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[Diritti] Spezzare le ali alla guerra! Giornate antimilitariste



Sabato 13 febbraio ore 10
presidio al Balon

Sabato 20 febbraio ore 15 in via Garibaldi ang. XX Settembre
Zona di guerra

Venerdì 4 marzo assemblea

Sabato 12 marzo corteo antimilitarista a Caselle
ore 15 piazza Boschiassi

Le industrie belliche costruiscono le armi con le quali si controlla, si
bombarda, si uccide in ogni dove. Le università che orientano la ricerca
verso il settore bellico sono complici dei massacri.
L’industria bellica italiana fa affari con chiunque. I soldi non puzzano
di sangue e il made in Italy va alla grande.
Renzi è appena stato in Nigeria, accompagnato da uno stuolo di
imprenditori italiani, primo tra tutti Descalzi, l’AD di ENI, responsabile
dell’inquinamento del Delta del Niger, delle malattie e dell’impoverimento
delle popolazioni locali, le cui proteste sono represse nel sangue dal
governo nigeriano.
l governo italiano e l’UE appoggiano la Turchia, che ha mandato l’esercito
per cancellare le esperienze di autogoverno nel Bakur, il Kurdistan turco.
In queste settimane è in corso un massacro di cui i principali media
italiani non parlano. Il silenzio – oltre ad un bel mucchio di soldi - è
il prezzo imposto da Erdogan per blindare le frontiere e chiudere nei
campi i profughi di guerra in fuga da Siria, Iraq, Afganistan.
Il governo italiano protesta sommessamente per un giovane ricercatore
friulano torturato a morte dalla polizia egiziana, ma fa buoni affari con
la feroce dittatura militare che ogni giorno imprigiona, tortura e uccide.

Da decenni l’Italia è in guerra ma la chiama pace.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del
peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce
dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione, della difesa
degli interessi delle imprese italiane.
La guerra diventa filantropia planetaria, le bombe mezzi di soccorso.
Presto 450 militari italiani andranno in Iraq per difendere gli affari
della ditta italiana che farà i lavori alla diga di Mosul.
Militari italiani sono in Libano e in Afganistan
L’Italia è pronta ad un nuovo intervento militare in Libia a sostegno di
chi garantisca meglio gli interessi delle ditte italiane e il controllo
delle coste.
L’Italia stessa è una portaerei gettata sul Mediterraneo, costellata di
aeroporti militari, poligoni, centri di controllo satellitare, postazioni
di lancio dei droni.
Le prove generali dei conflitti dei prossimi anni vengono fatte nelle basi
sparse per l’Italia. Le stesse basi da cui sono partite le missioni
dirette in Libia, Iraq, Afganistan, Serbia, Somalia, Libano…
L’opposizione alle missioni militari, che in altri anni ha riempito le
piazze di folle oceaniche, si è lentamente esaurita.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi
resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienza che provano a saldare il
rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35
a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi,
gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed esercitazioni.
Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e
repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’é chi non
accetta di vivere da schiavo.

Le immagini dei profughi che premono alle frontiere chiuse dell’Europa, il
dibattito sull’accoglienza umanitaria, la retorica su chi muore in mare o
in fondo a un tir nascondono una verità cruda ma banale. Le guerre sono
combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la sua “missione” è fare aerei militari.
Nello stabilimento di Caselle Torinese hanno costruito gli Eurofighter
Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali degli F35,
della statunitense Loockeed Martin, sono costruite ed assemblati
dall’Alenia.
Un business milionario. Un business di morte.

In questi mesi una lieve brezza si è levata. Dalla Sicilia alla Sardegna
sono scesi in piazza antimilitaristi decisi a mettersi di mezzo. In
Sardegna per ben due volte sono riusciti ad interrompere le esercitazioni
della NATO.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi,
partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono
caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che
pattugliano le strade.
Da anni gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli
stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade
delle nostre città, sono in Val Susa.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le
questioni sociali sono affrontate come questioni di ordine pubblico.
Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla
Somalia all’Afganistan.

Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Disertiamo la guerra! Gettiamo sabbia
nel motore del militarismo!

federazione anarchica torinese – fai
corso Palermo 46 – riunioni – aperte agli interessati – ogni giovedì alle 21
www.anarresinfo.noblogs.org