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[Diritti] ADL 160310 - Alla prova



Title: Der Tag - SPIEGEL ONLINE Newsletter

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., organizzazione socialista italiana all'estero fondata nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

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e-Settimanale - inviato oggi a 45964 utenti – Zurigo, 10 marzo 2016

  

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IPSE DIXIT

 

Socialdemocrazie alla prova - «Ancora a settembre, Stefan Löfven, premier socialdemocratico della tollerante Svezia (prima in Europa per numero di rifugiati), aveva bacchettato l’ultradestra di casa sua: “Noi accogliamo chi fugge dalle guerre! Il nostro Paese non costruisce muri, apre porte!”. Poche settimane (e ottantamila profughi) dopo, alla vigilia della chiusura del ponte di Öresund, ha dovuto spiegare in lacrime agli svedesi esasperati ciò che loro già temevano: “Non ce la facciamo più, dobbiamo rimettere i controlli alle frontiere”.

    Lo scorso ottobre Werner Faymann, cancelliere socialdemocratico austriaco, visitando due campi di rifugiati in Grecia, commosse Tsipras… e attaccò Viktor Orbàn, il premier ungherese xenofobo sospettato di derive fascistoidi… A fine gennaio ha rotto con la Merkel (troppo buonista) e messo in cantina Schengen, vagheggiando il “muro del Brennero”. Ieri, al vertice di Bruxelles… Faymann s’è trovato accanto a Orbàn in un asse “neoasburgico”, anzi, schiacciato sotto di lui, nell’invocare “la chiusura di tutte le rotte, anche quella balcanica”». – Goffredo Buccini

 

   

Da l’Unità online

http://www.unita.tv/

 

Pittella: “L’accordo con la

Turchia va fatto ma niente ricatti”

 

Il presidente del gruppo S&D al Parlamento europeo parla del vertice europeo dei leader socialisti in programma a Parigi.

 

VAI AL VIDEO

       

       

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    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

    

    

EDITORIALE

 

Un Bolero sperabilmente incompiuto

 

Mi è capitato di rivedere su YouTube "Allegro non troppo", il capolavoro d'animazione realizzato da Bruno Bozzetto nel 1976, il cui pezzo forte arriva al 27° minuto con il "Bolero di Ravel": due anni di lavoro al tavolo da disegno per realizzare tredici minuti e mezzo di “cartoni animati” sulla cui falsariga seguono alcune riflessioni.

 

di Andrea Ermano

 

Dentro al Bolero c'è un meccanismo che funziona in modo abbastanza elementare: è il meccanismo del "salto di qualità". Di seguito non fornirò un commento all’animazione di Bozzetto, che invito comunque a riguardare (vedi Allegro non troppo), ma cercherò di delineare la struttura del “salto di qualità”, con parole mie e in forma diciamo attualizzata.

    All'inizio del "salto di qualità" c'è un accumulo di qualcosa che a un certo punto si trasforma in qualcos'altro. Per esempio, qualcuno all'interno di una famiglia viene compatito: poverino/a. Dopo un po', chi veniva compatito – poverino/a, poveretto/a, poveraccio/a – inizia a essere deriso. Accade magari solo per scaricare qualche tensione interna, ma è un primo “salto di qualità”.

    Poi, il disprezzo iniziale, fatto di sguardi obliqui e mezze frasi, si trasforma in forme più o meno larvate di scherno, quindi in esclusione affettiva, o peggio.

    Di qui in poi avviene un altro “salto di qualità”, quello dei “giochi psicotici nella famiglia" analizzati in un bel libro pubblicato nel 1988 da Mara Salvini Palazzoli, Stefano Cirillo, Matteo Selvini e Anna Maria Sorrentino.

    Qualcosa di simile può tracimare dalla famiglia a comunità più vaste come il gruppo degli amici, una scuola, la città in cui si vive o la società cosiddetta civile dove non mancano mai intere categorie di persone declassate. Primi fra tutti i "poveri", che compongono la maggioranza del genere umano, senza dimenticare le donne, cioè la metà del genere umano.

    In ogni epoca storica, a qualsiasi grado di latitudine e longitudine i poveri e le donne costituiscono la parte svantaggiata e discriminata di ogni società tradizionale. Non si contano le angherie e le persecuzioni cui queste due grandi componenti dell’umanità sono state sottoposte.

    Dopo la Seconda guerra mondiale la situazione è migliorata nelle società post-tradizionali dell’Occidente, con l'avvio delle politiche di “perequazione” e “parità”. Politiche che però oggi vengono violentemente attaccate, per un verso dagli anarco-capitalisti alla Trump e per l'altro verso dai fondamentalisti di ogni ordine e grado.

