente e non intende consentire l'approvazione dell'agognato "Italicum" se non dopo l'abolizione del Senato. Ma l’abolizione del Senato – in doppia lettura presso entrambe le camere – richiederà a sua volta, e nel miglior dei casi, un bel po' di tempo.

    Be', come dicevamo, tutto questo tempo forse non c'è. E allora? Allora, prima che sopravvenga la "crisi" che tutto rottama, la via più breve per portarsi a casa l'agognato "Italicum" passerebbe per una "rottura violenta" del centrosinistra. Una scissione del PD, per esempio, consentirebbe a Berlusconi di rientrare in maggioranza e approvare a tambur battente l'agognato "Italicum" onde ritornare ben irreggimentati alle urne se non addirittura eleggere, prima o poi, un nuovo Capo dello Stato.

 

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Il tempo gioca contro l'agognato "Italicum". Di qui l'escalation dei mezzi di distrazione di massa intorno all’Articolo 18. Che viene dipinto come fosse lui la causa della "crisi"… Ovviamente, non è così. Anzi, un liberale come Giorgio La Malfa ha scritto tre giorni fa sul Corriere che l'introduzione di “nuovi fattori di flessibilità sul mercato del lavoro” è un errore che potrebbe "compromettere ulteriormente una situazione economica già molto seria".

    Dunque, il carattere ideologico dell'attuale campagna di stampa contro lo Statuto dei Lavoratori è fuori discussione, tanto più che proprio l'Articolo 18 era stato già rimaneggiato dalla Fornero nel 2012, sicché l'attuale infuocata polemica verte su tematiche alquanto approssimative.

    E però, ferma restando la salvaguardia della dignità dei lavoratori, il centrosinistra dovrebbe guardarsi dal cadere nel tranello di una guerra di religione priva di senso.

 

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Susanna Camusso (CGIL): "Capisco che ci sia una

stagione in cui l'articolo 18 non vale, ma è necessario

che sia transitoria".

     

      

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Jobs act

 

Camusso: “Tutele crescenti, ma alla fine uguali per tutti” – Il segretario Cgil ospite a Porta a Porta: “Sono mesi che diciamo di voler discutere tranquillamente sui contratti a tempo a tutela crescente per anzianità di servizio. Ma l'articolo 18 non deve essere uno scalpo da portare all'Europa”.

 

Siamo disposti a trattare sui tempi del periodo di prova nelle assunzioni a tempo indeterminato e di una eventuale sospensione dell’articolo 18, ma la transizione deve essere breve e soprattutto ben delimitata nel tempo, dopodiché ai lavoratori devono essere garantite tutte le tutele valide per quelli che sono stati assunti prima di loro, reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa compreso. Altrimenti invece di migliorare la qualità del lavoro, si tornerebbe al lavoro servile. E’ questa - in estrema sintesi - la posizione espressa ieri, 24 settembre, dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha partecipato alla trasmissione ‘Porta a Porta’, condotta su Rai 1 da Bruno Vespa e che viene rilanciata oggi dalle prime pagine dei maggiori quotidiani.

    "Sono mesi che diciamo di voler discutere tranquillamente sui contratti a tempo a tutela crescente per anzianità di servizio", ha detto Camusso. “Se il periodo di prova deve essere maggiore dobbiamo parlarne - spiega Camusso - sento parlare di tre o sette anni, non è la stessa cosa. Comunque possiamo discuterne". "Capisco che ci siano stagioni in cui l'articolo 18 non vale, ma vale un indennizzo" ha osservato il segretario della Cgil. "Quello che non va bene è che quel lavoratore non raggiungerà mai le tutele che hanno gli altri".

    Per Camusso così il risultato sarà molto negativo perché "creiamo il lavoro più servile" mentre "a noi serve che sia più competente e professionale". Discutere di una fase transitoria, ma modernizzare il lavoro non significa renderlo servile. Per la Cgil ci vuole dunque "una riforma vera che riunifichi il mercato del lavoro". "Se l'unica certezza sono le tutele che scompaiono, ho qualche dubbio", ha detto Camusso che ha sottolineato come per il sindacato di Corso Italia sia molto importante comprendere se il contratto a tutele crescenti andrà a sostituire le numerose forme di contratto atipico in vigore. "Ci si prende in giro se si produce un'altra forma di contratto, ma rimane la giungla".

    Tra le altre cose il segretario generale della Cgil ha detto che "non possiamo avere un mondo di precari senza speranza e il vecchio mondo che continua, né vorremmo che si unissero nella precarietà". L'articolo 18 non deve essere quindi "uno scalpo da portare all'Europa".

