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[Diritti] ADL 170126 - Serata colorata



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., centro socialista italiano all'estero, fondato nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

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e-Settimanale - inviato oggi a 45964 utenti – Zurigo, 26 gennaio 2017

  

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GIORNO DELLA MEMORIA

Serata colorata

 

Musiche dal Campo d’internamento di Ferramonti

Questa sera alle 20.30 a Roma (Auditorium Parco della Musica)

 

Il concerto propone un repertorio tipico degli Anni Trenta: jazz, kabarett, canzonette, avanspettacolo, un tipo di musica molto presente a Ferramonti, dove si ritrovano compositori amici e compagni di studio di Kurt Weill, jazzisti e musicisti klezmer.

    Ma ci saranno anche brani di musica classica, canto corale e pezzi tratti dal repertorio ebraico, tra cui uno struggente Kaddish; e una bellissima “Ciaccona” del compositore italiano Tomaso Antonio Vitali, scritta nel 1700: la partitura è stata ritrovata tra i molti documenti musicali di Ferramonti, raccolti dagli internati.

    Straordinario il cast dei musicisti: Fabrizio Bosso, guest star apprezzata internazionalmente, con la sua tromba; e un gruppo di virtuosi come Vince Abbracciante alla fisarmonica, Giuseppe Bassi al contrabbasso, Seby Burgio al pianoforte; Andrea Campanella al clarinetto, Daniel Hoffman al violino, Eyal Lerner voce e flauto. Le voci sono quelle di Lee Colbert, Myriam Fuks, Giuseppe Naviglio. Con il Coro Petrassi e il Coro C. Casini dell’Università di Roma Tor Vergata, direttore Stefano Cucci.

 

Voce narrante: Peppe Servillo

 

Regia di Fabiano Marti.

 

Arrangiamenti musicali:

Vince Abbracciante, Giuseppe Bassi, Seby Burgio.

 

Ricerca musicale di Raffaele Deluca.

 

Testi di Viviana Kasam e Fabiano Marti.

 

Direzione artistica di Michelangelo Busco.

 

Consulenza storica di Carlo Spartaco Capogreco.

 

AUDITORIUM

PARCO DELLA MUSICA,

SALA SINOPOLI, ROMA

 

Roma – Via Pietro de Coubertin, 30 – Ore 20.30

  

 

Comunicato dadaista 2017 / 1

 

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Bollettino della Vittoria

 

Dal quartier generale dei socialisti anti-Italicum

riceviamo e pubblichiamo.

 

La gigantesca battaglia ingaggiata lo scorso anno, e alla quale prendevano parte migliaia di socialisti e democratici indomiti, contro l’Italicum e le preponderanti forze renziane, è finita.

    La guerra contro le liberticide leggi elettorali che, sotto l’alta guida del loro comandante in capo, i socialisti italiani, inferiori per numero e per mezzi, iniziarono nove anni fa contro le armate del Porcellum e che, con fede incrollabile e tenace valore, condussero per più di 100 mesi, è vinta.

    La fulminea e arditissima udienza di giovedì e la sentenza della Corte Costituzionale, hanno sbarrato ogni strada alla rivincita delle armate avversarie, travolte ad occidente dai socialisti dei reggimenti del Gruppo di Volpedo, ad oriente dalle compagnie dei socialisti del Triveneto e dell’Emilia, al centro ed al sud dai unità dei guastatori socialisti, ed ha segnato una pesante sconfitta per il fronte avversario.

    Dal Monte Bianco a Trieste, dalla Pianura Padana alla Sicilia, dal Manzanarre al Reno, l’irresistibile slancio socialista e democratico sta avviando il recupero dei territori italiani, sopravvivono solo sacche di nostalgici del maggioritario.

    Dalla capitale d’Italia il comando in capo dell’esercito dei socialisti lancia l’ordine di procedere senza indugi nella lotta in campo aperto, anelante di ritornare sulle posizioni politiche che già i socialisti occupavano e che mai avevano considerate perdute.

    L’Esercito avverso, nell’accanita ostilità dei primi giorni dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre, ha subito perdite gravi, la ritirata sta riducendo i suoi spazi di manovra.

    I resti di quello che fu uno dei più potenti partiti italiani tentano disordinatamente di risalire le postazioni, ormai perdute, che avevano occupato con tanta orgogliosa sicurezza.

Firmato Besostri 😉

   

    

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    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

    

    

EDITORIALE

 

Scampato pericolo

 

È assolutamente inaccettabile che la corruzione della democrazia alligni già nelle norme stesse e nelle procedure dei comizi elettorali.

