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[Diritti] ADL 160218- Non è detto



Title: Der Tag - SPIEGEL ONLINE Newsletter

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., organizzazione socialista italiana all'estero fondata nel 1894

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Direttore: Andrea Ermano

 

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e-Settimanale - inviato oggi a 45964 utenti – Zurigo, 18 febbraio 2016

  

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IPSE DIXIT

 

Il guaio è che non è detto - «È come se un coro… si levasse per dire a Renzi: fermati finché sei in tempo, oltre un certo limite non potrai più tornare indietro. / Ma… la sensazione è che questo genere di raccomandazioni difficilmente saranno accolte. Renzi infatti ha scelto una linea, diversa da quella dei suoi critici… A suo giudizio le scelte economiche, e più in generale la cooperazione e l’idea di solidarietà che stanno alla base del sogno europeo, non sopravvivranno, se l’Unione non sarà in grado di rinunciare alle sue rigidità e far fronte alle nuove sfide, come quella dell’immigrazione, che i Paesi partners tentano inutilmente di aggirare. L’Europa intera, non solo l’Italia rischia di essere travolta dai propri egoismi: ecco cosa pensa Renzi. Il guaio è che non è detto che abbia torto.». – Marcello Sorgi

 

 

Profughi in Europa, anno 2015

   

    

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    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

    

    

ECONOMIA

 

Prezzo del petrolio

e rischi geopolitici

 

Ci sono forze nell’economia globale di oggi che “concorrono a mantenere bassa l’inflazione”? Irresponsabilmente riemergono vecchie tesi di geopolitica che vedono nella guerra "l’occasione" per una ripresa dei prezzi…

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Mario Draghi ha recentemente smosso le acque torbide della finanza affermando che «ci sono forze nell’economia globale di oggi che concorrono a mantenere bassa l’inflazione».

    È la sua seconda dichiarazione di grande impatto politico ed economico. La prima fu nel luglio 2012 quando disse «faremo tutto quello che è necessario» per difendere l’euro dagli attacchi speculativi internazionali. In entrambi i casi è chiaro che non si riferisce a giochi interni all’Europa ma a forze politiche di oltreoceano.

    Riteniamo che sulla questione del crollo dei prezzi delle commodity ed in particolare di quello del petrolio sia doveroso fare qualche approfondimento. Innanzitutto il prezzo del petrolio è stato più volte, per non dire sempre, oggetto sia di grandi operazioni speculative che di interventi e decisioni di interesse squisitamente geopolitico.

    In quest’ottica va letto l’andamento del prezzo del petrolio. Si ricordi che fino alla metà del 2004 si aggirava intorno ai 40 dollari al barile. Nel 2006 salì a 70 dollari, a luglio del 2008 raggiunse i 145 dollari. A fine 2008 precipitò a 30 dollari, per poi risalire a 110 nel 2011. Dal 2014 il prezzo è sceso fino ai circa 30 dollari attuali.

    In generale i prezzi riflettono una situazione di deflazione a seguito della globale recessione economica con la generale riduzione delle produzioni e dei commerci. Ma è altrettanto vero che un tale ‘ottovolante’ non può rappresentare l’andamento reale della domanda e dell’offerta!

    Dal 2014, oltre alla speculazione, si è attivata una vasta e pericolosa strategia geopolitica, guidata dell’Arabia Saudita ed avallata dagli Usa, tesa a far precipitare il prezzo del petrolio, aumentandone la produzione, per indebolire l’Iran e la Russia.

    Le dinamiche dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime sono anche collegate al “male profondo” dell’economia mondiale che si chiama “bolla del debito”.

    Il crollo dei prezzi si è accompagnato ad un alto indebitamento delle imprese leader nel settore delle commodity, del petrolio in particolare. Si considerino le imprese americane del settore dello shale gas e le varie corporation petrolifere dei Paesi emergenti, che hanno largamente attinto risorse finanziarie sia dal settore bancario che sul mercato obbligazionario. I dati parlano chiaro.

    Le imprese impegnate nei settori del petrolio e del gas che nel 2006 avevano sottoscritto prestiti bancari per 600 miliardi di dollari, nel 2014 ne contavano ben 1.600 miliardi. Un aumento del 13% annuo. Le stesse imprese, spesso attraverso l’utilizzo di filiali offshore, hanno fortemente aumentato anche le loro emissioni di obbligazioni, passando dai 455 miliardi nel 2006 ai 1.400 miliardi di bond nel 2014. Un aumento annuo del 15%.