    

 

Economia politica

 

Programma per l’autunno

 

“Metteremo alle strette Juncker per

creare un fondo UE salva-economia”

 

di Gianni Pittella,

Presidente del Gruppo socialista e democratico al Parlamento Europeo

 

Juncker non ci ha ancora spiegato in che modo vuole spendere i 300 miliardi di euro del piano di investimenti annunciato a luglio. Oggi lo incontrerò e preciserò la volontà dei Socialisti e Democratici di creare un vero e proprio fondo salva-economia per rilanciare l'occupazione e aiutare le imprese in difficoltà. Siamo poi convinti che l’Europa debba permettere di detrarre gli investimenti pubblici dal calcolo del deficit, ecco perché chiederò anche una modifica del Patto di stabilità e crescita... (continua sul sito di Gianni Pittella)

       

   

SPIGOLATURE 

 

La guerra è

una sconfitta

 

di Renzo Balmelli 

 

EPILOGO. Sembra di essere tornati alle crociate, però senza il capolavoro del Tasso. Nella versione del terzo millennio il nemico è subdolo, privo di scrupoli, sordo alla poesia, minaccioso, sanguinario, in marcia sotto la lugubre bandiera nera del fanatismo. La controffensiva USA in Siria rilancia il dibattito sulla guerra giusta, che giusta però non sarà mai, al limite soltanto un pochino meno ingiusta, ma sempre devastante. Ne sa qualcosa Obama che le ha provate tutte prima di fare alzare i caccia, ma ha dovuto arrendersi davanti alla logica spietata della crudeltà. I suoi detrattori esultano, ma l'epilogo è una sconfitta amara per tutti: per la pace e anche per loro.

 

MISSIONE. A volte ritornano. Poco simpatici l'un l'altro quando dominavano la scena, Sarkozy e Berlusconi per uno strano scherzo del destino si ritrovano a camminare sottobraccio nel rincorrere i fasti del passato. Il primo quelli dell'Eliseo da cui venne spodestato, e dove vuole rientrare al suon delle fanfare; l'altro quelli di Palazzo Grazioli, reggia repubblicana ricalcata su Palazzo Chigi. Entrambi si considerano gli incompresi depositari di una missione – quella di salvare Francia e Italia – che "la cattiveria degli avversari" ha impedito loro di concretizzare. Missione che però non doveva essere sto granché se si considerano le circostanze della loro uscita di scena.

 

FARSA. Marx diceva che la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa. Dopo il voto della Scozia che ha bocciato il divorzio da Londra, nel Paese non c'è ombra di tragedia, nemmeno nelle Highland, le fiere terre di Braveheart. Anzi. L'indipendenza non è arrivata, certo, ma il referendum cambia il Regno Unito in meglio. Nonostante la vittoria dei No a Edimburgo, il Carroccio rilancia la campagna per l'autonomia del Veneto, con l'invito di andare a lezione di democrazia dalla regina Elisabetta. Manca però un dettaglio clamoroso. La sovrana era per l'unità, cosicché sull'appello leghista rischia di allungarsi l'ombra della farsa.

 

STANCHEZZA. Prima o poi capita a tutti. Può quindi succedere che anche la Germania, orgogliosa locomotiva dell'Europa improvvisamente balbettante, non sia più al di sopra delle critiche: quelle venute da fuori e quelle interne. I venti contrari hanno cominciato a soffiare dall'altra sponda dell'Atlantico, ma poi gli attacchi all'ortodossia di "rigore e riforme" hanno finito col trovare sponda anche nel governo. Alla base della contestazione c'è il ristagno della crescita tedesca che fa il paio con una certa stanchezza in termini politici. Stanchezza che porta acqua al mulino della destra dura e anti euro. Per Berlino è forse giunto il momento di fare i compiti a casa.

 

TUTELA. Si fa in fretta a dire vecchio. Sui giornali, anche quelli in cui si rispecchia la borghesia illuminata, di questi tempi capita abbastanza spesso di leggere accorate esortazioni rivolte al sindacato affinché non si fossilizzi dentro lo steccato dell'ideologia. Cioè appunto quella vecchia, a sentire certe campane. Che sarebbe poi l'articolo 18, diventato il pomo della discordia persino a sinistra. Se ne può parlare, ma a condizione che anche il capitalismo accetti di svecchiarsi e non insista a imporre dogmi preconcetti sulle norme di licenziamento, senza le quali il mondo del lavoro sarebbe una giungla. Non c'è pace sociale se manca la tutela di chi paga il prezzo più alto della crisi.

 

INTEGRAZIONE. Come biglietto da visita è di tutto rispetto se confrontato alla deriva xenofoba della galassia populista: 72 nazionalità, cartelli in 5 lingue, 3000 immigrati su 11 mila abitanti. Stiamo parlando di Baranzate, il comune più multietnico d'Italia, brulicante Babele alla periferia di una Milano che a dispetto di qualche scivolone non dimentica il suo ruolo di metropoli culturale e fra meno di un anno sarà al centro del mondo con l'EXPO 2015. Tra tante notizie di violenza ed emarginazione, è un balsamo raccontare la quotidianità di un centro che non assomiglia a una favoletta della buona notte, che ha i suoi problemi, ma dove l'integrazione non si teorizza, si vive.

    

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/L%27Avvenire_dei_Lavoratori

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Internazionale

 

MEARSHEIMER: “UNA VIA D’USCITA DALLA

CRISI IN UCRAINA (CHE È COLPA NOSTRA)”

 

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei possono continuare la loro attuale politica, che drammatizza le ostilità con la Russia e rischia nel tempo di devastare l'Ucraina, oppure possono cambiare marcia e lavorare per creare una prospera, ma neutrale Ucraina, che non minacci la Russia e permetta all'Occidente di ricucire i rapporti con Mosca. Con questo approccio, tutte le parti avrebbero vinto, altrimenti le responsabilità per la crisi ucraina ricadranno sull’Occidente. Questa la tesi che John Mearsheimer, autorevole esperto di politica internazionale, sostiene sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Di seguito lo stralcio conclusivo del saggio di Mearsheimer nella traduzione italiana approntata da Fabio Vander.

