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[Diritti] ADL 160609 - Radio 3 Mondo



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., organizzazione socialista italiana all'estero fondata nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

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e-Settimanale - inviato oggi a 45964 utenti – Zurigo, 9 giugno 2016

 

NUMERO SPECIALE DEDICATO AD ANDREA “ANDY” ROCCHELLI

 

  

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Radio 3 Mondo

 

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Andy Rocchelli: quale verità?

 

Chi si ricorda di Andy Rocchelli, il giovane fotografo italiano che il 24 maggio del 2014 perse la vita in Ucraina? Due anni fa a Sloviansk, mentre era in corso l'offensiva dell'esercito ucraino, che avrebbe por­tato alla riconquista della città in mano ai filo-russi, Andy Rocchelli era lì, insieme all'interprete Andrey Mironov. A due anni di distanza le circostanze sulla sua morte rimangono ancora poco chiare. Nel frat­tem­po la sua famiglia continua a lottare per la ricerca della verità. La storia di Rocchelli oggi ricorda la storia di Giulio Regeni, entrambi mor­ti in nome della verità. - Nella puntata di giovedì 26 maggio alle 11.00 Roberto Zichittella ne hanno parlato con Rino ed Elisa Roc­chelli, genitori di Andy Rocchelli. >>> Vai all’audio della puntata

 

 

Confessione Reporter

 

Il servizio di Stella Pende a “Confessione Reporter”

 

Stella Pende è partita in Ucraina per cercare giustizia per Andy Rocchelli. Ne è nato un toccante servizio di Confessione Reporter (Rete 4, 6.6.2016) >>> Vai al video del servizio

 

   

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    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

    

        

Per Andrea Rocchelli

 

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Fotografare al modo

di mio figlio Andrea

 

Il testo dell’intervento della madre di Andrea Rocchelli

alla Matinée a lui dedicata presso il Coopi di Zurigo

 

di Elisa Signori

 

Sono stata più volte qui a Zurigo a discutere di storia del Novecento, di antifascismo all’estero, di emigrazione italiana, di Resistenza, ma non avrei mai detto che un giorno mi sarebbe capitato di trovarmici per parlare di fotografie e di un fotografo ucciso due anni fa in Ucraina, mio figlio Andrea Rocchelli. Armato solo della sua macchina fotografica Andrea e il suo amico russo, Andrej Mironov, sono stati bersaglio di un lungo attacco con i mortai a Sloviansk nell’Ucraina nordorientale nel pomeriggio del 24 maggio 2014.

    Non sono un critico fotografico, ma ho visto da vicino il modo di Andrea di essere un fotografo e posso cercare di spiegarlo. Molte tematiche d’interesse coltivate in parallelo, molti, continui viaggi per andare vicino, molto vicino a vedere e capire quanto avveniva: fenomeni di costume in Italia – il velinismo – fenomeni di sfruttamento – i migranti in Calabria – la mercificazione dell’identità femminile – concorsi di bellezza agganciati a ideologie politiche, miss Padania – ma poi rivoluzioni, guerre, persecuzioni. I luoghi: la Libia e la Tunisia della primavera araba, l’Afghanistan, e poi l’Est Europa, Cecenia, Dagestan, Inguscezia, Kirghizistan, Mosca, l’eredità dell’implosione dell’Urss. Scenari drammatici che Andrea indagava con uno sguardo partecipe, dall’interno. Non solo scatti da reporter di guerra, non solo cronaca in presa diretta, ma storie di uomini e donne che quella guerra, rivoluzione, persecuzione vivevano. In qualche modo la violenza più che esibita in sé era riflessa nella dimensione dell’esistenza, dell’esperienza individuale e collettiva.

    Per mantenersi in questi viaggi lavorava per ONG o aveva strategie fantasiose. Come in Russia quando si inventò come fotografo a domicilio e raccolse un’antologia di ritratti femminili sullo sfondo degli ambienti domestici scelti dalle stesse donne fotografate. Tutto era nato dall’incontro simpatetico tra Andrea e molte giovani e meno giovani donne russe, desiderose di avere un bel ritratto, per ragioni e necessità diverse. Scatti a prezzo contenuto, realizzati direttamente a casa, sono stati l’occasione di una esplorazione dell’universo femminile che ha poi assunto gradualmente la valenza di una ricerca antropologica. Volti e contesti, gesti e sguardi, tessuti e arredi compongono un mosaico di atmosfere private e parlano linguaggi di confidente intimità. Ogni scatto coglie il soggetto in una posa spontanea, liberamente assunta mentre racconta al fotografo della propria vita. E gli interni diventano la chiave per interpretare le aspirazioni di chi li vive, li ha scelti o li subisce. I motivi cromatici e gli attributi tattili degli oggetti arricchiscono ogni scena come quinte teatrali e le pagine si aprono come sipari a svelare, e a nascondere, sogni, ambizioni, solitudini. Ne è uscito un libro Russian Interiors, apparso ahimè postumo e le foto sono state premiate dal World Press Photo 2015.

    In Ucraina nel febbraio 2014 si è trovato a documentare la cosiddetta “rivoluzione della dignità” di Maidan, ha vissuto con i manifestanti, li ha ritratti, uomini e donne di tutti i ceti, armati con arnesi da scontro medioevale, ha colto la rabbiosa reazione della polizia, le violenze, fino a trovarsi tra i primi all’epilogo, il vuoto di potere creatosi al vertice con la fuga dell’establishment.

    E in Ucraina è voluto tornare qualche mese più tardi: insieme al suo amico Andrej Mironov, russo, attivista dei diritti umani, raccoglievano testimonianze sulla vita della popolazione civile, li intervistavano, li ritraevano. La serie dei bunker è l’eredità di quei giorni: la guerra è raccontata attraverso le immagini dei bambini rifugiati nei bunker, stipati tra i vasi di sottaceti e di marmellate, terrorizzati dai bombardamenti notturni, dalla perdita dei genitori o dei fratelli colpiti negli attacchi.

