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Re: [Diritti] No Tav Pride - Ancora e ancora



Chissà per quanti anni dovemo sentire la stessa identica fallimentare storia.

Peccato, ci sarebbero molte cause degne di un tale impegno con un minimo di possibilità di successo...

Giuseppe

Il 30.06.2015 02:34 Federazione Anarchica Torinese ha scritto:

No Tav Pride
Quattro anni. Quattro lunghi anni sono trascorsi dalle giornate della
Maddalena, quando l’area destinata a diventare cantiere venne liberata. I
giorni della Libera Repubblica finirono il 27 giugno: dopo ore di
resistenza le truppe dello Stato sgomberarono l’area, obbligandoci alla
fuga per i boschi della Ramat e per i sentieri verso Giaglione. Da quel
giorno il tricolore ha sostituito il treno crociato.
Sono stati quattro anni di lotta contro l’occupazione militare, segnati da
marce popolari e atti di sabotaggio, presidi e azioni notturne, proteste
alle caserme, assedi agli alberghi e ristoranti che ospitano le truppe,
blocchi di treni, strade e autostrade. A volte eravamo pochi altre volte
tantissimi, ogni volta ciascuno era forte dell’appoggio degli altri.

La mano dello Stato ha colpito con estrema violenza. Nel 2005 il movimento
aveva obbligato alla resa il governo. Un’onta che andava lavata ad ogni
costo: nessun esecutivo può permettere che i cittadini credano di poter
alzare la testa, costringendo lo Stato a fare marcia indietro.
Arresti, processi, condanne si sono abbattute su migliaia di No Tav. La
mannaia della Procura di Torino è calata più volte sulle nostre teste.

L’ultimo anno è stato durissimo. Sebbene il movimento abbia reagito con
intelligenza e coesione alle accuse di terrorismo, costruendo una campagna
contro la repressione di grande efficacia, tuttavia ha segnato una battuta
d’arresto sul piano delle lotte e, questione cruciale, della riflessione e
del confronto sul futuro. Ne è conseguita la rarefazione, se non la
sparizione, delle iniziative sparse sul territorio tra Torino e la
Valsusa. L’unica presenza costante sono stati i presidi bisettimanali al
cancello che a Chiomonte chiude strada dell’Avanà, una delle vie maestre
per truppe e ditte collaborazioniste.
Non ci si può accontentare di resistere perché la questione vera è
vincere, obbligare il governo a fare dietrofront, liberare le zone
occupate, far crescere i percorsi di autonomia dall’istituito, ancora oggi
ostaggio di persistenti illusioni elettorali.

L’offensiva mediatica dei nostri avversari ha costruito l’immagine falsa
di un territorio pacificato a forza, piegato dalla repressione, ridotto al
mero ruolo di testimone impotente dello scempio.

Era necessaria una risposta forte, chiara, popolare.
La manifestazione del 28 giugno nasce così.
Doveva essere ed è stata una giornata dell’orgoglio No Tav, una giornata
in cui si dimostrava nella pratica che il movimento non era sconfitto, né
impaurito, né sbandato.

Sapevamo bene che avrebbero vietato la circolazione nelle strade che,
dalla statale 24, scendono verso il cancello della centrale Iren, come
sapevamo che avrebbero dichiarato zona rossa sentieri e mulattiere.

Sapevamo che avrebbero piazzato jersey di ferro e cemento per chiudere le
strade nei pressi del ponte sulla Dora in località Gravella. Abbiamo detto
chiaro che non avremmo accattato blocchi e divieti.

Il 28 giugno l’alta Val Susa era vestita con i colori dell’estate. Un
lungo serpentone è sceso lungo la statale 24 e, senza esitare ha imboccato
la provinciale vietata dirigendosi verso i jersey. Le famiglie con
bambini, gli anziani, chi non se la sentiva si è fermato al bivio per la
Ramat, ma i più sono scesi, chi in prima fila, chi un poco più in là.
Quando i primi manifestanti si sono avvicinati, è partito un fitto lancio
di lacrimogeni che hanno reso l’aria irrespirabile per un lungo tratto di
strada.

Poi il corteo si è ricompattato ed ha guadagnato il centro di Chiomonte,
dove ci siamo rifocillati prima di imboccare via Roma, la strada che dal
paese scende verso la Dora. Anche via Roma era vietata, anche qui, dopo il
ponte, c’erano i jersey. Una lunga battitura, poi i jersey sono venuti giù
tra fuochi d’artificio e slogan: la polizia ha sparato grandi quantità di
gas nel bosco per investire i manifestanti anche durante la ritirata. Nel
frattempo un gruppetto di No Tav ha guadato la Dora ed ha beffato la
polizia violando l’area recintata infilandosi tra le vigne.
Il camion con l’amplificazione è stato fermato e due occupanti trattenuti
in questura e denunciati, altri due No Tav sarebbero stati denunciati per
resistenza aggravata.

I quotidiani del lunedì si sono scatenati, creando ad arte scenari
improbabili di Black Bloc che si sarebbero staccati dal corteo, di
divisioni tra buoni e cattivi ed altre logore favole. Chi ha coperto il
volto voleva solo difendersi da occhi e telecamere della polizia, non dal
nostro sguardo solidale, perché la scelta di violare i divieti e abbattere
gli ostacoli era stata fatta da tutti noi in assemblea.

Non abbiamo inceppato la macchina dell’occupazione militare che stringe in
una morsa un cantiere lontano chilometri. La nostra è stata un’azione
simbolica. Un gesto di orgoglio, la dimostrazione pratica, che non ci
siamo arresi né spaventati.

Un vero No Tav Pride.

Da oggi tuttavia sarà necessario riprendere i fili di un confronto a tutto
campo, per creare le condizioni perché ancora una volta il governo sia
obbligato alla resa. Se sapremo scegliere i nostri modi e i nostri luoghi
potremo rendere ingovernabile il territorio. Ovunque.
Serviranno coraggio e intelligenza. Per liberare la Maddalena, per
liberarci tutti.

Foto qui: www.anarresinfo.noblogs.org




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