 

di John J. Mearsheimer

professore di Scienza della politica all’Università di Chicago,

condirettore del Program on International Security Policy

 

Dato che la maggior parte dei leader occidentali continuano a negare che il comportamento di Putin possa essere motivato da legittime preoccupazioni di sicurezza, non è sorprendente che essi abbiano cercato di modificarlo raddoppiando gli sforzi con le politiche finora seguite, cercando cioè di punire la Russia per scoraggiare ulteriori aggressioni. Ma benché Kerry abbia sostenuto che "tutte le opzioni sono sul tavolo", né gli Stati Uniti né i loro alleati della NATO sono disposti a usare la forza per difendere l'Ucraina. L'Occidente punta piuttosto sulle sanzioni economiche per costringere la Russia a interrompere il sostegno all'insurrezione in Ucraina orientale. Nel mese di luglio, gli Stati Uniti e l'Unione europea hanno messo in atto il loro terzo round di sanzioni limitate, prendendo di mira principalmente gli individui di alto livello strettamente legati al governo russo, alcune banche di alto profilo, società energetiche e le imprese di difesa. Hanno anche minacciato di scatenare un altro, più duro round di sanzioni, volto a interi settori dell'economia russa.

    Tali misure avranno poco effetto. Sanzioni dure sono probabilmente fuori dal tavolo comunque; paesi dell'Europa occidentale, in particolare la Germania, hanno resistito con tutta la loro forza per timore che la Russia potesse reagire e causare gravi danni economici all'interno dell'UE. Ma anche se gli Stati Uniti riuscissero a convincere i loro alleati ad adottare misure severe, Putin probabilmente non modificherebbe il suo processo decisionale. La storia dimostra che i paesi sono in grado di assorbire enormi quantità di sanzioni quando si tratta di tutelare i propri interessi strategici fondamentali. Non c'è ragione di pensare la Russia rappresenti un'eccezione a questa regola.

    I leader occidentali si sono dunque aggrappati a politiche provocatorie che non hanno fatto che precipitare la crisi. Nel mese di aprile, il vicepresidente americano Joseph Biden ha incontrato i legislatori ucraini e detto loro: "Questa è una seconda opportunità per dare seguito alla promessa originaria fatta dalla rivoluzione arancione." John Brennan, il direttore della CIA, non ha aiutato le cose quando, quello stesso mese, visitando Kiev ha dichiarato che la visita era finalizzata a migliorare la cooperazione di sicurezza con il governo ucraino.

    L'Unione europea, nel frattempo, ha continuato a spingere per il suo partenariato orientale. Nel mese di marzo José Manuel Barroso, il presidente della Commissione europea, ha riassunto la tesi dell'Unione europea sulle Ucraina, dicendo: "Noi abbiamo un debito, un dovere di solidarietà con questo paese e lavoreremo per averlo il più vicino possibile a noi." E infatti, il 27 giugno 2014, l'UE e l'Ucraina hanno firmato l'accordo economico che Yanukovich aveva fatalmente respinto sette mesi prima. Inoltre nel mese di giugno, in una riunione dei ministri degli Esteri dei membri della NATO, si è convenuto che l'alleanza sarebbe rimasta aperta a nuovi soci, anche se i ministri degli Esteri hanno evitato di menzionare l'Ucraina per nome. "Nessun paese terzo può opporsi all'allargamento della NATO", ha annunciato Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO. I ministri degli Esteri hanno inoltre convenuto di sostenere le varie misure per migliorare le capacità militari dell'Ucraina in settori quali il comando e il controllo, la logistica e la cyber-defense. I leader russi hanno naturalmente reagito a tali azioni. In questo quadro la risposta dell'Occidente alla crisi può solo peggiorare una brutta situazione.

    C'è una soluzione alla crisi in Ucraina, ma certo richiederebbe all'Occidente la capacità di pensare a quel paese in un modo radicalmente nuovo. Stati Uniti e alleati devono abbandonare il loro piano per occidentalizzare Ucraina e invece puntare a farne un cuscinetto neutro tra la NATO e la Russia, simile alla posizione dell'Austria durante la Guerra Fredda. I leader occidentali dovrebbero riconoscere che l'Ucraina è talmente importante per Putin che non possono dare sostegno lì ad un regime anti-russo. Ciò non significa che un futuro governo ucraino dovrebbe essere filo-russo o anti-NATO. Al contrario, l'obiettivo dovrebbe essere una Ucraina sovrana che non cada nel né nel campo russo né in quello occidentale.

    Per raggiungere questo fine gli Stati Uniti ed i loro alleati dovrebbero pubblicamente escludere l'espansione della NATO in Georgia e Ucraina. L'Occidente dovrebbe anche aiutare la predisposizione di un piano di salvataggio economico per l'Ucraina finanziato congiuntamente da: Unione europea, Fondo monetario internazionale, Russia e Stati Uniti - una proposta che Mosca dovrebbe accogliere con favore, dato il suo interesse ad avere una Ucraina prospera e stabile al suo fianco occidentale. E l'Occidente dovrebbe limitare considerevolmente i propri sforzi di social engineering all'interno Ucraina. E’ tempo di porre fine al sostegno occidentale ad un'altra rivoluzione arancione. Inoltre gli Stati Uniti e i leader europei dovrebbero incoraggiare l'Ucraina a rispettare i diritti delle minoranze, in particolare i diritti linguistici dei suoi russofoni.