    Avevano dei lasciapassare e Andrea fotografava postazioni e trincee che facevano pensare alla guerra di un secolo fa, registrava le parole di chi narrava come il conflitto li avesse sorpresi ignari ed estranei, una guerra voluta altrove, da qualcun altro. La retorica della guerra pa­triottica contro i separatisti s’infrangeva di fronte alle sofferenze di chi della guerra era solo una vittima. Mi disse che stava seguendo la storia di due ragazzi amici sin dall’infanzia che la guerra aveva trasformato in nemici schierati su fronti opposti, pronti a darsi vicendevolmente la morte. Non ho mai visto le immagini di questa storia.

    Cosa è successo il 24 maggio 2014 ormai lo sappiamo. L’alibi della guerra ai confini ha sin qui consentito alle autorità ucraine una strategia elusiva e a tutt’oggi non si dispone nemmeno di una versione ufficiale dell’accaduto. Ma le dichiarazioni rese dai testimoni oculari sopravvissuti – del gruppo si è salvato un giovane fotografo e il taxista – i dati emersi – luogo / ora –, le tracce raccolte da giornalisti scrupolosi e impegnati lasciano pochi dubbi sulla dinamica fattuale e sulle responsabilità, mentre resta ignota la ragione dell’attacco contro giornalisti inermi, come pure la catena di comando che ha scatenato l’attacco contro di loro. Non sono incappati in una scaramuccia tra postazioni nemiche, ma armati solo delle loro macchine fotografiche sono stati oggetto di un fuoco accanito e metodico. Ciò che è accaduto a Andrea Rocchelli è parte di un’ampia casistica, di cui vorrei sottolineare due aspetti.

    È entrata nell’uso la parola freelance per indicare chi come lui girava il mondo senza rete protettiva e senza un contratto fisso con una testata o una rete tv, ma la parola che fa perno sul concetto di libertà è fuorviante. Tutti i fotografi sono stati a forza spinti nello status di free lance dalla rivoluzione digitale che ha cambiato il mondo della stampa e ha destrutturato la loro professione: le testate hanno budget ridotti, usano foto di repertorio, lavorano in velocità, acquistano le foto che i fotografi propongono ma non li assumono, non esiste più la partnership giornalista/fotografo che nei decenni ha scritto la storia del giornalismo e fotogiornalismo nel mondo. Per questo Andrea aveva fondato con altri fotografi il collettivo autonomo Cesura, con l’ambizione dell’indipendenza e l’obiettivo di affermarsi grazie a un lavoro ben fatto. Una strada ardua e coraggiosa percorsa coltivando un’idea alta e eticamente impegnativa del lavoro di testimonianza e di informazione, ben lontana e diversa dalla superficialità stereotipata che ci è offerta dai media.

    L’altra considerazione riguarda l’incolumità dei giornalisti. Non è un caso che giornalisti e fotografi vengano rapiti, siano uccisi selettivamente nei contesti di dittature, di guerre, di violenze. Guerre anomale, non convenzionali e asimmetriche si moltiplicano nel mondo del terzo millennio.

    La terza commissione dell’Assemblea Generale dell’Onu, quella sui diritti umani, ha approvato il 29 novembre 2013 all’unanimità una risoluzione sulla sicurezza dei giornalisti e ha istituito il 2 novembre come Giornata internazionale per porre fine all’impunità dei crimini contro i giornalisti.

    Quando si creano giornate per qualcosa è segno che la situazione è incontrollabile e infatti l’escalation delle morti di fotografi e giornalisti continua, segnalata dai bollettini di Reporter sans frontières. Nel febbraio 2012 ricordo che Andrea andò a Parigi a intervistare la compagna del fotografo francese Remi Ochlik, 28 anni, ucciso da un bombardamento selettivo a Homs in Siria. Vidi la registrazione di quell’incontro, da cui emergeva il fatto che la casa dove erano Ochlik e i suoi colleghi, tra cui un’americana, lei pure uccisa, era nel mirino dei bombardamenti, era un obiettivo messo a fuoco con cura. I testimoni indipendenti, terminazioni del mondo libero esterno, dovevano essere annientati e così è stato. Una sorta di presagio, che mi è tornato in mente due anni più tardi. Ma quando si sparano cannonate contro i giornalisti si spara contro la nostra libertà di informazione, contro il nostro diritto di sapere e capire cosa succede.

    Un fotografo, un giornalista che muore è una voce libera che si spegne, uno sguardo attento e coraggioso che ci viene tolto, che non andrà più per noi a documentare e a raccontare con le immagini la complessità del reale. Senza di loro siamo più indifesi di fronte alle manipolazioni del potere, agli stereotipi, alle ricostruzioni artefatte degli attori interessati. Non possiamo guardare a queste morti come a effetti collaterali e normali dei conflitti. Gli antichi dicevano de re nostra agitur: si tratta di noi.

 

 

Per Andrea Rocchelli

 

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La “troppa verità” di Rocchelli

che dava fastidio ai potenti

 

Il testo dell’intervento di un decano del giornalismo

svizzero alla matinée zurighese per Andrea Rocchelli

 

di Renzo Balmelli

 

Parlare di Andrea Rocchelli in presenza dei genitori è un onore che provoca profonde emozioni nel commemorare la figura di  un collega che si è sempre speso per tutelare la deontologia professionale, senza compromessi.

    Nel rispetto della memoria e nel rammarico per non averlo più tra noi, ciò che sconcerta a due anni dalla sua uccisione è l'assenza di un qualsiasi movente, se non quello della brutale prevaricazione. Il movente di un gesto criminale tanto assurdo. Niente si muove nell'inchiesta e alla domanda perché è morto non c'è risposta. O forse, invece, di risposte ce ne sono, eccome.

    In una sua mail Miriam Lustig, provetta interprete e guida dei vari interventi che hanno contrassegnato l'iniziativa del Coopi, annota che in Andy si avvertiva l'esigenza di un'esperienza diretta quale movente del fotoreporter. A documentarla, questa esigenza, ci sono le immagini che inchiodano i potenti alle loro responsabilità, alle loro viltà, ai loro biechi e inconfessabili interessi. Rocchelli insomma era un testimone scomodo. Nelle sue foto – dicevano i suoi critici – c'era troppa verità. Dava fastidio. Ma di verità non ce n'è mai troppa. La guerra è dura, non solo uccide, ma distrugge anche la dignità dell'uomo; quella dignità che Andrea, refrattario ai comunicati e alle versioni edulcorate, ha cercato di riscattare documentandosi sul posto per raccontare quel che succede, senza filtri, in modo diretto, senza ambigue mediazioni. E andando incontro al sacrificio.

