[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

[Diritti] ADL 161117 - L'espulsione



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., organizzazione socialista italiana all'estero fondata nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

> > >  PDF scaricabile su http://issuu.com/avvenirelavoratori < < <

e-Settimanale - inviato oggi a 45964 utenti – Zurigo, 17 novembre 2016

  

Per disdire / unsubscribe / e-mail a > unsubscribe_adl at vtxmail.ch

Per iscrivervi inviateci p.f. il testo: "includimi" a > ADL Edizioni

In caso di trasmissioni doppie inviateci p.f. il testo: "doppio" a > ADL Edizioni

   

    

IPSE DIXIT

 

cid:image001.jpg@01D240F0.38BFFA80

 

L'espulsione della pecora straniera

(collage populista su sfondo grafico hobbesiano)

 

 

La sovranità nella dimensione necessaria - «Affrontare da soli il rischio di una nuova ondata protezionistica sarebbe un suicidio. Solo mantenendo l'unità, condividendo la sovranità, anzi rafforzandola, l'Europa ha la dimensione necessaria per stare al tavolo con gli altri principali attori globali, e proteggere i propri interessi in un mondo che rischia di diventare più conflittuale. "America first" rischia di essere una trappola per i Paesi europei, presi singolarmente, nella quale possono non cadere solo se rispondono uniti con "Europa first". Basta leggere i libri di storia per ricordarsi come il declino economico delle nazioni europee sia cominciato dopo il primo conflitto mondiale del secolo scorso, con le reazioni nazionalistiche di politica economica degli anni 1930 che hanno attivato un circuito perverso di svalutazioni competitive delle monete e di diffuso protezionismo. Lasciare da parte la bandiera dell'Europa, in un momento così critico a livello globale, sarebbe un errore grave, che le future generazioni non ci perdonerebbero».– Lorenzo Bini Smaghi

 

La politica non deve interferire - «Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanen­te; chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mer­cato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato... La politica non deve interferire... Se la gente muore di fame, e il mer­cato non la mantiene in vita, la politica non può interve­ni­re, perché so­no proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o intro­du­ce leggi a di­fe­sa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vin­cono la causa... La guerra è lo strumento supremo per difendere il mer­cato e far vincere nel mercato. Le Costituzioni non hanno più nien­te a che fare con una tale concezione della politica e della guerra». – Raniero La Valle

  

    

Conformemente alla Legge 675/1996 tutti i recapiti dell'ADL Newsletter sono utilizzati in copia nascosta. Ai sensi del Codice sulla privacy (D.L. 30.6.2003, 196, Art. 13) rendiamo noto che gli indirizzi della nostra mailing list provengono da richieste d'iscrizione, da fonti di pubblico dominio o da E-mail ricevute. La nostra attività d'informazione politica, economica e culturale è svolta senza scopi di lucro e non necessita di "consenso preventivo" rivestendo un evidente carattere pubblico come pure un legittimo interesse associativo (D.L. 30.6.2003, 196, Art. 24).

    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

    

    

EDITORIALE

 

Se voto "No"

casca il mondo?

 

Se, come mi suggerisce la coscienza, voto "No" al Referendum

sulla Revisione costituzionale, mi rendo corresponsabile della catastrofe cosmica che, secondo i fautori del Sì, seguirebbe alla eventuale sconfitta del premier Renzi?

 

di Andrea Ermano

 

La sorte di Cameron dopo la Brexit e soprattutto l'elezione di Trump negli USA sollevano un nugolo di domande tra gli esperti, i quali ci preavvisano che le politiche del neo-presidente americano influiranno non poco sulla nostra vita, enfatizzando le ricadute negative già innescatesi con l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea.

    L'effetto Trump peggiorerà, nei paesi europei, il rapporto di sfiducia delle masse verso le élites. Il consenso dei più, su cui poggia la legittimazione materiale di un sistema, sta sempre in una certa tensione con la legittimazione valoriale, che poggia sul rispetto dei diritti di tutti e di ciascuno. È compito delle élites armonizzare questa tensione grazie a politiche sociali di pace, perequazione e piena occupazione. Chi l'ha viste?

    Negli ultimi trent'anni su ogni politica sociale è gravato l'interdetto neoliberista che ci ha condotti alla guerra, alla sperequazione e alla disoccupazione di massa, favorendo per altro un trasferimento di ricchezza dal basso all'alto che non conosce precedenti storici. Avanza a gran passo la crisi populista, cioè appunto la contrapposizione, per non dire l'aperta ostilità, del consenso di massa verso i fondamenti valoriali di uno Stato di diritto.

    Collocandosi ambiguamente all'interno di questa tendenza imboccata dall'Occidente dopo la caduta del Muro di Berlino, il nuovo presidente USA ha annunciato di voler avviare un vastissimo programma di opere pubbliche volto a ridurre la disoccupazione e ad aumentare i redditi medi nel suo paese. Parallelamente a ciò, il nuovo inquilino della Casa Bianca intenderebbe ridurre la pressione fiscale, anche sui redditi superiori e sui grandi patrimoni.

    Conseguenza prevedibile: un aumento del già elevato debi­to pubbli­co americano; ciò che potrebbe indurre una crisi di disincanto tra gli investitori con l'effetto che, nei prossimi anni, farsi prestare soldi com­porterà tassi più elevati. Quanto all'Italia, per ora c'è la Bce di Dra­ghi, che agevola l'acquisto massiccio di buoni del tesoro, ma già si sta­glia­no all'orizzonte le prime avvisaglie di tempesta sul fronte dello spread.

    In secondo luogo, la nuova Amministrazione americana tenderà a risparmiare un po' di soldi propri sul bilancio delle spese militari, ma ben guardandosi dal danneggiare la propria industria di settore: chiederà agli alleati di mettere mano al portafoglio contribuendo maggiormente alla salvaguardia dell'Occidente. E questo significa: più truppe e più acquisti di armamenti dall'Europa.

