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[Diritti] ADL 170323 - Casti



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., centro socialista italiano all'estero, fondato nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

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e-Settimanale - inviato oggi a 45964 utenti – Zurigo, 23 marzo 2017

  

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IPSE DIXIT

 

Casti - «Dopo venticinque anni di giustizialismo le caste sono tante, i casti un po' meno». – Emma Bonino

 

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La prova è Schulz - «Ho ascoltato anche una parte del dibattito con­gres­suale del Partito Socialista, il quale ha registrato anche lui, se non sbaglio, una scissione, una maggioranza con Nencini e una minoranza con Bobo Craxi. (…) La maggioranza del Psi, a quanto pare, è incline a un rapporto col Pd mentre la minoranza preferisce dialogare con i fuo­rusciti dal Pd, il Movimento Democratico e Progressista. Tutto se­condo tradizione. La cosa da pazzi è che l’SPD ha votato Schulz presi­dente col 100 per cento dei voti: è la prova finale che la socialdemo­cra­zia tedesca è fuori dalla tradizione della sinistra.» – Adriano Sofri

   

    

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    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

    

    

SOCIALISMO

EUROPEO

 

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Martin Schulz: «100% di equità»

 

L’ABC SOCIALISTA DEL

CANDIDATO MARTIN SCHULZ

 

"Se non ci occuperemo noi di rendere più

equo questo paese non lo farà nessuno"

 

di Emanuele Macaluso

https://it-it.facebook.com/emmacaluso/

 

Il Partito socialdemocratico tedesco, il partito di Willy Brandt, dimo­stra ancora una volta di avere un’anima socialista e di essere una forza che in momenti difficili sa scegliere con coraggio, guardando solo agli interessi del mondo del lavoro e della Germania. Si tratta di interessi che sono anche della sinistra europea senza dimenticare che Brandt è stato un grande presidente dell’Internazionale socialista.

    Il socialismo europeo attraversa una crisi che non ha risparmiato nemmeno l’Spd (per due legislature ha dovuto partecipare al governo di "Grosse Koalition", guidata da Angela Merkel, per dare un governo al Paese) che ha compiuto la scelta coraggiosa, al congresso di Berlino, con l’elezione all’unanimità di Martin Schulz a presidente e candidato alla cancelleria. I vecchi dirigenti che hanno retto il partito e la coali­zio­ne con la Cdu hanno fatto un passo indietro con dignità e grande senso di responsabilità sostenendo con convinzione e partecipazione la nuova guida del partito. Il tutto si è verificato senza primarie né secon­darie. Con la candidatura di Schulz, l’Spd ha guadagnato 10 punti e adesso è quotato oltre il 30%. L’obiettivo di poter battere Merkel non è affatto campato in aria.

    La candidatura di Schulz è anche una risposta al populismo antieuro­peo. Su questo fronte il candidato ha una sua storia europeista e ha fat­to dichiarazioni chiare e forti per rilanciare l’europeismo e l’Europa. An­che nel suo discorso al congresso Schulz ha pronunciato una frase che è l’abc di un partito socialista ma spesso dimenticata: "Se non ci oc­cuperemo noi di rendere più equo questo paese non lo farà nessu­no". È una legittima rivendicazione del ruolo che deve avere un partito so­cialista e del rapporto che deve mantenere e rafforzare con il mondo del lavoro.

    Non ho letto nulla sulle reazioni dell’ormai vecchio partito Linke che radunava il socialismo più radicale di Oskar Lafontaine. Ma è evidente che quel che si sta verificando è anche una loro sconfitta. Spero che reagiscano positivamente a queste grandi novità.

       

   

Londra

 

NO ALLA PAURA.

 

Ieri in seguito a un attacco al Parlamento britannico sono morte cinque persone, incluso l'attentatore. Un uomo alla guida di un Suv ha travolto i passanti sul ponte di Westminster andandosi a schian­tare contro una cancellata, sceso dal veicolo ha poi accoltellato un agente ed è stato infine ucciso dalla polizia. Theresa May: "Non ce­deremo mai al terrore".

 

di Renzo Balmelli

 

Si parla tanto di strategie per cambiare l'Europa, ma dopo quanto è accaduto a Londra nelle ultime 24 ore non sembra vi sia altra opzione allo stato attuale delle cose se non quella di formare un fronte comune per arginare la sfida senza respiro del terrorismo. Restare uniti è la principale forza di contrapposizione che i governi del continente possono mettere in campo proprio per impedire all' Isis di realizzare esattamente l'obiettivo a cui mira: sgretolare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni in modo da creare un terreno di coltura per la sua bacata ideologia.

    Alcune inquietanti coincidenze mostrano con ogni evidenza come l'attacco al cuore della capitale inglese non nasca per caso, ma sia il frutto di un disegno deliberato ed elaborato nei minimi particolari dalla cupola dell'organizzazione criminosa onde seminare il panico tra la gente. Per lastricare di vittime innocenti il ponte di Westminster, il ponte simbolico del Millennium e del progresso, è stata scelta una data densa di significati in quanto si colloca a un anno dal sanguinoso attentato di Bruxelles e alla vigilia del vertice di Roma convocato per sottolineare il sessantesimo anniversario dei Trattati che portano il nome della città e che in primo luogo vanno letti e interpretati appunto come un manifesto contro l'oscurantismo.

    Pur nel solco del dolore e dello sdegno provocati dalla barbara aggressione davanti all'imponente e storico edificio che ospita il Parlamento del Regno Unito sarebbe un errore imperdonabile mostrare al mondo l'immagine di una Europa balbettante, timorosa e in balia dei suoi nemici: quelli esterni, certo, subdoli e sfuggenti, ma anche quelli interni che non perdono occasione per indebolirla. Dalla base è però salito un messaggio universale di solidarietà e di identificazione nei valori dello spirito e della cultura propri dell'Europa che in questi momenti carichi di angoscia fa bene al cuore. Un messaggio in tutte le lingue per dire: "Non abbiamo paura!".