    Alcuni potrebbero obiettare che cambiare politica verso l'Ucraina con questo ritardo potrebbe danneggiare seriamente la credibilità degli Stati Uniti nel mondo. Certo ci sarebbero dei costi da pagare, ma i costi di proseguire una strategia sbagliata sarebbero molto maggiori. Inoltre altri paesi potrebbero piuttosto essere spinti a rispettare una nazione che mostra di saper imparare dai propri errori e, infine, si riveli capace di avviare a soluzione positiva una crisi di questo tipo. Tale facoltà è chiaramente a disposizione degli Stati Uniti.

    Si sente anche dire che l'Ucraina ha il diritto di scegliere lei con chi vuole allearsi e i russi non hanno alcun diritto di impedire Kiev di aderire l'Occidente. Questo sarebbe un modo pericoloso da parte dell'Ucraina di pensare alle sue scelte di politica estera. La cruda verità è spesso la scelta migliore quando sono in gioco grandi opzioni politiche. Diritti astratti come l'autodeterminazione sono senza senso quando si tratta di stati potenti che entrano in tensione con stati più deboli. Cuba aveva il diritto di formare un'alleanza militare con l'Unione Sovietica durante la Guerra Fredda? Gli Stati Uniti certamente non la pensavano così e i russi la pensano allo stesso modo quanto alla volontà dell’Ucraina di unirsi all'Occidente. È nell'interesse dell'Ucraina capire questi fatti della vita e procedere con cautela quando tratta con il suo vicino più potente.

    Anche se si rifiuta questa analisi, però e si ritiene che l'Ucraina abbia il diritto di petizione di aderire all'UE e alla NATO, resta il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno il diritto di rifiutare queste richieste. Non vi è alcuna ragione per cui l'Occidente debba accogliere l'Ucraina se questa insiste con una politica estera sbagliata, soprattutto se la sua difesa non è un interesse vitale. Assecondare i sogni di alcuni ucraini non vale lo stress e i conflitti che ciò inevitabilmente causerà, in primo luogo per il popolo ucraino stesso.

    Naturalmente, alcuni analisti potrebbero concedere che la NATO ha gestito le relazioni con l'Ucraina male e tuttavia ancora sostenere che la Russia costituisce un nemico che non potrà che divenire più temibile nel tempo - e che l'Occidente non ha quindi altra scelta che continuare la sua politica attuale. Ma questo punto di vista è gravemente sbagliato. La Russia è una potenza in declino, e diverrà solo più debole con il tempo. In ogni caso anche se la Russia fosse una potenza in ascesa sarebbe comunque senza senso incorporare l'Ucraina nella NATO. Il motivo è semplice: gli Stati Uniti e i loro alleati europei non considerano l'Ucraina dotata di un interesse strategico fondamentale e questo è stato confermato proprio dalla riluttanza ad usare la forza militare per venire in suo aiuto. Sarebbe pertanto insensato creare un nuovo membro della NATO che gli altri membri non hanno alcuna intenzione di difendere. La NATO ha ampliato in passato, ma perché i ‘liberali’ presupponevano che l'alleanza non avrebbe mai dovuto davvero onorare le sue nuove garanzie di sicurezza, ma di recente proprio l’atto di forza russo dimostra che la concessione all'Ucraina dell’adesione alla NATO potrebbe mettere la Russia e l'Occidente in rotta di collisione.

    Del resto insistere con l'attuale politica vorrebbe anche dire complicare le relazioni occidentali con Mosca su altre questioni. Gli Stati Uniti hanno bisogno di assistenza da parte della Russia per ritirare le proprie apparecchiature militari dall'Afghanistan attraverso il territorio russo, ma si tratta anche di raggiungere un accordo nucleare con l'Iran e di stabilizzare la situazione in Siria. In realtà Mosca ha collaborato con Washington su tutti e tre questi problemi in passato; nell'estate del 2013, è stato Putin che ha tolto le castagne dal fuoco ad Obama favorendo l'accordo in base al quale la Siria ha accettato di rinunciare alle sue armi chimiche, evitando così l'attacco militare degli Stati Uniti che Obama aveva minacciato. Gli Stati Uniti potranno anche un giorno aver bisogno dell’aiuto della Russia per contenere una Cina in ascesa. E invece la politica americana attuale non fa altro che riavvicinare Mosca e Pechino.

    Gli Stati Uniti e i loro alleati europei debbono dunque prendere di petto la questione ucraina. Essi possono continuare la loro attuale politica, che drammatizza le ostilità con la Russia e rischia nel tempo di devastare l'Ucraina – uno scenario da cui dovrà per forza scaturire un perdente. Oppure possono cambiare marcia e lavorare per creare una prospera ma neutrale Ucraina, che non minacci la Russia e permetta all'Occidente di ricucire i rapporti con Mosca. Con questo approccio, tutte le parti avrebbero vinto. (2/2 – Fine)

 

>>> vai al testo integrale su Foreign Affairs

 

Versione italiana a cura di Fabio Vander

 

        

Lugano 1914-2014

 

Per la pace

nel terzo millennio

 

A 100 anni dalla prima guerra mondiale

 

Lugano, Domenica 28 settembre 2014, ore 10.00

Sala conferenze dell’Hotel Dante, Piazza Cioccaro 5

 

Il socialismo ticinese e il socialismo lombardo assieme commemorano la risoluzione pacifista del 1914, testimonianza dell’opposizione al riarmo alle porte della Grande Guerra.