    Insomma, l'Europa dovrà "assumere le proprie responsabilità in tema di difesa comune", come si suol dire. Qualunque cosa ciò significhi nei vari "teatri strategici", alcuni noti altri meno noti, qui si parla in sostanza di mandare altri nostri ragazzi a rischiare la vita da qualche parte nel mondo con il nobile scopo di ammazzare i nemici dell'Occidente.

    Non sarebbe meglio mandare le ragazze e i ragazzi in giro per il vecchio Continente a imparare cose utili e a fare cose utili, nel quadro di un grande progetto pacifico di Servizio Civile Europeo?

    Per l'Italia repubblicana il criterio d'intervento militare è dato dalla Costituzione, abbastanza chiara in materia: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo". Così l’articolo 11, approvato dalla Assemblea Costituente con consenso praticamente unanime. Lo scopo della Repubblica è, dunque, contribuire alla pace e alla giustizia tra le nazioni, rifiutando in linea di principio l'uso delle armi.

    Ed eccoci di nuovo al tema della Costituzione.

    La proposta di Revisione Renzi-Boschi, che modificherebbe la Carta in numerosi punti, ha spaccato il Paese in due, e il No sembra prevalere sul Sì. Gli evidenti anelli deboli della Revisione corrispondono soprattutto alla mancanza di contrappesi democratici rispetto allo strapotere di una "maggioranza" parlamentare che è tale in forza di una legge elettorale iniqua, il cosiddetto Italicum, tuttora vigente e troppo somigliante al cosiddetto Porcellum, giudicato incostituzionale dalla Consulta nel gennaio del 2014.

 

cid:image005.jpg@01D240F0.F249B090

 

Le 21 "Madri Costituenti" in un servizio giornalistico dell'epo­ca: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela M. Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minelle, Rita Montagna­na Togliatti, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elet­tra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Maria Nicotra Fiorini, Vittoria Titomanlio.

 

Ormai, i principali argomenti a favore del Sì riguardano il fatto che – se prevalesse il No – si creerebbe una fase d'instabilità politica in seguito all'eventuale sconfitta del Premier Renzi.

    Quello per il Sì è, insomma, anzitutto un argumentum ad personam, dal quale si fanno discendere conseguenze di vasta portata storica e geopolitica.

    Che ne sarà di Renzi se vincerà il No? Non ci sarà la scissione del PD? Non indeboliremo il braccio di ferro con la Commissione di Bruxelles sulla "crescita"? Lo spread non schizzerà alle stelle? La Repubblica Italiana non si avvierà verso la bancarotta del debito? Il populismo non prevarrà ovunque, e anche da noi, conducendoci tutti a una nuova catastrofe storica?

    Queste domande, poco serene, diffuse a piene mani dalla propagan­da filo-renziana, implicano a ben vedere che gli equilibri cosmici risul­terebbero già a tal punto compromessi da potersi irrimediabilmen­te de­teriorare in caso di semplice mantenimento della Costituzione come l'abbiamo avuta finora negli ultimi settant'anni.

    Tesi del tutto improbabile.

    Ma se gli equilibri del globo terraqueo fossero davvero così pre­cari?! In tal caso, credetemi, mi sentirei meglio tutelato dalla Carta come è stata scritta dall'Assemblea Costituente, cioè da gente che aveva esperienza di che cos'è una grande tempesta in mare aperto, gente che a proprie spese aveva dovuto imparare a riflettere sull'importanza dei freni per la prevenzione di una crisi di civiltà.

    Questa Revisione metterebbe invece nella Carta cose che addirittura accelerano (!) la velocità legislativa, che ledono seriamente l'indipendenza del Parlamento rispetto all'Esecutivo (soprattutto a legge elettorale vigente) e che sminuiscono le alte funzioni di garanzia attribuite alla Consulta e al Capo dello Stato.

       

   

Le idee

 

ECONOMIA

CIRCOLARE

 

Il nuovo termine “economia circolare” che si affaccia nelle agende politiche è preciso, ma non dà conto del cambiamento di civiltà che esso implica. Perché, nell’era del consumismo terminale, l’antico precetto della cura e della conserva­zione della natura e dei manufatti diventerebbe sovversione del “disordine costituito”.

 

di Marco Morosini

 

In questa era di consumismo terminale ormai si ricorre ai robot non solo per produrre un paio di blue-jeans, ma anche per consumarli, già prima di venderli.

    Ecco, una “economia circolare” è il contrario di tutto questo. Essa mira infatti a prolungare la vita dei manufatti e dei materiali, a farli “circolare” più a lungo nell’economia, e a ridurne così la produzione e l’impatto ambientale.

    Secondo l’architetto Walter Stahel, uno dei padri dell’economia circolare, si tratta di sostituire l’attuale “paradigma del fiume” con un “paradigma del lago”: il sistema economico continua a essere concepito come un fiume, del quale dovremmo continuare a raddoppiare la portata (pro capite) ogni dieci o vent’anni, a prescindere dalle quantità di nutrienti o di veleni che esso contiene. Il PIL fu concepito proprio per misurare la portata del “fiume dell’economia”.  I fautori di un’economia circolare invece concepiscono il sistema economico come un lago. Per loro il compito della politica e dei cittadini è di preservare e migliorare la qualità e l’accessibilità per tutti di questo lago, ma senza aumentare la portata del fiume affluente ed effluente più dello strettamente necessario. Per misurare il successo sociale secondo questo nuovo paradigma l’OCSE ha concepito il Better Life Index (BLI) e l’ISTAT, in Italia, l’indice di Benessere Equo e Sostenibile (BES).

