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Re: [Diritti] gli USA non vogliono l'eurodissoluzione (FW: Orizzonte48)



 Il testo  ha caratteri e impostazione che  non facilitano la lettura, tutte le righe sono  appiccicate le une alle altre. E' possibile  re-inviare il testo in modo più ....normale e quindi più leggibile ? Grazie.
 
Franco
 
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From: lorenzo es
Sent: Wednesday, July 08, 2015 9:37 AM
Subject: [Diritti] gli USA non vogliono l'eurodissoluzione (FW: Orizzonte48)




Orizzonte48

EURO ALLA FRUTTA E TTIP ALLE PORTE. E IL REFERENDUM BOOMERANG ALLA FINE TUTELERA' I CREDITORI.

Posted: 07 Jul 2015 03:01 PM PDT


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1. Dal blog di Krugman vi traduco, nelle parti salienti, questa irresistibile istantanea del volto idiota di una dittatura in nome dei mercati (e, ci ripetono in continuazione, della "pace"!):

"Supponiamo...che si parlasse di aumentare permanentemente il saldo primario di un punto di PIL. Come ho scritto in precedenza, e come rileva Simon Wren-Lewis, data la mancanza di una politica monetaria indipendente, ottenere un surplus primario richiede molto più di un'austerità in "rapporto 1 a 1".
In effetti, una buona ipotesi è che occorra tagliare la spesa pubblica del 2% del PIL, dato che l'austerità riduce l'economia e le entrate tributarie. Ciò, a sua volta, significa che si riduce l'economia intorno al 3%. Così, un 3% di colpo inferto al PIL per aumentare il saldo primario di 1.
Ma un'economia ridotta implica che il rapporto debito/PIL vada inizialmente in aumento. Ed infatti, dato il punto di partenza della Grecia, con un debito al 170% del PIL, l'effetto avverso dell'austerità significa che cercare di innalzare di 1 punto il saldo primario determina la crescita del rapporto debito/PIL di 5 punti (0,03x170).
Questo suggerirebbe che ci vorrebbero 5 anni di austerità per avere la ratio del debito nuovamente al livello in cui sarebbe stata in assenza di austerità.
Ma, aspettate, c'è di più. Associamo Irving Fischer alla discussione. Un'economia più debole porterà a minor inflazione (o a una più intensa deflazione), che, anch'essa, tende a innalzare il rapporto debito/PIL.
Il grafico mostra uno schema dell'output gap della Grecia (quale stimato dal FMI - una misura dubbia, ma atteniamoci ad essa) in parallelo alla variazione del deflattore del PIL.



Sì, è una rozza curva di Phillips, ma rende l'idea. 
E suggerisce che 1 punto di maggior avanzo primario, che richiede un'austerità che causa 3 punti di caduta del PIL reale, ridurrà l'inflazione di circa lo 0.7% (3x0,23).
E se parti con un debito al 170% del PIL, ciò innalza il rapporto di più di un punto percentuale ogni anno. Cioè, il tentativo di ridurre il debito tagliando la spesa, aumenta in pratica il rapporto del debito su PIL, non solo nel breve periodo, ma indefinitamente.
OK, possiamo attutire questo risultato contando l'effetto della caduta dei prezzi greci nelle esportazioni, cosa che spingerebbe la crescita economica. Sto ancora lavorando su questo aspetto, ma al meglio rende l'austerità efficace nel ridurre il rapporto debito/PIL  "in the very long run" — pensate a decenni, non anni. L'austerità, per un paese nella posizione della Grecia, appare una soluzione impraticabile persino se il debito (pubblico, ndr.) sia tutto ciò a cui prestate attenzione. 
E, per essere proprio chiari, sto riportando macroeconomia da testo universitario, nulla di esotico.Sono gli "austerian" che si stanno inventando nuove dottrine economiche per giustificare le loro politiche, che risultano comportare non sacrifici temporanei, ma un fallimento permanente."

2. E questo, anzitutto, varrebbe per Monti e Vaciago, come ci riporta Mauro Gosmin.
Ma non vi riporto Krugman per confutare la (peraltro, mediaticamente monolitica) versione italiana delle "nuove dottrine economiche" degli "austerian", cioè del "se non cresci è perchè non hai fatto (abbastanza) riforme"; che poi in realtà sono le teorie piuttosto vecchiotte degli anni di Hoover nella crisi del '29, sempre vive e in attesa di rivincita da quando esiste la "costruzione €uropea" - come ben ci racconta un Padoa Schioppa del 1999, esplicitamente tifoso della pace che sarebbe stata garantita dall'amato gold-standard (!), cui si ispira l'euro (secondo la puntuale teorizzazione parallela di Hayek, cfr; parte finale).

