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[Diritti] surrogati di sovranità monetaria




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Combattere la recessione. Parte seconda: surrogati di sovranità monetaria

di Nicola Boidi  5 maggio 2015

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Le misure di politiche «macroeconomiche» capaci di combattere le recessioni acute sono «controintuitive», «paradossali» nel senso letterale dell’andare contro la doxa, l’opinione o l’impressione del senso comune che opterebbe per politiche economiche che «facciano tornare i conti». Il fatto è che troppe componenti e variabili tra di loro interagenti compongono il quadro complessivo di un’economia di uno Stato nazionale o a maggior ragione di un’organismo sovranazionale (Federazione di Stati) assolutamente imparagonabile all’amministrazione di un bilancio familiare, di un condominio, o persino di un Comune.

 

Questa natura controintuitiva, paradossale o «socraticamente» filosofica se vogliamo, è quella che caratterizza la pianificazione keynesiana della politica economica di uno Stato invitato a spendere di più per avere meno costi, non solo finanziari, ma anche e sopratutto sociali e umani, ad essere lungimirante e non limitarsi a guardare alla punta del proprio naso, a maggiormente investire in prima persona per averne maggiori ricavi (e non dovrebbe essere questo il «coraggioso» spirito dell’intrapresa?). Chiave di volta di una tale politica economica è naturalmente il potere monetario, la possibilità di governare il quantitativo d’immissione di liquidità e la sua destinazione, cosa che non è data dall’attuale regime dell’Unione europea, in cui è come se i singoli Stati fossero governati da una moneta «straniera».

 

E’ possibile surrogare la mancanza di tale sovranità monetaria? La risposta che un pool di economisti e sociologi italiani danno è: sì , si può. In che modo? Ad esempio escogitando uno strumento monetario che supplisca alla mancata funzione da parte dell’euro di sostegno diretto, cioè pubblico, alla ripresa economica, uno strumento definibile quale «moneta fiscale, o «quasi moneta».

 

In termini più precisi e corretti è la proposta dei cosiddetti «certificati di credito fiscale» ( CCF) ossia titoli finanziari che sarebbero emessi dallo Stato italiano, con un loro valore nominale stabilito, con la differenza però, rispetto agli altri titoli pubblici, che non sarebbero messi in vendita ma bensì distribuiti gratuitamente a individui, famiglie e imprese sulla base della valutazione della loro situazione economica. Più i redditi, i profitti, i beni patrimoniali e gli emolumenti pensionistici e sussidi economici e sociali risultano di entità modesta, più vi sarebbe la possibilità di accedere al possesso di tali certificati di credito fiscale, dunque in proporzione e progressione inversa all’ordine delle ricchezze possedute.

 

Che caratteristiche hanno tali CCF ? Si chiamano certificati di credito fiscali proprio perché possono essere usati come moneta di pagamento di qualsiasi genere di tassa nazionale o locale, di contributi e multe, con la condizione che ciò sia fatto alla loro scadenza prefissata a due anni dalla loro emissione. Sconti fiscali che potrebbero far gola a molti soggetti economici. Servirebbero però a coloro che sono privi o largamente carenti nel possesso di liquidità, di denaro contato in euro? Il progetto prevede la possibilità che in caso di necessità i possessori di tali Ccf possano immediatamente convertirli in euro in contanti offrendoli o vendendoli a coloro per cui i certificati potrebbero essere vantaggiosi e che non hanno carenze di possesso di liquidità:aziende ben patrimonializzate, istituzioni finanziarie, investitori e privati benestanti e facoltosi.

 

Le banche agirebbero da intermediari finanziari tra gli attori della compravendita, e anche la Cassa Depositi e Prestiti e le Poste potrebbero essere chiamate a un ruolo obbligatorio di promozione della compravendita di Ccf. La conversione in euro prima della scadenza dei CCF comporterebbe un sconto finanziario sul valore nominale, ma di entità non elevata in quanto è prevedibile che il tasso di sconto sarà assai contenuto, essendo il CCF un titolo a breve scadenza completamente garantito per il pagamento fiscale. Il CCF sarebbe quindi uno strumento appetibile e competitivo rispetto agli altri titoli sul mercato monetario.