    In un’economia circolare il prelievo di materiali dalla natura è ridot­to al minimo indispensabile. Ciò avviene grazie all’aumento della du­ra­ta, del riuso, dell’ammodernamento, della riparabilità, e del riciclo dei manufatti e dei materiali. Essi 'circolano' così nell’economia molto più a lungo, invece di attraversarla come merci effimere per uscirne presto come spazzatura e inquinamento. Secondo molti studiosi le tec­nologie attuali potrebbero già darci sufficiente benessere pur usando un decimo delle materie prime e un terzo dell’energia rispetto ad oggi. Ri­duzioni così rilevanti dei consumi materiali sono perseguite per esem­pio dalla strategia energetica elvetica per una “società da 2000 watt” (2000 watt pro capite, invece degli attuali 6000) dall’Institut de la du­rée di Ginevra, dal  Factor 10 club, dal think-tank francese  Negawatt.

    Allora, perché questa 'economia del buon senso' non prende piede? Le vie dell’oro ci aiutano a capirlo. Una parte dell’oro mondiale lavo­rato circola da millenni, fuso e rifuso in innumerevoli manufatti: poco materiale genera nel tempo molto valore d’uso. Un’altra parte dell’oro mondiale invece è estratta da sottoterra con molti danni ambientali e con molta energia, per poi tornare subito sottoterra nei caveau delle banche: molti materiali ed energia non producono alcun valore d’uso. Un’altra parte dell’oro estratto torna presto sottoterra nelle discariche in cui si buttano i telefonini, o i loro resti, e altri dispositivi che ne con­tengono piccole quantità: molti materiali ed energia generano un breve e modesto valore d’uso. La prima via dell’oro è il prototipo dell’economia circolare, la seconda lo è dell’economia lineare.

    Le nostre tecnologie già ci permetterebbero di por fine all’abuso e alla dissipazione dell’oro e di ridurne di molto i relativi danni ambien­tali. Sono però le nostre idee e ideologie che ci impediscono di farlo: da una parte ci ostiniamo in convenzioni finanziarie che danno all’oro un valore di scambio svincolato dal suo valore d’uso; dall’altra parte, oggi in certi casi  “conviene” più buttar via l’oro che non conservarlo a causa di un sistema fiscale che punisce i “beni” e che premia i “mali”: la manodopera (di cui abbondiamo e in parte non sappiamo cosa fare) è resa più costosa da alti prelievi fiscali e previdenziali, che inducono a sostituirla con sempre più macchine, più materiali, più energia. Invece i materiali e l’energia (relativamente scarsi, quindi da risparmiare) sono poco tassati, o addirittura sono sovvenzionati, il che ne stimola l’uso e lo spreco. Per esempio, le sovvenzioni mondiali di denaro pubblico per favorire l’uso dei combustibili fossili, sono stimate a più di 500 milia­rdi di dollari l’anno. Secondo molti studiosi urge quindi una riforma fiscale ecologica che inverta il peso delle tassazioni: meno tasse sul lavoro, più tasse su energia e materiali. «Disoccupati diventerebbero così i chilowatt e le tonnellate, non le persone», dice Ernst Ulrich von Weiszaecker, fondatore del Wuppertal Institut.

    Nel 1976 Walter Stahel e Genevieve Reday pubblicarono un rapporto per la Commissione Europea il cui titolo può sembrare un errore di stampa: Il potenziale per sostituire l’energia con la manodopera. Ma come? Da millenni 'progresso' non vuol dire far lavorare le macchine invece degli uomini?

    E’ vero. Ma due secoli di fulminante successo della civiltà delle macchine hanno creato un problema di scala: la popolazione umana e le sue attività materiali hanno raggiunto tali dimensioni da trasformare in boomerang quello che per miliardi d’individui fu reale progresso. Oggi troppo uso e troppo spreco di troppi materiali e di troppa energia compromettono equilibri planetari millenari, e connotano ormai una nuova era che gli scienziati della Terra chiamano “Antropocene”.

    «Sostituire l’energia con la manodopera» (Walter Stahel) non vuol dire «rinunciare alla lavatrice», né al progresso tecnico. Vuol dire invece dare una direzione al progresso, usando il genio e la manodopera per prolungare la vita delle cose, non per abbreviarla.

    “Institut de la durée” e “Product-life Institute” si chiama, con pertinenza, l’organismo creato nel 1982 a Ginevra da Walter Stahel e da Orio Giarini, professori universitari e consulenti di aziende, governi e istituzioni internazionali su come ridisegnare per una maggior durata i manufatti, le infrastrutture, i servizi e i cicli di materiali. 

    Forse però il contributo di Giarini e Stahel nell’economia politica è ancora più importante di quello nell’eco-progettazione. In libri come Dialogue on wealth and welfare e The performance economy, essi ridefiniscono infatti il concetto di valore economico: il valore è nella prestazione realmente resa dalle cose, non nella loro produzione e nel loro commercio.

    Questa idea semplice, fu formulata chiaramente da Aristotele, nella sua distinzione tra oiconomia (cura della casa) e crematistica (cura del denaro), ma fu abbandonata da tanti economisti moderni quando l’economia politica sembrò ridursi a econometria: siccome è difficile o impossibile misurare direttamente l’utilità d’uso delle cose, misuriamo, al suo posto, la frequenza e la quantità della loro produzione, della loro compravendita, della loro distruzione.

 

cid:image007.jpg@01D240F0.F249B090

 

Socrates Plato Aristotle (da una T-Shirt studentesca USA)

    

    Ne è così scaturita un’economia (e una politica, al suo servizio) che mira al continuo raddoppio della produzione e della distruzione delle cose, invece che al loro uso e alla loro cura. Abbandonare questa concezione dell’economia sarebbe una vera contro-rivoluzione: nell’era del consumismo terminale, l’antico precetto della cura e della conservazione della natura e dei manufatti diventerebbe sovversione del disordine costituito.

