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[Diritti] MANCONI: "UN AGGUATO"



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

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24 maggio 2014 – 24 maggio 2017

ROCCHELLI E MIRONOV 3 ANNI DOPO

 

 

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MANCONI: "UN AGGUATO"

 

"Una vicenda che a fatica in questi tre anni si è sottratta all'oblio", così il sen. Luigi Manconi ha definito il "Caso Rocchelli" in una Conferenza stampa convocata a Palazzo Madama nel terzo anniversario della tragedia.

 

"Un agguato", con questa espressione il presidente della Com­mis­sione diritti umani del Senato, Luigi Manconi, ha definito le cir­co­stanze dell'uccisione "a colpi di mortaio" dei due giornalisti Andrej Mirono e Andrea Rocchelli avvenuta in Ucraina il 24 maggio del 2014.

    Alla conferenza stampa in Senato sono intervenuti William Reguelon, il fotografo francese sopravvissuto all'agguato, i genitori di Andrea, Elisa e Rino Rocchelli Signori, il presidente della FNSI Beppe Giulietti e l'avv. Alessandra Ballerini, rappresentante legale della Famiglia Rocchelli.

 

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    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da oltre 115 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

   

     

EDITORIALE

 

Il lavoro contro il terrore

 

di Andrea Ermano

 

Si susseguono, terribili, i casi di giovani cittadini europei, figli di im­mi­grati, che compiono atti sanguinari ispirati all'islamismo più folle e assassino. Né mancano vili tentativi di strumentalizzazione del ter­ro­rismo da parte della propaganda populista, che ha per altro una sua precisa parte di respon­sabilità per il clima di serio disagio sociale in cui prospera l'islamismo jihadista.

 

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    Ma è importante comprendere che gli orribili massacri di Man­che­ster, Londra, Berlino, Parigi, Orlando e Nizza non hanno a che fare soltanto con la guerra civile globale che il fondamentalismo muove alle società aperte e secolarizzate d'Occidente, in perenne "dialettica" con gli estremisti del fondamentalismo di casa nostra. Le stragi terro­ri­sti­che hanno a che fare anche con una diffusa presenza di pulsioni di­strut­tive nella società contemporanea.

    Non è meno perverso, per esempio, il trend di quei (numerosi) giovani che, adescati in rete, "radicalizzano" comportamenti auto­le­sio­nistici fino al suicidio compiuto a scopo "dimostrativo" o "emulativo". Né possiamo dimenticare il cosiddetto scool shooting, il "massacro scolastico", di cui si hanno sinistri esempi non distanti nel tempo in Europa e in America. Senza contare una continua serie di casi più isolati e localizzati, che non conquistano le prime pagine della stampa globale, ma che vedono ugualmente giovani e giovanissimi coinvolti in atti di violenza contro se stessi e gli altri. Infine, sopravvive ancor sempre la violenza fascista compiuta da bande di "autoctoni" contro gli immigrati: le loro abitazioni prese di mira, gli ostelli incendiati, le persone inermi insultate e pestate per strada o peggio.

    Ogni forma di violenza, giovanile e non, va condannata con fer­mez­za, a partire dalle varie guerre che dilaniano il mondo e che sono le ma­dri di molti conflitti ulteriori. Perciò occorre evitare che certi ca­si di vio­len­za possano essere, scientemente o inconsciamente, tra­sfor­mati in alibi per giustificare violenze di segno opposto, lungo una spi­rale notoriamente luttuosa per tutti.

    Al fondo, dobbiamo comprendere che ovunque oggi nel no­stro mondo il disagio giovanile ha assunto livelli allarmanti. Di fronte ai quali sembriamo tutti affetti da forme di accecamento e di cecità.

    Un autorevole esponente delle istituzioni, a chi dopo Manchester invoca una cultura della sicurezza tipo "Stato ebraico", ha recente­men­te ribattuto che i giovani europei certo non sarebbero disponibili a prestare tre anni di servizio militare come i loro coetanei d'Israele.