    

   

Freschi di stampa, 1917-2017

 

Nell’anno delle due rivoluzioni russe la nostra re­da­zione di allora poté "coprirle" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Balabanoff, fautrice degli stretti legami svi­luppatisi tra i so­cia­listi ita­liani e russi intensamente impegnati, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di "guerra alla guerra". Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

 

Evviva l'estetica

 

"La rivoluzione alla riscossa", recita il titolo a tutta prima pagina del­l'Adl del 24 marzo 1917. E il catenaccio: "Infranto un trono, i ri­vo­lu­zionari russi si battono contro la bieca frode borghese... Abbasso la guerra".

    Il 10 marzo 1917 (25 febbraio nel calendario giuliano) lo zar Nicola II aveva ordinato di "liquidare" i disordini nella capitale e di "sospen­dere" i lavori parlamentari della Duma. Ma gli arresti e le manovre di polizia servivano a poco, perché ormai il popolo si era convinto che «è cominciata la rivoluzione (...)il governo è impotente (...) la vittoria decisiva è vicina», come scrive in un rapporto ai superiori l'agente della polizia segreta Surkanov.

    Il 12 marzo 1917 il presidente della Duma, monarchico lealista, scrive allo Zar per fargli presente l'errore politico che si va configuran­do con la soppressone del parlamento di San Pietroburgo. Ma Nicola non lo degna nemmeno di risposta. Si diffonde la voce che la Duma resisterà allo scioglimento. Gli scioperi si estendono a macchia d'olio. Reparti dell'esercito e della polizia passano dalla parte dei rivoluzio­nari. I prigionieri politici vengono liberati. Si forma il "Comitato prov­visorio della Duma" e, contemporaneamente, il Consiglio operaio (So­viet) di Pietrogrado, ancora a guida menscevica e socialrivolu­zio­na­ria.

    Il 13 marzo 1917 gli insorti (operai, fanti, marinai) conquistano il palazzo dell'Ammiragliato, arrestando il generale Chabalov insieme a numerosi dignitari e ministri imperiali. Intanto, anche Mosca insorge. Le ferrovie passano sotto il controllo rivoluzionario, e lo stesso treno dello zar viene dirottato a Pskov, dove resterà fino all'abdicazione.

    Il 15 marzo 1917 Nicola II tenta una partita tattica in extremis, ma è bloccato nel vagone del suo treno. A mezzanotte verrà indotto ad ab­di­ca­re in favore del fratello Michele. Ma il giorno dopo anche il Gran­duca Michele compirà il suo "passo indietro", reputando invero di ri­u­scire così a salvaguardare la forma di stato monarchica. In realtà, però, lo zarismo ha perduto ogni consistenza politica in quanto l'odio del popolo «verso la dinastia ha raggiunto proporzioni spaventose», come constata «col cuore sanguinante» il generale, Rodzjanko.

    Il 17 marzo, dopo la trasmissione dei poteri del Soviet di Pie­tro­bur­go al Comitato provvisorio della Duma, viene siglato un accordo politico che prevede tra l'altro: a) amnistia per i reati politici e religiosi; b) li­ber­­tà di parola, di stampa, di associazione, di riunione e di sciopero; c) eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza limitazioni di con­di­zione, di religione e di nazionalità; d) convocazione di una Costituente.

 

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Marzo 1917 - Il colonnello Romanov, già Nicola II

di Russia, agli arresti domiciliari presso Mogilëv

 

Fin qui il calendario degli eventi. Sull'ADL della settimana precedente non c'era stata avvisaglia alcuna dell’insurrezione che stava portando al­la ca­duta di Nicola II. Le notizie viaggiavano lentamente all’epoca. Non esistevano per i "civili" linee di comunicazione libera e diretta. Il telefono costi­tui­va una rarità. Non è che tu potessi alzare la cornetta a San Pietro­burgo per chiamare un giornalista in Occidente per annun­ciargli in diretta che lo zar stava abdicando. In quei mesi, per dire, non essendoci comunicazioni tra la Germania e l'Italia in quanto nazioni belligeranti, il corri­spon­dente dell’Avanti! da Berlino, Cesare Sacer­do­te, telefonava a una tipografia "amica" di Zurigo, dove un redattore dell’ADL, Enrico Dez­za, attendava di poter stenografare il testo che poi avrebbe ridettato al lino­tipista di Milano. E pensare che l’Avanti! vendeva allora più copie della Repubblica e del Corriere oggi…

 

La notizia della rivoluzione in Russia cade sull'Europa occidentale come una bomba. Sull'ADL del 24 marzo 1917 sia il fondo sia l'arti­colo di spalla in prima pagina sono dedicati a ciò che sta accadendo a San Pietroburgo e la redazione giudica, non a torto:

 

"di tale grande, travolgente importanza da potere essere chiamato il fatto più rivoluzionario che la storia moderna abbia conosciuto".

 

Così esordisce l'editoriale, intitolato "Bagliori e speranze della rivoluzione in Russia". Poi – nell'articolo di spalla firmato arrisan – si apprende che "il nostro giornale può vantare di avere previsto chia­ra­mente gli av­ve­ni­menti russi che oggi han sorpreso tutto il mondo". ar­ri­san rinvia qui ad articolate analisi in merito alla crisi del "rasputini­smo zarista" ap­parse sull'Adl del 27 gennaio e del 3 febbraio, da cui vengono ripresi vari stralci, inclusa la diagnosi sullo stato di cose rivoluzionario:

 

"La situazione in Russia dev'essere grave, gravissima... di una gravità eccezionale, gravità politica, gravità economica, gravità generale" (Adl 3.2.1917).