    In quest'ottica il suo giornalismo non era ingessato, non era vittima di preconcetti e ottuse misure, non era omologato, ma capace di intercettare la realtà al servizio appunto della verità e per dare voce a chi ne ha poca o non ne ha del tutto. Un politico italiano, esprimendosi in un altro contesto, ebbe a dire che Casaleggio era morto a causa dei giornalisti. Nella sua veemenza iconoclasta aveva dimenticato che i giornalisti non uccidono, ma caso mai cadono al fronte, al servizio della buona causa. E sono tanti: duemila nel mondo, quasi una trentina in Italia, senza macchia e senza paura, proprio come Andy coraggiosi e determinati, consapevoli dal fatto che il senso più alto e meritorio del loro lavoro compiuto con onestà è un dovere etico e morale per il rispetto della vita umana e per la difesa della libertà nella democrazia.

    Le parole non alleviano il dolore dei suoi cari, ma il ricordo di Andrea Rocchelli e del suo esempio luminoso vivrà in chi lo ha conosciuto e ha condiviso la sua breve e intrepida vicenda umana e professionale tesa a lottare contro le angherie ed i soprusi. Una lezione preziosa che aiuta a guardare avanti.

 

 

Per Andrea Rocchelli

 

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Monumento e documento di

ciò che si vorrebbe “rimosso”

 

La fotografia è proprio questo: “monumento e documento, diventando testimonianza, individuale e collettiva nello stesso tempo, di un avvenimento che l’ordine del potere pretenderebbe di occultare o censurare o distorcere”. Il discorso d’apertura del convegno zurighese su Andrea Rocchelli.

 

di Emilio Speciale,

Società Dante Alighieri Zurigo

 

Ho l'onere e, come si dice, l’onore di aprire questa mattinata dedicata alla memoria di Andrea Rocchelli e alla sua attività di fotografo. Porgo i saluti a tutti voi da parte della Società Dante Alighieri di Zurigo, che collabora al progetto della mostra. Con Andrea Ermano abbiamo incominciato a parlare di questo progetto già dall’anno scorso e ora siamo arrivati ad una fase importante della sua realizzazione.

    Oltre a commemorare la figura del giovane fotografo, l’iniziativa parte dalla convinzione che sia necessario ribadire il valore di testimonianza di ogni opera artistica. Sia che guardiamo all’oggetto artistico come monumento, apprezzandone le forme e l'estetica, sia come documento, veicolo di idee e informazioni utili per comprendere un’epoca storica, è indubbio che entrambe le prospettive fanno riferimento alla nozione di testimone.

    Nel primo caso espressione di un gusto, di uno sguardo soggettivo sul mondo, nel secondo caso registrazione “giuridica” e oggettiva di un momento preciso della storia. La fotografia, come arte e come fissaggio visivo dell’evento, si colloca esattamente nella convergenza di monumento e documento, diventando testimonianza, individuale e collettiva nello stesso tempo, di un avvenimento che l’ordine del potere pretenderebbe di occultare o censurare o distorcere.

    Una verità scomoda, insomma, quella verità che da decenni ci viene ripetuta: cioè che viviamo in una Europa pacificata e opulenta. Come se Ucraina, Bosnia, Libia, Palestina, Iraq, Siria ecc. ecc. appartenessero ad altri continenti o addirittura ad altri pianeti, come se colonialismo e capitalismo non avessero avvelenato l’economia e prodotto povertà e sempre più povertà.

    Ecco credo che il lavoro di Andy Rocchelli sia stato tutto nel senso di una testimonianza che disveli queste verità finte e per questo merita tutta la nostra attenzione e i nostri ringraziamenti. Buon lavoro.

 

   

EDITORIALE

 

La sinistra e l’auto-rottamazione

 

Il renzismo mostra i suoi limiti, com'era inevitabile. E dopo questi due anni perduti non sarà agevole affrontare il mare mosso su una nave istituzionale malsicura. Ma proprio perciò occorreranno misura e senso di responsabilità.

 

di Andrea Ermano

 

Un dubbio serpeggia ai piani alti del renzismo, dubbio "ovvio e intuibile", che l’autorevole opinionista Folli riassume così: "Se l'Italia scivola un passo dopo l'altro verso i Cinque Stelle, l'Italicum rischia di consegnare ai seguaci di Grillo le chiavi di Palazzo Ghigi".

    Be', con tutto il rispetto, c’è gente che, quel dubbio ovvio e intuibile, lo evidenziava fin dall'inizio della vicenda renziana. Rosi Bindi, per dire, ha varie volte descritto l'Italicum come un’autostrada plebiscitaria verso un esecutivo populista. E su queste colonne abbiamo pubblicato numerose note "anti-Italikum" redatte da Besostri, l'avvocato socialista co-autore del ricorso contro il Porcellum.

    Ma, allora, com’è mai possibile che un fattore politico di tali proporzioni sia rimasto celato alla consapevolezza dei piani alti del renzismo fino alla "non vittoria" delle Comunali di domenica scorsa? Laddove poi anche il come e il percome importano in fondo ormai poco, essendo invece determinante il che.

    Il che evidenzia qualcosa di sconclusionato al vertice del PD: "Come se un partito fosse soltanto un riflesso del governo e come se vivesse di performance invece che di interessi legittimi, di improvvisazioni estemporanee invece che di tradizioni e progetti", denuncia Ezio Mauro.

    Ciò sarebbe già abbastanza grave di per sé, considerandone gli effetti sul governo del Paese. Ma il problema è più inquietante, dacché questa "maggioranza" si è messa a smanettare con la legge elettorale e la Costituzione repubblicana. Scriviamo "maggioranza" tra virgolette, trattandosi in realtà di una minoranza geneticamente modificata dalla precedente legge elettorale incostituzionale, il Porcellum, la quale poneva un ricattatorio "potere di nomina" nelle mani dei capipartito. E ciò sia detto senza contare che si sono mobilitati argomenti populistici (l'abolizione delle Provincie, l'abolizione del Senato) per cavalcare la (giusta) indignazione popolare in vista però di una revisione costituzionale ed elettorale alquanto dubbiosa.