 

di Andrea Ermano

 

Alla festa del primo maggio 2016 in Val d'Ossola ricordo che ci apprestavamo ad affrontare demoralizzati l'ennesima battaglia di minoranza, in cui saremmo finiti "asfaltati", sia sull'Italicum sia sulla Revisione Renzi-Boschi. Confessavo questo comune sentire a Felice Besostri che stava seduto sulla sedia accanto dopo il pranzo comune al Circolo Socialista di Verbania. Mentre argomentavo, in tono pacato, anzi depresso, Felice Besostri si appisolò. Capita ogni tanto in questi incontri socialisti, dopo pranzo. Smisi di parlare per non disturbare l'illustre giurista mio vicino. A quel punto mi rispose lui. Con un bisbiglio proveniente da un luogo "altro", dislocato nelle vaste praterie di Pennichella… Biascicò che il futuro ci è ignoto e che quindi non era ancora detto… Poi si tacque. Aveva chiaramente parlato nel sonno. Ma quel che diceva era giusto. E così è stato. Chapeau!

    Oggi, ovviamente, festeggiamo lo scampato pericolo. E Felice Besostri, che ha svolto un ruolo preminente in entrambe le grandi battaglie di democrazia, contro la Revisione e contro l'Italicum, ha ben di che a folleggiare rifacendo il verso dadaista al "Comunicato della Vittoria" del generale Diaz (vedi sopra).

    Certo, adesso ridiamo, ma non possiamo dimenticare che dall'establishment italiano è emersa la forte tendenza a promulgare leggi elettorali incostituzionali e a combinarle con riforme costituzionali invise al popolo sovrano. Non è accaduto per caso, perché l'intera tragicommedia del "combinato disposto" è stata rappresentata per ben due volte consecutive, la prima sotto la regia di Berlusconi, la seconda sotto quella di Renzi.

 

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I due finti nemici di ieri vengono prospettati oggi come i due veri alleati di domani. Sempreché PD e FI riescano a raccogliere una somma di consensi sufficiente. Un quarto di secolo di turbo-tra­sfor­mismo ha rafforzato però opzioni elettorali di chiara impronta populista. Sbaglia chi pensa di correre alle urne utilizzando i residui di di legge rimasti sul campo dopo la bocciatura costituzionale del Porcellum (che sopravvive come "Consultellum del Senato") e dell'Italicum (che sopravvive come "Consultellum della Camera"). Sbagliano, perché il margine di consenso dei partiti a vocazione governativa si è gravemente ristretto e non pare proprio che il duo Renzi-Berlusconi riuscirebbe a catapultare nel prossimo Parlamento i numeri per governare, mentre la loro tentazione iper-maggioritaria è resa ormai impraticabile dalla doppia bocciatura subita.

    Bisogna abbandonare definitivamente le pratiche da apprendisti stregoni di chi pensa di potersi ritagliare leggi elettorali ad personam, leggi regolarmente sbarellate sia dagli elettori che dai giudici costituzionali.

    Auguriamoci, dunque, che il lavoro parlamentare di "armoniz­zazione" dei due Consultelli, alla Camera e in Senato, pervenga a un punto di equilibrio il più possibile "generale e astratto". E quando l'Italia riavrà finalmente una legge elettorale degna del nome, auguriamoci che alle forze politiche sia dato tempo sufficiente per elaborare ciascuna i propri programmi e le proprie strategie, come del resto prescrive un'importante quanto dimenticata Raccomandazione del Consiglio d'Europa.

    È assolutamente inaccettabile che la corruzione della democrazia alligni nelle norme stesse e nelle procedure dei comizi elettorali.

       

   

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

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Indagata e subito "graziata"

 

Virginia Raggi indagata e “graziata” dal nuovo codice M5s

 

di Valentina Bombardieri

 

A Roma c’è un vecchio detto popolare che recita “a chi tocca non s’en­grugna”. Infatti la sindaca Raggi è di buon umore. “Serena” si de­fi­ni­sce nel suo post su Facebook dove annuncia di aver ricevuto un av­viso a comparire in Procura.

    “Oggi mi è giunto un invito a comparire dalla Procura di Roma nell’ambito della vicenda relativa alla nomina di Re­na­to Marra a direttore del dipartimento Turismo che, come è noto, è già stata revocata. Ho informato Beppe Grillo e adempiuto al dovere di informazione previsto dal Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle. Ho avvisato i consiglieri di maggioranza e i membri della giunta e, nella massima trasparenza che contraddistingue l’operato del M5S, ora avviso tutti i cittadini Sono molto serena, ho completa fiducia nella magistratura, come sempre. Siamo pronti a dare ogni chiarimento”.