 

Rivendicando una capacità prognostica completamente mancata invece nella "stampa borghese italiana, la quale pochi giorni prima dell'ir­ru­zione rivoluzionaria, negava l'esistenza di ogni ombra di dissidio", ar­risan rivendica per l'Adl il diritto ora di esaltare altresì gli avvenimenti "da un punto di vista critico, che gli avversari han dimostrato di non avere" (Adl 24.3.1917).

    Punto di vista critico: ciò di cui qui ne va è la cessazione della guerra. Se ciò non avvenisse, il nuovo potere finirebbe per «tradire cinicamente le speranze e le aspirazioni delle masse affamate, che versarono il proprio sangue (...) non per la continuazione della guerra. – L'assalto al Palazzo invernale ove risiedeva la famiglia imperiale ed alle altre fortezze di San Pietro e Paolo, fu fatto al grido di "Abbasso la guerra, vogliamo la pace!". Sugli edifici e per le vie del centro città sono stati distrutti, spezzati i simboli nazionali e sostituiti con quelli

internazionali: bandiere rosse!» (Adl 24.3.1917).

 

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San Pietroburgo, 10.3.1917 - Gli insorti conquistano

il centro città e manifestano a piazza Znamenskaja

 

E, prosegue arrisan, "per quanto il capo dell'Agenzia telegrafica di Pie­troburgo sia un amico intimo di Miliukoff, il quale confeziona con­ve­nientemente tutte le notizie riguardanti la rivoluzione, noi possiamo rilevare [che,] mentre la tragicommedia demo-liberale continua, il pro­le­tariato, con a capo il deputato socialista Ceidze, zimmerwaldia­no, non ha deposto le armi (...) Il gioco della rivoluzione è molto pe­ri­co­lo­so. Col fuoco non si scherza. (...) È molto sintomatico che la pro­po­sta del parlamento inglese di spedire un telegramma di con­gra­tu­la­zio­ne alla Duma è stata respinta dal governo di Londra (...) perché non si sapeva ancora come andrà a finire" (Adl 24.3.1917).

 

Col fuoco non si scherza. Peccato che le classi dirigenti europee non capiscano niente del sisma storico che ha come epicentro il "Palazzo invernale" di San Pietroburgo.

    A cent'anni da quegli eventi, ci si deve chiedere che cosa sarebbe sta­to il XX secolo, che cosa sarebbe stata la storia umana successiva, se la borghesia europea – invece di continuare a usare gli stati na­zio­nali e invece di continuare a "nazionalizzare le masse", onde proseguire con gli affari propri e, soprattutto, con quello più lucrativo che ci sia, cioè la guerra – chissà come sarebbe andata se le classi dirigenti borghesi dell’Euro­pa avessero ascoltato il grido del popolo che "anela alla pace", se avessero coniugato la propria egemonia politica, eco­nomica e cultu­rale con le virtù della res publica, con l'interesse al bene comune. Forse allora l'Europa non si sarebbe completamente suicidata.

    Ma così non fu e, sulla via di una tremenda lotta di classe “dall'alto” che allora infuriava (e che oggi di nuovo minaccia di compiere il suo "salto di qualità"), l'arricchimento continuò imperterrito. E il macello pure. Per comprendere il grado di cecità allora diffuso è utile rileggere un trafiletto apparso su quello stesso Adl e intitolato "Per l'estetica":

 

«Il ministro Leonardo Bianchi (...) ha parlato dell'estetica (...) ha detto che è indegno per l'Italia di lasciare tanti giovani... sdentati, senza l'or­namento di una dentiera. Ed ha commosso l'uditorio quando ha de­scritto le svariate piacevolezze a cui un uomo coi denti, veri o falsi, può abbandonarsi. (...) "Se il Ministero della Guerra vorrà accogliere la mia proposta – egli ha detto – di fornire a tutti gli uomini dai 19 ai 40 anni un piccolo apparato dentario, si potranno fare idonei altri 80'000 uomini che oggi sono riformati. Saranno altri 80'000 soldati ita­liani che potranno servire la Patria. La Patria darà loro un piccolo apparato dentario... ed essi daranno alla Patria la vita".

    Evviva l'estetica.» (Adl, 24.3.1917).

 

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Angelica Balabanoff (1878-1965) – "La Patria

darà loro un piccolo apparato dentario...

ed essi daranno alla Patria la vita".

   

        

SPIGOLATURE

 

Per non avere un futuro alle spalle

 

di Renzo Balmelli 

 

SFIDA. Adesso tocca alla Francia. Con una metafora sportiva le elezioni olandesi sono state i quarti di finale della delicata partita per l'Europa. Fra poco a Parigi andrà in scena la semi­finale di primavera sul cui esito gravano non poche incognite. Detto così sembra un paradosso, ma il Vecchio Continente per non avere un futuro alle spalle deve riconciliarsi col suo passato, alla spinta ideale del 1957 che lo fece rifiorire. Per contrastare l'avanzata delle forze anti sistema e neo fasciste bisogna badare al sodo, non al soldo, al risultato utile che magari farà torcere il naso ai puristi del calcio spumeggiante, ma senza il quale la finale di settembre in terra tedesca potrebbe riservare amarissime sorprese. Come negarlo, d'altronde: i disagi e i bisogni sono reali e per non perdere la sfida cruciale servono idee nuove e leadership autorevoli, appunto come quelle raccolte sessant'anni fa attorno al Trattato di Roma che sancì la nascita della Comunità europea e che oggi come ieri rappresenta l'unica alternativa al salto nel buio.