    In una realtà globale attuale sempre più insicura, è giunto il momento di stilare una nuova risoluzione per la pace, la sicurezza collettiva e la garanzia dei diritti umani. In Svizzera, in Europa e nel Mondo intero.

 

Programma

 

Dalle 10.00

Saluto di Cristina Zanini Barzaghi (Municipale di Lugano, PS), di Santo Consonni (segretario del PSI lombardo) e introduzione di Gianrico Corti (Presidente del Gran

Consiglio, PS).

 

Commemorazione della risoluzione del 1914

 

Dalle 10.20

Appunti storici da parte italiana di Giovanni Scirocco (Professore di Storia, Università di Bergamo) e annotazioni politiche da parte italiana di Felice Besostri (Presidente del Gruppo di Volpedo, membro della Direzione nazionale del PSI).

Appunti storici da parte svizzera di Orazio Martinetti (Dottore in Storia, giornalista) e annotazioni politiche da parte svizzera di Saverio Lurati (membro del Gran Consiglio, Presidente del PS ticinese).

 

Discussione di una nuova risoluzione per il 2014

 

Dalle 11.30

Presentazione della risoluzione da parte di Carlo Sommaruga (Presidente della commissione della politica esterna del Consiglio Nazionale, PS)

        

 

Convegno

 

Oltre "Salerno"

 

Benedetto Croce, Ignazio Silone

e la loro attualità politica

 

Interverranno:

Luciano D’Alfonso (Presidente Regione Abruzzo),

Stefania Giannini (Ministro della Pubblica Istruzione),

Gianni Letta (Politico),

Marco Pannella (Leader Radicale).

 

Interventi programmati di:

Angiolo Bandinelli, Giuseppe Bedeschi, Rita Bernardini, Walter Capezzali, Raffaele Colapietra, Luigi Compagna, Luciano D’Amico, Stefano De Luca, Maurizio Di Nicola, Arturo Diaconale, Giuseppe Gargani, Maurizio Griffo, Antonio Iulianella, Stefano Iulianella, Fulco Lanchester, Anna Nanni, Corrado Ocone, Giovanni Orsina, Giuseppe Pardini, Gaetano Pecora, Carlo Alberto Pinelli, Aldo Loris Rossi, Angelo Guido Sabatini, Paolo Simoncelli, Valter Vecellio, Guido Vitiello.

 

Modera Alessio Falconio (Direttore di Radio Radicale).

 

Videomessaggi di Fausto Bertinotti (Politico), Giuseppe Galasso (Storico), Mons. S.E. Pietro Santoro (Vescovo dei Marsi).

 

PESCASSEROLI - Cinema ‘Rinascimento’

Sabato 27 settembre

 

 

PESCINA - Centro Studi ‘Ignazio Silone’

Domenica 28 settembre

ore 11.00 – 14.00 (14.00/15.00 pausa), dalle ore 15.00 open end

 

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Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Immigrati

 

Tragedie che non si possono ignorare

 

di Sara Pasquot

 

Da ottobre 2013, da quando è iniziata l’operazione Mare nostrum, sono state salvate 90 mila persone, 774 solo negli ultimi tre giorni e portato all’arresto di 294 scafisti. Basterebbero questi numeri per rispondere alle dichiarazioni rilasciate da esponenti di Lega e Fratelli d’Italia che chiedono l’immediata sospensione dell’operazione Mare Nostrum.

    Le cifre sono state rese note dall’Ammiraglio Massimo Vianello, comandante del 29esimo gruppo navale, che oggi ha incontrato la delegazione di parlamentari dell’intergruppo immigrazione, composta oltre che dal coordinatore Khalid Chaouki, deputato del Pd, anche dalla deputata socialista Pia Locatelli, Davide Mattiello (Pd), Gennaro Migliore (Led), Erasmo Palazzotto (Sel), Ileana Piazzoni (Led), Paola Pinna(M5S) , Milena Santerini (Scelta civica) e dai senatori Gianpiero Dalla Zuanna (Pd), Chiara Scuvera (Pd), Vincenzo Gibiino (Fi) e Luis Orellana (Gruppo misto) in visita alla nave San Giusto, comandata da Massimo Mattesi.

     “La gran parte delle partenze dei barconi avviene dalla Libia, ma è in aumento il flusso dall’Egitto, con barconi più grandi anche se meno frequenti”. L’ammiraglio giudica finora insufficiente la collaborazione con Grecia e Malta, tanto che quest’ultima dispone solo di due pattugliatori e i migranti intercettati non sono stati mai sbarcati sulle coste maltesi e anche le navi della missione ‘Active endeavour’ non si occupano di migranti, ma c’è uno scambio di informazioni reciproco, come avviene con Frontex che passa solo informazioni, non aiuti umanitari”.