    Queste le parole della Sindaca di Roma. Sul tavolo della Procura la nomina del fratello di Raffaele Marra. Mentre Virginia Raggi affida la notizia alla sua pagina Facebook, sul Blog non ne troviamo notizia alcuna. La svolta garantista (Grillo nega ma oggettivamente c’è una certa differenza tra chiedere le dimissioni dopo il ricevimento di un avviso di garanzia e pretenderle dopo il giudizio di primo grado, concettualmente, peraltro, una scelta strampalata, a mezza strada visto che i gradi di giudizio in Italia sono tre: ma il “garante” preferisce smentirsi a metà così può prendersela con i giornalisti che raccontano frottole) sembra quasi essere il frutto della “rivelazione” di un mago. O molto più probabilmente la svolta è stata costruita appositamente per evitare un evento previsto, cioè la perdita della poltrona capitolina (in fondo, i pentastellati stanno dando notevole prova di adattabilità ai propri interessi: dall’Italicum che ora è stato tradotto in versione Legalicum, ai riferimenti politici internazionali e agli alleati che con la democrazia diretta hanno poco a che vedere e in alcuni casi hanno poco a che vedere con la democrazia tout court: ma in fondo tutto va bene se aiuta il partito a conquistare il potere).

    «La ricezione, da parte del portavoce, di ‘informazioni di garanzia’ o di un ‘avviso di conclusione delle indagini’ non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti potenzialmente tenuti dal portavoce stesso», recita ancora il regolamento, rimandando alla «discrezionalità del Garante e del Collegio dei Probiviri o del Comitato d’appello la valutazione della gravità di fatti». Il nuovo codice sancisce anche l’obbligo di comunicare ai vertici ogni informazione su procedimenti giudiziari: chi è indagato o condannato, ha «l’obbligo di informare immediatamente e senza indugio il gestore del sito» con apposito link al sito del M5S.

    Virginia Raggi ha rispettato il regolamento, così come le direttive del mago “Silvan” Grillo. Peccato che ora il Movimento Cinque Stelle non potrà gridare alle dimissioni dell’indagato come ha fatto da quando si è affacciato sulla scena politica…

           

   

SPIGOLATURE 

 

Non proprio

un inno alla gioia

 

di Renzo Balmelli 

 

VALORI. Evocare figure controverse come Trump per contestare la legittimità della sua elezione, per altro mai messa seriamente in dubbio, significa perdere di vista gli scogli disseminati da una presidenza che sembra avere mandato in corto circuito l'immagine che avevamo dell'America. L'aspetto principale ed emblematico sul quale dovremmo invece concentrare la massima attenzione -e che tra l'altro è stato molto bene evidenziato dall'imponente manifestazione planetaria delle donne – è la legittimazione etica e morale del Presidente, delle sue scelte e del suo modo di porsi di fronte alla nazione e alla storia. Valori che al 45esimo capo della Casa Bianca palesemente non interessano. Dicono che la sua ascesa sia frutto del nuovo che avanza. Ma per chi? Se già comincia ora, a pochi giorni dall'insediamento, a costruire i primi, pesantissimi muri e li sbandiera come trofei di guerra, coglie nel segno Roberto Saviano quando afferma che "questo nuovo è terribile". Terribile perché istiga all'odio e vellica i peggiori istinti. Una prospettiva da brivido che non è proprio un inno alla gioia.

 

ABBAGLI. Fingere non è una licenza d'autore concessa solo ai poeti. Da una eternità il potere si è appropriato del celebre aforisma di Fernando Pessoa a proposito del poeta fingitore e ne fa un uso assai disinvolto per diffondere il suo messaggio deliberatamente ingannevole. Adesso poi grazie ai social media ed ai veleni del web mentire è diventato uno strumento ancor più insidioso per intercettare qualunque tipo di rabbia - fatta anche di bisogni veri - e per mietere consensi al d fuori dei tradizionali canali di comunicazione. Esemplare a tale proposito è lo slogan efficace anche se inquietante di Trump teso a "far tornare grande l'America". Slogan che sembra avvalorare il ritorno alla tradizione del new deal, ma che realtà è una strizzatina d'occhio alle lobby più chiuse. Al massimo serve a innescare abbagli di breve durata, a tenere buona la piazza, con il consenso scontato e interessato degli yes men, pronti a vendere l'anima per un posticino sul carro del vincitore.

 

EREDITÀ. Ciò che fa letteralmente imbufalire i repubblicani, è la consapevolezza di avere vinto la partita per la presidenza, seppur senza il conforto del voto popolare, ma di avere perso la battaglia più importante. La battaglia finale con la quale anelavano ardentemente a sbarazzarsi di Obama e liberarsi, come scrivono certe gazzette dell'italica destra, del "negretto" che per otto anni è stato il loro peggiore incubo. Poveri illusi! Il Potomac dovrà macinarne ancora tante di acque non sempre limpide sotto i ponti di Washington prima che un tycoon qualunque riesca (ma è poco probabile) a cancellare dalle sue sponde lo stile, la grazia e il coraggio messi in campo dal primo presidente afro-americano e da altri grandi leader democratici, da Kennedy a Clinton.  A dispetto degli errori che hanno potuto commettere (anche i miti sbagliano) la loro eredità capace di riscaldare gli animi, alimentare utopie sublimi e rendere meno banale il risveglio è un patrimonio che nessuno potrà mai cancellare.