    L’emissione di obbligazioni nel periodo indicato è aumentata del 13% in Russia, del 25% in Brasile e del 31% in Cina. È appena il caso di ricordare che in questo lasso di tempo le imprese petrolifere dei Paesi emergenti hanno contribuito con grandi dividendi ai bilanci dei rispettivi governi. Perciò la drastica caduta dei prezzi sta mandando in crisi anche i budget pubblici di molti Paesi.

    L’attuale basso prezzo del petrolio sta generando una serie di conseguenze. In primo luogo, essendo i titoli azionari e obbligazionari delle imprese petrolifere collegati al prezzo del petrolio, i loro valori di mercato ne stanno inevitabilmente risentendo. Inoltre con la diminuzione dei profitti è cresciuto il rischio dei dissesti e dei fallimenti oltre che il costo degli eventuali finanziamenti richiesti. Ad esempio, il tasso di interesse di un’obbligazione petrolifera che era di 330 punti nel giugno 2014 oggi è salita a 1.600 punti. Aumenti simili si sono registrati anche per i credit default swap, quei derivati sottoscritti per garantirsi contro le variazioni dei tassi di interesse.

 

 

Una seconda inevitabile conseguenza è la progressiva mancanza di liquidità per le imprese petrolifere coinvolte. Per farvi fronte inizialmente si aumenta la produzione con l’intento di mantenere un flusso di cassa attivo, ma spesso si è costretti a una riduzione degli investimenti o alla dismissione di parte del patrimonio dell’azienda.

    Una terza conseguenza, la più rischiosa, si manifesta nella tendenza ad aumentare la vendita di future petroliferi e di acquisti di derivati put option come garanzie sull’andamento dei prezzi. Di fatto ogni aumento dei future petroliferi tende a saturare ulteriormente il mercato contribuendo alla discesa del prezzo del petrolio. In una fase di caduta del prezzo, la speculazione gioca al ribasso: si vende, sulla carta, a 100 oggi per ricomprare domani a 90. Il contrario di quanto succedeva nei periodi di crescita del prezzo quando si comprava un derivato a 100 per venderlo a 110 alla scadenza, partecipando così all’esplosione dei prezzi.

    È un meccanismo perverso della finanza, del debito e della speculazione. Non si possono immaginare soluzioni efficaci alle gravi distorsioni del sistema senza rivederne l’architettura.

    Tale urgenza, secondo noi, non è più eludibile in quanto irresponsabilmente si ripropongono vecchie tesi di geopolitica che vedono solo nella guerra o in una grande e diffusa destabilizzazione "l’occasione" per determinare l’aumento del prezzo del petrolio e delle altre commodity.

    

        

SPIGOLATURE 

 

Infanzia rubata

E bruciata

 

di Renzo Balmelli 

 

SCHIAVI. Ogni anno il 12 febbraio si celebra la Giornata inter­na­zionale contro lo sfruttamento dei bambini soldato. L'impegno è lode­vole anche se talvolta scivola via un po' troppo in sordina per una ma­ni­festazione che considerando l'estrema gravità del fenomeno me­ri­te­rebbe un maggiore risalto mediatico. Difatti nonostante la Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, la ricorrenza è funestata dai drammatici dati sui casi di minorenni assol­da­ti da eserciti regolari o irregolari e da individui privi di scrupoli che ne fanno oggetto di un turpe mercato di esseri umani. Centinaia di mi­glia­ia di ragazzine e ragazzini strappati alle loro famiglie e impiegati come soldati, schiave sessuali, stuprate o adibiti a lavori faticosi, se sfug­gono alla morte subiscono traumi dai quali non si riprenderanno mai per tutta la vita. La piaga infernale dall'infanzia rubata e bruciata è in aumento in tanti Paesi africani ma anche in alcuni dell'Asia e del Sud­­america malgrado gli strumenti a disposizione del Diritto interna­zio­nale di cui i responsabili di violenze inenarrabili ridono senza ritegno.

 

ASTUZIA. Quanto sono insistenti i seguaci di Schwarzenbach, il politico di Zurigo che detestava i "Gastarbeiter" meridionali. Insistenti nel rovistare tra gli istinti più riposti per ricavarne vantaggi elettorali. In vista del prossimo affondo hanno nel mirino il referendum per l'espulsione dei criminali stranieri, problema serio di per sé già rego­la­to da leggi severissime, che però nelle loro mani diventa una poten­tis­si­ma "arma di distrazione di massa". Con diabolica astuzia gli strateghi del fronte populista elvetico hanno partorito un mostriciattolo giuridico di facile suggestione che non serve a nulla tranne che ad alimentare la cul­tura del sospetto. Intuendo la pericolosità del testo che antepone la giu­stizia punitiva a quella giusta in barba ai Diritti umani, Parlamento, go­verno e ampi settori della società civile vi si oppongono con fer­mezza. Ma in un clima continentale sempre più brutalmente xenofobo e contagioso, la partita per il NO si fa ostica. Sotto l'occhio dell'Europa e il tifo della vociante galassia "lepenista", si vota a fine febbraio di un anno bisesto che nella tradizione popolare fa rima con funesto.