 

   

Lettera agli italiani all’estero

 

Un “No” per difendere i vostri diritti,

ma anche gli equilibri della democrazia

 

La Revisione confinerebbe gli italiani nel mondo

in un ambito di esclusiva testimonianza

 

di Massimo D’Alema

 

Care e cari connazionali, in questi giorni siete chiamati a votare al re­fe­rendum per decidere se cambiare oppure no la nostra Costituzione. È una decisione importante per la nostra democrazia e la nostra rap­pre­sentanza. Per “nostra” intendo anche quella degli italiani nel mondo, cioè quella Circoscrizione estero fatta di 12 deputati e 6 senatori che introducemmo durante i governi dell’Ulivo del 1996-2001, con la modifica degli articoli 48, 56 e 57 della Costituzione, quella oggi in vigore.

    Con il referendum vi si chiede di cambiare molti articoli della Carta e di rinunciare alla vostra rappresentanza in Senato, poiché il Senato cambierà funzione e rappresenterà quelle autonomie territoriali – re­gio­ni e comuni – con le quali voi stessi mantenete molti rapporti culturali, affettivi e persino materiali, soprattutto per chi di voi continua ad avere in Italia una casa, un terreno, vi si reca in vacanza o per studiare. Per chi partecipa a scambi culturali o a interscambi commerciali.

    Sarebbe stato importante avere proprio nel Senato delle autonomie territoriali i rappresentanti diretti della Circoscrizione estero, chiamati ad occuparsi del raccordo tra le regioni e i comuni, in materie che ri­guar­dano gli italiani nel mondo, dall’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese alla tassazione locale sui beni immobili, dagli in­­ter­scambi culturali alla promozione turistica, all’associazionismo regionale.

 

cid:image014.jpg@01D240F0.F249B090

 

Massimo D'Alema e Matteo Renzi

 

Ma ciò non avverrà. Non avrete più i vostri rappresentanti in Senato. Avrete solo 12 rappresentanti alla Camera dei Deputati, eletti, inoltre, con quella legge elettorale, l’Italicum, che vi esclude sia dal conteggio dei voti che determinano il premio di maggioranza, sia dal ballottaggio.

    Questo sistema confinerà gli italiani nel mondo in un ambito di esclusiva testimonianza.

    Voi, però, avete il potere di fermarlo votando No al referendum.

    Il No che vi chiediamo non è soltanto per difendere i vostri diritti, ma anche per bloccare una “riforma” che umilia il ruolo delle autonomie, riduce la funzione del Parlamento e concentra i poteri nel governo nazionale, senza che vi sia un sistema adeguato di contrappesi e controlli. Al di là di tanti aspetti negativi, questo è il significato di fondo della riforma Renzi.

    Non voglio dilungarmi sugli aspetti tecnici, che pure, trattandosi della legge fondamentale dello Stato, sono importanti e che hanno indotto i maggiori costituzionalisti italiani a parlare di un bicameralismo pasticciato e confuso. Mi basta aver sottolineato le sostanziali ragioni politiche che hanno spinto, non a caso, anche l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia a opporsi a questa riforma e a mobilitarsi perché essa non venga approvata.

    Per tutti questi motivi è importante votare No, chiedendo così al Parlamento di ripensare l’impianto della riforma e di proporre soluzioni che siano più rispettose delle tradizioni democratiche del nostro Paese.

   

    

SPIGOLATURE 

 

Nello sgomento dell'ora, occorre reagire

 

di Renzo Balmelli 

 

DISSENSO. "Ha da passà 'a nuttata" è la celebre frase con la quale Eduardo De Filippo in Napoli milionaria affrontava le avversità dell'esistenza e della commedia umana. Adesso, sul palcoscenico americano un milionario che non va tanto per il sottile ci è finito per davvero e per gli eredi della grande stagione illuminista del Common sense, il senso comune della democrazia anti autoritaria teorizzata da Tom Paine, la notte rischia di essere molto lunga. Un cielo carico di oscuri nuvoloni incombe sui valori condivisi della cultura liberale e progressista che hanno forgiato la moderna società dei lumi. Nello sgomento dell'ora seguito all'elezione di Trump sarebbe però un errore cedere alla rassegnazione. Occorre reagire e mobilitare le coscienze al fine di indagare sulle ragioni della sconfitta e porvi rimedio in tempi brevi. Un diffuso malessere si è impadronito dell'America e i tanti giovani che esprimono il loro dissenso ne sono una testimonianza eloquente.

 

FALCHI. A vedere come sgomitano per un posto al sole, devono avere una fame feroce di rivincita i repubblicani dell'ala meno moderata. Con metodi che fanno assomigliare la transizione a un gigantesco "spoil system" teso a riportare nelle stanze del potere i falchi nascosti negli armadi, il presidente eletto non fa mistero delle sue intenzioni. I toni concilianti non traggano in inganno. Ciò che si va consumando è l'ansia di revanscismo non limitato solo agli Stati Uniti nei confronti del “negretto" che nella distorta visuale del Tea Party ha avuto l'impudenza di "usurpare" la supremazia bianca. Evocare quale pilastro del programma la deportazione di milioni di clandestini e il muro col Messico trasuda linguaggi tristemente noti da noi da quasi un secolo con un altro nome. Il buon senso consiglia prudenza nei giudizi, ma il pessimismo della ragione suggerisce di prepararsi al peggio.