 

SPINTE. Quando vanno in onda le rumorose adunate dell'estrema destra come quella indetta giorni fa a Coblenza, non c'è da scherzare. Nella città alla confluenza tra il Reno e la Mosella abbiamo assistito all'anteprima di ciò che potrebbe diventare l'Europa se questi schieramenti, irretiti dalla tentazione dell'uomo forte, prendessero il sopravvento. Il secolo scorso, prima della Grande guerra e poi negli anni Trenta, l'ultra-nazionalismo ha trascinato con sé frustrazioni e violenze. E quello di oggi fa altrettanta paura. Nel continente sono all'opera forze che si sono messe in testa di snaturare la democrazia e che eccitate dal vento che spira dall'altra parte dell'Atlantico nutrono ambizioni elettorali che sarebbe irresponsabile prendere sotto gamba. Non sono macchiette, ma un reale pericolo. Chi nel Novecento guardò dall'altra parte o finse di non vedere ebbe poi tutto il tempo di pentirsi amaramente per non avere considerato la potenza devastante delle spinte disgregatrici. Nel giorno della memoria, che ricorre domani, una lezione terribile, da non dimenticare mai.

 

MISSIONE. A meno di un miracolo, le sorti del partito socialista francese in vista delle elezioni presidenziali sembrano segnate. Nell'elegante palazzo dell'Eliseo a Hollande, che con una scelta discutibile ha rinunciato a presentarsi dando l'impressione di abdicare dallo Stato, molto verosimilmente non subentrerà un altro esponente della sinistra. In una situazione tanto difficile, con una torsione del testo originale, di cui chiediamo venia, verrebbe da dire "Allons enfants de la gauche". Ma il fatidico giorno della gloria non sembra a portata di mano. Non ancora. In ordine sparso le energie sono concentrate nel tentativo di arginare le truppe minacciose di Madame Le Pen, o le bravate di Salvini, autore di una pagina orrenda di cinismo mediatico nel pieno della tragedia. Ma se la missione è nobile, non di meno la sinistra andrà alle urne debole, incapace di riunirsi per tenere alto il vessillo di una grande idea che non muore, ma che ora vive piuttosto male. E non è difficile immaginare chi farà man bassa delle sue divisioni. 

 

PASTICCIO. Come tutte le decisioni di pancia, strappate facendo leva sull'emotività e la paura, anche la Brexit si sta rivelando un colossale pasticcio politico e istituzionale. Dopo il referendum per l'uscita dal­l'Unione Europea il Regno Unito si è scoperto di colpo disunito e in­deciso a tutto. Il sentimento di insicurezza non ha fatto che aumen­tare in seguito al verdetto della Corte suprema che impone l'obbligo di ottenere l'approvazione del Parlamento prima di avviare le pratiche del divorzio da Bruxelles. Ora bisognerà aggiustare le procedure per evi­tare che il conflitto di competenze con il governo della premier May, che incassa una sconfitta simbolicamente importante, non suoni come una inaccettabile sconfessione del verdetto popolare. La Gran Bretagna se ne andrà comunque, ma i tempi si allungano e le mirabolanti pro­mes­se di un futuro radioso senza il fardello degli impegni comunitari cominciano a fare acqua da tutte le parti. 

 

INCANTESIMO. A 82 anni è morto Eugene Cernan, l'ultimo astronauta ad avere posato il piede sulla Luna. Prima di lui altri dodici cosmonauti, dodici come gli apostoli, tutti statunitensi, si sono posati sul nostro satellite per esplorarne la superficie, raccogliere campioni, riportare a terra emozioni precluse ai normali essere umani. Con la scomparsa di Cernan si chiude il cerchio di una avventura iniziata con Neil Armstrong che la consegnò alla storia con la memorabile frase " un piccolo passo per l'uomo, un grande passo per l'umanità". Al di là dell'entusiasmo di chi ne fu protagonista, la reale portata dell'im­presa resta però un tema oggetto di controversie. Già Jules Verne e Méliès seppero costruire racconti fantastici e di grande richiamo sui viaggi siderali, ma anche oggi, a 45 anni dell'ultimo lancio, l'allunaggio appare ancora come una bella incompiuta, se non per motivi di prestigio nelle ricorrenti vampate della guerra fredda. Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? A dispetto dei curiosi terrestri, il canto notturno di un pastore errante dell'Asia messo in poesia da Leopardi non svela i suoi segreti e da lassù l'astro più cantato al mondo conserva l'incantesimo inviolabile che fa sognare gli innamorati.