 

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Immagine tratta da "Allegro non

troppo" di Bruno Bozzetto (1976)

 

 

Un'altra categoria umana tradizionalmente oggetto di pregiudizi è quella degli "stranieri".

    Le persone straniere possono appartenere a una di queste sei differenti catego­­rie: 1) "brava gente che se ne sta a casa sua", 2) "ospiti di riguardo", 3) "lavoratori ospiti", 4) "profughi", 5) "immigrati clandestini", 6) "potenziali terroristi infiltrati".

    Soprattutto nei confronti dei “lavoratori ospiti” non si contano le piccole o grandi vessazioni direttamente o indirettamente finalizzate a fare sì che loro e i loro figli rimangano il più a lungo possibile prigionieri della loro condizione di non-cittadinanza, ossia svantaggiati sotto il profilo economico e umano.

    Non può qui mancare un cenno alla vessazione di stato che viene praticata in Svizzera tramite gli innumerevoli referendum propositivi che da decenni si susseguono a ritmo regolare e che si risolvono in lunghe sequele di insolenze più o meno aperte, più o meno paternaliste, contro gli stranieri ivi residenti. Periodicamente, per mesi e settimane si discute con minuzia implacabile di “inforestieramenti”, di “minareti” o di “pecore nere straniere”, tutte cose che non devono contaminare la linda Confederazione Elvetica. E l’etere pullula di dibattiti televisivi discettanti sul perché e sul percome, cui fanno eco i berci da birreria, le chiacchiere da strada, le mormorazioni da pianerottolo.

    E nessuno sembra accorgersi dei figli dei "lavoratori ospiti" che – mentre i loro babbi babbioni si dannano l'anima per garantirgli un improbabile futuro migliore – vengono invece esposti alla velenosa atmosfera xenofoba. E così, in nome della "democrazia diretta", viene istillata in quelle testoline un semplice dogma: essere stranieri è una colpa!

    A confronto di ciò, i Leghisti e Pentastellati nostrani fanno una figura da magliari, loro che devono contentarsi di propaganda xenofoba spicciola e non accedono (per ora) al formidabile strumento dei referendum propositivi.

    Ma le parole sono pietre, potenziali fomentatrici di “salti di qualità”. È accaduto che taluni – lo rileva Philippe Lacoue-Labarthe – usassero insultare gli Ebrei d'Europa con appellativi come "insetti", "parassiti"… Senonché accadde poi che quegli stessi calunniatori finissero per “prendere alla lettera" le loro stesse parole nella pazzescamente criminale adozione dei gas insetticidi più idonei a uscir di metafora, di senno e d'ogni umanità.

 

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Oltre la metafora: il gas insetticida “Zyklon B”

ritrovato nel campo di sterminio di Auschwitz

 

 

I popoli stranieri. Si suddividono in tre categorie: 1) "amici", 2) "nemici" e 3) "molto lontani". Un tempo si credeva che solo gli “amici” e i “nemici” potessero mutare classificazione (con il mutare delle situazioni geopolitiche) e che la categoria dei "molto lontani" si conservasse invece inalterabile. Con il progresso della civiltà tecnica si è tuttavia constatato un assottigliamento di questa categoria, che va ormai scomparendo, sicché tutti i popoli tendono ad avvicinarsi gli uni agli altri imboccando quindi il bivio: o “amici” o “nemici”.

    C'è chi sogna il prevalere dell'amicizia, come nei versi de L'Inno alla gioia di Schiller/Beethoven ("Tutti gli uomini diventano fratelli / dove la tua ala soave freme", vedi flash mob con L'Inno alla gioia), ma secondo Huntington, teorico dello "scontro delle civiltà", l'inimicizia potrebbe prevalere. È il pessimismo della ragione contro ottimismo della volontà…

    Le categorie di "amico" e "nemico" si combinano con lo specifico livello di "civilizzazione" appartenente a ciascun popolo, una grandezza, questa della "civilizzazione", misurabile sulla base di parametri molto vari e variabili.

    Più un popolo è percepito con sentimenti d'inimicizia da un altro popolo, tanto più questo tenderà a retrocederlo non solo dal girone degli “amici” in quello dei “nemici” (ovvio), ma anche da quello dei “civilizzati” in quello dei “barbarici” (meno ovvio). Agli occhi di parte delle élites occidentali appaiono “barbarici”, o giù di lì, praticamente tutti i popoli di più antica civiltà. Viceversa, per quei popoli i barbari siamo noi.