 

RICORDO. Verissimo e inconfutabile: l'emigrazione italiana nella Confederazione elvetica è una storia di successo; un successo però non regalato, ma conquistato a caro prezzo. Nel corso degli anni, dalla tragedia di Mattamark a molte altre rimaste impunite, tante sono le pagine di una grandiosa vicenda umana scritte con l'inchiostro del dolore. Lungo è l'elenco degli emigranti restituiti alle famiglie in una cassa di legno tra mortificanti lungaggini burocratiche per vedere riconosciuti i propri diritti. Col passare del tempo gli anniversari provvedono a fare in modo che su quei drammi non cada la patina dell'oblio. Mezzo secolo fa la località di Robiei, nel cantone Ticino, fu teatro di una delle peggiori disgrazie che abbia colpito i cantieri di montagna. Nella galleria della diga rimasero imprigionate 17 persone, due pompieri svizzeri e 15 lavoratori italiani, asfissiati dalla mancanza di ossigeno. Non fu la fatalità, ma l'avere scordato che si aspettavano braccia ed erano arrivati uomini. I loro nomi scolpiti sulla lapide ricordano ai posteri il sacrificio dei caduti sul lavoro che hanno contribuito in modo esemplare a costruire il benessere del Paese.

 

TELEFONO. E' già stata definita la " telefonata della guerra fredda", ossia più formale che sostanziale, quella intercorsa tra Putin e Obama per rendere meno cupo il futuro della Siria. Nell'ottica diplomatica, il brusco ritorno alla terminologia del passato già evocata dal premier russo Dimitri Medvedev, in effetti non promette nulla di buono se non nuovi i temporali. La Russia a Damasco c'è e fa sapere di volere restarci, mentre le relazioni tra Washington e Mosca rimangono imbrigliate dalle divergenze di fondo sulle modalità per arrivare al cessate il fuoco. Intanto la diplomazia balbetta, limitandosi ad applicare un cerotto del tutto inadatto a cicatrizzare la spaventosa ferita che in quella regione ha innescato la più grave tragedia umanitaria del secolo. Ad Aleppo, splendida città distrutta e senza vita, migliaia di persone fuggono dalle bombe di origine sospetta, dalle armi stupide che fanno strage di civili e aggravano le sofferenze della popolazione anziché debellare il terrorismo.

 

PACE. Se non fosse irriverente verrebbe da dire: non è mai troppo tar­di. Agli occhi del profano tuttavia non risulta facile capire come mai due Chiese importanti come quella cattolica e ortodossa che affidano la loro missione alla riconciliazione tra i popoli, abbiano deciso soltanto oggi di andare oltre un millennio di incomprensioni e divisioni per tro­va­re un comune terreno d'intesa sulle calamità che sconvolgono il mon­do. Mille anni non sono una bazzecola. Stando alla prima im­pres­sio­ne, pare vi sia un senso di urgenza dettato dalla gravità della si­tua­zio­ne nel vertice cubano di Papa Francesco e del Patriarca Kirill, fi­nal­men­te non più ingabbiato negli antichi dogmi. Superati gli steccati, ciò che più conta ora è l'esortazione a non lasciare cadere il tavolo ne­go­zia­le per porre fine al dramma che si sta consumando in Medio Orien­te. Per dare un senso compiuto al messaggio dell'Avana, capitale che do­po la caduta dell'embargo è sempre più crocevia di storiche ini­zia­tive, è però indispensabile che il processo avviato in questi giorni dia ri­sposte all'odissea di tutti, dei cristiani e dei fedeli di altre religioni, an­ch'essi vittime del caos e dei soprusi. Prima appunto che sia troppo tardi. 

 ATTACCO. A dieci mesi dalle presidenziali, la destra repubblicana sta rendendo impossibile la vita a Obama scatenandogli addosso il fuoco incrociato del livore. Tutta la bile accumulata nei due mandati ormai prossimi alla fine di colui che i suoi rivali considerano "l'intruso di colore nella Stanza ovale", ora travolge gli argini senza nessun riguardo per la dignità della funzione. La parola d'ordine nel giro di Trump consiste nel negare al Presidente le sue prerogative con metodi che vengono considerati un attacco senza precedenti se non addirittura un oltraggio all'esecutivo. L'ennesima sfida ruota attorno al braccio di ferro per l'eredità di Antonin Scalia, il giudice italo-americano scomparso a 79 anni, che da ultra conservatore ha favorito tra l'altro la nascita di movimenti radicali come il Tea Party. Dall'esito del confronto politico-istituzionale che Obama è determinato a condurre senza farsi imporre umilianti diktat, forse capiremo meglio come sarà il volto dell'America quando avrà scelto il nuovo inquilino della Casa Bianca.