 

ODORE. "Pecunia non olet". Fino a che punto si è disposti a scendere a patti con la propria coscienza pur di intascare tanti soldi facili è una questione che ha antiche radici, ma sempre attuali. Malgrado lo sdegno sollevato dal muro al confine col Messico che Trump ha collocato ai primi posti del suo programma , sono tante le imprese che si sono lanciate nella gara degli appalti per portare a termine la barriera di cemento che avvilisce la storia dell'umanità. A concorrere non sono dieci e neppure cento, bensì 640 le ditte pronte a mercanteggiare i diritti della grande muraglia in salsa repubblicana senza provare nessun scrupolo di ordine etico e morale. Proprio come accadeva nella corrotta Urbe di Vespasiano con la tassa sulle latrine che ingrossava l'erario e dalla quale ebbe appunto origine l'espressione del denaro che non ha odore. O che forse ne ha troppo e piuttosto cattivo considerata la provenienza.

 

IRONIA. Felicità. Tutti la vogliono, tutti la inseguono. A qualcuno è venuta addirittura la singolare idea di misurarla usando più o meno gli identici criteri coi quali si annotano le oscillazioni della borsa o gli exit-poll elettorali. Grafici alla mano, scienziati e studiosi hanno provato a elaborare una sorta di termometro della felicità mondiale denominato "edonimetro" che lascia piuttosto allibiti. Come si fa, infatti, a inquadrare in una tabellina un sentimento che in realtà è uno stato d'animo volubile, scandito da molteplici circostanze, e quindi impossibile da valutare con il calcolo delle probabilità? Tant'è vero che l'Italia situata attorno al quarantesimo posto di una precedente classi­fica, balza invece al primo di un'altra graduatoria in cui la valutazione fa perno attorno alle aspettative di vita in buona salute, considerate un parametro indispensabile per stabilire quanto si è felici. I ricercatori sono ovviamente consapevoli del fatto che la felicità non è facile da definire e che ogni risultato può essere utilizzato e interpretato con significati diversi. Magari mettendoci quel pizzico di ironia che non guasta mai e aiuta a strappare un sorriso.

 

OMERO. Parlare in un modo, scrivere in un altro. In letteratura, da Beckett a Nabokov, da Conrad a Koestler, non mancano gli autori che hanno dato il meglio di se esprimendosi in una lingua diversa dalla loro. Anche il premio Nobel Derek Walcott scomparso recentemente, appartiene alla categoria degli autori che pur senza rinnegare le origini si è spinto oltre la visione restrittiva di poeta caraibico. L'Omero dei nostri tempi aveva scelto di scrivere in inglese nel solco di una dedi­zione multiculturale impastata di identità multiple. Un inglese, il suo, limpido ed elegante che ne accentua l'universalità e lo colloca ai primissimi posti tra gli scrittori del Novecento. Oltre alla centralità della lingua, dalle sue opere emergono gli interrogativi di fondo sul tema dell'appartenenza che proprio ora, per motivi non sempre nobili, sta tornando di attualità e al quale Walcott rispose a modo suo dichia­rando di avere una sola nazione: l'immaginazione.

 

PROFETA. A novant'anni se n'è andato Chuck Berry, rivoluzionario, turbolento e spesso inguaiato alfiere del rock'n'roll di cui è considerato il profeta prima che sulla scena comparissero Elvis Presley e altri di­scepoli. Chi ha visto Pulp Fiction certo non ha dimenticato una delle scene cult di un film altrettanto cult. A interpretarla sono Uma Thur­man e John Travolta, lei a piedi nudi, lui coi calzini neri, che danzano sulle punte muovendosi al ritmo di "You never can tell", omaggio del regista al leggendario chitarrista. Quel folk libertario travolse l'Ame­ri­ca ancora segregata e diede voce alla ribellione giovanile che scan­da­liz­zò i parrucconi benpensanti dell'epoca avvinti ai loro privilegi e in­ca­paci di capire, pur nella levità del mitico twist di Pulp Fiction, che la vita cambiava e che, per dirla con l'autore, "ti mostrerà cose che non po­trai mai raccontare", lasciandoti a bocca aperta. Come in effetti ac­cad­de e accade ancora ai nostri tempi non meno inquieti.

   

        

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Esistono alternative ai voucher

 

Le proposte della Cgil attendono da sei mesi in Parlamento.

 

di Gianni Peracchi

 

Il governo ha deciso, per evitare il referendum promosso dalla Cgil, di abrogare con decreto legge i voucher e la norma sugli appalti. Si po­te­va intraprendere prima, e per tempo forse, una strada diversa che ap­por­tasse modifiche sostanziali delle normative nella direzione da noi richiesta.

    Così non è stato ed oggi, dal momento dell’entrata in vigore del decreto, che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, non si possono più acquistare voucher. Quelli già acquistati potranno essere spesi entro la fine del 2017, secondo quanto disposto dal decreto.

    Ovviamente siamo i primi a chiedere di definire nuovi strumenti che regolamentino queste attività, sulla base di un confronto largo e rapido con tutti i soggetti interessati. Basta volerlo fare.

    L’indizione del referendum abrogativo dei voucher, così come quel­lo per il ripristino della responsabilità solidale negli appalti, era ed è stata funzionale a far modificare l’orientamento dei provvedimenti le­gislativi in materia di lavoro, promuovendo sia politiche di maggiore tutela rispetto al precariato, sia pratiche per migliorare la qualità del lavoro.

    Non solo no, quindi, dalla Cgil, ma proposte precise e dettagliate consegnate al dibattito parlamentare sei mesi fa, ben sapendo che pos­sono e devono esserci spazi di flessibilità del lavoro, compreso quello accessorio, ma mai utilizzazioni strumentali volte ad abbattere unica­mente i costi o a nascondere prestazioni di dipendenza a tutti gli effetti.

    Le idee della Cgil in materia di lavoro occasionale accessorio sono contenute negli articoli 80 e 81 della proposta di legge di iniziativa po­polare (qui il testo completo): la Carta dei diritti universali del lavoro. La proposta è stata depositata in Parlamento alla fine del settembre 2016 dopo aver raccolto, lo scorso anno, 1 milione e 300 mila firme. La settimana scorsa è stato avviato l’iter per il suo esame in commis­sio­ne lavoro della Camera.