    Fin qui i “salti di qualità” nei rapporti tra popoli sono due e conducono dalla condizione di “straniero” a quella di “barbaro”, e poi ancora da questa alla condizione di “nemico”.

    Giunti alla figura del nemico, s’innescano ulteriori “salti di qualità”: a) la guerra fredda, b) la guerra combattuta per interposta fazione in paesi terzi, c) il conflitto frontale, ma regolato dalle Convenzioni di Ginevra; d) la guerra volta all'annientamento totale del nemico, detta anche genocidio.

    Questa brevissima storia dei "salti di qualità" in forma di Bolero può servirci a considerare, dunque, che ciascuno di noi porta una sua responsabilità, piccola o grande che sia. Perché dalle nevrosi familiari alla discriminazione sociale, dalle persecuzioni razziali alla guerra civile (e oltre) il meccanismo del “salto di qualità” ci conduce esattamente al luogo in cui siamo: la soglia di una terza guerra mondiale, sia pure combattuta "a pezzetti".

    E su questi temi mi permetterei di segnalare l'intervento dell'ex ministro degli esteri Emma Bonino (vai al video con Bonino su Radio Radicale) al 3º Festival di Limes, nonché il dialogo-intervista con Romano Prodi condotto dal direttore di Limes Lucio Caracciolo (vai al video con Prodi e Carcciolo su Radio Radicale).

    Tornando a noi, appare evidente che ogni livello d'ingiustizia, e cioè di conflitto, può alimentare, quando non determinare, un “salto di qualità” al rango superiore del conflitto e dell’ingiustizia.

    Durante il Novecento quasi tutti i possibili “salti di qualità” sono stati percorsi e consumati. Con esiti catastrofici, a dir poco.

    L’unico salto di qualità non ancora esperito potrebbe essere solo una guerra di sterminio mondiale suicida-omnicida.

    Lasciateci, dunque, sperare (e contribuire a fare sì) che questo terribile Bolero rimanga un’opera incompiuta.

       

   

Lettera da Milano

 

La mia intervista al “Fatto TV”

sull’Italicum al vaglio della Consulta

 

L’Italikum sarà cancellato perché la Corte non può smentire se stessa. Cerco di illustrare questa tesi in una videointervista a Il Fatto Quotidiano che inviterei i lettori dell’ADL a guardare.

 

Vai alla videointervista

 

Mi pare importante leggere gli 84 commenti riportati sotto l’intervista, specialmente quelli tecnici, per capire quanta disinformazione circola.

 

Un cordiale saluto

Felice C. Besostri

 

  

 

Lettera da Roma

 

Il mio viaggio a Londra e a Bredford

 

A Londra incontro con i giovani “emigrati” e a Bedford con la “vecchia emigrazione”.

 

Venerdì sera a Londra, all’assemblea organizzata dal Circolo del Partito democratico, guidato dal Segretario Roberto Stasi, sabato a Bedford per intervenire nel pomeriggio ad un incontro pubblico e in serata alla grande festa degli amici dell’Associazione Molisana. La missione ha assunto un particolare significato politico per il contesto nella quale si è svolta.

    Oltre agli argomenti di politica italiana e a quelli che riguardano in particolare le misure per gli italiani all’estero, mi sono trovato inevitabilmente di fronte al tema che ha acceso il dibattito politico nel Paese: la decisione del governo conservatore di David Cameron di indire il referendum che il 23 giugno 2016 porterà i cittadini del Regno Unito a votare se restare o uscire dall’Unione europea. Un evento che i nostri connazionali vivono con un certo timore per le conseguenze che un’eventuale uscita potrà determinare.

    Mi ha fatto molto piacere sapere che il Pd inglese è già impegnato contro la Brexit, come ha sottolineato il Presidente del Circolo londinese Massimo Ungaro. Il Pd all’estero è così: battersi per l’Europa, per una nuova Europa!

 

Un cordiale saluto

On. Gianni Farina

 

  

    

SPIGOLATURE 

 

L'IMPERO È FINITO,

STATE IN PACE

 

di Renzo Balmelli

 

SCIABOLE. Già erano scarse le speranze di normalizzare la situazione in Libia, nazione devastata dal terrorismo, dalle bande armate e da un groviglio di interessi inconfessabili. La tragica fine di due ostaggi italiani e l'avventurosa quanto misteriosa liberazione di altri due, le ha praticamente ridotte al lumicino. Il Paese, culla di una millenaria civiltà, oggi è una mina vagante, priva di un governo affidabile, in una regione tra le più pericolose dell'aerea mediterranea. A mo' di rappresaglia qualche esaltato e belluino nostalgico dell'impero sognava di rivivere i fasti della fascinosa Gea della Garisenda che glorificava l'impresa coloniale italiana in Libia intonando "Tripoli, bel suol d'amor", coperta solamente da una bandiera tricolore. Ma il tempo di Lady Godiva e del tintinnar di sciabole a cavallo di un bianco destriero è finito. Quindi state in pace: la guerra non è un videogioco.