    Se non è bello modificare la legge elettorale o la Costituzione a colpi di "maggioranza" (cioè di minoranza), ci si può domandare quale sarebbe (o sarebbe stata) la via maestra. A nostro giudizio, si sarebbe dovuto imboccare un percorso analogo a quello del 1946, con l'elezio­ne proporzionale di un'Assem­blea costituente vincolata ad alcuni man­dati popolari. Allora si trattava di scegliere la forma di Stato (monar­chia o repubblica), oggi le opzioni s’impernierebbero per esempio sulla struttura parla­men­tare (bicamerale o monocamerale) e sulla forma di governo (parlamentare o presidenziale). La strada maestra di una Costituente non si è percorsa. Ma forse alla fine si dovrà percorrere, qualora al referendum di ottobre prevalesse il No (dixi et servavi animam meam).

    Non sarà agevole affrontare il mare mosso su una nave istituzionale malsicura. E dunque, come si capisce, i due anni di renzismo, perduti, oggi pesano e domani peseranno ancor di più.

    Che si stia navigando verso il mare mosso, è evidente. Da Rosarno i dispacci d'agenzia segnalano: "rissa tra braccianti nella tendopoli". Un carabiniere ferito “ha sparato e ucciso un immigrato". La dinamica dell'episodio sarà oggetto d'indagine giudiziaria, ma sulle circostanze della rissa sorge una domanda: che ci facevano questi "braccianti" in una "tendopoli"? Non stiamo parlando di studenti della Bocconi che un po' lavorano ai raccolti agricoli e un po' campeggiano in riva al mare. Stiamo parlando di lavoratori agricoli precari che sono "immigrati" e che vivono letteralmente accampati tra teli tenda da anni.  

    La foto qui sotto appartiene a un servizio realizzato a Rosarno alcuni anni fa da Andrea Rocchelli, un giovane e valente fotografo ucciso in Ucraina al quale abbiamo dedicato il presente numero.

 

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Andrea Rocchelli, Nella tendopoli di Rosarno (particolare)

 

Basta questa immagine a fornire un'idea abbastanza precisa delle cause che rendono non contenti i lavoratori immigrati di Rosarno. E qui vale la pena svolgere una breve considerazione sulla strategia delle destre politiche ed economi­che. Le quali mirano a usare i migranti come esercito di riserva tramite il quale rafforzare il dumping salariale sui lavoratori autoctoni e, insieme, puntano a strumentalizzare i lavoratori autoctoni come vettore di pressione xenofoba sui migranti.

    Voi pensate che questa strategia sia stupida perché conduce alla radicalizzazione del disagio sociale? Ma tanto peggio, tanto meglio: nel calcolo cinico e neo-populista delle destre basterà attendere che la “radicaliz­za­zio­­ne” degli immigrati si "islamizzi" e quella degli autoctoni si "fascistoi­diz­zi" (“lepenizzi”, “salvinizzi”, ecc.). Ed ecco che il problema esce magicamente dall’orizzonte delle politiche sociali e sindacali per essere sussunto a titoli immaginifici come “scontro di civiltà”, “guerra di religione”, “lotta titanica al terrorismo” eccetera. Il risultato sarà quello di de­sta­bilizzare dalle fondamenta ogni ragionevole proposta politica. Ma intanto i profitti di lor signori sono assicurati.

    Così si scherza con il fuoco, ovviamente. Ma oggi in Europa la lista dei giochi proibiti si allunga di giorno in giorno: lo sgoverno anarco-capitalista dell'economia è intessuto di speculazioni finanziarie; gli scenari collegati a una possibile Brexit si coniugano alle grandi manovre militari nel Nordest continentale, sicché perigliosamente ci approssimiamo al rischio combinato di una disunione europea e di un "contatto" tra grandi potenze nucleari.

    Ma fermiamoci qui. La sensazione predominante è che superficialità e frettolosità non re­gnino sovrane solo da noi. E anzi l'Italia, come pur talvolta accade, appare il peggior paese d'Europa, fatta eccezione per quasi tutti gli altri. Alla fin dei conti, il nostro centro-sinistra è messo meglio che altrove e "unito potrebbe essere ancora – forse – la spina dorsale del sistema politico e istituzionale".

    Certo, il renzismo ha ormai mostrato i suoi limiti, com'era inevitabile. Renzi dovrà decidere se dare fuoco alla casa e auto-rottamarsi oppure superare il proprio atteggiamento divisivo, riaprendo un dialogo con le componenti di sinistra, all'interno e al di fuori del suo partito.

    Il senso della misura e della responsabilità consiglierebbero a tutti uno sforzo di riflessione unitario. Perché ogni grande disastro ha una ricetta relativamente semplice, ma infallibile: soprav­valutare le forze proprie sottovalutando del pari l’entità dei problemi da affrontare.        

 

         

SPIGOLATURE 

 

Per lei e per la causa femminile

Il momento storico di Hilary

 

di Renzo Balmelli 

 

FIRST. Nelle corse a tappe i fuori classe si vedono quando iniziano le salite. Per Hillary Clinton, che sa il fatto suo, dopo il percorso relativamente pianeggiante delle primarie, la competizione più ardua inizia adesso e non sarà in discesa. La sua investitura, che ne fa la prima donna candidata alla Casa Bianca, è un grande momento storico per lei e per la causa femminile. Grazie a questa svolta epocale saltano le barriere che finora erano un ostacolo per tante americane ai vertici della carriera. Ma è soltanto l'inizio di una lunga volata.  Ciò che d'ora in poi attende l'ex first lady fino alla soglia della mitica Stanza ovale, sarà una sfida affascinante tra ragione e sentimento. Della prima, unita alle competenze, ne ha a iosa. Quanto alla capacità di evocare sentimenti, capacità che non è proprio il suo forte, dovrà riuscire, giocando meglio la carta delle emozioni, a conquistare il cuore dell'America arrabbiata con l'establishment che non la ama e si ribella al punto da farsi incantare dalle deleterie guasconate di Trump. Non è noto se esiste una versione in inglese del famoso detto "dagli amici mi guardi Iddio che ai nemici ci penso io". Qualcosa del genere però deve esserci se Obama già si è speso per esortare il partito a restare unito in modo da avere ancora un Paese a guida democratica, in grado di proteggere l'eredità delle sue riforme al riparo da avventure populiste.  