 

PATRIMONIO. Con lo stile e la leadership morale di due mandati mai lambiti nemmeno dall'ombra di un pettegolezzo, Obama nell'ultima sua missione si sta prodigando per depotenziare l'effetto Trump sull'Europa. Nel solco della buona educazione diplomatica non prenderà iniziative che potrebbero turbare il pacifico avvicendamento alla Casa Bianca. Ma chi gli succede mostra di muoversi sulla scacchiera internazionale come il liquidatore di Pulp Fiction, la qual cosa non è fatta certo per rasserenare gli alleati del Vecchio Continente. Con la svolta delle presidenziali, sugli Stati Uniti è calata una cortina di tristezza resa ancor più pesante dalla euforia della destra populista ed euroscettica convinta che con il presidente eletto si aprirà una stagione di travolgenti successi. E il guaio è che potrebbe accadere davvero se andasse in porto il radicale, estremo cambio di passo in grado di decretare la fine di un'epoca e archiviare un patrimonio prima culturale che politico.

 

A MOSCA. A MOSCA! Chissà se Matteo (non Renzi, l'altro) conosce l'invocazione che Cechov fa dire alle Tre Sorelle, ansiose di sfuggire dalla mediocrità della provincia. Sta di fatto che al leader leghista la capitale russa è sembrata l'ideale palcoscenico sia per promuove il NO al referendum, sia per dare corpo alle sue ambizioni. Sotto le mura del Cremlino, non più spauracchio della destra, Salvini ha provato a muovere i suoi primi passi da candidato premier, tra il visibilio dei suoi devoti sostenitori. Che poi la foto con Putin, grande amico dell'amico americano, sia vecchia di un anno è un dettaglio trascurabile per chi cerca un posto nella storia. L'importante è essere visti da chi deve vedere. Certo è che il voto del 4 dicembre ne ha risvegliati di appetiti!

 

NODI. Quando si evoca l'ipotesi di mobilitare l'esercito per riportare l'ordine in città, tra l'altro quasi sempre con scarsi risultati, il più delle volte significa che qualcosa di importante non ha funzionato nella pubblica amministrazione. Se poi l'opzione riguarda Milano, un tempo capitale morale finita non sempre in buone mani, la politica tende a dividersi poiché il problema legato alla sicurezza dei cittadini minacciati dalla criminalità e dalle bande armate che si fanno la guerra per il controllo del territorio vale a fare luce su alcuni nodi critici. E che uno di questi nodi sia l'integrazione fallita in quella camaleontica, sfuggente corte dei miracoli che è diventata via Padova, con le sue gerarchie, lo spaccio e la prostituzione, evidenzia quanto sia difficile mettere a frutto progetti di inclusione sociale che pure esistono e altrove hanno dato risultati positivi.

 

IDEALI. Se Bob Dylan ha avuto il Nobel per la letteratura, Leonard Cohen, scomparso all'età di 82 anni, lo avrebbe a sua volta meritato per l'importanza storica della sua produzione ispirata da un lato dal pessimismo politico-culturale e dall'altro da un forte senso della giustizia. Il poeta che volle essere cantautore e divenne il poeta della musica se n'è andato alla vigilia delle elezioni americane e non ha fatto in tempo a conoscerne l'esito che sicuramente avrebbe disapprovato. Non solo in campo musicale, Cohen ha saputo suggerire orizzonti ed emozioni personali sorrette dalla sensibilità e dalla comprensione verso chi per sfortuna o altro si è trovato in ambasce. La sua vena autoironica è stata un modello per l'indipendenza creativa di molti artisti che per loro stessa ammissione si sono a lui liberamente ispirati. Nel sostegno agli oppressi e contro la guerra è stato l'alfiere instancabile degli ideali che oggi non di rado danno l'impressione di vacillare.

   

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

    

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Studenti in piazza:

investire sulla conoscenza

 

La Rete e l'Udu aderiscono alle campagne delle organizzazioni europee Obessu ed Esu, per denunciare i tagli al welfare e alla scuola pubblica. Manifestazioni e cortei nelle maggiori città: “Serve un cambio di prospettiva"

 

cid:image008.jpg@01D240F0.38BFFA80

 

Studenti in piazza in tutta Italia, oggi 17 novembre, per dire basta ai tagli e chiedere investimenti sull'istruzione. Sono partite le manifestazioni per le strade delle maggiori città per la mobilitazione organizzata da Rete degli studenti, al cui fianco si schiera anche l'Unione degli universitari (Udu).

    Gli studenti italiani hanno aderito alle campagne lanciate dalle organizzazioni europee degli studenti medi ed universitari,Obessu ed Esu. Le rispettive campagne #access4all e #FundOurFuture hanno la volontà di unire i movimenti studenteschi europei in una denuncia comune dei tagli al welfare e all'istruzione pubblica che stanno caratterizzando sempre più paesi del continente.

    In Italia, i motivi alla base della protesta vanno dall'edilizia scolastica al welfare studentesco, fino all'alternanza scuola lavoro. “Gli studenti chiedono un cambio di prospettiva rispetto a come Roma sta trattando il diritto allo studio scolastico nell'attuale legge di bilancio - spiega Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli studenti medi -.Senza una definizione dei livelli essenziali dei servizi da garantire agli studenti medi in difficoltà, senza la messa in campo di un fondo per il diritto allo studio, si fa perdere di senso e di efficacia anche a tutto il resto dell'impianto della legge di bilancio".

    Secondo Elisa Marchetti, coordinatrice nazionale dell'Unione degli universitari, dopo anni di tagli e di assenza di interventi consistenti "questa legge di bilancio presenta delle misure che vanno ad incidere in maniera piu' ampia sul diritto allo studio universitario. Se da un lato, la legge contiene aspetti positivi, come l'incremento delle risorse nel Fis, il fondo statale per le borse di studio, dall'altro alcuni interventi sono fortemente migliorabili, come la no tax area, e altri da bocciare, come le Superborse e il finanziamento per i dipartimenti di eccellenza. Oggi siamo nelle piazze e negli atenei italiani per ribadire con forza che a questo paese non serve finanziare l'eccellenza, ma è necessario rifinanziare l'intero sistema".