    Ma, se lasciamo da parte il servizio specificamente militare, e ci do­man­dia­mo che ne sarebbe di una leva civile, scopriamo che questa pro­spettiva in realtà ottiene un alto gradimento presso le nuove gene­ra­zioni.

  

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Giovani "angeli del fango"

a Firenze nel 1966

 

Del resto, che cosa scegliereste voi se vi fosse offerta l'alternativa tra un certo numero di mesi o anni di Niente e un certo numero di mesi o anni di Servizio civile? Per esempio, andate a dare una mano alle po­po­lazioni terremotate, perfezionate le vostre competenze formative, partecipate al processo decisionale tramite cui si scelgono le priorità d'impiego del Servizio civile di cui fate parte. E, per questo "lavoro di cittadinanza", che voi prestate, ricevete un "reddito di cittadinanza".

    Lo preferireste al Niente?

    A favore di un "lavoro di cittadinanza" si sono espressi, in questi ultimi anni in Italia, dapprima Nichi Vendola, che lo ha parzialmente introdotto, da governatore, in Puglia nel 2015. Più di recente ne ha parlato Berlusconi. Infine, anche Matteo Renzi ha rilanciato l'idea facendo leva sulla Costituzione: "L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro" (Cost. 1).

    Anche l'economista Giovanni Dosi, professore alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, invitato a un convegno del M5S, tema il "reddito di citta­di­nanza", ha detto: "Forse sarebbe meglio il lavoro di cittadinanza, co­me proponeva Hyman Minsky: lo Stato manda i disoccupati a riem­pire le buche delle strade, accompagnare i disabili, accudire gli anziani".

    Ora, non ha decisiva importanza stabilire qui se l'idea sia stata partorita prima dal neo-keynesiano statunitense Hyman Minsky (1919-1996) o non piuttosto dal leader radicale italiano Ernesto Rossi (1897-1967). Quel che conta è che "il lavoro di cittadinanza" può trasformarsi in un modo strutturale e, finalmente, pubblico per riassorbire la disoccupazione giovanile dentro un orizzonte di senso sociale condiviso.

    Come s'è più volte sostenuto, la soluzione migliore in questa direzione consisterebbe nell'inalveare il "lavoro di cittadinanza" dentro l'estensione in progress del Servizio civile. Questo per ragioni organiz­zative, ma an­che di finanziabilità: la mutua offerta di beni e servizi può essere in parte remunerata grazie a forme di moneta locale, fiscale e previdenziale. In altre parole: tu presti servizio di leva civile e lo Stato ti garantisce un "soldo" minimo, un paniere di beni e servizi oltre che un certo credito impositivo e pensionistico.

    Accanto al tema dei lavori socialmente utili, andrebbero studiati, come s'è più volte detto, anche altri temi importanti, che attengono alla formazione permanente, alla partecipazione democratica e alla sicu­rezza, quanto meno in quelle zone del paese in cui si addensa l'allarme sociale di vasti strati della popolazione.

    

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Roberto Benigni legge "La più bella del mondo"

 

Collegare il salario di cittadinanza all'istituzione di un Servizio civile universale realizzerebbe un elevato grado di coerenza sotto il profilo costituzionale, permettendo l'introduzione della leva civile in sostitu­zio­ne di quella militare. La Carta vi fa riferimento parlando di un "sacro dovere del cittadino" (Cost. Art. 52).

    Ho letto bene?! L'espressione "sacro dovere" suona esotica alle no­stre orecchie, e richiede un breve approfondimento almeno sotto forma di car­rel­lata degli articoli in cui queste due parole appaiono.

    Iniziamo dal "dovere".

    Il primo passo in cui la Carta fondamentale ne parla è l'Art. 4: "Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".

    Poi c'è l'Art. 30: dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. / Nei casi di in­ca­pacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro com­piti".

    Quindi l'Art. 48, del quale molto si è parlato durante l'ultimo anno: "Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico".

    Infine, l'Art 54: " Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. / I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…".

    Fin qui le occorrenze in cui la "più bella del mondo" parla di dovere. Altri doveri non sono costituzionalmente previsti. Ma quei pochi su­sci­tano, in chi rilegga gli articoli citati, l'impressione di un'imba­raz­zante infedeltà collettiva.

