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[Diritti] Sabato primo novembre. Giornata dei disertori



Sabato 1° novembre
Giornata dei disertori
ore 10 tra Balon e Porta Palazzo

Mostra, letture antimilitariste, esposizione itinerante sull’industria di
guerra, autocostruzione collettiva del monumento ai disertori di tutte le
guerre.
Nel centesimo anniversario di quell’immane massacro che fu la prima guerra
mondiale.

L'Italia è in guerra da molti anni. Ne parlano solo quando un ben pagato
professionista ci lascia la pelle: un po' di retorica su interventi
umanitari e democrazia, Napolitano che saluta la salma, una bella pensione
a coniugi e figli.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del
peacekeeping, dell'intervento umanitario, ma parla il lessico feroce
dell'emergenza, dell'ordine pubblico, della repressione.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi
delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle
nostre città, sono in Val Susa.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia.
L'armamentario propagandistico è lo stesso. Le questioni sociali vengono
narrate nel lessico dell'ordine pubblico.
Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla
Somalia all'Afganistan.
La separazione tra guerra e ordine pubblico, tra esercito e polizia è
sempre più impalpabile. L'alibi della difesa dei civili è una menzogna mal
mascherata di fronte all'evidenza che le principali vittime ed obiettivi
delle guerre moderne sono proprio i civili. Civili bombardati, affamati,
controllati, inquisiti, stuprati, derubati. Poi arriva la "ricostruzione",
la creazione di uno stato democratico fantoccio delle truppe occupanti,
l'organizzazione di esercito, polizia, magistratura leali ai nuovi
padroni. È la prosecuzione con altri mezzi della guerra. Se non funziona,
come in Afganistan, in Libia, Somalia, Iraq e in Siria, gli Stati Uniti e
i loro alleati si ritrovano recalcitranti e far guerra al mostro che hanno
partorito, nutrito, fatto crescere.
La guerra diventa filantropia planetaria, le bombe, l'occupazione
militare, i rastrellamenti ne sono lo strumento. Il militare diventa
poliziotto ed entrambi sono anche operatori umanitari.
Nel centesimo anniversario della prima guerra mondiale, un massacro da 16
milioni di morti, si spreca la retorica. Garrire di tricolori e militari
nelle scuole al posto degli insegnanti di storia per reclutare nuovi
mercenari per le guerre dell'Italia.
Non una parola sulle esecuzioni sommarie, le decimazioni dei soldati, gli
stupri di massa, le migliaia di disertori.
Oggi, chi mette in discussione la sacralità di confini che segnano il
limite degli stati, chi irride il militarismo,
chi brucia il tricolore, finisce in tribunale. Si concluderà il 19
dicembre il processo a 17 antimilitaristi
accusati di vilipendio alle forze armate e al tricolore.
Chi uccide in divisa, chi massacra è considerato un eroe, chi diserta le
guerre, chi si fa beffe dei militari, delle frontiere e delle bandiere è,
a ragione, trattato da sovversivo.
La testimonianza, la rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non
sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni l'opposizione alla guerra qualche volta è riuscita a
saldarsi con l'opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i
No Tav che contrastano l'occupazione militare in Val Susa, i no Muos che
si battono contro le antenne assassine a Niscemi. Anche nelle strade delle
città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono
la ricetta universale, c'é chi non accetta di vivere da schiavo.
Le radici di tutte le guerre sono nelle industrie che sorgono a pochi
passi dalle nostre case. Chi si oppone alla guerra senza opporsi alle
produzioni di morte, fa testimonianza ma non impedisce i massacri.
Nella nostra regione ci sono tante fabbriche di morte. La più importante è
l'Alenia, uno dei gioielli di Finmeccanica. Alenia costruisce gli
Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali
degli F35, della statunitense Loockeed Martin, sono costruite ed
assemblate dall'Alenia.
Un business milionario. Un business di morte.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi,
partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono
caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d'armi, uomini armati che
pattugliano le strade.
Mettiamo sabbia nel motore del militarismo!
Spezziamo la retorica di guerra! Nelle nostre piazze ci sono statue di
bronzo e pietra che celebrano assassini in divisa, uomini la cui virtù era
ammazzare.
Costruiamo insieme un monumento ai disertori di tutte le guerre!