3. Vi riporto la limpida e lineare dimostrazione di Krugman, al contrario, perchè essa è estranea alla linea abbracciata veramente da Tsipras, il quale, proprio perchè, - senza alcun cedimento in nessuna fase delle attuali trattative e persino durante il periodo di "campagna" per il referendum-, aveva sostanzialmente accettato il nuovo memorandum dei creditori €uropei-FMI
Anzi, rammentiamo, dopo che la rottura delle trattative e l'iniziativa del referendum si erano già verificate, aveva lanciato alla Merkel una proposta di integrale accettazione della linea di neo-austerità aggiuntiva per la Grecia. 
Tanto che ogni ipotesi di trattativa, logicamente e senza alcuna sorpresa, partirà da quel documento, essendo ormai ben noto che le differenze, tra le parti del negoziato, sulla quantità e sulle specifiche misure del consolidamento aggiuntivo, erano minime.

4. Ciò significa che i fiumi di retorica sul "coraggio" di Tsipras, sul segnale di democrazia dato "dall'indomito popolo greco col no al referendum", hanno un oggetto piuttosto immaginario e lontano dalla realtà: dicono no, ma appoggiano "con orgoglio" un governo che ha già detto sì a quella nuova ondata di calo del PIL, aumento della disoccupazione, ossessione per la "competitività", aumento del debito su PIL, output-gap e indebitamento pubblico ed estero fuori parametri (e fuori di ogni traccia di crescita del PIL e sostenibilità del debito stesso) per decenni e decenni, evidenziata da Krugman.
Il vero punto di tutta la trattativa, e quindi la vera "fonte" della discordia tra le parti, non sta nel fatto che l'austerità sia impraticabile, inutile e dannosa - e che questo sia l'unico "spirito" consentito alla "democrazia" nell'ambito della camicia di forza dell'euro, che i greci (e certamente Tsipras), nonostante il referendum, non vogliono abbandonare - ma risiede nel trattamento del debito pregresso.

5. Quello stesso debito accumulato dalla Grecia per aver aderito alla moneta unica, "scoppiato" a seguito della crisi innescatasi nel 2010 e trasformato, come sappiamo, da debito verso le banche francesi e tedesche, in debito verso la trojka: come ormai non nasconde il FMI, è l'haircut (che sia in forma di taglio percentuale del debito o in un allungamento delle scadenze, o in entrambe le cose), la vera materia di trattativa che si pone a partire dal referendum greco.
La Germania ha fatto già sapere che un accordo sia un'ipotesi piuttosto astratta e remota, a questo punto, e Hollande si accoda. 
Ma il fatto che il FMI, cioè gli USA che (nonostante la presidenza Lagarde, o francese in genere, sono un organismo a governance USA, come ci evidenzia bene Chang), abbiano focalizzato la questione sull'haircut è ben più importante.
Il fatto è cioè essenzialmente (geo)politico: gli USA non vogliono l'eurodissoluzione, ma ancor meno desiderano che la Grecia, in questa momento, sia sospinta verso est, cioè nella sfera di influenza economico-politica della Russia (o della Cina, o di entrambe). Lo evidenzia molto bene anche Alberto Bagnai, nell'articolo di oggi sul Fatto Quotidiano (pag.5).

6. A questo punto, però, si pone la questione reale, della situazione presente e futura della Grecia, come epifenomeno riassuntivo dell'intera questione degli squilibri commerciali inevitabili all'interno dell'area euro (questione che investe anche l'Italia e la spaventosa recessione-stagnazione da cui non potrà uscire, altrettanto, nei prossimi decenni, ovviamente se rimane nell'euro).
La Grecia è fallita: si deve procedere a qualche forma di default pilotato
Ma il referendum è uno strumento di trattativa, non di ripristino della democrazia (sovrana e costituzionale); uno strumento che con la volontà di uscire dall'euro non c'entra nulla. E difatti il voto è stato espletato da un popolo che non si pone affatto il problema principale che ha di fronte
Non se lo pone perchè rivendica l'orgoglio di essere €uropeo senza austerità e non si cura, tuttavia, di contestare il fatto che tale austerità è accettata dal governo che, pure, lo invita a votare no; ma non se lo pone, soprattutto, perchè ancora oggi, nessuno gli ha spiegato tale problema.