    Quanto alla nozione costituzionale di "sacro", essa appare solo nell'Art. 52. Ma doveva essere sembrata così ovvia ai costituenti, che nessuno di essi la mise minimamente in discussione o, men che meno, ne propose l'emendamento.

    Altri tempi? Può darsi. Certo, quando i leader delle maggiori forze politiche di un paese pluralista convergono intorno a una formula, non è detto che tutti i problemi siano risolti, ma può darsi che siano iniziati almeno percorsi di ascolto dell'opinione pubblica e di attenzione per gli eventi storici.

      

         

IN SVIZZERA E IN FRANCIA

 

LA TRANSIZIONE ENERGETICA VINCE

E GUADAGNA IN POPOLARITÀ

 

di Marco Morosini

 

Due avvenimenti europei dell'ultima settimana danno un segnale politico forte – epocale sotto diversi aspetti. Domenica scorsa "il sovrano" – come gli Svizzeri chiamano il popolo votante – ha preso una decisione storica, votando sì (58%) alla Legge sull'energia. Questa avvia la "Strategia energetica 2050" che mira a dimezzare l'uso pro capite di energia finale, a ridurre gradualmente l'uso di energia atomica e fossile, e a usare in prevalenza energie rinnovabili. Non meno importante del significato ecologico ed economico di questa decisione mi sembrano l'aspetto politico, procedurale e personale.

    La "Strategia energetica 2050" è un caso singolare di catena virtuosa accademia-governo-parti sociali-popolo: dal 1998 i Politecnici federali di Zurigo e di Losanna hanno concepito e motivato ecologicamente e tecnicamente gli obiettivi, mettendo a disposizione di Governo e Par­la­mento il loro policy advice (consulenza politica). Partendo dalla propo­sta dei Politecnici, il Governo ha condotto un processo di consultazione e discussione con tutte le parti sociali, accompagnato da un intenso di­bat­tito nei media e nella popolazione. Ne è scaturita la Legge sull'ener­gia, che è stata modificata e approvata da tutti i partiti in Parlamento (tranne la SVP), e infine sottoposta al giudizio del "sovrano".

    In questa vicenda mi sembra importante anche l'aspetto personale e istituzionale. La "transizione energetica" svizzera infatti ha una "grande mamma", perché la "Strategia energetica 2050" è incarnata da una giovane donna, la cristiano-democratica Doris Leuthard, l'esponente politico più popolare in Svizzera. Leuthard non solo è Ministro dell'ambiente e dell'energia, ma anche presidente della Confederazione. Questa combinazione (donna, responsabile dell'ambiente, capo di Stato), la troviamo anche in Germania, dove Angela Merkel è stata Ministra dell'ambiente, è capo del governo e gode di grande popolarità. Prendiamo nota, quindi che in Svizzera e in Germania la "transizione energetica" (Energiewende) ha due madri.

    Una settimana prima, anche dalla Francia è arrivato un segnale forte e peculiare per l'aspetto ecologico, personale e istituzionale. La nomina più applaudita del giovane presidente Macron, è stata quella di Nicolas Hulot, considerato in Francia "Monsieur Environnement" (Il "Signor Ambiente"). Hulot è un esperto e militante ecologista, autore e protagonista televisivo popolare forse come e più di Piero Angela in Italia. Aveva sempre voluto essere al di sopra dei partiti, per potere influenzare l'intera politica di sostenibilità a lungo termine, al di là dei cambi di maggioranza e di colore politico. Era stato consigliere di Presidenti francesi, ma aveva sempre declinato le offerte di un ministero. Martedì scorso ha sorprendentemente accettato di mettere in gioco la sua reputazione, e di diventare uno dei soli tre "Ministre d'Etat" (ambiente, interni e giustizia) del nuovo governo francese. Non solo l'ambiente assurge quindi allo stesso rango degli interni e della giustizia, ma diventa l'oggetto di un nuovo dicastero chiamato "Ministero per la transizione ecologica e solidale". Anche in Francia la riforma ecologica ed economica più complessa è quella della "Loi sur l'energie" (la legge sull'energia), che mira – come in Svizzera – a un dimezzamento a lungo termine dell'uso di energia e ad una transizione a quelle rinnovabili.