 

ANALOGIE. Per uno strano, ma non casuale concorso di circostanze, la bufera che ha investito la sanità lombarda riporta alla memoria le vicende legate agli anni di Tangentopoli. Anche Mani pulite ebbe inizio nelle corsie del Pio Albergo Trivulzio che gestiva case di cura e ospedali per anziani il cui direttore venne colto con le mani nel sacco mentre intascava mazzette. Questa volta nel nuovo scandalo che si abbatte sulla Regione Lombardia e che ha portato a numerosi arresti eccellenti è finito in manette un alto papavero leghista che si fregiava del titolo di padre della riforma sanitaria, tuttavia senza spiegare come. Le gravissime accuse puntano il dito contro il potere politico usato come strumento per accumulare ricchezze attraverso un sistema chiamato "Spectre", un nome in codice irriverente e più che azzeccato dietro il quale scorrevano fumi di danaro illecito. Insomma come ai tempi di Tangentopoli il vizio della illegalità, carico di analogie con il passato, arriva come una mazzata che rischia di vanificare la ripresa morale e materiale avviata dal successo dell'Esposizione universale.

 

DISCORDIA. Solleva parecchie inquietudini in Svizzera la prospettiva invero poco rassicurante di vedere il San Gottardo trasformato in un groviera pieno di buchi in seguito alla paventata realizzazione di un altro tunnel autostradale. La sorte del progetto miliardario che fa gola a molti, è legata al referendum di fine mese sul quale pesano molte incognite, tanto da essere già chiamato il traforo della discordia. La vastità del cantiere, destinato a stravolgere gli equilibri ambientali, pone infatti serie ipoteche sulla salvaguardia del delicato eco-sistema alpino, già oggi sottoposto a carichi pesantissimi. Con quattro corsie a disposizione incombe la minaccia di creare una prateria di cemento sulla quale finiranno con lo scorrazzare mandrie di bisonti motorizzati. Uno scenario da incubo in stridente contrasto con la posta in palio se l'intento è invece quello di consegnare alle future generazioni un mondo sano, intatto, grazie a una politica dei trasporti rispettosa dell'ambiente e non solo al servizio dell'economia.

   

        

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Legge Madia, a rischio

anche l'acqua pubblica

 

Il decreto attuativo sui servizi pubblici locali previsto dalla 'riforma', secondo la Cgil, contiene indicazioni che di fatto annullerebbero l'esito del referendum del 2011. “Subito una legge di recepimento dell'esito referendario”

 

L'acqua pubblica in Italia è a rischio. Così come la volontà popolare espressa da oltre ventisette milioni di cittadini in occasione del referendum del 2011.  E' quanto denuncia la Cgil, criticando aspramente il decreto attuativo sui servizi pubblici locali, previsto dalla 'legge Madia'.

    Il testo non ancora ufficiale e attualmente in circolazione, infatti, secondo quanto affermano i segretari confederali del sindacato di Corso d'Italia Danilo Barbi e Fabrizio Solari, contiene indicazioni che di fatto annullerebbero l'esito del referendum: l'esclusione del servizio idrico dalla gestione in economia e il tentativo di inserire norme in materia di tariffe, in contrasto con l'esito referendario”.

     “Riteniamo - sottolineano Barbi e Solari - che il servizio idrico debba essere posto nelle condizioni che le comunità locali, appartenenti allo stesso bacino idrografico, abbiano la possibilità di poter disporre anche di una gestione in economia del bene comune quale è l'acqua”.

     “Pur consapevoli della necessità di completare il riordino della disciplina dei servizi pubblici locali, che devono diventare sempre più competitivi e di livello economico e garantire i bisogni dei cittadini nella loro comunità locale - avvertono i segretari confederali - contrasteremo l'approvazione di quei punti del testo unico palesemente in contrasto con i risultati del referendum”.

    La Cgil, quindi, si attiverà per sostenere l'approvazione di una legge di recepimento dell'esito referendario, “non solo per far sì che venga rispettato il risultato giuridico, ma anche e soprattutto per il valore politico e culturale che rappresenta”.

   

        

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

UE: comunità o contratto?

 

Il premier Renzi ha riferito ieri alle Camere in vista del Consiglio europeo di oggi. "Sul tavolo del consiglio Ue – ha detto il premier – ci sono vari dossier, dal referendum inglese all’immigrazione. Ma il fil rouge è uno: se nei prossimi anni l’Europa torna ad essere comunità o se sarà solo un contratto". Duro scontro con l'ex premier Monti.

