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[Diritti] Padalino chiede 80 anni di galera per gli antirazzisti



Padalino chiede 80 anni di galera per gli antirazzisti

Oggi nella maxi aula 3 del tribunale di Torino il PM Andrea Padalino ha fatto la requisitoria al processo contro gli antirazzisti torinesi. Ha chiesto pene variabili tra l’anno e mezzo e i cinque anni e mezzo, per un totale di 80 anni. Con la grazia che lo contraddistingue ha descritto gli antirazzisti come “squadristi” che non hanno il coraggio di rivendicare le proprie azioni, dediti alla violenza, professionisti con tanti carichi pendenti.
Il PM tenta di screditare con epiteti infamanti chi in questi anni si è battuto contro le leggi razziste, i CIE, le retate dei senza documenti, la violenza di fascisti e leghisti.
Nel mirino di Padalino l’assemblea antirazzista, che già nel 2010 tentò senza successo di trasformare in un’associazione a delinquere. Venne smentito dalla Cassazione ma non mollò la presa, imbastendo ben due processi con 67 imputati. Lo scopo è ottenere condanne più gravi, eliminando il vantaggio della continuazione.
La prossima udienza per le arringhe dei difensori è fissata venerdì 16 gennaio. Il giorno stesso o poco dopo verrà emessa la sentenza.
Nei prossimi mesi si concluderà la seconda tranche del processo: Padalino vorrà pestare duro anche in quell’occasione.

Nel descrivere l’assemblea antirazzista l’ha definita come un ambito antagonista, in cui sono confluite anime diverse tra cui alcuni esponenti “di spicco” della Federazione Anarchica Italiana. Chi ha una mentalità gerarchica pensa che le relazioni di dominio siano le sole possibili. Impossibile per il PM cogliere la diversità intrinseca delle relazioni tra uomini e donne liberi.

Vale la pena fare un passo indietro per cogliere la lucida criminalità delle richieste di Padalino.
Siamo a cavallo tra il 2008 e il 2009. Sono anni terribili. La propaganda xenofoba e razzista martellante è la colonna sonora di provvedimenti che perfezionano un apparato repressivo, che sancisce un diritto diseguale, per chi ha in tasca i documenti e per chi non li ha.
E’ in questo periodo che vengono inventati il reato di immigrazione clandestina, i respingimenti collettivi in mare, che trasformeranno il Mediterraneo in un sudario. Nei CIE la detenzione amministrativa, in se un ossimoro, passa da due a sei mesi di reclusione: i prigionieri – per Padalino sono ospiti - danno vita ad un’estate di rivolte e di fuoco. Due anni dopo il periodo di trattenimento arrivò a un anno e mezzo. Solo di recente, dopo anni di sommosse che hanno fatto a pezzi il sistema CIE, il periodo di reclusione è stato ridotto a tre mesi.

Negli ultimi vent’anni il disciplinamento dei lavoratori immigrati è stata ed è tuttora una delle grandi scommesse dei governi e dei padroni:
Nel nostro paese è stata costruita una legislazione speciale per gli immigrati, persone che, sebbene vivano in questo paese, devono sottostare a regole che ne limitano fortemente la libertà.
Chi si oppone alle politiche e alle leggi discriminatorie e oppressive nei confronti degli immigrati entra nel mirino della magistratura.

Nell’assemblea antirazzista si intrecciarono percorsi e lotte.
Per quelle lotte la Procura torinese chiede 80 anni di galera.
Si vuole ad ogni costo ottenere condanne per togliere di mezzo compagni e compagne attivi nelle lotte.
Furono tantissime le iniziative di quegli anni. Iniziative che, sia pure di minoranza, contribuirono a tenere accesi i riflettori ed a sostenere le lotte dentro i CIE, contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la militarizzazione delle periferie.
Vogliono tappare la bocca e legare le mani a chi si ostina a voler cambiare un ordine sociale feroce, ingiusto, predatorio, razzista.
I 67 attivisti coinvolti nei due processoni sono accusati di fare volantini, manifesti, di lanciare slogan, di dare solidarietà ai reclusi nei CIE, di contrastare la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale. In altre parole sono accusati di avere idee scomode, che si traducono in scelte politiche scomode.
L’intero impianto accusatorio della procura si basa su banali iniziative di contestazione.