    Per Macron e per Hulot «la sfida è immensa», come Macron spesso dice. Si può sperare che siano "condannati al successo", perché se uno dei due fallisse, anche la reputazione di innovatore e di enfant prodige dell'altro subirebbe un duro colpo.

    Posso suggerire qualche insegnamento da trarre in questi giorni da Svizzera e Francia? L'energia e la necessità di ridurne l'uso e di renderla più sostenibile comincia ad essere gestita (come dovrebbe) da chi governa l'ambiente e le politiche di sostenibilità, non da chi governa l'economia. La transizione ecologica – di cui la transizione energetica fa parte – è e deve essere in mano ai capi di Stato e ai ministri più "pesanti" nei governi. Leuthard, Macron, Hulot: essere una star politica, primeggiare in televisione e in internet, avere una forte e accattivante personalità, "metterci la faccia". Perché no, se questa popolarità è al servizio di transizioni epocali?

           

      

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

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(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

 

      

SPIGOLATURE 

 

Orrenda strage di innocenti

 

di Renzo Balmelli 

 

FEROCIA. Di pari passo con lo sgomento e il dolore per l'orrenda strage di innocenti perpetrata a Manchester, torna sul tappeto la ne­ces­si­tà assoluta di studiare misure condivise per frenare la folle strategia messa in campo del terrorismo jihadista. Ad ogni attentato il sedicente califfato alza il livello della ferocia nel dichiarato proposito di gettarci nella disperazione e di trasformare la nostra esistenza in un inferno. Co­me nel celeberrimo film di Bergman, sulla scacchiera del mondo è in atto una partita che non è esagerato definire decisiva tra i cultori del­la morte che agiscono in nome dell'odio e di bacate ideologie per ucci­de­re il nostro futuro e coloro che sono chiamati a preservare dall'oscu­ran­tismo le più alte e nobili conquiste della società dei Lumi, del pro­gres­so e della tolleranza. Qualsiasi sbavatura, qualsiasi squarcio nel fronte della resistenza morale, spirituale e culturale non farà che offrire ai soldati del terrore un insperato brodo di coltura. E loro lo sanno.

 

RISCHIO. Tra i motivi che possono portare alla stupida e sterile di­sper­sione dei comuni valori europei tramandati dai padri fondatori, fi­gu­ra il tema delle migrazioni, oggi al centro di intollerabili specula­zio­ni, sia mafiose che politiche. Ciò che sta accadendo sulle spalle dei pro­fughi va oltre ogni immaginazione e diventa il facile pretesto per rac­cattare voti e per lasciare campo libero a qualsiasi infiltrazione an­che di stampo terroristico. Se non si sta più che attenti si corre il rischio di cedere alla subdola propaganda populista che finirà col fare odiare le persone che vengono oppresse e chiudere gli occhi su quelle che oppri­mo­no. Si tratta di una citazione estrapolata da una frase pronunciata da Malcolm X, il controverso attivista afroamericano che fra torti e ragio­ni su una cosa comunque aveva visto giusto quando poneva la tutela dei diritti umani in generale al di sopra di qualsiasi altra conside­razio­ne. Un messaggio più che mai attuale.