   

       

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Referendum Cgil, il giorno delle Camere del Lavoro

 

La Cgil riunisce a Roma, palazzo dei congressi dell'Eur, tutte le sue strutture. Previsti oltre 1500 partecipanti da ogni parte d'Italia. Alle ore 14.00 le conclusioni di Susanna Camusso. La campagna per i due Sì su voucher e appalti entra nel vivo.

 

In attesa di conoscere la data del voto, entra nel vivo la campagna a sostegno dei due referendum sul lavoro (voucher e appalti), promossi dalla Cgil. Oggi, 26 gennaio 2017, si tiene infatti a Roma, l’Assemblea nazionale delle camere del lavoro e di tutte le strutture del sindacato. Oltre 1.500 i partecipanti attesi da tutta Italia al Palazzo dei Congressi all’Eur, dalle ore 9.30 alle ore 14, quando sono iniziate le conclusioni dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.

    Parallelamente alla campagna sui referendum prosegue poi il percorso della Carta dei diritti universali del Lavoro, la proposta di legge di iniziativa popolare a sostegno della quale la Cgil ha raccolto oltre un milione di firme. Questa settimana è partito il “tour” parlamentare, per illustrare ai vari gruppi i contenuti della Carta e chiedere che la discussione della legge sia al più presto incardinata in Parlamento. Finora, gli incontri si sono svolti con Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Gruppo Misto. “La nostra battaglia referendaria e quella a sostegno della Carta sono battaglie di natura culturale prima ancora che sindacale e politica”, ha detto Franco Martini, segretario confederale della Cgil, intervistato da RadioArticolo1.

    “In questo paese – ha aggiunto - dobbiamo ricostruire una cultura del lavoro e per far questo la Cgil da sola non basta: c’è bisogno del sostegno di tutti quei soggetti che vogliono veramente fare dell’Italia un paese moderno, civile e in cui si rispetti il primo articolo della Costituzione: l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non su un lavoro qualsiasi, ma su un lavoro che esprima tutte le potenzialità creative della persona e che quindi ne rispetti anche la dignità”…

 

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ECONOMIA

 

Il sistema bancario internazionale

naviga pericolosamente a vista

 

Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà. Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle ban­che centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare mi­sure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della specu­lazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

    Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

    Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

    Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca d’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

    Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

    Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

    Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

    Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

    Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio. 

    Quando Wall Street e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

    Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle “too big to fail”: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JP Morgan Chase e Wells Fargo.

    L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

    Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

    

    

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Migranti. ‘Muro’ europeo per bloccare la rotta dalla Libia

 

di Vera Solini

 

Chiusa la rotta balcanica, i migranti in fuga dalla miseria e dall’instabilità politica di molti paesi africani non hanno altra scelta che mettersi nelle mani dei trafficanti libici senza scrupoli e cercare di attraversare il Mediterraneo diretti in Italia, passando per la Libia. L’Europa però ora è pronta a chiudere anche la rotta del Mediterraneo. L’appuntamento è al vertice informale del 3 febbraio a La Valletta, durante il quale Federica Mogherini e la Commissione presenteranno il piano per frenare i flussi dalla Libia all’Italia, migliorare le condizioni dei migranti nei campi libici e favorire i ritorni ma anche garantire le richieste di asilo. Alla Libia verranno forniti i mezzi per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, con il coordinamento dell’operazione Sophia. Tra i punti principali, il completamento dell’addestramento della guardia costiera libica e la fornitura dei mezzi navali necessari per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, riportando i migranti sulla costa, in collegamento con un Centro di coordinamento operativo in primavera con le informazioni dell’Operazione Sophia e di Italia, Malta, Grecia, Cipro, Francia, Spagna e Portogallo. Il piano Ue propone poi almeno 200 milioni di finanziamenti di progetti in Libia e punta a rafforzare la frontiera sud aumentando anche la cooperazione con Egitto, Tunisia e Algeria per evitare che si creino rotte alternative.

    Altro punto rilevante del piano, la proposta di incrementare la cooperazione con la Iom e lo Unhcr, ma anche con le municipalità libiche per migliorare le condizioni di vita nei campi in Libia che vengono definite come “inaccettabili” e “molto lontane dagli standard internazionali” e da una parte favorire i ritorni ai paesi di origine per i migranti economici che non possono restare in Libia e non hanno speranze di raggiungere l’Europa, dall’altra assicurare che possa ottenere protezione chi ha diritto all’asilo.

    Per il controllo della frontiera sud, attraverso la quale passano i flussi, la Ue intende aumentare il lavoro con i paesi già coinvolti nei ‘compact’ come Niger e Mali, ma anche con il Ciad. Inoltre propone di rafforzare ulteriormente l’operatività della missione Eucap Sahel operativa ad Agadez, ma anche valutare i progetti per dare un’alternativa economica alla regione nel Niger settentrionale che attualmente di fatto vive del contrabbando di esseri umani. “A lungo termine” si propone di valutare se una missione civile e di sicurezza della Ue possa sostenere una guardia di frontiera libica eventualmente con un’azione combinata della Guardia di frontiera europea “per migliorare il monitoraggio ed il flusso informativo”.