 

DISINCANTO. Si avverte tutto il peso della crisi dei valori che attanaglia l'Europa rendendola sempre più fragile, nel verdetto uscito dalle urne dopo il primo turno delle comunali. In Italia come nel resto del Continente si sono perse tante certezze. Da nord a sud le novelle sirene hanno lo stesso suono di quello della Lorelei, la bellissima ondina che incantava i marinai con promesse fallaci, causando naufragi e sciagure.  Comunque sia, al di là dell'espressione numerica del voto, che potrebbe ribaltarsi al secondo turno, la consultazione restituisce la radiografia di un Paese in parte sfiduciato che si avvia ai ballottaggi sull'onda del disincanto, spesso foriero di svolte poco raccomandabili.  Se non è l'anti politica, come si vorrebbe dare da intendere, è tuttavia un altro modo "tout court" di fare politica aggrappandosi a speranze che rischiano spesso di ridursi a miraggi. A tale proposito siamo nel bel mezzo di uno strano, fuorviante ragionamento. A qualcuno è passata per la mente l'idea peregrina di evocare l'avvento di un Cesare democratico, capace di cambiare la Nazione. Ma quando mai, tranne che nell'illusione prodotta dalla fata morgana, si è visto un Cesare democratico.

 

MACERIE. Quando Ralph Dahrendorf subito dopo il crollo del Muro di Berlino dichiarò che la storia aveva imparato a correre, non si sbagliò. Ciò che l'emerito filosofo e sociologo, scomparso nel 2009, forse non aveva previsto è che sotto la spinta degli eventi la corsa partita tra gli applausi del mondo avrebbe finito col diventare affannosa, confusa, senza meta.  A quasi trent'anni da quella profezia, l'UE, minata dal populismo a con l'incubo del Brexit, appare davvero stremata, frastornata, incapace di riconciliarsi con gli ideali dei padri fondatori. Eppure la salvezza e il futuro del grande progetto comunitario dipendono in primo luogo da un salutare ritorno alle origini, alle fondamenta della casa comune, la sola capace di tenere a bada le forze oscure che non aspettano altro che vederla crollare per camminare sulle sue macerie. Un copione già visto che dà i brividi. 

 

MITO. Lo si può ricordare in mille modi, col nome di battesimo di Cassius Clay o con quello di Muhammad Ali che volle assumere dopo la conversione all'Islam. Si possono rievocare i suoi successi sportivi, l'Olimpiade, l'indimenticabile incontro con Foreman nel cuore dell'Africa. "Volo come la farfalla e pungo come l'ape" è stata una delle sue frasi più celebri che testimoniano l'incredibile personalità di un pugile leggendario. A collocarlo però sotto un'altra luce che ne svela la grande umanità è stata la sua ferma decisione di non combattere in Vietnam con una scelta esemplare che ha segnato un'epoca anche dal punto di vista ideologico. Nel dichiarare che la boxe non ha nulla a che vedere con l'ammazzare i Vietcong, uno dei maggiori personaggi della storia dello sport è entrato nel mito, diventando , lui che aveva nei pugni una potenza micidiale,  un'icona della pace e della tolleranza razziale. Grazie a lui verrà magari il giorno in cui, prendendo lo spunto dal celebre aforisma, potremo dire finalmente che "c'è la guerra, ma nessuno ci va".

   

            

ECONOMIA

 

Neanche negli Usa tutto

è oro quel che luccica

 

Come il debito pubblico statunitense si

scarica sui cittadini e sul resto del mondo

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Nel mondo non è adeguata l’attenzione all’andamento del debito degli Stati Uniti. La realtà è che esso, insieme ad altri indicatori economici, segna rosso costante.

    E’ come per le automobili, quando il cruscotto segnala un problema, anche se la macchina ancora cammina: non è consigliabile continuare come se nulla fosse.

    E’ un dato inoppugnabile che ciò che avviene negli Usa non riguarda solo gli americani perché esso riverbera i suoi effetti nel resto del mondo.

    All’inizio del 2016 il debito pubblico federale americano ha raggiunto i 19.200 miliardi di dollari, pari a circa il 105% del Pil. Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi pari al 65% del Prodotto interno lordo. Nel 2000 era di 5.600 miliardi. In pratica si è più che triplicato. Perciò per il sistema americano è il suo tasso di crescita, o meglio, di accelerazione della sua crescita esponenziale che deve preoccupare maggiormente.

    Lo stesso andamento si è avuto per il debito delle corporation private non finanziarie che oggi è pari a 6.600 miliardi di dollari. Era di 3.300 miliardi nel 2007ed è raddoppiato.

    Di conseguenza non ci si deve stupire dell’attuale stratosferica cifra di quasi 64.000 miliardi di debito totale (governo federale, singoli stati, enti locali, business, famiglie e ipoteche). Era di 28.600 miliardi nel 2000. Si sottolinea ciò che oggi è evidente: è più che raddoppiato.

   In pratica si tratta in gran parte di “debito sporco”. Fatto per tappare i buchi di bilancio, per evitare i fallimenti di banche e corporation e non per sostenere investimenti e sviluppo. La spia rivelatrice è il perenne deficit di bilancio degli Usa. Nel 2009 esso aveva raggiunto l’incredibile vetta di 1.413 miliardi di dollari portando gli Usa fino alla soglia della bancarotta. Anche il 2015 si è chiuso con un deficit di 438 miliardi.

    Significativo quanto preoccupante è il crollo della bilancia commerciale. Dal 2000 ad oggi gli Usa hanno accumulato un deficit commerciale di oltre 8.630 miliardi di dollari. Dallo scoppio della crisi ad oggi è aumentato di ben 3.500 miliardi. Sarebbe ancora peggiore se si considerasse soltanto la bilancia commerciare di beni reali che dal 2000 è in negativo per oltre 10.500 miliardi. Quasi 4.700 miliardi a partire dal 2009.

    E’ evidente che l’avanzo commerciale nel settore dei servizi ne attenua la portata. Anche se nei servizi convivono quelli dell’ingegneristica e quelli finanziari, dove la componente speculativa è notevole.