 

MICCIA. A dispetto delle apparenze e di una sapiente coreografia tesa ad abbellire un look piuttosto ammaccato, non si vedono ragioni valide per essere meno diffidenti nei confronti del ciclone Trump. Nel bel mez­zo del nuovo orrore da mettere sul conto del fanatismo, durante la sua missione nei paesi del Golfo, ossia in una delle regioni più calde del pianeta, l'inquilino della Casa Bianca si è mosso come un elefante nel classico negozio di porcellana. Scardinare per puro spirito di rivalsa il delicato impianto diplomatico di Obama mirante a rendere meno con­flittuali le relazioni con l'Iran, evidenzia scarsa lungimiranza nel trat­tare l'intricata questione mediorientale. Significa ignorare che la pa­ce in Siria e Iraq deve passare per forza da un accordo con Teheran. L'ab­braccio con il regime saudita grande sponsor dello Stato islamico farà felice l'industria bellica che potrà usufruire di contratti ultra miliar­da­ri, ma solo quella. Per il resto la santa alleanza guardata con sospetto anche da Israele, non fa che accorciare la miccia sotto una polveriera che può esplodere in qualsiasi momento. All' imminente G7 di Taor­mi­na seppur tra sorrisi, strette di mano e frasi di circostanza il clima po­treb­be essere piuttosto burrascoso.

 

ORFANA. Forse non avrà il peso de I mille giorni di John F. Kenne­dy, il poderoso volume che Arthur Schlesinger, maître a penser di quei tempi ha dedicato alla figura del primo e giovane Presidente cattolico degli Stati Uniti. Ma che, a cent'anni dalla nascita e oltre mezzo secolo dopo l'infame e mai chiarito delitto di Dallas, la vicenda politica e uma­na di Kennedy dia il via a una nuova, inedita collana di fumetti cu­rata dal Gruppo Mondadori e dedicata ai grandi personaggi della storia, è un segno dei tempi e la prova di quanto sia ancora viva la percezione di un uomo che rompendo gli schemi ingessati del potere seppe ali­men­tare attese e speranze inaudite seppur nel clima opprimente della guerra fredda. Oggi ancora ci si chiede se Kennedy, antesignano delle icone mediatiche capaci di infiammare il cuore di intere generazioni, sia stato un grande Presidente perché venne ucciso, oppure se venne ucciso perché era un grande Presidente che dava fastidio, disturbava chi era abituato ad agire dietro le quinte e non amava che un Mister Smith alla Frank Capra sovvertisse le regole della Washington capi­to­lina. La sua è stata una presidenza stroncata ad un attentato che come tutte le sconfitte è rimasta vergognosamente orfana.

 

MAMMA. "Son tutte belle le mamme del mondo quando un bambino si stringono al cuor". Struggenti e strappalacrime erano le parole del motivo reso celebre da Claudio Villa all'epoca in cui ai festival quella tra amore e cuore era una rima obbligata. Ma nella canzone si evocava­no anche i sacrifici di milioni di donne che " riposo non hanno" e sono chiamate a compiere uno dei lavori più faticosi e peggio retribuito: quel­lo della mamma che però non trova la giusta considerazione. Spes­so con la necessità di conciliare famiglia e lavoro per aumentare le en­trate, le donne svolgono attività dentro e fuori casa identiche a quelle di un professionista, ma non retribuite allo stesso modo per quello che fan­no. Uno studio recente ha provato a calcolare quanto guadagnereb­be­ro le madri se il loro impegno fosse stipendiato e sommando tutte le mansioni si arriva alla media di oltre tremila euro al mese. C'è tuttavia un aspetto di ben altra caratura che non è stato inserito nella ricerca, quello che non tiene conto del ruolo unico e insostituibile della mater­ni­tà e che si pone al di sopra di qualsiasi altra considerazione: è il grande stupore di fronte al miracolo della vita che rende impagabile il "mestiere" di mamma.

 

GENTILUOMO. My name is Bond. James Bond. E in sala scrosciavano gli applausi. Non era facile indossare i panni di 007 all'ombra di Sean Connery che dell'agente segreto uscito dalla penna di Ian Fleming è considerato lo storico precursore sul grande schermo. Senza nessun timore reverenziale, il suo successore Roger Moore, anzi, Sir Roger, scomparso a quasi novant'anni, ha raccolto la sfida rivelandosi altrettanto bravo nel dare vita alla perfetta incarnazione del gentiluomo inglese e alla figura dell'agente senza macchia e senza paura. Al servizio segreto di Sua Maestà per ben sette volte, Moore è stato l'erede ideale del suo predecessore in pellicole dove il lato umano e romantico del personaggio come l'aveva immaginato Fleming, a sua volta vero agente segreto britannico, riusciva a prevalere sugli effetti speciali. Proprio per questo sia lui che Connery sono rimasti nel cuore degli appassionati del genere insieme all'immagine intramontabile di Ursula Andress, l'eroina coraggiosa che sorgeva dalle acque come una bionda Venere per sfidare il mostro concepito dal cattivo di turno, smanioso di impadronirsi del mondo.