    La proposta di legge interviene sui settori di applicazione e definisce tetti più stringenti per gli importi che ciascun soggetto potrebbe ero­ga­re e per quelli che ciascun fornitore di prestazioni potrebbe ricevere.

    Ciò detto, è utile precisare che nell’attesa di ridefinire la materia non vi sono vuoti che impediscano di ricorrere ad altre e legittime forme di regolamentazione di queste prestazioni, in tutti i settori, anche nel mon­do delle associazioni e dei servizi sociali e assistenziali. A partire dal lavoro a chiamata.

    Il nero che incombe, a detta di qualcuno, non mi pare proprio sia in­evitabile, a meno che non lo si cerchi volutamente.

    Infine, anche per coloro che lamentano perdite di posti di lavoro con l’abolizione dei voucher, è utile ricordare - ed alcuni esempi si ritro­va­no nel settore dell’agroalimentare o nel commercio, turismo, cultura e spettacolo - che si può dare lavoro ricorrendo a molteplici strumenti, compresi alcuni contratti di settore che danno garanzie di maggiore qualità e tutele più ampie allo studente lavoratore, al lavoratore occa­sionale, all’inoccupato o al pensionato che offrano servizi occasionali, agli stessi datori di lavoro.

   

    

ECONOMIA

 

Il debito pubblico italiano e

la globalizzazione senza regole

 

Tutti si sentono autorizzati a chiedere riforme strutturali, rientri veloci, tagli ed austerità. Gli ultimi dati indicano che il rapporto

del debito pubblico italiano rispetto al pil è intorno al 133%.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Il debito pubblico italiano è sempre al centro di tutte le discussioni relative al ruolo dell’Italia nell’Unione europea. Anche se siamo stati tra i fondatori dell’Unione, più di un governo europeo ci vorrebbe relegati nel secondo o addirittura nel terzo girone.

    Gli ultimi dati indicano che il rapporto del debito pubblico italiano rispetto al pil è intorno al 133%. Di conseguenza, tutti si sentono autorizzati a chiedere riforme strutturali, rientri veloci, tagli ed austerità, fino a sollecitare forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei parametri di Maastricht.                                                     

    L’andamento del nostro debito pubblico nei decenni passati è sem­pre stato in aumento per una serie di motivi negativi, politici ed ammi­nistrativi, che ancora oggi necessitano di essere affrontati e corretti.

    Noi, però, dobbiamo anche evidenziare come la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti cruciali della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni nella crescita del debito pubblico, portandolo così fuori dai normali canali istituzionali.

    Il primo grande attacco speculativo contro la lira avvenne nel 1992. Era parte del più vasto attacco contro il Sistema Monetario Europeo (Sme). Lo Sme doveva preparare con maggior attenzione e con una velocità moderata, il processo di cooperazione e di unione europea, anche nel campo monetario e finanziario.

    Come è noto, in Italia l’attacco speculativo era combinato con la pressione internazionale verso la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Ovviamente non vi fu solo la spinta internazionale… Alla fine, con la massiccia svalutazione della lira, vi fu una vera e propria svendita delle aziende pubbliche.

    L’effetto sul debito pubblico fu devastante. Il rapporto debito/pil, che era di 105,4% nel 1992, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere 121,8% nel 1994.

    Sotto la pressione dei mercati i tassi di interesse sui titoli di stato salirono notevolmente, aggravando ulteriormente l’andamento del debito pubblico.

    Fu necessario un enorme sforzo, sia per la ripresa economica che per i tagli della spesa pubblica, per ridimensionare i tassi. Anche l’entrata nell’euro incise nel rapporto debito/pil che scese intorno al 103% nel 2004 e nel 2007-08.

    Poi la crisi finanziaria globale, partita dagli Usa, investì il mondo intero, e in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando pesanti crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta. In Italia il rapporto debito/pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. 

    L’altra impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito del­l’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread a oltre 500 punti (5%) sopra il tasso di interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi dei titoli di stato italiani. Come noto, la crisi determinò anche mutamenti negli assetti di governo. Per fortuna l’attacco si fermò: nel preciso momento in cui Mario Draghi, pre­si­dente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro. Il famoso "whatever it takes".

    Ma il rapporto debito/pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo.

    Si stima che le grandi banche internazionali, in particolare quelle europee, nel pieno di quelle turbolenze finanziarie abbiano venduto non meno di 200 miliardi di euro di titoli di Stato italiani. E’ difficile dare una valutazione precisa, ma non si è lontani dalla verità se si af­ferma che siano state coinvolte anche certe banche tedesche e francesi, quelle stesse che in precedenza erano state salvate dai rispettivi governi.

    E’ da ipocriti affermare in Europa o in Italia che la speculazione attacca chi se lo merita per un'endogena debolezza economica di cui si è i soli responsabili. Si dimentica che un’economia più debole deve an­che fare degli sforzi enormi per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.

    I dati e le stesse discussioni ci dicono che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classi­ca voce grossa. In quelle sedi non solo bisogna evidenziare che il nostro Paese, a seguito dei ripetuti attacchi speculativi, ha subito un ag­gravamento del rapporto debito/pil non inferiore al 30%, ma soprat­tut­to far comprendere che è il momento di decidere che gli investimenti non possono essere sottoposti a un irrazionale principio di austerità che, anziché lenire, aggrava i malanni di un Paese.