(Roma, 17.2.2016) Parlare dei guai altrui per non affrontare i propri. Sembra un po’ questa la strategia del Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che ieri ha riferito al Senato in vista del Consiglio europeo di oggi che ha per tema la situazione esplosiva dei rifugiati (esplosiva per la coesione dell’Ue) e il prossimo referendum in Gran Bretagna sulla permanenza nell’Unione.

    Quanto alla Brexit, il Presidente del Consiglio si è detto convinto che occorra "fare ogni sforzo per far restare la Gran Bretagna". Renzi ha messo in guardia dal dare "un segnale di controtendenza di portata storica" come se già non ve ne fossero a iosa, aggiungendo però che "non dobbiamo accettare pedissequamente le richieste di Londra. Noi siamo per un compromesso e la lettera di Tusk va in questa direzione. C’è da fare e da discutere e lo faremo, certo i paletti a cui l’Italia debba attenersi è a mio avviso la centralità dell’euro, bisogna rafforzare con forza la direzione dell’Europa".

    Sul tema dei rifugiati, al pari della Cancelliera Merkel, anche Renzi chiederà che si arrivi a una normativa europea unitaria sul diritto di asilo: "L’Ue è nata quando i muri sono stati abbattuti e se questo non lo dice una generazione di leader zigzaganti che si preoccupa più dei consenso che del momento storico, toccherà a noi italiani dire che l’Europa è nata non per arginare il mondo che sta fuori, ma come un luogo entusiasmante in cui attirare la parte migliore del mondo e se ciò non accade esiste un problema Europa e noi come italiani abbiamo il dovere e diritto di segnalarlo".

    (Il guaio è però che, al di là della retorica, l’Italia, come la Grecia, rischia di finire stritolata dal ritorno delle frontiere che varrebbero solo per noi trasformandoci in un imbuto per i disperati in fuga dalle guerre e dalla povertà.)

    Non può essere l’Italia da sola a fare i rimpatri, ma deve pensarci l’Europa, ha spiegato Renzi sottolineando (come se fosse una cosa facile e non praticamente impossibile) che "chi non ha diritto all’accoglienza va rimandato a casa".

    Tra i Paesi europei l’Italia risulta essere quello che ha fatto più rimpatri, eppure "è opinione condivisa che non siano sufficienti". Deve esserci un diritto unico di asilo – è la proposta che verrà condivisa da Roma – perché non è possibile avere regole separate.

    Ma oggi la vera questione in Europa “riguarda la prima e la seconda banca tedesca", ha detto Renzi riferendosi soprattutto ai guai della Deutsche Bank e anticipando l’argomento che utilizzerà per frenare l’ipotesi di un ‘tetto’ ai Titoli di Stato custoditi nelle riserve delle banche, ipotesi che spaventa non poco il Governo per la quantità di Bot, Btp ecc. nei forzieri dei nostri istituti di credito.

     "Noi porremo il veto su qualsiasi tentativo di tetto alla presenza di titoli di Stato nelle banche… Saremo senza cedimento di una coerenza e forza esemplare", ha aggiunto Renzi ricordando polemicamente che "la vera questione delle banche in Europa è la questione enorme che riguarda la prima e la seconda banca tedesca. Faccio il ‘tifo’ per loro, ma il dato di fatto è che anziché occuparci dei titoli di stato italiani bisogna avere la forza di dire che nella pancia di molte banche europee c’è un eccesso di derivati e titoli tossici".

    In effetti, la Deutsche Bank, che fino alla settimana scorsa aveva perso da inizio anno il 40% alla Borsa di Francoforte per l’innalzamento a livelli esorbitanti dei premi sui derivati, ha registrato un vero e proprio tracollo cui aveva fatto seguito l’annuncio da parte dell’istituto tedesco del riacquisto di parte del proprio debito per un valore di circa 5 miliardi di euro, un decimo di quello circolante.

    Il Presidente del Consiglio ha poi ripetuto i soliti concetti sull’Europa, l’austerity, la flessibilità e le riforme. "Dire che non basta più una politica solo incentrata sull’austerity e che si occupa in modo discutibile di banche e non di sociale significa essere coerenti con la storia dell’Italia e dire anche un po’ di verità. Al Consiglio parleremo di tante cose, ma il fil rouge è uno: capire se nei prossimi anni l’Europa torna ad essere comunità o se sarà solo un contratto".