 

DECLINO. Coniato dall'analista Jim O'Neill, l'acronimo BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) divenne in breve sinonimo di boom grazie in particolare all'effetto Lula, il Presidente brasiliano figlio di analfabeti che dopo essere stato la stella di un'epoca felice è passato dagli altari alla polvere. Da ruggente qual era, l'economia emergente latino-americana – e non solo – si è trovata avvolta nelle spire della crisi, mentre il tornitore sindacalista che aveva saputo stregare il mondo al di sopra degli steccati ideologici è finito sotto indagine per corruzione come un qualsiasi politicante. Colui che ha fatto uscire dalla miseria milioni di diseredati, il Castro di Rio meglio del Castro dell'Avana come è stato definito, ora si accinge ad affrontare il giudizio della storia con la sola compagnia della "saudade", la malinconia che sovente accompagna il declino del mito.

 

LIMITI. In attesa del "Brexit" di giugno che deciderà se l'UE così come la conosciamo avrà ancora un futuro, oppure se inizierà la sua lenta, inesorabile parcellizzazione, l'Europa, onde verificare la solidità o meno della sua coesione, si misura con la Turchia, ancora lontana dai parametri richiesti per essere accolta nella casa comune, ma non avara di pretese. Ankara difatti alza la posta sui migranti, esige più aiuti dal fondo di solidarietà, però nicchia sulla libertà di stampa, conditio sine qua non posta sul tavolo dei negoziati dal governo di Roma. Qualsiasi revisione del Trattato di Dublino non può esimersi dal rispetto dei fondamentali diritti democratici dell'Unione, inclusa la libertà dei media quale elemento non negoziabile e caposaldo etico prima ancora che politico della sua ragion d'essere. Che Palazzo Charlemagne sia il luogo dei compromessi è risaputo, ma non oltre certi limiti.

 

BRIVIDO. Piccoli Trump crescono. All'ombra del "frontrunner" che l'America tremare fa e manda in tilt i repubblicani moderati (ma ci sono ancora?), in Europa sta crescendo una corposa pattuglia di "trumpisti" che fremono all'idea di vederlo alla Casa Bianca. Sperano infatti di aggiungere le sue alle loro già poco gloriose gesta per formare un asse transatlantico col "lepenismo" made in USA. Il loro sostegno è netto, chiaro, senza giri di parole. "Gli Stati Uniti e il mondo – dicono – hanno bisogno di Trump. Questo è il momento dei confini, dell'esclusione, non dell'accoglienza". Da brivido! Quale sia la summa del pensiero divulgato dal tycon delle primarie è documentato dal video che lo ritrae mentre inveisce contro una donna di colore cacciata dal suo comizio a Louisville, nel Kentucky, e che ha mandato in visibilio i fan puri e duri dell'emarginazione. Quest'ultima cosa non è solo un poco, ma molto preoccupante.

 

RIPOSTIGLI. Sull'onda dei corsi e ricorsi, già in altre circostanze il mondo politico di Washington si è trovato a fare i conti con candidati alla Trump. Ad esempio il repubblicano Barry Goldwater ben sintonizzato, all'epoca, sulle onde di Joseph McCarthy, il fanatico epuratore dei "comunisti" al quale bastava un tocco di rosa per vedere trame rosse ovunque, nei gangli della cultura e dello spettacolo. Nel 1964 Goldwater, ex senatore dell'Arizona, riuscì a strappare l'investitura per la Casa Bianca, ma sia lui sia il suo partito uscirono a pezzi dal confronto con i democratici. Nonostante le sconfitte è curioso notare come gli ultra-conservatori non demordano ed escano dai loro ripostigli quando negli States soffia il vento del rinnovamento: quella portato dai Kennedy e adesso da Obama, ieri come oggi invisi all'America profonda e reazionaria che fa la spesa dall'armaiolo. Coincidenza niente affatto casuale!