        

    

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

Bersani e Prampolini

 

Nel 2013 si fece umiliare in diretta streaming da Crimi e Roberta Lombardi, due matricole catapultate in Parlamento dalla Casa­leggio e Associati. Oggi paragona i grillini al teorico del socialismo evan­gelico e fondatore il movimento cooperativo…

 

di Mauro Del Bue

 

La stampa dà conto di un’ennesima battuta di Bersani, stavolta senza sfondo agro-pastorale. In una stravagante equiparazione coi grillini, ai quali l’ex segretario del Pd, e oggi al vertice del movimento scissio­ni­sta di Dp, rilancia la sua attenzione, non bastandogli i pugni negli occhi ricevuti in diretta nel 2013, egli dichiara che anche Prampolini (1859-1930) si defi­ni­va agli inizi del Novecento "un moderato rabbioso". Come sarebbero ap­punto i figli di Grillo, oggi. Ho studiato la vita e il pensiero di Pram­po­lini, ho scritto su di lui libri, l’ho più volte celebrato in commemora­zio­ni, in articoli, discorsi e conferenze. Giuro che mai ho riscontrato in nessuna occasione che Prampolini si definisse così. Si tratta di falso evidente, come assurdo e offensivo risulta l’infelice paragone del leader socialista col movimento Cinque stelle.

    Cominciamo col dire che Prampolini non si è mai attribuito la qua­li­fica di "moderato". Egli era un socialista, fin da quando, egli scrive, "cominciai a ragionare di mia testa e per farmi mutar bandiera, per fare che io non sia socialista, bisognerà prima mutarmi il cervello e il cuo­re". I moderati, la moderateria, erano proprio il fronte liberal-mo­nar­chico che amministrò Reggio Emilia prima del dicembre del 1899 quando i socialisti per la prima volta da soli conquistarono il comune.

    Non trovo l’aggettivo di moderato in Prampolini né al tempo della scissione cogli anarchici, quando egli stesso, al congresso fondativo del partito del 1892, aprì una polemica con loro, né negli anni dell'aspra polemica coi sindacalisti rivoluzionari del 1904-1907, né durante lo scontro coi massimalisti al congresso del 1912, né a fronte della lotta contro le tendenze comuniste tra il 1918 e il 1924.

    Prampolini non era un moderato, ma un socialista riformista e de­mo­cratico che dal Psi massimalista e filo bolscevico venne espulso assieme a Turati nel 1922 e che si oppose tutta la vita al culto della violenza e dell’atto rivoluzionario, che polemizzò duramente con la teoria e la prassi della dittatura del proletariato e che concepì il so­cia­lismo come lenta, costante trasformazione, come disse Turati, "delle cose e delle teste", iniziando dal basso (con le cooperative, le leghe, le camere del lavoro, i comuni, le municipalizzazioni, la cultura, i gior­na­li) la costruzione della società socialista.

    Se "la rabbia" la si riferisce al gesto compiuto alla Camera di ro­ve­sciare le urne del voto contro le leggi liberticide di Pelloux, che si pro­poneva di votare in barba al regolamento parlamentare, va corretta con la definizione di "doveroso atto di salvaguardia istituzionale". La sua fu intransigenza democratica. De Felice, Morgari e Bissolati fuggirono altrove, Prampolini ritornò a Reggio e si assunse per intero la respon­sa­bilità del gesto. Per questo venne incarcerato nel settembre del 1899. Alla fine di ottobre fu poi rimesso in libertà e non si pervenne al pro­cesso. Prampolini fu dunque un socialista, riformista e non moderato, inflessibile e non rabbioso.

    Le parole hanno un significato. E i grillini, caro Bersani, sono tal­mente lontani da Prampolini quanto la mucca nel corridoio da chi scrive….

 

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Da l’Unità online

http://www.unita.tv/

 

Addio Alfredo Reichlin

 

Se ne va un pezzo di storia della sinistra italiana. Di seguito il suo ultimo articolo pubblicato il 14 marzo scorso sull’Unità in cui aveva parlato della sinistra e della situazione politica italiana.

 

Non lasciamo la sinistra

sotto le macerie

 

Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scri­vere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e pro­prio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democra­tico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.

    Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i gio­chi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve ga­rantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non preval­ga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

    Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo me­tà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette ri­for­me economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ri­pen­sata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico di­scorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

    Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Re­pub­blica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istitu­zio­ni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre ge­nerare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed eco­nomia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

    Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che di­rà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo con­sentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del si­ste­ma democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dal­le nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito del­la nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state pie­ga­te nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno stru­mento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

    Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostru­zio­ne di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popo­la­re e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.

 

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L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

   

    

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

 

Menscevichi

 

È uscito il numero di marzo della storica rivista socialista.

Di seguito l'editoriale del direttore. Acquista MO in formato PDF

 

di Luigi Covatta

 

L’otto marzo, quest’anno, non cadeva solo la ricorrenza della festa internazionale della donna, ma anche anche il centenario della rivoluzione russa. Il 23 febbraio (8 marzo nel calendario gregoriano), infatti, cominciò la mobilitazione popolare che avrebbe portato all’abdicazione dello zar Nicola II ed alla fine della dinastia dei Romanoff: la "Rivoluzione di febbraio", come viene definita (e sommariamente ricordata) nei libri di storia.

    Era stata promossa da una coalizione di forze diverse (socialisti rivo­luzionari, menscevichi e bolscevichi, innanzitutto), e prometteva di da­re la terra ai contadini, oltre che libertà e democrazia a tutto il popolo russo. Il governo provvisorio che subentrò al regime zarista era guidato da un socialista rivoluzionario, Aleksandr Kerenskij: e fu quel governo, non il governo dello zar, ad essere abbattuto col colpo di Stato con cui, ad ottobre, Lenin prese il potere ed instaurò la "dittatura del prole­ta­ria­to": riservandosi, negli anni avvenire, di dare sì "la terra ai contadini", ma solo quanta ne bastava per seppellirli dopo averli sterminati…

    Con gli amici di Libertà eguale – e con l’intervento di Luciano Pel­li­cani, Ernesto Galli della Loggia, Claudia Mancina, Fabio Martini  ed Enrico Morando, dei quali daremo conto nei prossimi numeri – ab­bia­mo voluto celebrare Kerenskij come "uno di noi": un perdente la cui sconfitta ha avuto esiti drammatici non solo per il suo paese; ma non come uno che "aveva ragione", e del quale solo il destino ("cinico ba­ro") aveva causato l’insuccesso.