    Nonostante i buoni propositi, a far discutere è non solo l’instabilità politica libica, ma anche i numerosi racconti e reportage sulle condizioni e le vessazioni a cui sono sottoposti i profughi che passano dalla Libia. Poco tempo fa è stato pubblicato anche un dossier delle Nazioni Unite che evidenzia un calvario continuo di queste persone che restano intrappolate nel territorio libico, ma che ora rischiano anche dopo essere riuscite a scappare verso l’Europa di essere rimpatriate. “La situazione dei migranti in Libia fa emergere una crisi dei diritti umani. Il collasso del sistema di giustizia ha provocato uno stato di impunità nel quale gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri e trafficanti controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”, si legge nel dossier. Con la complicità, si aggiunge, di funzionari governativi: “La missione Onu in Libia (Unsmil) ha ricevuto informazioni attendibili che alcuni esponenti di istituzioni statali e alcuni funzionari locali hanno partecipato al sistema di contrabbando e traffico”. E ancora: “La compravendita di migranti è una pratica abituale. Detenzione, sfruttamento, lavoro forzato per potersi pagare il viaggio. E sono le donne a pagare il prezzo più alto”.

    Intanto la Commissione Ue raccomanda al Consiglio europeo di autorizzare Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia a mantenere per altri tre mesi i controlli temporanei in vigore presso determinate frontiere interne Schengen. “Nonostante la graduale stabilizzazione della situazione e l’attuazione di una serie di misure proposte dalla Commissione per migliorare la gestione delle frontiere esterne, Bruxelles ritiene che non siano soddisfatte le condizioni della tabella di marcia ‘Ritorno a Schengen’ per ristabilire il normale funzionamento dello spazio Schengen”.

 

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L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

    

Da l’Unità online

http://www.unita.tv/

 

Piazza Craxi?

 

di Dario Mantovani,

Sindaco di Molinella

 

Poche settimane fa è morto Mario Soares, grande leader socialista che seppe guidare il Portogallo alla democrazia, dopo gli anni plumbei della dittatura di Salazar. Molte anime belle credono che questi processi avvengano naturalmente, che un paese si alzi una mattina e decida di intraprendere un cammino democratico: ci spiace, ma così non è. O perlomeno: non è solo così. Anche questi processi richiedono quattrini, liquidità, mezzi. Il denaro, in poche parole.

    C’è stato un partito, in Italia, che negli anni ’70 e ’80 ha finanziato i movimenti socialisti in Portogallo e Spagna (dove le democrazie erano giovani e le dittature recenti, dittature peraltro superate ai tempi da governi socialisti), movimenti sindacali come Solidarność in Polonia, esuli cileni in lotta contro Pinochet: questa forza era il Partito Socialista Italiano, che ai tempi aveva un Segretario che all’anagrafe rispondeva al nome di Benedetto Craxi detto “Bettino”.

    Sono passati tanti anni e premettiamo: siamo a conoscenza delle verità processuali sui canali di finanziamento dei partiti italiani in quegli anni, così come siamo a conoscenza delle tante storture che i singoli uomini della tarda Prima Repubblica praticavano (chi per dare agibilità economica al partito, chi per dare agibilità economica al proprio conto bancario). A queste responsabilità siamo pronti a sommare quelle di chi, come Craxi, è sfuggito alle conseguenze processuali. Sono tutte cose che contano, che fanno parte della storia: ma quest’ultima non può essere ricostruita con le sole sentenze. C’è la Storia politica di un Paese(quella con la S maiuscola) che merita oggi (e non solo da oggi) uno sguardo più approfondito e quanto più equo.

    Bettino Craxi è morto in Tunisia, 17 anni fa, sofferente per  un diabete che curava in un piccolo ospedale militare a pochi chilometri da Hammamet. E’ morto nella sua casa, sicuramente agiata, ma lontanissima dagli agi di tanti della classe politica e imprenditoriale odierna.  Non gli è stato perdonato nulla di quel sistema di finanziamento ai partiti, che certamente non riguardava il solo PSI. Faccio molta fatica a pensare oggi, che statisti come Moro e Zaccagnini ignorassero i sistemi di autofinanziamento della DC campana e siciliana. Così come, è inutile nascondersi dietro a un dito, qualunque Segretario del Partito Comunista Italiano sapeva benissimo dei flussi di denaro provenienti, in rubli, dal PCUS (e l’Unione Sovietica era un regime totalitario, non un imprenditore che allungava una mazzetta).