    Dura la replica all'ex premier Monti che in Senato aveva ammonito Renzi dall'uso di toni e condotte irrituali in Europa al solo scopo di ottenere mezzi punti percentuali di flessibilità laddove occorrerebbe "decuplicare le forze" per ridurre l'evasione fiscale "Solo chi non vuole vedere, può giudicare la nostra la posizione in Ue come quella di chi batte i pugni sul tavolo per ottenere un decimale in più. Il decimale in più ce lo possiamo prendere: abbiamo il deficit più basso negli ultimi dieci anni, siamo terzi dopo Germania e Olanda per contenimento del debito", ha detto Renzi. (Roma, 17.2.2016 / Avanti!/ADL)

 

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Da l’Unità online

http://www.unita.tv/

 

La situazione in Turchia

 

I curdo-siriani negano ogni coinvolgimento nell’attacco di Ankara

 

di Maddalena Carlino

 

Stamane un’esplosione ha colpito un convoglio militare nel Sud-est della Turchia. E’ di almeno sei soldati morti il bilancio delle vittime di questo attacco contro un convoglio militare turco avvenuto a Diyarbakir, principale località delle regioni meridionali a maggioranza curda: lo hanno reso noto le autorità turche, attribuendo la responsabilità dell’attentato al Partito Curdo dei Lavoratori. A far saltare in aria il convoglio è stata una mina fatta detonare a distanza alle 9:40 locali da sospetti membri del Pkk. Attacchi del genere contro i soldati sono stati compiuti diverse volte negli ultimi mesi nel sud-est della Turchia, dopo che la scorsa estate è riesploso il conflitto tra Ankara e i combattenti curdi.

    Intanto le autorità turche non hanno dubbi: a commettere l’attacco di ieri nel centro di Ankara, sarebbe stato un membro delle milizie curdo-siriane Ypg in coordinamento con i guerriglieri del Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan). La polizia turca avrebbe identificato l’autore dell’attentato suicida: si tratterebbe di in un cittadino siriano entrato di recente in Turchia come profugo e ritenuto vicino alle milizie curde attive in Siria. Lo ha dichiarato il premier turco Ahmet Davutoglu durante una conferenza stampa nella sede dello Stato maggiore dell’esercito.

    Accuse rispedite al mittente. Il leader dei curdi-siriani Salih Muslim ha negato ogni responsabilità del gruppo o del suo braccio armato Ypg. “La realtà è che nessuna nostra unità è  coinvolta e ha niente a che fare con le esplosioni”, ha detto Muslim. Anche il Pkk si era dichiarato estraneo all’attacco, aggiungendo però che “potrebbe essere stata una rappresaglia per i massacri in Kurdistan”.

    Tensioni su cui è intervenuto anche il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni che, incontrando ad Atene il presidente della Repubblica greca Prokopis Paulopoulos, ha detto L’Italia “condanna i nuovi gravissimi attacchi terroristici in Turchia di ieri ed oggi, che rendono ancora più seria la minaccia contro cui dobbiamo combattere”.

   

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FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

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SU RAI STORIA

 

“Pietro Nenni, Anima socialista”

 

Il 9 febbraio 1891 nasce Pietro Nenni, uno dei protagonisti del Novecento italiano e della sua politica, con una lunga militanza socialista. A lui “Italiani”, il programma di Rai Cultura con Paolo Mieli dedica il documentario di Enrico Salvatori “Pietro Nenni – Anima socialista”, in onda martedì16 febbraio alle ore 21.30.

    Il racconto parte dal fatidico 1956, l’anno della scelta di Nenni della rottura con Mosca e con i comunisti italiani a seguito dell’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria. Si avviano le convergenze parallele con la DC di Moro e Fanfani, che porteranno alla grande stagione del centrosinistra.

    E c’è anche, a ritroso, il Nenni delle origini: nato in una famiglia di contadini inurbati, è testimone fin da bambino, degli sconvolgimenti sociali della fine secolo, i moti del 1898 e il regicidio del 1900. Repubblicano prima della Grande Guerra, socialista militante poi, vive in Francia gli anni dell’esilio fascista, divenendo uno dei punti di riferimento del movimento antifascista internazionale, Spagna compresa.

    Nel 1943 viene arrestato in Francia e dopo un passaggio in Germania viene consegnato dalla Gastapo alla polizia italiana e tradotto nelle carceri italiane fino al confino a Ponza. Scarcerato con la caduta del fascismo, è animatore della lotta partigiana e uno dei protagonisti della ricostruzione democratica dell’Italia che riassume nella frase: “O la Costituente e la Repubblica o il caos”.

    È figura di spicco anche dopo i suoi ottant’anni, vivendo una tenace maturità politica, dimostrata fino all’ultimo: apre la VIII legislatura del 20 giugno 1979, per evitare che sia un senatore neofascista a farlo, prima di morire la notte del 1° gennaio 1980.