 

I promotori del progetto della moneta fiscale auspicano e confidano sul fatto che molti soggetti siano spinti a vendere i Ccf di cui siano entrati in possesso, a convertirli dunque in euro in contanti per far sì che aumenti il reddito e di conseguenza la possibilità di spesa delle famiglie e delle aziende e si possa uscire dalla cosiddetta «trappola di liquidità». La stessa pubblica amministrazione che dovrebbe ricevere i Ccf in cambio di sconti fiscali, potrebbe a sua volta riutilizzarli per pagare fornitori e lavori pubblici appaltati ad aziende private. La moneta fiscale non soppianterebbe o entrerebbe in concorrenza con la moneta ufficiale euro in quanto si tratterebbe di un titolo finanziario pubblico di valenza fiscale (l’ambito fiscale essendo ancora di competenza dei singoli Stati della Ue e dunque «extraterritoriale» al monopolio della Bce), titolo a scadenza biennale ma immediatamente convertibile nella moneta ufficiale. Dunque il CCF non incapperebbe nelle prevedibili conseguenze negative della decisione di un’uscita unilaterale di un singolo Paese dalla moneta comune euro (rischio di svalutazione di stipendi, pensioni e risparmi) ma al contrario aumenterebbe notevolmente il potere di acquisto dei diversi soggetti economici, della domanda in generale, senza contropartita.

 

Lo Stato potrebbe emettere inizialmente, il primo anno, una somma di circa 100 miliardi di euro di  CCF, per poi aumentare l’emissione nei due anni successivi, sulla base della dinamica dell’inflazione e del l’occupazione, per arrivare a un massimo di emissione annua di 200 miliardi di euro di CCF. Inoltre le aziende beneficiate dall’assegnazione gratuita dei CCF , oltre che sulla base dei criteri comuni agli altri soggetti economici (difficoltà di capacità di spesa e d’investimento per mancanza di liquidità), lo sarebbero in base anche a una dimostrata volontà d’impegno immediato in nuove assunzioni di disoccupati e in investimenti infrastrutturali urgenti. L’emissione permanente, anche se regolata nella quantità in base all’andamento della congiuntura economica, da parte dello Stato, di CCF dovrebbe creare un clima di fiducia per cui gli agenti economici sarebbero portati a spendere la gran parte del reddito maggiorato dal possesso di Ccf in investimenti e consumi, limitando la quota di risparmio e tesaurizzazione. La meta sarebbe l’attivazione del cosiddetto «moltiplicatore di Kahn»: l’avviamento di un circolo virtuoso per cui il nuovo sostegno alla domanda espanderebbe la produzione, quindi l’occupazione, da qui ulteriormente i redditi e di nuovo la domanda. Ciò non comporterebbe un aumento repentino dell”inflazione dei prezzi dei beni al consumo ma semplicemente riattiverebbe le risorse produttive di lavoro e capitale in drammatico stato di sottoutilizzo.

 

Gli economisti e sociologi promotori del Manifesto Per una moneta fiscale gratuita (tra i primi firmatari vi sono Stefano Sylos Labini, Luciano Gallino, Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini) ipotizzano che si potrebbero assegnare, distribuiti in tre anni, 80 miliardi di euro di Ccf alle imprese private, 70 miliardi ai lavoratori sia autonomi che dipendenti, mentre altri 50 miliardi di euro in CCF potrebbero essere destinati a finanziare iniziative pubbliche: reddito minimo garantito, investimenti in energie rinnovabili e in infrastrutture, l’occupazione giovanile e femminile, la formazione, l’imprenditoria del sud, il sostegno alle persone impegnate nelle cure familiari, etc.

 

Il meccanismo moltiplicatore della crescita del Pil mediante incremento di consumi – investimenti – occupazione – redditi e profitti – nuovi consumi, dovrebbe portare in tre anni a un recupero del Pil del 15 % e a una caduta della disoccupazione di almeno 5 punti. Il Pil e l’occupazione crescerebbero rapidamente proprio perché nell’attuale situazione di grave contrazione delle risorse produttive e con i tassi d’interesse (il costo del denaro) prossimi allo zero (anche grazie alla manovra di Quantitative easing avviata dalla Bce) il valore del moltiplicatore sarebbe sicuramente superiore a uno. Grazie al moltiplicatore del reddito nazionale il calo delle entrate pubbliche legato allo sconto fiscale differito dei CCF verrebbe più che compensato dall’aumento dei ricavi fiscali prodotto dal forte recupero del PIL.