    E’ quindi naturale chiedersi come facciano gli Usa a continuare a stampare e a spendere dollari quando l’economia sottostante, come visto, non è tanto solida.

    Il tutto sembra molto simile al gioco delle tre carte.

La prima è sicuramente il Quantitative easing, cioè la decisione a suo tempo adottata dalla Federal Reserve di immettere nuova liquidità nel sistema.

    L’effetto è ben visibile nella crescita straordinaria del bilancio della Fed che è passato da 860 miliardi di dollari del 2007 ai circa 4.500 miliardi di oggi. La decisione della Fed e del governo di Washington anche se ha una valenza monetaria è soprattutto politica. Secondo noi la situazione non può durare all’infinito. I nodi prima o poi verranno al pettine.

    La seconda carta è il debito pubblico americano, finora largamente scaricato sulle ‘spalle’ del resto del mondo che, in verità, per varie ragioni ha assecondato tale tendenza.

    Infatti circa 6.000 miliardi di dollari di obbligazione del Tesoro Usa sono in mani straniere. La Cina da sola ne ha 1.250 miliardi ed il Giappone ne possiede ben 1.133 miliardi. La Fed ha in bilancio T-bond fino a 2.500 miliardi.

    La terza carta si chiama derivati otc (over the counter), cioè quelli trattati al di fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori dai bilanci. Si sottolinea che, a seguito del tasso di interesse zero, l’ammontare complessivo di tali derivati a livello mondiale è sceso a 500 mila miliardi di dollari. Però di questi ben 180 mila sono nelle banche americane. Come è noto, i derivati sono un mezzo per generare nuova liquidità quando se ne ha bisogno. Sono titoli creati attraverso una forte leva finanziaria e con alti rischi. Possono anche essere messi in garanzia per ottenere dei prestiti veri dalla Fed o dalla Bce.

    Fin tanto che gli Usa riescono a scaricare il proprio debito sul resto del mondo e sui propri cittadini avranno mano libera per creare la liquidità necessaria per continuare a comprare a debito e finanziare spese di ogni tipo prescindendo, purtroppo, dalla loro effettiva capacità economica e finanziaria.

    

    

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Appello al voto per Sala a Milano

 

L’appello è promosso da Piero Bassetti, da Franco D’Alfonso e da diversi Assessori della Giunta Pisapia e candidati presenti nelle liste del Centrosinistra, oltre che da numerose persone rappresentative dei diversi mondi professionali e culturali di cui è ricca Milano.

 

di Franco D'Alfonso,

Assessore nella Giunta Pisapia

 

Carissime/i, l’appello al voto per Beppe Sala verrà presentato pubblicamente Giovedì 9 alle ore 18.30 al Circolo della Stampa . Sarà uno dei momenti più importanti di questa nuova, breve e decisiva campagna per il ballottaggio ed ovviamente vedrà la presenza del candidato sindaco Beppe Sala per confrontarsi con i contenuti ed i promotori dell'appello stesso.

    L’appello, promosso da Piero Bassetti, dal sottoscritto e da diversi Assessori della Giunta Pisapia e candidati presenti nelle liste del Centrosinistra, oltre che da numerose persone rappresentative dei diversi mondi professionali e culturali di cui è ricca Milano, riprende i temi politico-programmatici che avevano caratterizzato i due eventi alle Stelline che avevano portato la quasi totalità dei componenti ed ex componenti della Giunta Pisapia a sostenere la candidatura di Beppe Sala.

    Un appello fortemente centrato attorno ai temi dell’autonomia  della Città metropolitana come condizione per realizzare gli ambiziosi obiettivi che, grazie anche  al successo di Expo 2015,  sono alla portata di un territorio di quasi 3,2 milioni di abitanti.Temi, peraltro, che hanno contribuito anche a caratterizzare parte della campagna elettorale della Lista civica “Beppe Sala Sindaco – Noi Milano” che ha sfiorato l’8%dei voti nelle elezioni per il Consiglio Comunale.

    Questo tema resterà , almeno per quanto mi riguarda, l'asse portante della mia e della nostra iniziativa politica nei prossimi anni , interamente centrata sul ruolo che Milano dovrà stabilmente mantenere nel circuito delle grandi città europee , per quella idea di " Europa delle città" che sola potrà dare corpo ad una nuova idea di Europa dopo  il fallimento di quella della finanza e delle banche.

    Data l’importanza dell’iniziativa, soprattutto in vista del ballottaggio di Domenica 19 Giugno, sono a chiedervi un ulteriore sforzo a garanzia del successo di partecipazione. Ringraziandovi ancora per il vostro impegno e sostegno e ripromettendomi di farlo personalmente subito dopo l’esito vittorioso del ballottaggio, Vi invio un cordiale saluto.

 