   A Roma gli studenti si sono dati appuntamento alla Piramide e da qui percorreranno via Marmorata per poi attraversare Ponte Sublicio, passare davanti a Porta Portese e concludersi a viale Trastevere, davanti al ministero dell'Istruzione. Sullo striscione in testa al corteo si legge: "Rompiamo gli schemi. Difendi la democrazia, difendi la scuola pubblica". Su alcuni cartelli si leggono invece delle scritte quali: "Contro la scuola di classe", “Siamo tutti antifascisti", "No borders" e "Welcome refugees". Gli organizzatori sono la Rete degli studenti medi, l'Unione degli universitari, Link-coordinamento universitario.

    Studenti in piazza anche a Palermo. Un corteo ha attraversato il centro di Palermo, toccando piazza Verdi e l'imponente Teatro Massimo, tempio della cultura cittadina, via Cavour, dove si trova la sede di Bankitalia, via Roma fino a piazza San Domenico, per un'assemblea tematica. Per Flavio Lombardo, coordinatore della Rete degli studenti medi Sicilia, "le misure del governo non sembrano avere una visione d'insieme e di lungo termine in grado di invertire queste tendenze"

    A Torino, il corteo, partito da piazza Arbarello, ha percorso le vie del centro. Ad aprire il corteo, lo striscione "Renzi fatti da parte, che noi siamo in tanti". Numerosi i cartelli presenti, tra cui "No all'accordo Miur e grandi imprese, non siamo schiavi" e "Noi non ci facciamo sfruttare". Diversi anche gli slogan scanditi dagli studenti contro il governo.

   

    

ECONOMIA E FINANZA

 

Test chiave per Trump

 

L’amministrazione Trump intende davvero copiare le ricette economiche del senatore socialista del Vermont, Bernie Sanders?

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Alla fine, anche se dopo il gran botto, tutti, dagli analisti più blasonati fino al più sprovveduto sondaggista, hanno dovuto riconoscere che Donald Trump ha vinto perché ha affrontato di petto i problemi economici e occupazionali che affliggono la stragrande maggioranza degli americani. Di coloro che lavorano per vivere, di quei cittadini che negli Stati Uniti chiamano la “middle class”. Anche in Italia nessun media aveva capito che questa America non era preoccupata primariamente per l’immigrazione, la politica estera, le guerre o il terrorismo bensì per il proprio livello di vita.

    In tutti i suoi discorsi Trump ha ripetuto che “oggi, 92 milioni di americani sono ai margini, fuori dalla forza lavoro, non sono parte della nostra economia. E’ la nazione silenziosa degli americani disoccupati”. Se molti votanti vi hanno creduto, allora vuol dire che le statistiche ufficiali, che osannavano la grande ripresa con milioni di nuovi posti di lavoro, non riflettevano la verità, la situazione reale.

    E’ quindi proprio sul fronte dell’economia che la polemica di Trump contro l’establishment ha fatto presa e ha coagulato il voto di protesta. Adesso si dovrà vedere quanto delle tante promesse fatte in campagna elettorale egli sarà capace di mantenere.

    Nel suo discorso della vittoria ha ribadito l’intenzione di voler “investire almeno mille miliardi di dollari nelle infrastrutture”. Prevede investimenti addirittura per 50 mila miliardi di dollari nei settori dell’energia. I tassi d'interesse non saranno in futuro così bassi come quelli odierni, ha detto, per cui oggi è il momento migliore anche per fare nuovi debiti per costruire nuovi aeroporti, ponti, autostrade, treni veloci, ecc. E ha aggiunto che intende usare la leva del credito, che lui ama molto, per moltiplicare le disponibilità finanziarie necessarie.

    Al riguardo è però opportuno ricordare che ad agosto alcuni banchieri d’assalto avevano già avanzato la proposta di creare proprio una banca per le infrastrutture per mille miliardi di dollari. Come sempre occorrerà vedere chi sarà alla testa di una simile operazione e sulla base di quali principi economici verrebbe realizzata.

    Questa politica di investimenti dovrebbe essere parte di una serie di iniziative miranti a creare 25 milioni di nuovi posti di lavoro in 10 anni, mantenendo un tasso di crescita annuo del 3,5%. Per sostenere un tale progetto, Trump ha aggiunto di volere ridurre al 15%  la pressione fiscale delle imprese, che attualmente negli Usa è del 35%.

    Per passare dai numeri ai fatti la strada si farà difficile e complicata, soprattutto se il neo-presidente dovesse pensare che si possano ottenere simili risultati lasciando che i mercati operino da soli, senza alcuna guida o correzione. In questo, il nuovo inquilino della Casa Bianca crede, forse per troppa convinzione ideologica liberista, che una diminuzione delle tasse porti automaticamente a più posti di lavoro. Nei passati anni molti desiderati automatismi economici e monetari si sono rivelati delle pure illusioni sia negli Usa che in Europa.

    Trump riconosce che il deficit commerciale annuale americano di 800 miliardi di dollari nei confronti del resto del mondo non è più sostenibile. Vuole rinegoziare gli accordi commerciali con il Messico e il Canada e cancellare quello con i Paesi del Pacifico. Per il neo-presidente la Cina è il principale ‘nemico’ economico che manipola, con le svalutazioni, la propria moneta, per cui essa dovrà essere fatta oggetto di sanzioni e dazi. Per Trump si tratta di politiche che penalizzano l’occupazione negli Usa. Al di là di certi slogan protezionistici, sarà certamente una prova molto complessa quella di bilanciare la ripresa occupazionale interna con la stabilità delle relazioni commerciali internazionali.