 

INGIUSTIZIA. A cavallo tra varie definizioni, tutte ispirate però a un sentimento di disobbedienza e ribellione, l'anarchia fin dall'antichità greca ha dato vita a una gamma di movimenti e linee di pensiero che spaziano da Tolstoj a Bakunin, su, su, fino ai filosofi contemporanei. Nel mondo moderno la figura di maggior spicco è l'americano Noam Chomsky, teorico della comunicazione, sostenitore di Bernie Sanders e noto esponente del pensiero socialista libertario, spesso citato per le sue opinioni in contrasto alla destra demagogica del Tea Party. "Una delle ragioni principali per cui sono anarchico – ha detto a un suo discepolo – è che odio l'ingiustizia, la prepotenza e la falsità. Non voglio comandare né essere comandato e mi schiero sempre dalla parte dei più deboli". Ossia, per essere attuali, di coloro che oggi formano il dolente corteo dei migranti.

   

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

    

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Mobilitazione in Francia

 

Giornata di mobilitazione nazionale, ieri (9 marzo), in Francia contro il progetto di legge sul lavoro che ha acceso le proteste di sinistra e sindacati. Per il presidente Francois Hollande e il premier Manuel Valls si tratta di un test decisivo, a quattordici mesi dalla corsa all'Eliseo del 2017.

 

Ostili alla riforma del lavoro, sindacati, lavoratori e studenti sono scesi in strada in tutta il paese, sperando di piegare il governo socialista. Secondo la stampa francese, già si contano 300 km di code nell'Ile de France e numerosi licei fermi. Alla mobilitazione dei giovani si aggiunge infatti anche lo sciopero dei dipendenti di treni (Sncf) e metro (Ratp).

Si tratta della prima delle tre proteste previste nelle prossime settimane contro il progetto di riforma del lavoro voluto dall'esecutivo del premier, una riforma che i sindacati considerano un passo indietro nei diritti dei lavoratori. 

Le organizzazioni giovanili e i sindacati hanno quindi convocato manifestazioni in tutto il paese. La marcia è il preludio della grande manifestazione e dello sciopero generale organizzato per il 31 marzo e della protesta del prossimo 12 aprile per mettere pressione al governo durante gli appuntamenti di concertazione bilaterale che si terranno questa settimana e la prossima. 

Si allunga, quindi, l'ombra del 2006, quando la rivolta degli studenti costrinse il governo, all'epoca guidato da Dominique de Villepin, a ritirare il Cpe, il contratto di primo impiego che doveva consentire licenziamenti più flessibili.

La pressione sull'esecutivo, in ferretti, aumenta di giorno in giorno. Su internet, la petizione 'Loi travail: non merci' ('Legge lavoro: no grazie') ha già superato un milione di firme. Otto sindacati (Cgt, Fo, Fsu, Solidaires, insieme alle sigle sociali studentesche Unef, Sgl, Unl e Fidl) chiedono il ritiro immediato del testo. Mentre martedì, da Venezia, Hollande ha cercato di placare gli animi dicendo che si tratta solo della bozza di un progetto di legge. 

Anche se inizialmente il progetto doveva essere approvato oggi, l'esecutivo, consapevole della mancanza di appoggio, ha rinviato di due settimane l'adozione del testo per darsi il tempo di negoziare con i sindacati e gli imprenditori. 

   

    

ECONOMIA

 

Shanghai G20: allarme crisi sistemica

 

Il summit dei ministri delle finanze e dei banchieri centrali del G20, recentemente tenutosi a Shanghai, ha dato un messaggio preoccupante sul futuro dell’economia e della finanza globale, riconoscendo apertamente che le politiche adottate dopo la grande crisi non stanno producendo i risultati desiderati.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

“La politica monetaria da sola non riesce a promuovere una crescita bilanciata”, è scritto nella dichiarazione finale del G20 recentemente tenutosi a Shanghai: “Al fine di rafforzare la crescita, l’occupazione e la fiducia” occorre un programma coordinato di stimoli attraverso “l’uso flessibile della politica fiscale”.

    Sono solo enunciazioni di buona volontà. Mancano azioni concordate e progetti reali di rilancio dell’economia. Nel contempo vi è una lunga lista di preoccupate dichiarazioni come “eccesso di volatilità, movimenti disordinati sui mercati dei cambi, pesante caduta nei prezzi delle commodity, accresciute tensioni geopolitiche, rischi di revisione al ribasso delle aspettative economiche globali”.

    Il dato è che l’altalena dei mercati, purtroppo, continua mentre i governi e le economie procedono in ordine sparso, ognuno per proprio conto e anche in aperta competizione sia sul fronte monetario che finanziario.

    Perciò è assai interessante il fatto che negli ultimi giorni alcuni dei maggiori attori economici, attivi durante la crisi del 2007-8, abbiano espresso pubblicamente i loro dubbi sulle attuali strategie economiche e finanziarie.