    Continuiamo giustamente a fare convegni e approfondimenti sulle figure di Moro e Berlinguer (due stimati galantuomini e politici di prim’ordine) e per faciloneria pensiamo che Craxi debba essere la raffigurazione iconografica della peggior schiuma partitica di una lunga stagione politica. Questa sintesi oggi non dovrebbe accontentare nessuno, a meno che a 25 anni dopo il 1992, non sia ancora più comodo dividerci in tifoserie.

    Il PSI di Craxi, il Governo di Craxi, ebbero intuizioni forti, che andrebbero ricordate e rivendicate con forza, nella storia del riformismo italiano: l’abolizione della scala mobile (che fermò la galoppata dell’inflazione), i rapporti con gli stati Nord africani (per la regolazione dei flussi migratori), la quasi totale abolizione del voto segreto in aula, il nuovo Concordato,  oltre al finanziamento in Europa e non solo in Europa di tutte quelle forze, che in nome del comune sentire socialista, rivendicavano progresso per le classi sociali meno abbienti, libertà, diritti. Finanziamenti per cui non si richiedeva certo una ricevuta.

    Ci sono stati anche errori gravi (una parte della responsabilità sull’esplosione del debito pubblico italiano) e la classe dirigente, non sempre di qualità, di cui si era circondato. Degli illeciti, che ci furono, possiamo invece dire che erano usi e costumi diffusi e trasversali in tutte le formazioni politiche, di governo e di opposizione.

    Quindi, come concludere questa missiva? Venticinque anni dopo il 1992 e 17 anni dopo la morte del leader socialista, vediamo che a Milano è in corso un dibattito sull’opportunità o meno di dedicargli una piazza, una via. Chi crede che la Storia politica di un paese si faccia rilegando in un libro mastro le sentenze e gli avvisi di garanzia sarà contrario. Io, molto più modestamente, non ho mai creduto che le rivoluzioni le possano fare i magistrati, dal 1789 in poi. Credo che la questione sia, come spesso accade, molto più complessa e variegata.

 

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(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

        

Cultura

 

“Il deserto vive” di

Miklós Klaus Rózsa

 

A Zurigo è l’anno di Miklós Klaus Rózsa. Al festival cinematografico di Soletta ha riscosso grande successo di pubblico e di critica il film “Apolide” (Staatenlos), di Erich Schmid, dedicato alla sua vicenda umana e professionale. Ebreo ungherese, profugo in Svizzera in tenera età dopo la repressione sovietica del 1956, Rózsa è divenuto uno dei maggiori fotografi elvetici contemporanei. Particolarmente famosi i suoi reportages sugli scontri di piazza degli anni Ottanta, che gli sono costati ostilità, minacce e anche aggressioni fisiche. Di seguito riportiamo il testo del discorso tenuto da Francesco Papagni all’inaugu­ra­zione della retrospettiva personale “Il deserto vive” che la “Galerie Baviera” (Zwinglistrasse 10) ha voluto dedicare a Rózsa. L’esposizione, curata da Füsum Ipek, rimarrà aperta fino al 18 marzo 2017 (orari di apertura da mercoledì a venerdì: ore 13.00 -18.00, sabato ore 13.00 – 16.00).

 

di Francesco Papagni

 

I film e le fotografie che Miklós Klaus Rózsa  e Füsum Ipek hanno scelto da un immenso archivio testimoniano di una straordinaria e poliedrica produzione. Dico poliedrica perché questa esposizione ci mostra – anche sul piano mediatico – un’immagine di Klaus che va ben oltre quella convenzionale del fotocronista. Non sono in molti a sapere che già alla fine degli anni ’80 Klaus aveva iniziato a fare dei documentari che all’epoca furono – per un breve periodo – trasmessi da una televisione locale via cavo. Opere considerate ormai irreperibili che abbiamo ora invece l’opportunità di riscoprire.

 

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Vintage insurrezionale. Una delle fotografie di Miklós

Klaus Rózsa esposte alla mostra “Il deserto vive”

 

Accanto alle ben note immagini di poliziotti zurighesi, vediamo scene di vita notturna, di happenings artistici, di manifestazioni per la parità di diritti e di case occupate – si tratta per l’appunto non soltanto di momenti di duro confronto bensì di vita quotidiana.

    Non intendo addentrarmi nei dettagli dell'opera, vorrei piut­to­sto sof­fermarmi sugli aspetti contenutistici che l’attraversano. La prima cosa che salta agli occhi è il momento della disubbidienza in molte azio­ni: trasgressioni estetiche – costumi quasi dadaisti per fare un esem­pio – che sono state percepite come una provocazione. Poi il travalicamento del limite tra pubblico e privato: lo esemplifica l'immagine di una donna che si fa truccare in pubblico da un’altra donna.