    E’ importante che in campagna elettorale, copiando un intervento del democratico Bernie Sanders, Trump abbia posto al centro del dibattito l’idea di reintrodurre la Glass-Steagall Act per la separazione bancaria. Si tratta della legge voluta nel 1933 da Roosevelt per mettere un freno alla speculazione finanziaria fatta dalle banche con i soldi dei risparmiatori. Purtroppo fu proprio Bill Clinton nel 1998 a cancellarla, aprendo così la strada allo tsunami speculativo fatto di derivati finanziari e di altri titoli tossici che hanno portato alla grande crisi bancaria del 2008 e alla susseguente depressione economica mondiale.

    Al riguardo Trump, sempre imitando Sanders, ha denunciato la cosiddetta riforma Dodd-Frank del sistema finanziario americano come “un disastro che penalizza i piccoli imprenditori e i loro tentativi di accedere al credito”. Secondo lui un principio di giustizia più equa vuole che anche Wall Street sia sottoposta a regole stringenti.

    Nel campo economico e finanziario di carne al fuoco ne ha messa tantissima. Occorrerà aspettare per vedere. Ma nemmeno troppo a lungo. Si potranno già capire le reali politiche dell’amministrazione Trump quando nominerà i ministri chiave. Se, per esempio, al Tesoro dovesse andare un banchiere, sia esso della Goldman Sachs o della JP Morgan di cui tanto si parla, allora sarà chiaro che alle tante parole e alle tante promesse, difficilmente seguiranno fatti nuovi.

    Comunque è troppo presto per avere certezze. Le incognite non sono poche. Abbiamo il dovere di verificare prima di dare giudizi definitivi. Per il momento vi sono le parole. A noi corre l’obbligo di ricordare che tra il dire e il fare molto spesso c’è di mezzo il mare.

    

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

  

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Merkel e SPD candidano il socialdemocratico

Steinmeier alla presidenza della Repubblica

 

di Simone Bonzano

 

Frank Walter Steinmeier, attuale Ministro degli Esteri tedesco e politico di lungo corso della SPD, sarà il prossimo presidente della Germania. Succederà il 12 Febbraio 2017 a Joachim Gauck, e sarà il terzo presidente socialdemocratico della Repubblica Federale, dopo Heinemann e Rau.

    Nonostante che i poteri del Presidente della Repubblica in Germania siano meramente rappresentativi, la nomina di Steinmeier da parte della coalizione di governo CDU, CSU e SPD, è un’enorme vittoria per i socialdemocratici tedeschi. Allo stesso tempo certifica ulteriormente le tensioni esistenti fra la CDU e il suo partner Bavarese, la CSU, una partnership storica la cui crisi rischia di mettere in crisi un quarto mandato consecutivo come Cancelliere di Angela Merkel.

    Sin da Giugno, l’attuale Presidente Federale Gauck aveva espresso la sua non disponibilità per un secondo mandato. La decisione era già nell’aria dai tempi della sua elezione nel 2012, ma, nonostante questo, non è stato possibile per la CDU di Angela Merkel trovare un candi­da­to di Centrodestra che potesse essere eletto entro il secondo scrutinio.

    Questa è, infatti, nell’equilibrio politico del governo tedesco la scadenza chiave. Le forze di Centrodestra, CDU, CSU e FDP, non sono in grado di esprimere una maggioranza valida per un elezione diretta nei primi due scrutini. Questo avrebbe lasciato alla SPD, insieme ai Verdi e alla Linke, la possibilità di eleggere il proprio candidato al terzo turno, quando i loro voti congiunti, sarebbero bastati per la nomina del presidente. Per evitare una sconfitta di immagine era necessario per la Cancelliera trovare un candidato capace di catalizzare i proprio voti ed attirare quelli di un quarto partner. Nei desiderata di Merkel, quest’ultimo dovevano essere i Verdi, da cui la candidatura dell’attuale Governatore verde del Baden-Württemberg, Kretschmann.

    Qui è entrato in gioco il veto della CSU, motivato dalla prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento e del governo della Baviera. Nella prossima tornata elettorale, infatti, la CSU dell’attuale governatore Seehofer, rischia di perdere, a causa della crescita dell’estrema destra della AfD, la maggioranza assoluta, cosa che la costringe a cercare un’alleanza con i liberali di FDP contro la possibile coalizione Rosso-Rosso-Verde, ovvero SPD, Linke – la sinistra – e i Verdi. L’elezione di Kretschmann, figura principale dei Verdi, a presidente federale con i voti della CSU, sarebbe stato uno smacco incredibile per Seehofer, da qui il veto.

    La caduta di Kretschmann, e il rifiuto dell’attuale presidente del Parlamento Lammert, ha lasciato spazio a quello che è stato un vero e proprio blitz del Segretario della SPD e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel: la candidatura, appunto di Steinmeier. Rifiutare la candidatura dell’attuale Ministro degli Esteri in carica, nonché vice della stessa Angela Merkel nel biennio 2007-2009, avrebbe prolungato lo stallo ben oltre la scadenza del mandato di Gauck e troppo a ridosso della campagna per le elezioni federali del 2007.

    Così si è scritta un’ulteriore pagina della crescente divisione fra CDU e CSU. Anche in questo caso, come per quelle sulle politiche a favore dei rifugiati, sulle fonti rinnovabili e famiglia, tale rottura è venuta per ragioni elettorali interne alla Baviera. Proprio nel Land che da sempre garantisce al Centrodestra una strada agevolata per il governo, continuano ad arrivare stoccate e problemi per Angela Merkel. Dal canto suo la Cancelliera è riuscita a contenere i danni, Steinmeier diviene il candidato ufficiale del Governo e non più delle sinistre. Allo stesso tempo, Merkel è riuscita ad strappare il consenso anche dalle frange più conservatrici della CDU, anche esse “ribelli” da qualche mese a questa parte, le quali potevano ostacolare il voto in Parlamento del candidato socialdemocratico e consegnare Merkel ad una crisi di governo.