    Mervyn King, governatore della Bank of England nel periodo 2003-2013, ha recentemente affermato che “le maggiori banche dei più grandi centri finanziari del mondo avanzato hanno fallito, provocando un crollo generalizzato della fiducia e la più grave recessione dopo quella degli anni trenta. Come è successo? E’ stato il fallimento degli uomini, delle istituzioni o delle idee? Se non si comprendono le cause sottostanti alla crisi non capiremo mai quello che è successo e saremo incapaci di prevenire una sua ripetizione e di sostenere una vera ripresa delle nostre economie”.

    Persino Alan Greenspan, che per vent’anni ha governato la Federal Reserve fino alla vigilia della crisi, ha ammesso che la riforma finanziaria americana, conosciuta come la legge Dodd-Frank, ha fallito. “Avrebbe dovuto affrontare i problemi che avevano portato alla crisi del 2008, ma non lo sta facendo. Le banche ‘too big to fail’ erano la questione cruciale allora e lo sono anche adesso. Gli investimenti nei settori reali sono molto al di sotto della media perché l’incertezza sul futuro continua a dominare.” Purtroppo è così.

    Infatti molti indicatori dimostrano che la finanza sta pericolosamente operando con il vecchio schema del ‘business as usual’. Ad esempio, un recente studio del Credit Suisse prova che il mercato globale del ‘leveraged finance’, dopo la contrazione registratasi a seguito della crisi, è ritornato ai suoi massimi livelli. Il ‘leveraged finance’ comporta l’accensione di prestiti sulla base di un capitale minimo dato in garanzia (la famosa leva del debito) per acquistare titoli, soprattutto prodotti finanziari ad alto rischio come i derivati. In pratica si scommette prevedendo un guadagno superiore ai costi del capitale preso a prestito. Sono tutte operazioni fatte dalle grandi banche!

    Nel periodo 2011-14 questo mercato a livello mondiale è cresciuto del 42%. L’esposizione delle banche europee è anch’essa aumentata, anche se in dimensioni minori, del 16%. Nel 2014 le banche europee hanno incassato ben 5 miliardi di dollari con tali operazioni speculative.

    E’ riconosciuto da tutti, a cominciare dalle banche centrali e dalle altre agenzie di controllo, che, nonostante siano consapevoli dell’enorme rischiosità dei citati giochi finanziari, continuano ad astenersi dall’intervenire. Sono anche il frutto amaro della politica del tasso di interesse zero che oggettivamente spinge sui facili sentieri della speculazione.

    Ancora una volta quindi il G20 ha concluso i propri lavori predicando rigore ma con un negativo e clamoroso nulla di fatto che consente il solito ‘laissez-faire’.

   

    

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Zaatari e Idomeni,

l’inferno dei profughi siriani

 

L’Unicef ha provocatoriamente rivolto un invito ai governanti europei: svolgere il prossimo vertice non in qualche grande e ben riscaldata hall di una capitale del Vecchio Continente, ma lì, a Idomeni che “sprofonda nel fango”

 

di Carlo Correr

 

La guerra civile in Siria, cui indirettamente hanno partecipato Francia, Gran Bretagna e, in misura minore gli Stati Uniti, per deporre Bashir Assad non solo non ha prodotto i risultati sperati, ma al contrario ha finito per rafforzare il regime, far crescere l’influenza dell’Isis, della Russia e alimentare un flusso ininterrotto di umanità in fuga dalla fame e dalla violenza. Sono non meno di quattro milioni i profughi siriani in fuga; di questi oggi ce ne sono circa due milioni scappati nella vicina Turchia, oltre un milione nel piccolissimo Libano e oltre 600 mila in Giordania. Il tragico fenomeno dei migranti che sta stressando l’Unione Europea e la sta portando sull’orlo del collasso politico, sta causando problemi ben più gravi nei Paesi immediatamente coinvolti dalle ondate migratorie.

    Giordania. Il campo di Zaatari - Chiunque voglia davvero avvicinarsi alla comprensione del problema dovrebbe vedere anche le immagini di questo documentario della Bbc, con riprese aeree del campo profughi di Zaatari. Il campo, situato nel nord della Giordania e inesistente prima della guerra civile in Siria, ‘ospita’ circa 83 mila rifugiati. Guardando le immagini non ci vuole davvero molto per capire cosa può voler dire vivere in questa baraccopoli in mezzo al deserto e quale possa essere la forza terribile della disperazione che spinge uomini, donne, vecchi e bambini a rischiare la vita per venire in Europa.