    Nel corso del convegno, infatti, non è mancata una riflessione sul co­mune orizzonte ideologico in cui, cent’anni fa, agivano le due sini­stre, e sulla conseguente subalternità dell’una rispetto all’altra. Nel mio piccolo, del resto, anni fa intitolai Menscevichi un mio lavoro sul ruolo dei riformisti nella storia dell’Italia repubblicana che questa subalter­ni­tà documentava. Anche i riformisti volevano "rifare l’Italia", prima e dopo il ventennio fascista. E fu solo Craxi che impedì – trentacinque anni fa – che questo fosse il titolo anche della Conferenza program­matica di Rimini.

    Come titolo Craxi preferì Governare il cambiamento, dopo avere ec­ce­pito che Rifare l’Italia (con tutto il rispetto per Turati e le altre vec­chie barbe riformiste) avrebbe evocato una volta di più quella pretesa di ingegneria sociale che aveva accomunato la seconda e la terza In­ter­nazionale, e che in qualche modo era riaffiorata all’epoca dei primi go­ver­ni di centro-sinistra. E la stessa tesi sostenne due anni dopo Nor­ber­to Bobbio, quando rilevò che ormai il cambiamento della società si svi­lup­pava autonomamente rispetto agli indirizzi politici, e che era quindi falsa l’equazione – ben presente nella vulgata socialdemocratica del ‘900 – fra cambiamento e riformismo. "Dove tutti sono riformisti, nes­suno è riformista", concluse allora Bobbio: ed in effetti anche in Italia, dove  dal 1989 in poi tutti sono riformisti, i riformisti sono sempre più rari. Lo sono fra quelli che avevano condiviso l’opinione di Berlinguer sulla "permanente validità della lezione leninista" ed avevano irriso a chi, nel rivendicare le origini premarxiste del movimento operaio, ave­va avuto il torto di citare anche Proudhon: ma i riformisti sono rari an­che fra quanti hanno un pedigree meno controvertibile.

    Perciò, del resto, lo spettro del socialismo che ancora s’aggira per l’Europa non fa più paura a nessuno (anzi, talvolta sembra che faccia paura solo a se stesso). Ne parliamo nelle pagine che seguono, preoc­cu­pati come siamo della crisi del socialismo europeo sia in quanto mi­li­tanti socialisti sia in quanto cittadini europei consapevoli del ruolo che la socialdemocrazia ha avuto nel cementare l’Unione al di là dei trat­tati che verranno celebrati a Roma nei prossimi giorni. Ma anche per­ché attenti al nuovo che si mette in cammino, magari fuori dai bu­ro­cra­tici confini che delimitano il socialismo certificato e a deno­mi­na­zione d’origine controllata. È infatti curioso che sia proprio Emmanuel Ma­cron che – al termine della sua esplorazione dei "labirinti della po­litica" – a rivendicare l’importanza di un’identità e di un orientamento ideologico per i partiti che vogliono governare il cambiamento.

    Nessuna nostalgia, ovviamente, per le ideologie "forti" del Novecen­to. Semmai, per tornare alle vecchie storie della Russia di un secolo fa, una riflessione sulle conseguenze ulteriori del colpo di Stato dell’Otto­bre rosso: che ha talmente condizionato la cultura politica novecen­te­sca da far sì che il suo esito finale inducesse molti – come osservò a suo tempo Natalino Irti – a confondere la fine di un’ideologia con la fine delle ideologie tout court. Ed anche se resta permanentemente va­lida – questa sì – la lezione marxiana sull’ideologia come falsa co­scien­za, è innegabile che nel secolo in cui viviamo la politica debba ave­re uno sguardo lungo capace di andare oltre le scadenze elettorali.

    E’ questo sguardo lungo, del resto, che è mancato alle social­de­mo­crazie europee nel tornante fra XX e XXI secolo: quando anche chi ha evitato di attardarsi nella difesa di un modello sociale ormai obsoleto si è limitato a contenere i danni, senza sforzarsi di individuare paradigmi nuovi per interpretare l’evoluzione della società complessa e per intrec­ciare ancora una volta la promozione dei meriti di chi ha gli strumenti per innovare e la tutela dei bisogni di chi deve confidare nell’in­no­va­zione per sopravvivere: tanto che da questo sonno della ragione stanno nascendo mostri come i populismi xenofobi e luddisti e mostriciattoli come la petizione di un reddito di cittadinanza, ennesima anticipazione caricaturale del regno della libertà profetizzato nei Grundrisse.    

    Nei giorni scorsi, al Lingotto, Matteo Renzi ha detto di voler essere erede e non reduce rispetto alla cultura politica novecentesca. Anche noi – con questa rivista che ha ripreso le pubblicazioni esattamente otto anni fa, nel marzo del 2009 – ci siamo tenuti lontani dal reducismo senza rinunciare a valorizzare l’eredità che ci appartiene. Ed anche noi, mentre siamo in cammino, ci sforziamo di individuare un orientamento che ci guidi giorno per giorno nella faticosa ricerca di un equilibrio fra le ragioni dello sviluppo e l’emergenza delle vecchie e nuove povertà. E la speranza è che nel cammino ci si incontri in molti, eredi ciascuno del proprio patrimonio ed intenzionati tutti ad usarlo per costruire un mondo migliore. 

       

            

FONDAZIONE NENNI

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Europa: Un atto di coraggio?