    In tutto questo ed in vista delle elezioni federali del 2017, la SPD mette a segno un’importante vittoria d’immagine, necessaria per avere una possibilità di eleggere il primo Cancelliere Socialdemocratico dai tempi di Schröder.

 

Vai al sito dell’avantionline

       

   

Da l’Unità online

http://www.unita.tv/

 

Stiglitz: “Renzi ha ragione sull’austerità”

 

Il premio Nobel per l'Economia, Joseph Stiglitz a margine di un’audizione al Parlamento europeo: “L’austerità ha danneggiato l’Italia” (vai al video)

 

“Penso che ora sia il momento di essere più flessibili, sono piuttosto sulla linea di Renzi”: così il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, interpellato a margine di un’audizione al Parlamento europeo sull’attuale confronto tra Commissione e governo italiano sul bilancio. Più in generale, afferma, “non credo che l’euro sia a rischio e spero non lo sia. Ciascuno deve ridefinire la propria posizione su che cos’è l’Europa. Dobbiamo discutere a fondo sul futuro dell’Europa e dei suoi elementi fondamentali”.

 

Vai al sito dell’Unità

       

        

Dalla Fondazione Rosselli di Firenze

http://www.rosselli.org/

 

Presentazione della Prima

rassegna delle riviste italiane di cultura

 

Il 22 novembre a Roma, alle ore 11, presso il Tempio di Adriano, presentazione nell'ambito della Fiera Più libri più liberi che si terrà dal 7 all'11 dicembre, della Prima rassegna delle riviste italiane di cultura organizzata dal CRIC (Coordinamento delle riviste italiane di cultura) con la partecipazione dei Quaderni del Circolo Rosselli. Per info: info.cric.2016 at gmail.com.

       

   

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

In Italia, un terzo dei

bambini a rischio povertà

 

di Antonio Maglie

 

Un terzo dei giovani italiani al di sotto dei diciotto anni è a rischio povertà. Il dato per nulla rassicurante è stato reso noto dall’istituto di statistica europeo (Eurostat) in occasione della ventesima giornata mondiale dell’infanzia che verrà celebrata domenica prossima, 20 novembre. Il dato riferito al complesso dell’Europa a ventotto dice che circa venticinque milioni di bambini, ragazzi e adolescenti sono a rischio povertà o esclusione sociale. La situazione di rischio si presenta nel momento in cui per i giovani si materializza una di queste tre condizioni: una situazione di indigenza nonostante i sostegni sociali, privazione dei mezzi materiali di sostentamento seria o inserimento in un ambiente dove il lavoro scarseggia o viene svolto in maniera episodica. Venticinque milioni di giovani rappresentano il 26,9 per cento della popolazione europea giovanile e, se proprio vogliamo individuare in questa tristissima statistica un dettaglio positivo (quasi irrilevante dal punto di vista numerico), l’area del rischio nel 2015 risulta ridotta rispetto al 2010 quando coinvolgeva il 27,5 per cento del segmento di popolazione prima indicato (ma in Italia abbiamo avuto una consistente impennata).

    Nella classifica non siamo ultimi con il nostro 33,5 per cento (eravamo nel 2010 al 29,5) per il semplice motivo che dividiamo la posizione con l’Ungheria mentre peggio di noi se la passano la Romania (ultimissima) con il 46,8 per cento, la Bulgaria (43,7) e la Grecia (37,8). Il “mestiere” di bambino o adolescente è decisamente più semplice in Svezia (14 per cento), in Danimarca (15,7, in Slovenia (16,6), in Olanda (17,2), nella Repubblica Ceca e in Germania (18,5).

    La riduzione del rischio è stata infinitesimale per un motivo molto semplice: perché la povertà (e l’esclusione sociale) è diventata un po’ ovunque un fantasma sempre più gigantesco (e, quindi, terrorizzante). L’aumento è stato particolarmente robusto in Grecia (dal 28,7 al 37,8), a Cipro (7,1 per cento in più) e, appunto, in Italia (+4). Sono stati segnalati ridimensionamenti in Lettonia (dal 42,2 al 31,3), in Bulgaria (sei per cento in meno) e in Polonia (4,2).

    Un altro dato significativo, ma non originale, riguarda il tasso di istruzione delle famiglie da cui provengono questi ragazzi: il rapporto è inversamente proporzionale poiché più è alta l’istruzione e più il rischio è basso, più è bassa e più il rischio è alto. Il 65,5 per cento dei bambini o degli adolescenti a rischio povertà ha genitori con un livello debolissimo di istruzione (le elementari, tanto per intenderci); il 30,3, invece, può contare su genitori che sono arrivati sino alla licenza media; il 10,6, invece, vive in famiglie con livelli di istruzione elevati. Questa differenza è presente dappertutto ma con ampiezze diverse. In Slovacchia la forbice si allarga sino a raggiungere il 94,4 con l’11 per cento a rischio povertà che ha genitori con istruzione elevata per uno scarto pari all’83,4 per cento, in Bulgaria dove lo scarto è del 79,4 e in Repubblica Ceca (78,6). La distanze appaiono più contenute in Danimarca (34,7), in Estonia (35,7) e in Portogallo (38,4). In Italia ci attestiamo al 52,4 (il 64 per cento vive in famiglie a basso livello di istruzione contro l’11,6 per cento che vive in famiglie ad alto livello di istruzione).

       

                                     

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

 

Allegato Rimosso
Allegato Rimosso
Allegato Rimosso
Allegato Rimosso
Allegato Rimosso