    Zaatari oggi è una piccola invivibile cittadina, la cui popolazione, si stima è composta per la metà da bambini e non è neppure il più grande dei campi profughi esistenti oggi; anzi, si è ridotto nelle sue terribili dimensioni perché per un certo periodo, fino all’apertura di un altro campo – quello di Azraq – è arrivato a ospitare 156 mila persone. La Giordania, un Paese che ha una popolazione di appena 5, 9 milioni di abitanti, da solo ha accolto 1 milione e mezzo di profughi dalla Siria, praticamente 3 volte quelli accolti dall’intera Europa nel solo 2015.

 

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Il campo profughi di Zaatari in Giordania

 

Grecia. Il campo di Idomeni - Altre immagini vengono dalla Grecia, dal campo di Idomeni, dove ci sono circa 15 mila profughi in attesa di passare la frontiera per imboccare la via balcanica, quella che può portarli nel nord Europa. Freddo e pioggia hanno reso, se possibile, ancora più invivibile drammatica la loro esistenza con il campo che si è trasformato in una enorme pozza di fango.

 

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Il campo profughi di Idomeni in Grecia

 

Non a caso l’Unicef ha provocatoriamente rivolto un invito ai governanti europei, quello di far svolgere il prossimo vertice non in qualche grande e ben riscaldata hall di una capitale del Vecchio Continente, ma lì, a Idomeni che “sprofonda nel fango”.

    “Lo stesso rischio – ricorda Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia – che corre l’Europa. Migliaia di bambini e bambine, ci raccontano le cronache, vivono da giorni a Idomeni tra fango, melma, pioggia e freddo, in ripari di fortuna con altissimi rischi di malattie e morte. Dobbiamo impedirlo. Non ci sono più parole per definire questa situazione”.

 

Vai al sito dell’avantionline

       

                

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

Sul ballatoio

 

"Non so perché l'ho fatto" – "Non so perché lo ha fatto"

 

di Blogghino

 

Lunedì sera, Bruno Vespa, con uno scatto da centometrista, ha ospitato nello studio di Porta a Porta, Valter Foffo padre di Manuel, il ventinovenne che insieme a un amico, con una crudeltà che ha pochi precedenti, ha ammazzato il ventitreenne Luca Varani.

    Scelta a dir poco discutibile. E anche un po' offensiva soprattutto nei confronti di altri genitori, quelli della vittima.

    Ma al di là dell'inopportunità della scelta, le dichiarazioni del signor Foffo sollecitano qualche interrogativo sull'immagine che abbiamo dei nostri figli e, soprattutto, sui modi in cui la costruiamo nella nostra mente.

    Tanto per cominciare, a parere del padre, il ragazzo sarebbe “intelligentissimo”, ben oltre la media. A parte i criteri utilizzati per queste complesse misurazioni, risulta che a ventinove anni fosse uno studente di giurisprudenza abbondantemente fuoricorso. E' probabile che la sua intelligenza, Manuel la utilizzasse in altra (evidentemente tragica) maniera ma forse bisognerebbe essere più prudenti a distribuire patenti di genialità anche se il gratificato è un nostro strettissimo parente. Anche perché, nel frattempo, da un altro studio l'avvocato annunciava la richiesta di una perizia psichiatrica.

    Per il signor Foffo, Manuel era un ragazzo modello, senza problemi. Anche qui, una affermazione a dir poco temeraria visto che era in cura da uno psicologo a causa di una certa frequentazione con l'alcol.

    La droga, infine: il ragazzo ha confessato di fare uso di cocaina da dieci anni; il padre è caduto dalle nuvole. Domanda: ma i due, negli ultimi vent'anni di frequentazione familiare, si sono mai incrociati, anche solo sul ballatoio?

 

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Immagine tratta dal film "Nodo alla

gola" di Alfred Hitchcock (1948)

 

        

Da CRITICA LIBERALE

riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Tutti dicono:

“Ministro unico”

 

Per qualche giorno su alcuni giornali italiani è stato in vigore un gioco tutto italiano del “tu sei d’accordo con il ministro del tesoro unico europeo?”. E ovviamente la maggior parte delle persone che hanno partecipato al gioco ha risposto: “siiiii”. 

 

di Giovanni La Torre

 

Si è trattato di un tipico atteggiamento italiano di trasformare tutto in sfoggio di dichiarazioni meramente verbali cui poi non segue nulla in concreto, perché alle parole non corrispondono quasi mai intenzioni reali, e meno ancora “fatti”. 