    “Quanti affermano che l’operazione Mare nostrum andrebbe fermata dovrebbero salire su queste navi, vedere come lavorano i nostri militari e le condizioni in cui versano i migranti. È impensabile che di fronte a questa tragedia ci si volti dall’altra parte, negando soccorso e aiuti”, ha affermato Pia Locatelli, a bordo della nave San Giusto. “Non si tratta di terroristi o clandestini, ma di uomini e donne che fuggono dalla guerra, dalle stragi, dalla violenza e dagli stupri di massa. Fermarci adesso, significherebbe condannarli a morte sicura. È vero che c’è stata un’intensificazione dei flussi, ma proprio per questo non possiamo tirarci indietro. L’operazione “Mare Nostrum” ha salvato 90 mila vite, ma da soli non possiamo farcela: la gestione delle frontiere non è un affare della guardia costiera italiana, è una responsabilità europea. L’Europa può e deve fare di più”.

    A rispondere indirettamente alle allarmistiche dichiarazioni del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli circa la presenza a bordo di terroristi pronti a entrare nel nostro Paese, ci ha pensato il capo di Stato maggiore della Marina militare Giuseppe De Giorgi. In un’audizione proprio al Senato di fronte alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani ha spiegato che “finora non ci sono arrivate segnalazioni” sulla presenza di terroristi sulle barche soccorse nel Mediterraneo dalle navi italiane nel corso dell’operazione Mare Nostrum. De Giorgi ha chiarito che “quando c’è sentore che ci siano imbarchi di persone” sospettate di essere terroristi “arriva una segnalazione tramite i Servizi informativi.

    Come terroristi poi forse conviene entrare in modo più occulto o tramite un aereo: questi sono dei disperati che ricorrono a viaggi estenuanti nel deserto. La guardia bisogna comunque mantenerla alta”. La procedura di identificazione dei migranti soccorsi, ha continuato, prevede “un collegamento in tempo reale tra il distaccamento della polizia delle frontiere con il computer centrale del Ministero dell’Interno: l’attenzione è molto forte. La percentuale delle persone che a bordo si sottraggono alla presa delle impronte digitali è tipica dei siriani, che cercano poi di lasciare l’Italia. Se ci sono difficoltà nella prima fase la questione viene poi affrontata a terra, con un secondo livello”, ha concluso il capo di Stato maggiore della Marina.

    Per ora l’impegno dei militari e civili italiani va avanti ma come ha spiegato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, nel corso del Question time alla Camera “L’avvio dell’operazione Frontex plus consentirà un progressivo disimpegno dell’Italia da Mare Nostrum e potrà segnare una nuova fase di impegno dell’Ue per garantire l’integrità delle sue frontiere”.

 

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Da l’Unità online

http://www.unita.it/

 

Nel dibattito sul lavoro

manca la voce de l'Unità

 

Il segretario della Cgil chiede la riapertura

del giornale fondato da Antonio Gramsci.

 

di Bianca Di Giovanni

 

“Nel dibattito sullo Statuto dei lavoratori manca una voce importante come quella de l’Unità, il giornale del lavoro”. Susanna Camusso torna a invocare una soluzione in tempi brevi per il quotidiano fondato da Antonio Gramsci che sabato 20 settembre è arrivato al 50esimo giorno fuori dalle edicole… Vai al sito dell’Unità

       

   

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

 

Familismo e Mezzogiorno

 

L’antropologo di Harvard Michael Herzfeld, intervistato di recente da Marino Niola per “la Repubblica”, ha suscitato reazioni non del tutto utili ad intendere il suo discorso sul Mezzogiorno d’Italia.

 

di Gianfranco Sabattini

 

Senza mezzi termini Michael Herzfeld ha fatto tabula rasa di alcune tesi classiche, ed espresso giudizi di valore sulla cultura meridionale tali da destare non poche perplessità. Così l’intervista allo studioso americano, più che favorire la comprensione dei problemi delle aree tradizionali sul piano culturale e stagnanti su quello economico (del tipo di quella dell’Italia meridionale), offre al contrario un esempio di uso politico e non conoscitivo di una scienza sociale qual è l’antropologia.

    Herzfeld, alla domanda su cosa sia per lui il “familismo amorale”, ha risposto che di per sé il familismo esprime solo un sistema etico: nel senso che il “troppo fortunato” libro di Edward Banfield degli anni Cinquanta ha avuto rispetto alle problematiche meridionali un “approccio da missionario protestante”, giudicando la società meridionale sulla base di criteri ad essa esterni.

    Bisogna ricordare che “familismo amorale” è un’espressione con cui molti italiani hanno familiarizzato dopo che Banfield, sociologo americano, aveva pubblicato un saggio intitolato “Basi morali di una società arretrata”: uno studio sul campo dei comportamenti e dei valori condivisi delle popolazioni del Mezzogiorno, che secondo lui spiegavano gran parte dell’arretratezza culturale e della stagnazione economica dell’intera area.

    La risposta offerta da Herzfeld desta perplessità in quanto nella aree tradizionali e statiche, come il Mezzogiorno del dopoguerra e per certi versi anche quello dei nostri giorni, i soggetti sono motivati a conservarsi all’interno di un “equilibrio di povertà”, cioè di una condizione che per Galbraith indica una prevalenza nelle aree arretrate di motivazioni culturali e valori condivisi diversi da quelli propri di aree più moderne ed economicamente avanzate. In queste ultime, a differenza di quanto accade nelle aree più tradizionali, i soggetti sono motivati ad accettare il mutamento culturale ed economico, utilizzando tutto ciò che il contesto sociale rende loro disponibile a tale scopo.