I firmatari dell’Appello sono: Piero Bassetti, Presidente Globus&Locus, Piero Borghini, già Sindaco di Milano, Alessandro Balducci, Docente del Politecnico di Milano, Assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, Daniela Benelli, Assessore alla Casa del Comune di Milano, Fiorenzo Benzoni  già Dirigente di Telecom Italia, Vice Presidente Nazionale e Presidente Regionale Lombardia Associazione Seniores Telecom Italia, Giuseppe Berger, Dirigente d’azienda in pensione, Riccardo Billi, Dirigente assicurativo, Chiara Bisconti, Assessore al Benessere, Qualità della Vita, Sport e Verde del Comune di Milano, Matteo Bolocan, Docente del Politecnico di Milano, Presidente Centro studi PIM, Lidia Bramani, musicologa, Alberto Cantoni, Ingegnere, Maurizio Carrara, Dirigente d’azienda, Antonio Carrassi, Preside Facoltà di Medicina Università degli Studi di Milano, Giulio Ceppi, Docente e Ricercatore al Politecnico di Milano, Carlo Cerami, Avvocato e Consigliere Fondazione Cariplo, Claudio Ceroni, AD Magentabureau, Paolo Chiumenti, Manager bancario, Antonello Ciotti, Manager Industria chimica, Maurizio Cittone, Imprenditore, Luisa Collina, Preside Dipartimento Design Policlinico di Milano, Agnese Collino, Ricercatrice biomedica e Divulgatrice scientifica, Giovanni Cominelli, Esperto di Politiche per la Scuola, Franco D’Alfonso, Assessore al Commercio e al Turismo del Comune di Milano, Ada Lucia De Cesaris, Avvocato, Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Vittorio Dotti, Avvocato, Antonio Duva, giornalista, Stefano Fadda, Direttore Creativo, Paola Fascetti Berger, pensionata, Massimo Ferlini, VicePresidente Compagnia delle Opere, Alessandra Ferrari da Grado, Avvocato, Giusy Ferré, Giornalista, Silvia Fossati, Consigliere regionale Patto Civico, Manager, Emilio Genovesi, Imprenditore, Laura Giannelli Martelli, Imprenditrice agricola, Marco Granelli, Assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Letizia Giorgetti, Docente di Economia politica del DEMM Università di Milano, Maria Grazia Guida, Direttore Casa della Carità, Cristina Jucker, Giornalista, Gaetano Liguori, Musicista e Docente al Conservatorio di Milano, Ilaria Li Vigni, Avvocato, Daniela Mainini, Consigliere Regionale Patto Civico, Presidente Associazione Grande Milano, Susanna Mantovani, proRettore emerito Università Milano Bicocca, Paolo Marchi, Fotografo, Giornalista, Fondatore di Identità Golose, Paolo Martelli, Dottore commercialista, Alberto Martinelli, Presidente dell’International Social Science Council, Professore Emerito di Scienze politiche e Sociologia, Università degli Studi di Milano, Italy, Gianni Martino, Ceo Car2go, Maria Grazia Mattei, Dirigente d’Azienda, Giuseppe Merlo, Dirigente d’Azienda, Agostino Migone, Avvocato, Consigliere dell’IRCCS Istituto Neurologico Besta su designazione del Comune di Milano, Luigi Molinari, dirigente azienda multinazionale, Francesco Monico, Direttore Istituto di Art Design, Federico Monzani, Imprenditore, Paola Mosconi Galeazzi, Ricercatrice Area Biomedica, Bernardo Notarangelo, Dirigente d’azienda, Giulia Pessina, Direttore comunicazione corporate Gruppo Ermenegildo Zegna, Luciano Pilotti, Professore ordinario Economia e Gestione delle Imprese, Università degli Studi di Milano, Franco Origoni, Architetto, Matteo Origoni, Architetto, Norma Parini, Communication manager, Gigi Predeval, Presidente del Parco tecnologico di Genova, Davide Rampello, Direttore artistico, Don Gino Rigoldi, Presidente Comunità Nuova, Carlo Alberto Rinolfi, Presidente Mondohonline, Maria Grazia Riva, Professore ordinario Università di Milano Bicocca, Ennio Rota, neurologo, Antonio Santangelo, Esperto di innovazione e trasferimento tecnologico, Agnese Santucci, Pedagogista, Sergio Scalpelli, Dirigente d’Azienda, Alberto Scanni, Oncologo, Primario emerito Fatebenefratelli di Milano, Anna Scavuzzo, Consigliere comunale PD e Consigliere delegato della Città metropolitana, Sergio Silvotti, Presidente Fondazione Triulzia, Portavoce per la Lombardia del Forum Terzo Settore, Eleonora Spagnuolo, Dottore commercialista, Giorgio Spatti, CdA SoGeMi, Elisabetta Strada, Consigliere comunale Milano Civica x Pisapia, Bruno Tabacci, Deputato di Democrazia Solidale – Centro Democratico, Cristina Tajani, Assessore all’Università, Ricerca e Moda del Comune di Milano, Chiara Tonelli, pro-Rettore Università degli Studi di Milano, Marco Troglia, Imprenditore dell’Innovazione, Pier Carlo Trucco, Amministratore Università UNINT, Fabio Vacchi, compositore, Sergio Vicario, Imprenditore, Marco Vitale, Economista d’impresa

        

    

Un’analisi del voto

 

I NUMERI DEL 5 GIUGNO

 

6.644.135 elettrici ed elettori sparsi in 25 comuni capoluogo di province (esistono ancora le province nonostante la propaganda di regime) rappresentano un test molto attendibile per individuare quale può essere l’indirizzo che stanno assumendo le dinamiche all’interno del nostro sistema politico.

 

di Franco Astengo

 

Non saranno i ballottaggi a determinare l’indirizzo politico di questa consultazione amministrativa come sostengono, invece, molti autorevoli commentatori: i ballottaggi saranno un “richiamo della foresta” rivolto “contro”, senza nessuna attenzione alla realtà concreta delle diverse amministrazioni. Al contrario di come avevano immaginato l’effetto della legge 81/93 i suoi estensori.

    Si è così tentato di tracciare una mappa “politica” del territorio per ricavarne alcune indicazioni di prospettiva, prendendo in esame l’andamento delle varie liste al primo turno: per un raffronto, forzando sicuramente un poco, si è tenuto conto del voto delle Europee 2014, ultima occasione di voto omogeneo sul territorio nazionale.

    E’ stato complicato, inoltre, determinare la natura delle moltissime liste civiche che hanno animato il panorama di questa consultazione: si è così provveduto a dividerle in almeno tre grandi famiglie, quelle di appoggio ai candidati del PD, quelle di appoggio ai candidati del centro – destra riunificando il dato e non tenendo conto della molteplicità di candidature determinatesi in molte situazioni, e quelle non identificabili con alcun schieramento.

    Nella voce “Sinistra” sono comprese, invece, tutte le liste che hanno fatto riferimento alla Lista Tsipras, includendovi quelle che hanno appoggiato domenica scorsa De Magistris a Napoli.

    Nella voce “Centro” le liste dell’UDC presenti in alcuni comuni e quelle di appoggio a candidati centristi.

    Andando per ordine:

    nei 25 comuni capoluogo di provincia i cui esiti elettorali sono stati analizzati nell’occasione risultavano iscritti 6.644.135 aventi diritto (circa la metà del corpo elettorale impegnato negli oltre 1.000 comuni chiamati al voto il 5 Giugno).

    I voti validi che hanno assommato quelli di lista e quelli esclusivamente rivolti ai candidati sindaci sono state 3.696.557 (il 55,63% dell’intero elettorato).

    I voti validi rivolti alle liste sono stati 3.372.721: nel 2015, all’interno degli stessi comuni capoluogo, i voti validi furono 3.426.309. Si è registrata quindi una flessione di 53.588 unità voto.