Nel mirino il “cacerolazo” – 2 giugno 2008 – alla casa del colonnello e medico Baldacci, responsabile del CPT, dove un immigrato era morto senza cure il 23 maggio; il presidio al Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la contestazione – 17 luglio 2008 – dell’assessore all’integrazione degli immigrati Curti, dopo lo sgombero della casa occupata da rom in via Pisa; la giornata – 11 luglio 2008 – contro la proposta di prendere le impronte ai bambini rom di fronte alla sede leghista di largo Saluzzo; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lava i panni al CIE di corso Brunelleschi… ma l’elenco è molto più lungo. In tutto decine iniziative messe insieme per cucire addosso ad un po’ di antirazzisti accuse tali da portarli in galera.

In questi anni – pur finita l’esperienza dell’Assemblea antirazzista, chi vi si era riconosciuto ha continuato, ciascuno a suo modo, a lottare per le strade di questa città.
Padalino ha sostenuto che la prova della criminalità degli antirazzisti è nella continuità delle lotte, che vanno avanti nonostante la repressione.


L’urgenza politica e morale di quegli anni è la stessa di oggi.
Ma l’indignazione non basta. Bisogna mettersi di mezzo.
Rompere il silenzio sugli orrori quotidiani dei CIE, opporsi alle deportazioni forzate, agli sgomberi delle baracche, ai militari nelle strade, allo sfruttamento dei più poveri è oggi più che mai un’urgenza ineludibile. Provano a fermarci con la repressione: non ci riusciranno.

Federazione Anarchica Torinese

Di seguito il testo della dichiarazione spontanea fatta oggi in tribunale da due compagni della FAT, Maria Matteo ed Emilio Penna.

Non siamo qui per difenderci.

I codici riducono le lotte sociali a reati, i pubblici ministeri le trasformano in accuse.

Le lotte per le quali siamo qui si sono dipanate tra il 2008 e il 2009.

Siamo qui per raccontare di un’urgenza. Un’urgenza che è venuta crescendo – giorno dopo giorno – nei luoghi che viviamo e nelle nostre coscienze.

I roghi fascisti contro i rom, le aggressioni contro gli immigrati, la cappa feroce del razzismo istituzionale già disegnavano il presente terribile nel quale siamo forzati a vivere.
La nostra era un’urgenza politica e sociale, ma, soprattutto, etica.

In quegli anni provammo a tessere una rete di solidarietà, per porre argine alla violenza e per gettare i semi di un agire comunicativo capace di rompere la tenaglia del razzismo diffuso nei quartieri popolari dove la guerra tra poveri era già una realtà.

Intrecciammo con altri i nostri percorsi di resistenza al razzismo, per mettere insieme intelligenze, energie, tempo, capacità e saperi e tentare di ridisegnare lo spazio sociale della nostra città. Uno spazio violato dalle retate della polizia contro gli immigrati, dai raid fascisti e razzisti, dalla presenza di un CIE dove la favola dell’eguaglianza dei diritti e delle libertà mostra – più che mai – l’atroce farsa della democrazia.
Uno spazio dove si vive male tutti, perché il lavoro che non c’è, che è precario, pericoloso, mal pagato è nella quotidianità di ciascuno. Uno spazio dove la martellante propaganda razzista crea solchi sempre più larghi, dove il risentimento verso gli ultimi prende il posto dell’odio per chi comanda e sfrutta tutti.

Occorreva rompere il muro del silenzio e dell’indifferenza, spezzare la cappa dell’odio.
La guerra tra poveri cancella la guerra sociale, distrugge la disponibilità all’incontro, corrode la solidarietà, apre la strada alla giungla sociale.
Ridisegnare il territorio significava in primo luogo presidiarlo, facendo sentire ad immigrati e clandestini la nostra presenza solidale. Ma non solo.
Abbiamo intrapreso un’offensiva culturale che spezzasse il cerchio della paura, aprisse spazi di incontro e relazione, ponendo le basi di un’azione comune contro i nemici di tutti, che restano quelli di sempre, i padroni che ci portano via la vita, giorno dopo giorno.

Abbiamo un solo rammarico. Non essere riusciti a fare di più.

Nella roulette russa della guerra sociale c’è chi affonda e chi resta a galla. Quando la marea sale cresce il numero dei sommersi.
Chi resta ai margini, chi non resiste non dica domani che non sapeva, non dica che non voleva.

Quando qualcuno ci chiederà dove eravamo quando bruciavano le baracche dei rom, quando la gente moriva in mare, quando i lavoratori immigrati erano poco più che schiavi, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, tra gli altri, per metterci di mezzo, perché abbiamo sentito il suono della campana e abbiamo saputo che suonava per noi.

Non c’è più tempo. Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

Chi non ferma la barbarie ne è complice.

Maria Matteo, Emilio Penna

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