    Poiché nelle aree moderne ed economicamente avanzate le particolari motivazioni culturali ed i valori condivisi sono alla base dell’accettazione del mutamento, si è ritenuto, acriticamente, che le stesse motivazioni dovessero essere presenti, come calate dal cielo, anche per la modernizzazione dei contesti più tradizionali. In realtà nelle aree tradizionali le motivazioni culturali ed i valori condivisi dei soggetti in esse insistenti rifiutano gli esiti della relazione circolare virtuosa tra “variabili esistenziali” e “variabili sociali” propria delle aree moderne ed economicamente avanzate. All’interno delle aree tradizionali gli standard esistenziali prossimi o livellati alla soglia della pura e semplice sussistenza impediscono la condivisione di qualsiasi forma di propensione al cambiamento.

    Ciò accade perché nelle aree arretrate, un qualsiasi allontanamento dall’equilibrio di povertà espone il contesto sociale ad una ingiustificata instabilità, per cui, quando questa si manifesta, dalla struttura stessa della comunità tradizionale insorgono e si impongono “forze sociali” che impediscono all’instabilità di perpetuarsi e che ripropongono invece il mantenimento dell’equilibrio di povertà. E’ in questo schema logico il motivo di fondo per cui forme di applicazione a scopi conoscitivi del familismo à la Banfield comportano un errore di metodo, perché l’applicazione si basa su una valutazione delle motivazioni e dei comportamenti propri dei contesti sociali tradizionali sulla base di paradigmi che rispetto ad essi sono del tutto esogeni.

    Tenuto conto di queste considerazioni, il familismo amorale di Banfield, quindi, non consente tanto la formulazione di un giudizio morale negativo in astratto dei comportamenti e dei valori condivisi della popolazione di un determinato contesto tradizionale; semmai, la messa in evidenza del fatto che le motivazioni culturali ed i valori condivisi di tale contesto non sono meno razionali di quelli prevalenti all’interno dei contesti culturalmente ed economicamente avanzati: nel senso che sia le motivazioni culturali che i valori condivisi non sono meno morali di quelli prevalenti all’interno dei contesti sociali avanzati, quali quelli scelti come paradigmi di riferimento da Banfield.

    Tuttavia, pur accettando la critica portata all’interpretazione del familismo amorale di Banfield, non bisogna pensare che essa sia più consona sul piano conoscitivo. Come la valutazione di Banfield pecca della presunzione della superiorità assoluta delle motivazioni culturali e dei valori condivisi propri dei contesti moderni, quella di Herzfeld pecca a sua volta di relativismo assoluto: sino a rifiutare qualsiasi uso di “parametri astratti” con cui esprimere una valutazione delle tradizioni delle comunità locali afflitte da una mancata propensione al cambiamento e all’innovazione. Secondo Herzfeld quanto quei parametri esprimono in negativo per le condizioni in cui versano i contesti tradizionali, a livello locale costituiscono la base di norme sociali condivise. Una simile affermazione, dal punto di vista di una possibile comprensione della dinamica comportamentale e valoriale che sarebbe necessaria per promuovere un processo di modernizzazione dei contesti tradizionali, comporta però che l’”assolutismo valoriale” di Banfield non sia meno significativo del “relativismo valoriale” di Herzfeld.

    In altri termini se la prospettiva di Banfield comporta una valutazione negativa dell’area del Mezzogiorno per via dei paradigmi estranei da lui assunti in termini assoluti, quella di Herzfeld presenta i limiti conoscitivi riconducibili al relativismo assoluto dei suoi paradigmi. Entrambe le prospettive, perciò, appaiono inidonee a cogliere i problemi dei contesti sociali tradizionali come quelli del Mezzogiorno d’Italia: perché li interpretano in termini statici e non in termini dinamici come invece dovrebbe essere.

    Ai limiti di entrambe le prospettive (quella di Banfield e quella di Herzfeld) è riconducibile il fallimento delle politiche pubbliche attuate per favorire la modernizzazione e la crescita del Mezzogiorno, perché entrambe le prospettive sono state inidonee ad indicare una possibile e valida “via di fuga” del Mezzogiorno dal suo equilibrio di povertà. Cosa che, forse, sarebbe stata possibile se la prospettiva di Banfiled fosse stata espressione di paradigmi valutativi più flessibili e quella di Herzfeld di paradigmi valutativi meno relativi.

 

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FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

E DOVE E’ CHIARA LETTERA

NON FARE OSCURA GLOSSA

 

Spesso gli “approfondimenti” televisivi rendono più oscuro il problema e la sua soluzione. Esempio eccellente è stato un dibattito tra Landini e Ichino su La Sette, diretto da Mentana. Il tema era l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori…

 

di Giuseppe Tamburrano

 

Il problema è antico. Il ministro Fornero cambiò l’articolo 18 dimezzandolo.

    Precisiamo i precedenti. In passato, fino al 1966, esisteva il licenziamento ad nutum, cioè con un cenno del capo il padrone “sbatteva fuori” il dipendente senza dare alcuna spiegazione o giustificazione.

    Nel 1966 il vice presidente del Consiglio, Pietro Nenni, affidò a me l’incarico di avviare il lavoro. Io mi rivolsi a Giugni (che Nenni, il quale storpiava i nomi, chiamava Lugli). Si formò una Commissione presieduta dal direttore generale Purpura in rappresentanza del Ministro del lavoro Bosco (l’uno più ostile dell’altro allo statuto): andammo avanti per mesi pestando acqua nel mortaio.