    La differenza a favore delle schede votate per i Sindaci è stata di 323.836 (poco meno del 10% del totale).

    Arrivando alle liste:

    il PD  con il proprio simbolo ha ottenuto 705.536 voti pari al 20,91%, le liste civiche che hanno appoggiato i candidati sindaci del PD hanno avuto 357.231 suffragi (10,59%). La somma corrisponde a 1.062.767 voti pari al 31,50%. Alle elezioni europee, nei 25 comuni presi in considerazione, il PD ebbe 1.507. 040 voti pari al 43,98%. Di conseguenza un calo di 444.273 voti e del 12,48%. Un PD che pare proprio destinato a rientrare nel vecchio alveo del 25- 30% (per la storia nel 1948 il Fonte Popolare prese il 31% dei voti: quota fisiologica, ma quel tempo votava il 90% degli aventi diritto).

    Nel centro destra, con il proprio simbolo Forza Italia ha avuto 275.052 voti (8,15%), Fratelli d’Italia 195.119 voti (5,78%), Lega Nord (comprese le liste Noi per Salvini al centro – sud) 180.306 voti (5,34%), le liste civiche d’appoggio ai candidati di centrodestra (pur variamente collocati sul piano delle alleanze) 358.730 voti (pari al 10,63%). La somma di tutti i soggetti già appartenenti al vecchio centrodestra fa 1.009.207 voti pari al 29,92%. A dimostrazione dell’esistenza di una ancora forte base elettorale : pesa l’assoluta insufficienza della proiezione politica. La somma di FI, Lega Nord, FdI, alle europee fa registrare per i 3 partiti una flessione complessiva di 95.870 voti.

    Insufficienza messa in risalto dal modestissimo risultato delle liste di centro: 67.231 voti pari all’1,99% (alle Europee 134.481 voti con una flessione di 67.250 suffragi).

    IL Movimento 5 Stelle ha realizzato 700.456 voti pari al 20,76%. Un dato che non inganni considerato che il M5S ha raggiunto il ballottaggio  a Roma e a Torino. Rispetto alle europee si registra una flessione di 47.125 voti. Dato che il M5S ha presentato il proprio simbolo dappertutto senza apparentamenti o presenza di liste civiche, si può affermare che dal punto di vista della proiezione elettorale la situazione sia sostanzialmente di tenuta e non di più.

    La Sinistra, unita nella maggior parte dei casi, ha raccolto 295.547 voti pari all’8,76%. Un dato al quale prestare attenzione critica perché, in questo caso, comprende i voti d’appoggio alla candidatura De Magistris a Napoli ( circa 150.000 voti). E’ parso giusto  procedere in questo senso dal punto di vista statistico avendo come riferimento – appunto – la lista Tspiras del 2015. In ogni caso si tratta, però di un voto con una forte venatura localistica. Nel 2015 la lista Tsipras, nei comuni presi in considerazione, ottenne 207.617 voti: l’incremento è quindi di 87.930 voti.

    Le liste civiche non identificabili come schieramento hanno ottenuto 108.567 voti pari al 3,21%.

    Sono poi comparsi simboli di formazioni politiche minori che comunque hanno voluto presentare il loro simbolo, in alcune limitate situazioni per un complesso del 3,86%. Voti così suddivisi: IDV 12.067; Liste Varie di destra (Casapound, Forza Nuova ecc.) 41.047, Verdi 25.005, PSI 12.487, PC (Marco Rizzo) 14.001, PCL5.256, PRI 3.154, Radicali 9.390, Partito Sardo D’azione 6.539.

    Il trend politico complessivo può quindi essere riassunto in questi 5 punti:

1)     Il ridimensionamento del PD reduce dall’effetto “rana gonfiata” delle europee;

2)     Il mantenimento di vitalità del centro destra privo però di una efficace proiezione politica;

3)     La tenuta del M5S, che tiene le posizioni in attesa di definire una strategia. M5S in attesa, con tutta probabilità, di cimentarsi con la “prova del budino” di marca romana.

4)     Il vecchio “centro moderato” di matrice antico democristiana è ormai del tutto fuori gioco essendo lo spazio ben saldamente occupato in gran parte dal PD;

5)     La ricostruzione della sinistra deve cercare altre vie da quello del fuoriuscitismo tardo ulivista, come nel caso di Roma e Torino (risultati molto deludenti) cercando un ricambio soprattutto posto sul piano della rielaborazione di strategia politica. Lo si vedrà molto bene al referendum di Ottobre.

    Per un primo approccio a questi dati così importanti ci si può fermare a questo punto: successivamente sarà necessario analizzare la suddivisione geografica del voto e anche quella “sociale” (il fenomeno del PD votato nei quartieri alti e di Lega e M5S nelle periferie è già stato segnalato) e generazionale.

    Sarà per i prossimi appuntamenti

           

   

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

            

Da vivalascuola riceviamo

e volentieri pubblichiamo

 

Dedicato a Giulio Regeni

 

di Giorgio Morale

 

Carissimi, segnalo una puntata di vivalascuola dedicata a Giulio Regeni:

 

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2016/05/30/vivalascuola-210/

 

L’uccisione di Giulio Regeni è un assassinio di Stato, su cui lo stato italiano ha rinunciato a muoversi con dignità in nome del mantenimento di relazioni di affari con l’Egitto. E’ un atto ripugnante che dovrebbe mobilitare, oltre allo stato italiano, l’Unione Europea e la comunità internazionale, perché è solo uno dei tanti crimini di regime commessi in Egitto.

    E’ anche un attacco alla libertà accademica e a quel sapere che ha il coraggio della verità, e come tale riguarda anche il mondo della cultura e il mondo della scuola, dell’università e della ricerca. E tanto più ci riguarda in quanto il lavoro di Giulio Regeni “incarna quello stile di militanza intellettuale” oggi così raro da trovare “che fa della propria stessa esistenza l’esempio vivente di una vita e di un mondo altri, che si batte per un mondo da cambiare”.

    vivalascuola propone un articolo di Lorenzo Declich che fa il punto della situazione sulle indagini e le riflessioni di Domenico Chirico e Girolamo De Michele.

       

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

 

 

 

Allegato Rimosso
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