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Rojava. Per una libertà senza confini

Sabato 1° novembre
giornata internazionale in sostegno alla resistenza di Kobane
Torino - ore 14 - presidio in piazza Castello

Venerdì 14 novembre
ore 21 corso Palermo 46
Autogoverno e resistenza popolare in Rojava
Ne parliamo con Daniele Pepino, curatore dell'opuscolo "Dai monti del
Kurdistan"

Il Rojava resiste. La gente di Kobane, assediata dalle forze bene armate
del califfo, sta pagando un prezzo durissimo. Centinaia di migliaia di
profughi, migliaia di morti, devastazioni infinite ne sono il segno. E'
una lotta impari tra un esercito mercenario bene armato e ben pagato e le
milizie di autodifesa popolare, divise in battaglioni femminili e
maschili, che contendono metro dopo metro, casa per casa il terreno agli
islamisti. L'Isis intende massacrare e rendere schiavi tutti.
Siamo nel nord della Siria, una regione abitata in prevalenza da gente di
lingua curda ma anche assira, caldea, turca, armena, araba.
La posta in gioco in quest'area del pianeta è molto alta. Lo sanno bene
gli uomini e le donne in armi che difendono la propria autonomia non solo
dalle truppe dell'ISIS ma anche dalle pressioni degli Stati Uniti, che
subordinano il proprio appoggio alla resistenza alla rinuncia alla propria
esperienza di autogoverno popolare. Le frontiere con la Turchia restano
serrate per i volontari e le armi dirette a Kobane, la città assediata da
quasi due mesi. Vorrebbero che a Kobane andassero le truppe del Kurdistan
iracheno, una regione controllata da vent'anni dal partito filo
statunitense di Barzani.
Vorrebbero sopratutto che il silenzio calasse sulla storia di gente che si
organizza dal basso in comuni e comitati per decidere da sé come
amministrarsi. Vorrebbero che nessuno sapesse che in Rojava si pratica la
parità di genere negli organismi elettivi, la partecipazione di tutte le
componenti linguistiche, etniche e religiose. Nessuno deve diffondere
notizie sui cantoni del Rojava e laq loro sperimentazione politica e
sociale. Potrebbe essere contagioso.

Negli ultimi anni si sono sviluppati movimenti di lotta che sia nelle
modalità organizzative, sia negli obiettivi hanno modi libertari.
Partecipazione diretta, costruzione di reti solidali su base locale,
mutazione culturale profonda che investe le relazioni di dominio nel corpo
sociale ne sono il segno distintivo, oltre alla durezza dello scontro con
le istituzioni statali e religiose che controllano i vari territori.
La caratteristica importante di questi movimenti è il radicarsi in aree
del pianeta dove negli ultimi quindici anni si sono sviluppati movimenti
reattivi all’occidentalizzazione forzata di stampo religioso.
Si va dalla Kabilia, la regione berbera dell’Algeria, al Messico
all'India, sino al Rojava.
Qui, nel 2012, profittando del "vuoto" lasciato dal governo di Damasco per
la guerra civile che sta insanguinando il paese, uomini e donne stanno
sperimentando il confederalismo democratico. Ispirato alle teorie del
municipalismo libertario dell'anarchico statunitense Murray Bookchin,
l'autogoverno in Rojava rappresenta un tentativo laico, femminista e
libertario di praticare un'alternativa ai regimi autoritari che si
contendono la Siria.

Intendiamoci. In Rojava non c'é l'anarchia. C'é tuttavia un percorso di
partecipazione diretta di segno marcatamente libertario.
Non solo. Per la prima volta tra la gente di un popolo senza stato, diviso
da frontiere coloniali, c'é chi dichiara esplicitamente di non volere un
nuovo Stato, di rifiutare ogni frontiera, di lottare perché la gente si
autogoverni su base territoriale, senza più frontiere. Se non ci sono
frontiere non possono esserci nemmeno stati. Un'attitudine rivoluzionaria
che inquieta il califfato e i loro ex amici a Washington.
Per la prima volta l'illusione che lotta di classe e indipendentismo siano
ingredienti di una stessa minestra rivoluzionaria, capaci di catalizzare
una trasformazione sociale profonda, tipica della sinistra autoritaria, si
scioglie come neve al sole, aprendo la possibilità di un percorso
libertario.
L'integralismo religioso e le satrapie mediorientali non sono un destino.
La difesa di Kobane ci riguarda tutti, perché la storia che hanno
cominciato a costruire apre uno spazio di libertà e uguaglianza importante
per tutti. In ogni dove.

Federazione Anarchica Torinese - FAI
corso Palermo 46 - la sede è aperta ogni giovedì alle 21 -
fai_to at inrete.it - 338 6594361

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