7. E cioè che:
- Se anche l'austerità fosse utile - e non lo è; 
- se anche fosse socialmente ed economicamente tollerabile - e non lo è;
- se anche fosse (democraticamente) respinta - e non lo è stata, a meno di prendersi in giro (la riprova sta nel fatto che Tsipras è ancora al suo posto, grazie al referendum anti-austerità ma...vuole trattare sulla base "austera" di ciò che ha inequivocabilmente accettato, limitandosi a criticarlo come "imposizione"...contraria ai trattati europei!);
- se anche si arrivasse, sospinti dalla real-geo-politik USA, al default controllato;
il problema, non spiegato da Tsipras e non risolto dal referendum, è che le cause della insolvenza accumulata dalla Grecia non sarebbero risolte, ma anzi aggravate, e dunque possono riprodursi all'infinito, durante i lunghi anni futuri di permanenza nel meraviglioso mondo dell'euro, a parole senza austerità. Ma solo a parole: mentre, nei fatti, si tratta di arrivare, ogni tot anni, a voler essere ottimisti, a una serie di haircuts controllati, sponsorizzati dagli USA, ma il cui peso finanziario sarebbe sostenuto non solo dagli Stati "cessionari di credito" (via ESFS e ESM) di appartenenza delle banche creditrici, ma anche dagli Stati assuntori di debito (per finanziare l'ESM e per rifinanziarne le perdite), e già debitori per conto proprio, tirati dentro questo disastro come l'Italia.

8. L'unico aspetto paradossalmente positivo, è che gli USA possono (potrebbero) rendersi conto che questa prospettiva, anche in termini di convenienza geo-politica, non è ancora a lungo praticabile.
Gli stessi creditori potrebbero rimetterci troppo, una volta che il rischio dell'insolvenza del debitore, fatto uscire dalla porta del salvataggio via trojke varie, rientrasse dalla finestra del principio della negoziabilità di possibili default parziali periodicamente in sospeso...
E, allora, gli USA potrebbero venire incontro a Germania e Francia, promuovendo una rottura "ordinata" dell'eurozona

Ma solo se l'UE accettasse di legarsi, quanto prima, al neo-vincolo del TTIP.
Insomma, siamo al redde rationem, ma non verso la democrazia delle sovranità costituzionali, che non sono invocate da nessuno dei governi interessati, e che quindi è fuori del panorama del potere politico-mediatico dominante e delle opzioni messe in campo da qualunque "referendum": piuttosto verso l'inevitabile rilancio liberoscambista che, come dose ulteriore dello stesso veleno, si sussegue ad ogni fallimento dell'internazionalismo neo-liberista e autoritario, contrabbandato da perseguimento della pace.

ADDENDUM: è interessante vedere questo articolo del (certamente) moderato - nel senso di non post-keynesiano - Munchau. Tradotto dal Financial Times per il Corriere della Sera. Vi si legge, tra l'altro:

"Il taglio del debito, frutto di trattative o unilaterale, è una matematica conseguenza dei parametri economici stabiliti per la Grecia. Il Paese potrà restare nell’euro solo se saranno soddisfatte esattamente quattro condizioni: il condono dei debiti, un rifinanziamento del sistema bancario, reali riforme strutturali e la fine della politica di austerità. Se la Germania e gli altri finanziatori danno la propria disponibilità, allora la temuta Grexit si potrà scongiurare. Altrimenti no. È un dato di fatto.
...Uno studio della storia economica avrebbe reso superflua questa tardiva ammissione. Le lezioni che si possono trarre dall’economia sono raramente inequivocabili, ma la storia ci insegna senza dubbio che la crisi del debito va risolta rapidamente. Chi arriva tardi viene punito dalle circostanze. Penalmente i programmi di sostegno alla Grecia deliberati nel 2010 e 2012 avrebbero senza dubbio configurato un ritardo nella presentazione dell’istanza di insolvenza, se si fosse trattato del settore privato.
...Il pericolo di contagio diretto è limitato. Io ravviso invece il pericolo maggiore in un successo di quella stessa decisione. Se due anni dopo una eventuale Grexit l’economia greca riprende a crescere, il dibattito prenderà un’altra piega, soprattutto in Italia. Da quello che una volta era un rischio scaturirà una liberazione che lascerà dietro di sé un moncone di euro nordeuropeo, con un cambio sopravvalutato.
Gli effetti di questa politica economica si potranno confrontare allora con la catena di decisioni drammatiche prese cento anni fa: una guerra sottovalutata, seguita da un Trattato di Versailles che nel suo dogmatismo non si discosta sostanzialmente dai principi della politica economica tedesca. La decisione razionale per la Germania sarebbe accettare un taglio del debito. Alexis Tsipras dà segnali di voler trattare. Anche la Merkel lo dovrebbe fare."




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