 

Secondo gli ideatori i CCF oltre a far uscire l’economia italiana (ma questo modello sarebbe naturalmente estendibile a tutte le economie europee in analoghe condizioni) dalla «trappola di liquidità» gli consentirebbe anche di tentare vie d’uscita dalla «trappola del debito pubblico». A partire dagli anni ottanta lo Stato italiano mediante la sua Banca Centrale si è finanziato sul mercato dei titoli finanziari emettendo o vendendo titoli di Stato ad altissimi tassi d’interesse per sostenere l’ingresso nel SME (Sistema monetario europeo) e preparare l’ingresso nell’euro. In valore attuale gli interessi accumulati sul debito pubblico italiano corrispondono alla somma di 3.000 miliardi di euro e sono in gran parte in possesso di investitori istituzionali indigeni ed esteri attratti da rendimenti particolarmente elevati.

 

Il fatto che il debito pubblico italiano sia finanziato in una moneta non emessa e non controllata dallo Stato italiano espone il debito stesso a pagare tassi d’interesse reali annui elevati (dal 4 al 6%) e a subire gli attacchi speculativi dei fondi d’investimento, in particolare esteri, i più pronti a vendere o a richiedere interessi elevati nelle fasi di congiuntura negativa. Per questo motivo i promotori dei CCF propongono anche, man mano che i titoli del debito pubblico giungono alla loro scadenza, di rifinanziarli emettendo il maggior numero possibile di «Buoni del tesoro fiscali» (BTP fiscali), cioè titoli che, al pari dei CCF, non verranno rimborsati in euro con un premio agli investitori, ma utilizzati come rimborsi fiscali differiti, strumenti per pagare il fisco. Questo comporterebbe necessariamente che i nuovi acquirenti dei titoli sarebbero investitori italiani , gli unici interessati a un meccanismo di tal fatta. Si tratterebbe insomma di una rinazionalizzazione del debito pubblico, una misura assolutamente salutare contro le turbolenze della speculazione finanziaria internazionale.

 

Il debito pubblico vero (da pagare in euro) verrebbe progressivamente ridotto trasformandolo in una «moneta fiscale differita» nazionale. Introducendo i CCF e simultaneamente lanciando una campagna di conversione dei BTP tradizionali in BTP fiscali, una sorta di offerta pubblica di scambio tra titoli di stato tradizionali e titoli di stato fiscali con una scadenza più lunga (ad es. di 3 anni) e una cedola maggiorata ( ad es. del 2% annuo rispetto all’attuale) si potrebbe evitare il rischio che i BTP tradizionali abbiano forti cadute di valore per le oscillazioni dei mercati.

 

Dunque i CCF e BTP fiscali punterebbero verso due grandi traguardi: i primi a un rilancio della domanda, della produzione e dell’occupazione che recuperando rapidamente punti di Pil non farebbe diminuire ma al contrario aumentare il gettito fiscale delle entrate dello Stato e manterrebbe in equilibrio il saldo tra entrate e spese statali in euro; i secondi (i Btp fiscali) accelererebbero la riduzione del rapporto tra il debito pubblico italiano “vero” – quello da rimborsare in euro – e il Pil.

 

Questo progetto di «monete fiscali» o «quasi monete» appare, nel panorama complessivo dell’impossibilità della sovranità monetaria degli Stati europei in difficoltà di stagnazione della crescita, di leggera deflazione dei prezzi al consumo e di avviluppo in una mortale spirale di recessione , come la proposta più coerente per uscire da tale trappola e ridare il fondamentale strumento monetario di lotta alla recessione in mano agli Stati «ex sovrani».


Tale strumento finanziario sarebbe una risposta alla potenziale ‘impasse di liquidità della manovra di Quantitative easing della Bce. Ma sarebbe altresì un’alternativa all’altrettanto paralizzato progetto d’investimenti infrastrutturali dell’Unione Europea (il cosiddetto piano Juncker). Le valutazioni e le modalità opportune, così come le finalizzazioni possibili di tali investimenti infrastrutturali che coinvolgano tanto soggetti pubblici che privati, saranno ciò che ci proporremo di affrontare la prossima volta.
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