    E poi ancora il carattere ludico di svariati happenings, carattere – che in una città in cui anche oggi si ossequia la religione del successo materiale – sfonda la fissazione legata ad uno scopo: un'altra provocazione. Anche il gioco ha uno scopo, ma lo scopo lo ha in se stesso. L’aspetto ludico contrasta in modo peculiare la logica dello scontro, con la violenza che alcune immagini ci raccontano.

    È palese un certo edonismo: non si tratta però di un edonismo individualistico come lo incontriamo oggi, ma di un edonismo collettivo: agire insieme al di fuori della sfera del consumo e della produzione – a livello artistico e politico, livelli che di solito compaiono insieme.

    Le fotografie mostrano ben di più di una rappresentazione momentanea – documentano, soprattutto se, come in questo momento, li possiamo osservare insieme, una vera e propria forma di vita. Cosa realizzabile soltanto perché l’autore di queste riprese non era un osservatore occasionale. Soltanto grazie alla straordinaria costanza e soltanto attraverso alla sua partecipazione agli eventi era possibile restituire questi accadimenti in tutta la loro espressività.

    Grazie alla distanza temporale è più facile intuire quale energia utopistica quel movimento abbia sprigionato: una condotta esistenziale non-monetarizzata, anti-consumistica, giocosa e improntata all’inclusione è stata non tanto professata quanto vissuta.

    Vorrei mettere un aspetto in particolare rilievo: quello dell’inclusione. Al centro sociale “Kanzlei” era presente, una volta alla settimana, una dottoressa che curava pazienti privi di accesso al sistema sanitario svizzero. In alcune foto vediamo svizzere e svizzeri che festeggiano insieme a lavoratori immigrati – una trasgressione, per giunta su suolo pubblico.

 

 

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Miklós Klaus Rózsa (primo da sinistra) giovedì scorso

all’inaugurazione della sua personale, curata da Füsum Ipek

 

Questi oggetti esposti, oggi, cosa ci dicono? Ciò che già valeva per tutti quelli che all’epoca erano in grado di discernere: queste immagini ci costringono a prendere posizione. In una società dove solo in pochi si espongono e nessuno vuol rischiare qualcosa, una presa di posizione, anche se solo per noi stessi in foro interno, è una conquista.

    Non sempre, infatti, le persone "neutrali" sono riverite. Nella Divina Commedia Dante colloca gli ignavi nel terzo girone dell’Inferno, co­stretti a rincorrere un straccio, inseguiti e punti da terribili insetti. Era la punizione per chi in vita non ha voluto scegliere tra il bene e il male.

    Vorrei, per concludere, dire ancora qualcosa sull’autore delle opere qui esposte e sulle condizioni nelle quali i film e le immagini sono state realizzate. Come già accennato, Miklós si distingue per la sua costanza. Le sue fotografie, in particolare quelle più intime, non si spieghereb­bero senza una sua seconda qualità: la simpatia. Termine che in origine significa “sentire con”. Miklós era ed è parte degli accadimenti. Per molti dei suoi scatti era necessario avere perlopiù un certo coraggio. Miklós si è esposto ai pericoli che mai lo hanno spaventato o intimidito, sarei tentato di aggiungere, anzi.

    Si è fatto carico degli svantaggi, ha subito ostilità, pestaggi, minacce. E chi lo conosce sa a quali dimensioni si è arrivati. Si è tentato di “nobilitarlo” facendone una “vittima”. E qui ci troviamo di fronte ad un problema concettuale: se l’italiano, l’inglese e il francese distinguono tra “vittima” e “sacrificio”, il tedesco, questa differenza la restituisce con in verbi “essere vittima” (Opfer sein) e “fare sacrifici” (Opfer bringen). Senza ombra di dubbio, Miklós di sacrifici ne ha fatti scegliendo tuttavia liberamente di percorrere questa suo cammino dal quale con il suo lavoro non si è mai allontanato. Non è una vittima, poiché le vittime non hanno la libertà di scegliere.  Uomini liberi possono scegliere nel nome di valori superiori di assumere oneri di ogni genere. Miklós ha fatto dei sacrifici per vivere da uomo libero, per sollevarsi contro le ingiustizie e per documentarle.

    Nessuna società libera può fare a meno di uomini così, uomini che non sono disposti a massimizzare soltanto il loro interesse personale e privato. Uomini che tengono fermo lo sguardo quando la maggioranza, con imbarazzo, lo distoglie.

    Questa mostra, signore e signori, è il risultato di questo sguardo incessante, determinato. Certo non è possibile averlo a costo zero.

 

Miklós Klaus Rózsa

Il deserto vive

Retrospettiva personale curata da Füsum Ipek

“Galerie Baviera” Zwinglistrasse 10 - Zurigo

Mercoledì, giovedì e venerdì: 13.00 -18.00

Sabato 13.00 - 16.00

Fino a sabato 18 marzo 2017

           

       

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

 

 

Allegato Rimosso
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