 

Aboliamo il pareggio di bilancio

 

(Roma, 22.3.2017) – Ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, davanti a un’aula parlamentare gremita, celebrando il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, ha sottolineato la deriva intrapresa burocratica dell’Europa e sollecitato atti coraggiosi per riavvicinare quello che un tempo era un ambizioso progetto, non solo alle idee dei padri fondatori ma soprattutto alle attese dei cittadini. Ci vogliono atti di coraggio. Il primo potrebbe compierlo la politica italiana provvedendo a cancellare quel "mostro" giuridico partorito dal parlamento sotto la pressione dell’Unione Europea, dell’allora presidente del Consiglio, Mario Monti, e di una sinistra silenziosa e disattenta, all’epoca interessata quasi esclusivamente ad allontanare Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi.

   In quei giorni Stefano Rodotà, che poi ha anche promosso una legge di iniziativa popolare per favorire l’abrogazione del pareggio di bilancio introdotto con una variazione costituzionale (passata quasi sotto silenzio), commentò la decisione così: "Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes. L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive".

    Se la strada che porta alla nuova "città del sole" (secondo la "dottrina Merkel") è quella di un’Europa multiforme dal punto di vista della velocità, è evidente allora che i governi, dal punto di vista dei margini di manovra a cui faceva riferimento Rodotà, devono recuperare una certa libertà d’azione. L’obiettivo può essere raggiunto in una sola maniera: abolendo il vincolo, riportando l’articolo 81 alla sua originaria versione, ripristinando principi corretti di diritto costituzionale travolti dalla pressione europea e dal volenteroso sostegno di presidenti del consiglio tanto sensibili alle lusinghe di Bruxelles da accettare anche le soluzioni decisamente poco condivisibili, dal punto di vista pratico e da quello giuridico.

       

                   

LETTERA da Reggio Calabria

 

I primi risultati di uno

studio sulla corruzione

 

La corruzione è un fenomeno pervasivo e nebuloso che in generale non desta allarme sociale e, pertanto, resta sommerso fin quando le indagini non lo fanno venire alla luce. 

    Il Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria diretto dal Prof. Domenico Marino sta portando avanti degli studi teorici ed

empirici sul fenomeno della corruzione.

    In particolare il prof. Marino e il dott. Tebala hanno analizzato i dati sulla corruzione a livello internazionale.

    I risultati delle elaborazioni effettuate con il metodo (AMPI) analizzando i valori della corruzione percepita e un indice di corruzione potenziale.

    In particolare, per quanto riguarda la corruzione totale, la performance peggiore è ottenuta dalla Grecia (indice corruzione totale 110.92, indice corruzione potenziale 99.34, indice corruzione percepita 125.70), e nell’ordine da Bulgaria, Italia, Cipro, Ungheria, Romania,  Croazia, nazioni caratterizzate, tranne l’Italia, da un basso livello di Pil pro capite e di spesa  della Pubblica amministrazione, ma anche da un’alta percezione di corruzione da parte della  popolazione residente.

    Il Lussemburgo è la nazione meno corrotta della graduatoria (indice  62.38) preceduta dalla Danimarca come del resto tutto il Nord Est Europa. Come accennato, l’Italia si colloca al 3° posto (su 28) della graduatoria della corruzione totale (indice 110.16),  in particolare 11° della graduatoria della corruzione potenziale e 3° (indice 122.92) per la  corruzione percepita, segno evidente di una minore capacità di contrasto alla corruzione.

    L’Italia, quindi, appare sul versante della corruzione distante anni luce dallo standard delle democrazie europee con le quali dovrebbe confrontarsi.

    Non è sbagliato affermare alla luce di questi dati che quello della corruzione è e rimane uno dei principali problemi dell’Italia

    Le analisi condotte dimostrano come la corruzione in primo luogo rappresenta in tutte le società un fenomeno ciclico che raggiunge un massimo nei periodi di maggior lassismo nella repressione da parte dello stato e diminuisce nei periodi in cui lo stato aumenta il livello di controllo.  Il danno sociale prodotto dalla corruzione non rimane limi­tato solo allo spreco di risorse connesso, ma incide negativamente sulla libertà economica, distorcendo i meccanismi di libera concorrenza e di meritocrazia che sono alla base di ogni democrazia economica.

    Il comportamento corruttivo diventa vantaggioso dal punto di vista economico quando la probabilità di essere scoperti e sanzionati è bassa, anche in presenza di pene elevate e quando mancano forme di controllo e di disapprovazione sociale per i comportamenti corruttivi.

    Il problema della corruzione non si risolve, quindi, solo aumentando le pene, anzi in genere sono i paesi con i tassi più elevati di corruzione ad avere le pene più dure (vedi ad esempio la Cina, dove la corruzione può essere punita anche con la pena di morte). Occorre piuttosto creare un meccanismo sociale che generi una disapprovazione diffusa dei comportamenti corruttivi. Una sanzione efficace per i comportamenti corruttivi potrebbe essere l’istituzione di forme atimia e di ostracismo che riguardino gli aspetti economici e partecipativo-elettorali di corruttori e corrotti che, unite a norme che consentano l’aggressione ai patrimoni illeciti frutto di corruzione, potrebbero portare all’abbattimento certo del livello della corruzione.

 

Centro Studi di Politiche Economiche

e Territoriali, Reggio Calabria

        

    

LETTERA da Roma

 

Inclusione scolastica fondamentale

 

La vicenda del ragazzo autistico rifiutato da 3 scuole medie è una notizia che colpisce e le istituzioni devono subito trovare una soluzione. Bene ha fatto il sindaco ha prendere in carico la situazione in prima persona. L’inclusione scolastica è il primo, fondamentale, tassello di una società inclusiva.

    Proprio a scuola comincia e si costruisce il percorso che deve permettere a ogni cittadino di dare il proprio contributo alla collettività, secondo le sue possibilità e capacità. In nessun luogo dovremmo assistere a episodi del genere proprio verso le persone che hanno più bisogno del nostro sostegno.

    Anzi, il nostro impegno deve essere rivolto all’ampliamento delle possibilità offerte ai cittadini come il giovane abruzzese e alle loro famiglie.

 

Laura Coccia, deputata PD

        

    

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

 

 

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