    Alla fine Nenni si contentò di condurre in porto un solo disegno di legge dei tre proposti, sulla “giusta causa e il giustificato motivo” come i casi nei quali era ammesso il licenziamento (legge 15 luglio 1966, n. 604). Successivamente lo statuto recepì tale norma rendendola più restrittiva per i datori di lavoro, ad esempio abbassando il numero dei dipendenti necessari per renderla applicabile da 35 a 15.

    Il ministro Fornero lo ha dimezzato. E ora Renzi vuole sostituirlo con una norma che introduce il contratto a “tutela crescente”(?).

    Questo è lo “stato dell’arte”.

    Abbiamo anche noi una proposta da fare. Eccola. Nei luoghi di lavoro con più di un numero di lavoratori da definire, i lavoratori eleggono, fuori delle sigle sindacali, loro rappresentanti in un collegio arbitrale nel quale siede pariteticamente anche la rappresentanza del datore di lavoro. La Commissione è presieduta da un arbitro o da un giuslavorista, o da un avvocato o da un consulente del lavoro, ecc. Essa giudica i ricorsi di dipendenti che hanno subito una sanzione o un trattamento ingiusto, discriminatorio, provocatorio. Tale Commissione risolverebbe i “casi” assai celermente, le decisioni potrebbero essere impugnate in casi determinati (violazione di norme costituzionali, irregolarità procedurali, ecc.)

    Verrebbe abolita la procedura di conciliazione che è un ferro vecchio.

    Questa proposta è stata presentata e discussa in un convegno della Fondazione Nenni con la UIL e la Fondazione tedesca Ebert. Era presente anche la Camusso, che però ha parlato d’altro. Ho fatto vedere la proposta a Landini che si è detto d’accordo. E allora? Perché in questo Paese due più due non possono mai fare quattro?

 

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Convegno

 

Una giornata dedicata all'attualità

del pensiero di Riccardo Lombardi

 

Vogliamo una società ricca ma diversamente ricca

Riccardo Lombardi

 

Giornata di studio dedicata all'attualità del pensiero di

Riccardo Lombardi nel trentennale della scomparsa.

 

Venerdì 3 ottobre, ore 10

Fondazione Nenni

Via Caroncini 19, Roma

 

Introduce:

Giuseppe Tamburrano

 

Intervengono:

Mario Almerighi - Felice Borgoglio - Antonio Caputo - Michele De Lucia - Curzio Maltese - Alessandro Roncaglia - Cesare Salvi - Arturo Scotto - Nicola Tranfaglia - Elio Veltri

 

Modera:

Massimiliano Amato

 

Evento organizzato da SOCIAL ACTION

"Per la Costituente del Socialismo in Italia e in Europa"

e dalla Fondazione Nenni.

 

Ecco come raggiungere l'evento:

http://fondazionenenni.it/content/dove-siamo

info at fondazionenenni.it

       

       

Da vivalascuola riceviamo

e volentieri pubblichiamo

 

Titolo

 

Sottotitolo

 

di Giorgio Morale

 

Il 15 settembre è iniziata la scuola nella maggioranza delle regioni italiane. Riparte vivalascuola, con una analisi di Giovanna Lo Presti della "buona scuola" di Renzi:

 

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/09/15/vivalascuola-176/


Abbiamo letto il documento governativo disposti a essere sorpresi, ma vi abbiamo trovato: da una parte petizioni di principio, totale messa tra parentesi dello stato di fatto e completa omissione di qualsiasi soluzione dei problemi reali della scuola reale; dall'altra la prospettiva di più di 10 anni senza scatti stipendiali, docenti concepiti come tappabuchi, mobilità per "merito" alla faccia della continuità didattica e della qualità dell'insegnamento.

    E soprattutto nessuna risorsa in più per l'istruzione! E pensare che prima delle elezioni politiche tanti partiti avevano nel programma elettorale di portare la spesa per l'istruzione ai livelli europei!

    “Io mi oppongo” è un ottimo punto di partenza per cominciare a respingere i vapori oppiacei con cui chi comanda cerca di inebetirci. E’ l’augurio di vivalascuola per il nuovo anno scolastico 2014-2015.

Completano la puntata una ampia rassegna stampa sulla "buona scuola" e le notizie della settimana scolastica.

      

            

LETTERA

 

Andrei Mironov,

un carissimo amico

 

Vorrei ringraziarvi di aver dedicato l’ADL del 18.9.2014 al Premio Anna Politkovskaja. Andrej Mironov era un carissimo amico, un maestro luminoso e leggero. L'abbiamo salutato per l'ultima volta quando è partito da casa nostra, ai primi di maggio, per andare con Andy Rocchelli in Ucraina orientale. L'abbiamo poi ricordato, assieme ad altri cui era caro, anche a Roma, ma continuano a mancarci molto i suoi pensieri, la sua ironia, il suo sguardo lungo e ampio. Purché non si perda lo stampo di persone come lui...

 

Umberto Cini, Roma

 

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Andrej Mironov e Andy Rocchelli

        

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

Direttore: Andrea Ermano

Amministratore: Sandro Simonitto

Web: Maurizio Montana

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo poi la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo nella salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

   

 

Allegato Rimosso
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