    Il film è arricchito dai documenti dell’Archivio storico della Fondazione Nenni e dalle testimonianze di Giuseppe Tamburrano, biografo e presidente emerito della Fondazione (1985-2015); Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Nenni dal 2015; Paolo Mattera, storico del socialismo italiano; e Maria Vittoria Tomassi, nipote di Pietro Nenni e figlia della quartogenita Luciana.

       

Bello. Ma ancora più bello sarebbe se la Rai consentisse al pubblico

di rivedere il documentario sul suo sito internet.  – La red dell’ADL

        

    

Convegno di Mondoperaio

www.avantionline.it/

 

O la Repubblica o il caos

 

Nel febbraio di settant’anni fa, fu la scelta di Pietro Nenni ad essere decisiva perché il governo convocasse, contestualmente alla già prevista elezione dell’Assemblea costituente, il referendum popolare sulla forma istituzionale dello Stato. Fino ad allora l’opzione delle sinistre era favorevole ad attribuire la scelta fra Monarchia e Repubblica alla stessa Assemblea costituente, mentre gli Alleati preferivano che a pronunciarsi fosse il popolo. La scelta del referendum sulla Repubblica e il ruolo di Pietro Nenni, sono al centro di un convegno organizzato dalla rivista Mondoperaio presso la biblioteca del Senato. Al convegno – O la Repubblica o il caos. Pietro Nenni e la fondazione della Repubblica italiana – sono intervenuti Riccardo Nencini, Luigi Covatta, Piero Craveri, Ugo Intini, Cesare Pinelli. Presenti Pia Locatelli, capogruppo dei Psi alla Camera e il deputato socialista Oreste Pastorelli.

 

di Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio

 

La sera del 2 giugno 1946 Nenni la passò da solo, a casa sua, leggendo un libro di Arthur Koestler. Lo colpirono le battute di due detenuti politici che confrontavano le rispettive concezioni del senso dell’onore. Per il primo l’onore era “vivere e morire per le proprie convinzioni”. Per l’altro “rendersi utile senza vanità”. Nenni annota: “Sento alla maniera del primo, penso come il secondo”… Chissà se la nostra Repubblica sarebbe mai nata senza il suo sentimento e senza il suo pensiero?

    Senza il suo sentimento, certo: perché la fede repubblicana, come sappiamo, era per Nenni una specie di a priori. Ma soprattutto senza il suo pensiero. “O la Repubblica o il caos”, per esempio, non era una minaccia insurrezionalista, come dicevano i monarchici più settari. Al contrario, era la sintesi del lucido ragionamento di uno statista al quale, fortunatamente, non mancava neanche una marcata dimensione tribunizia.

    È il ragionamento che Nenni fece proprio settant’anni fa, alla vigilia di quel 25 febbraio in cui il governo, innanzitutto per merito suo, decise di convocare, contestualmente alle elezioni per l’Assemblea costituente, un referendum popolare per scegliere la forma istituzionale dello Stato.

 

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La decisione, come sappiamo, non era scontata. Le sinistre, in particolare, preferivano lasciare la scelta all’Assemblea, nel timore di una deriva plebiscitaria a favore della monarchia. Ma Nenni, pur sapendo che per i monarchici il referendum era “un sostituto del plebiscito”, osservò che poteva “anche divenire un’altra cosa, se contestuale alle elezioni per la Costituente”. E soprattutto ammonì che il prolungarsi delle polemiche in seno al governo avrebbe potuto determinare “un sussulto della piazza contro le nostre lentezze e diatribe”: senza escludere “l’intervento degli Alleati, e forse un intervento non soltanto politico”.

    Questo significava, in quel mese di febbraio di settant’anni fa, “O la Repubblica o il caos”. E significava anche che ad evitare il caos non avrebbe comunque potuto provvedere una dinastia che aveva tradito la fiducia del popolo per quasi vent’anni, dal 10 giugno del 1924 all’8 settembre del 1943. E pazienza se ora Umberto gli mandava a dire che la monarchia britannica poteva sopportare un governo socialista, mentre nella Repubblica italiana l’egemonia sarebbe inevitabilmente toccata alla Dc. E pazienza anche se Maria Josè faceva sapere che il 2 giugno avrebbe votato per Saragat.

    Fin d’allora il giudizio politico di Nenni trascendeva le ragioni partigiane per privilegiare la stabilità del sistema politico. E perciò, quando nacque la Repubblica e l’Avanti! titolò giustamente “Grazie Nenni”, Ignazio Silone non volle celebrare una gloria di partito, ma la salvezza e la rinascita della nazione..

