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[Diritti] Referendum. Una partita con dadi truccati



Referendum. Una partita con dadi truccati
Dare una delega in bianco non è saggio, per chi ha scelto di essere
protagonista e non mera pedina.
In occasione dei referendum molti pretendono di trovarsi di fronte
all'eccezione che conferma la regola. Ma è proprio cosi?
I referendum sono diversi dalle “normali” consultazioni elettorali?
Molti, pure molto lucidi di fronte ai meccanismi di ricambio delle élite
in forma democratica, scommettono sull'istituto referendario convinti di
dare legittimazione più ampia alle lotte.
C'è chi si spinge a sostenere che il referendum sia uno strumento capace
di ridare smalto alla stessa democrazia delegata. Un meccanismo che
celebra la forza dei numeri ed ignora le ragioni di chi vive un
territorio. La democrazia celebra la libertà formale ma nega quella
sostanziale, garantendo a pochi l'accesso alla risorse di tutti, tutelando
la proprietà privata, garantendo il profitto di pochi a discapito dei più.
Tra i corifei della democrazia tradita si annidano vecchi arnesi della
politica istituzionale a caccia di rilegittimazione all'interno di quegli
stessi movimenti, che quando potevano, non hanno esitato a scaricare.
Nel movimento No Tav tutti ricordano i partiti della sinistra radicale
mietere voti, per scoprire che usavano la delega ricevuta per sostenere
avventure belliche, grandi opere, e... la nuova linea ad alta velocità tra
Torino e Lyon.
Purtroppo in questi anni settori importanti del movimento contro il
supertreno sono scesi da un cavallo per salire su di un altro. In nome del
realismo. Tanto realisti da aver preso, ancora una volta, una sonora
cantonata. Con una differenza. Dopo la vittoriosa rivolta popolare del
2005, per provare ad incastrare il movimento, il governo mise su un
tavolino pieno di doni. Oggi ai nuovi amministratori dialoganti butta a
malapena un piatto di lenticchie fredde.

Il referendum sulla durata delle concessioni governative per le
trivellazioni petrolifere in mare rischia di essere un altro foglio di
carta moschicida in cui lasciare irragionevolmente le zampe.
La democrazia è un gioco con carte truccate. Il referendum non è da meno.
I referendum abrogano una legge o un suo articolo o comma, senza avere il
potere di sostituirla. Il potere legislativo è e resta nelle mani del
parlamento e delle maggioranze che ne hanno determinato gli orientamenti
prima del referendum e torneranno a farlo dopo il referendum.
Il referendum è l'unica forma di consultazione democratica per la quale è
richiesto il raggiungimento del quorum. Si può eleggere il parlamento e
quindi il governo del paese sulla base del voto di meno della metà di
quelli che ne hanno diritto che diventano ancora meno nel gioco delle
percentuali, ma non si può cancellare – l'istituto referendario è
meramente abrogativo – un semplice articolo di legge.
Un gioco tutto a favore del banco.
I referendum “vittoriosi” sono molto pochi. Quelli celebri sulle leggi sul
divorzio e sull'aborto sono stati promossi da chi voleva cancellare norme
che regolamentavano due pratiche vietate in precedenza. Dal punto di vista
di chi li ha promossi quei referendum sono stati una sconfitta. Fu il
colpo di coda clericale di fronte ad una società profondamente mutata, non
disponibile a rinunciare al riconoscimento formale di libertà prima
negate.
Il matrimonio era una condanna a vita, i figli fuori dal matrimonio erano
figli di NN, le donne che abortivano a rischio della vita erano
considerate e trattate da criminali.
I partiti cattolici erano stati sconfitti all'interno della società: il
risultato referendario era in fondo scontato.

Molto più di recente il referendum sull'acqua, mosso da una forte spinta
popolare, da decine di comitati locali, che hanno consentito sia la
raccolta delle firme sia il raggiungimento del quorum e la vittoria
nell'urna, si è trasformato in un secchio bucato da cui l'acqua è defluita
nelle tasche dei soliti noti.
Il movimento per l'acqua “pubblica”, in realtà per l'acqua “statale”, è
stato fatto a pezzi quando la vittoria nel referendum è durata meno di un
palloncino alla fiera del paese.
Persino quando si “vince” si rischia di perdere tutto. I due referendum
sul nucleare hanno avuto esito positivo, perché disastri nucleari di
Chernobyl e Fukushima, sono scoppiati nelle urne come bombe atomiche.

I fautori dell'avventura referendaria mettono l'accento sul valore
simbolico del pronunciamento sulle concessioni petrolifere, un valore che
travalica il quesito in se.
Probabilmente hanno ragione. Peccato che se verranno sconfitti nell'urna
questa vittoria legittimerà ogni ulteriore mossa della lobby del petrolio.
Se dovessero portare a casa il risultato, l'arroganza del governo
nell'ignorare il referendum sull'acqua, dovrebbe bastare ad evitare
l'inganno.
Se la forza dei movimenti imponesse nuove regole del gioco, dando una
ripulita alle carte, cambierebbe davvero qualcosa?
Ben poco. La legittimità di una scelta non dipende da una maggioranza
numerica, ma dalla capacità di confronto territoriale, su piccola scala,
all'interno di comunità che si autogovernano, avocando a se la facoltà
decisionale, espropriata da ogni dimensione centralista, statuale, forte
solo della violenza di polizia ed esercito.

Per quanto ci riguarda il 17 aprile è un giorno come un altro.
Non vogliamo delegare a nessuno le nostre vite, il mare, le montagne, la
nostra libertà.
In ogni dove ci sono appuntamenti di lotta, solidarietà, autogestione.
In ogni dove ci sono occasioni da cogliere, percorsi da costruire, spazi
da liberare. Ogni giorno.
m. m.

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