    Ricordo che nel periodo più nero della crisi del debito italiano, nel 2011 con l’allegra coppia Berlusconi – Tremonti al timone dell’Italia e con quest’ultimo che invocava la ciambella degli eurobond per non affogare, il ministro delle finanze tedesco Schauble rilasciò un’intervista a un giornale italiano (mi pare fosse La Stampa) nella quale disse, fra l’altro, che lui e la Merkel avevano più volte e in più occasioni in riunioni ufficiali proposto una maggiore integrazione fra i paesi dell’eurozona con una ulteriore cessione di sovranità, al fine di pervenire a una gestione comune delle finanze pubbliche, ma che avevano incontrato molta freddezza, per non dire netto rifiuto. E allora? Di che cianciavano i ministri dell’epoca? 

    Ma di che cianciano anche i ministri di oggi, con Renzi e Padoan in testa. Questi a parole ovviamente si sono detti d’accordo con l’idea del ministro del tesoro unico, e lo hanno anche scritto nel position paper inviato a Bruxelles nei giorni scorsi, ma sono certo che in cuor loro tutto vogliono tranne che questo. Avere un ministro unico dell’eurozona vuol dire cedere la maggior parte del portafoglio nazionale, altrimenti è impossibile fare una politica comune. E cedere il portafoglio vuol dire cedere la sovranità negli indirizzi da dare alla spesa pubblica, nella gestione degli appalti pubblici, nella gestione delle entrate tributarie. Una volta compiuto quel passo chi avrebbe poi il coraggio di dire alle Coop, a Comunione e Liberazione, alle grandi ditte che vivono sugli appalti pubblici, tutti soggetti prosperanti in un sistema ad alta corruzione, e il cui maggiore know how è quello di sapersi districare nei meandri e nei vicoli del traffico delle tangenti, che le gare non verranno più gestite in modo compiacente dagli italiani, come fatto finora, ma da soggetti europei? Chi avrebbe il coraggio di dire a partitini come quello di Alfano e Lupi, che vivono solo in quanto attaccati alla mammella della spesa pubblica, che quella mammella non sarebbe più italiana? Chi andrebbe a dire agli evasori incalliti, finora lusingati e lisciati da tutti i partiti, di destra, di sinistra e di centro, che le tasse le devono pagare? Chi andrebbe a dire ai corrotti, che fin qui hanno sorretto questa classe politica inetta e corrotta essa stessa, che devono restituire i maltolto e scontare in galera il loro ladrocinio? Chi andrebbe a dire ai vari sedicenti banchieri, che in questi anni hanno truffato la fede pubblica e ancora lo fanno, che le loro colpe vanno scontate anche in carcere e non solo patrimonialmente (quando mai dovessero pagare, su cui pure ho seri dubbi). Chi andrebbe a dire ai vari falsificatori di bilancio e truffatori dei piccoli azionisti che le loro colpe vanno scontate in carcere, e non assolte con le prescrizioni? 

    Perché avere un ministro delle finanze unico europeo vuol dire proprio questo, fare una seria lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, al capitalismo truffaldino all’italiana, malattie endemiche della politica e dell’economia italiana, contro le quali nessun partito, e meno che mai quello odierno di Renzi, ha mai combattuto seriamente o abbia intenzione di farlo. E io sono certo che la Germania sarebbe la prima a dire di sì a un ministro delle finanze unico, ma solo se fatto seriamente e non con la riserva mentale che tanto noi italiani siamo bravi a far fessi il prossimo, e quindi faremmo fesso anche il futuro ministro unico. Solo dopo aver messo insieme tutte le cose di cui si è detto si potrà parlare di messa in comune dei rischi e dei debiti, ma prima sarebbe la solita via di fuga che penalizzerebbe tutti, compresi i paesi “salvati”. E sarebbe l’ennesima “furbata” italiana in cui però, è ora che ce ne rendiamo conto, ormai non ci casca più nessuno.  

 

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L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

    

Segnalazione

 

‘Ritorno al Socialismo’

 

Convegno di “Convergenza Socialista”

 

Sabato 19 Marzo 2016, dalle ore 10.30
Teatro Petrolini, Via Rubattino, 5, Roma

 

Relazione di Manuel Santoro, Segretario nazionale di Convergenza Socialista

Interverrà il Sen. Paolo Bagnoli, Presidente della Federazione per il Socialismo

 

Dibattito aperto!

Siete tutti invitati ad intervenire.

 

Convergenza Socialista

http://convergenzasocialista.com/

 

Forum

http://convergenzasocialista.forumfree.it/

  

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

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