    Non è quindi un caso che una delle prime iniziative per celebrare il 70° anniversario della Repubblica sia stata presa dalla rivista fondata da Pietro Nenni: una rivista che anche ora, nel suo piccolo e dopo tanti disastri, cerca di tenersi lontana dal parocchialismo e si sforza di contribuire al rinnovamento ed al consolidamento della nostra democrazia.

    Ovviamente questa iniziativa non sarà l’unica che prenderemo. Per il 2 giugno usciremo con un numero speciale in cui cercheremo anche di capire per quali motivi e attraverso quali percorsi una Repubblica che era nata come alternativa al caos ora rischia di precipitare a sua volta nel caos. E per tutto questo settantesimo anno dell’Italia repubblicana scandiremo le tappe del percorso che abbiamo alle spalle: senza cedere a nostalgie o a recriminazioni: ma senza cedere nemmeno ad un “presentismo” senza memoria che giorno dopo giorno sta erodendo le fondamenta della nostra stessa identità nazionale.

 

MondOperaio - http://www.mondoperaio.net/

           

                

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

    

Lettera dai deputati del PD estero

 

PER UN MUSEO

DELL’EMIGRAZIONE

 

Il Ministro per i beni culturali e il turismo Dario Franceschini ha manifestato l’intento di rilanciare il Museo nazionale dell’emigrazione italiana, spostando presso il Museo del Mare a Genova i materiali attualmente esposti a Roma presso il Vittoriano e facendo della città ligure il luogo simbolo della diaspora italiana nel mondo.

    Ricordiamo che il Museo fu ideato e finanziato nel 2007 dal Governo Prodi e istituito, su volere del Vice Ministro per gli italiani all’estero Franco Danieli, con decreto del Ministro degli esteri Massimo D’Alema. L’idea progettuale dalla quale esso è nato è stata di quella di superare il ritardo che l’Italia aveva accumulato in questo campo, pur essendo uno dei maggiori Paesi di emigrazione, e di collegare l’istituzione museale alla transizione che l’Italia sta vivendo da storica e ancora attiva realtà di emigrazione a realtà anche di immigrazione, anzi a fondamentale snodo dell’immigrazione in Europa.

    Questa ipotesi, con la caduta del Governo Prodi e l’avvento del Governo di centrodestra, fu ridimensionata e trasformata in una esposizione documentaria, per altro in locali di notevole valenza simbolica ma limitati e inadatti, dello sviluppo diacronico dell’emigrazione italiana, con un’appendice finale relativa all’arrivo degli stranieri in Italia.

    A livello parlamentare abbiamo fatto vivere l’ispirazione e il diverso respiro del progetto iniziale presentando un disegno di legge per la trasformazione dell’attuali museo in Museo nazionale delle migrazioni, al quale abbiamo affiancato un secondo disegno di legge sull’insegnamento multidisciplinare delle migrazioni nelle scuole, con riferimento all’autonomia di programmazione formativa degli istituti.

    Per avere un confronto su queste essenziali questioni di impostazione del progetto relativo al Museo dell’emigrazione, l’On. Marco Fedi, accompagnato dal Prof. Norberto Lombardi, a suo tempo uno dei promotori dell’istituzione del museo, si è incontrato per conto degli eletti all’estero del PD con il Capo della Segreteria tecnica del MIBACT, Dott.ssa Giorgia Floriani e altri funzionari.

    L’On. Fedi ha preso atto dei significativi passi in avanti che l’operazione sta facendo a livello istituzionale, con il coinvolgimento, oltre che del MIBACT e del Ministero degli esteri, titolare del Museo, della Regione Liguria, del Comune di Genova e della locale Università. In vista dell’apertura della fase di definizione scientifica del progetto, ha sottolineato tre aspetti essenziali: quello di avere una proposta museale che incorpori gli aspetti dell’emigrazione, vecchia e nuova, degli italiani e, nello stesso tempo, la formazione nel nostro Paese di consistenti comunità di migranti; quello di non limitarsi ad un taglio tradizionalmente espositivo ma di concepire un sistema a rete che si avvalga delle risorse della multimedialità e valorizzi il grande patrimonio di conoscenze e rappresentazioni presente tanto nei musei e nei centri di ricerca specializzati italiani che nelle più importanti istituzioni museali internazionali; quello di dare il giusto risalto al grande esodo meridionale, alla più recente emigrazione in Europa e alle forme di mobilità che si stanno sviluppando negli ultimi anni.

    L’incontro si è concluso con l’impegno ad avere ulteriori momenti di approfondimento con l’obiettivo di giungere ad un progetto di ampio respiro e coerente con il forte sviluppo dei fenomeni migratori. 

 

I deputati del PD estero

Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi

  

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

 

 

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