 

            

ECONOMIA

 

La bolla del debito dei "corporate bond"

 

La bolla dei corporate bond è una seria minaccia al sistema economico e finanziario mondiale. Forse è peggiore di quella dei famigerati mutui subprime e delle ipoteche immobiliari del 2008, in quanto ha abbondantemente superato i 30 trilioni di dollari.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Il dato più preoccupante è che nel settore corporate il tasso debiti/ricavi, il famoso leverage, è il più alto degli ultimi 12 anni.

    In Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha, però, un'economia più forte.

    Si tratta, come è noto, di prestiti obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l'abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei veri disastri.

    L'anno scorso le grandi imprese hanno aumentato il loro debito corporate a livello mondiale di ben 3,7 trilioni di dollari. Un nuovo record. Una simile impennata si ebbe nel 2006, alla vigilia della crisi globale. Ora, non si può ignorare che recentemente anche il quotidiano economico tedesco Handelsblatt abbia ammonito il governo e gli investitori tedeschi del rischio dell'esplosione di questa nuova bolla.

    La "miccia" potrebbe essere accesa dall'atteso e progressivo aumento dei tassi di interesse. Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 14 trilioni di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari, che è di circa 11 trilioni. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare l'epicentro di un'ulteriore e più grave crisi finanziaria globale.

    Dal 2008 a oggi l'ammontare dei corporate bond è cresciuto negli Usa del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane.

    Per quello che possa valere, anche le agenzie di rating ammettono un tale rischio soprattutto per le imprese del settore energetico e delle materie prime. Nel 2016 ci sarebbero stati 162 bond default per un totale di 240 miliardi di dollari, pari a più del doppio del livello del 2015 che era stato di 110 miliardi.

    I quantitative easing hanno di fatto permesso alle banche centrali di acquistare una grande quantità di titoli di Stato spingendo nel contempo le banche e gli altri grandi investitori verso il mercato dei corporate bond. Ciò ovviamente è stato molto favorito dalla politica di interesse zero che ha reso i titoli di Stato poco appetibili. Secondo il citato giornale tedesco, il gigante assicurativo Allianz, per esempio, avrebbe in portafoglio ben 250 miliardi di dollari di tali titoli, molti dei quali con un rating a dir poco mediocre.

    Secondo uno studio dell'Institute of International Finance, negli Usa e in Europa il 97% dei fondi resi disponibili per le imprese dai corporate bond sarebbe usato per operazioni di "ingegneria finanziaria" e soltanto un misero 3% verrebbe impiegato per l'acquisto di macchinari o per altri investimenti reali di lungo termine.

    È una palese distorsione, una scelta di vera "finanza creativa" che ha com­portato soprattutto operazioni di fusioni e acquisizioni, di riacqui­sto di quote azionarie e finanche di pagamento dei dividendi. Decisioni fatte solo per migliorare le valutazioni di breve termine in borsa. Infatti a Wall Street l'indice Dow Jones è passato da circa 12.000 punti del 2010 ai 21.000 di oggi! Una crescita assolutamente ingiustificata rispetto all'andamento dell'economia produttiva sottostante.

    Il citato studio sottolinea inoltre che, nonostante il fatto che l'attuale tasso di interesse sia inferiore all'1%, circa il 10% delle grandi imprese americane non realizzerebbe  profitti sufficienti a coprire i costi del debito.

    Ignorare tutto ciò consegnerebbe l'economia e gli Stati a nuove e forse più drammatiche convulsioni sistemiche.

    Ci si augura che al recente meeting di Bari i ministri delle Finanze del G7 abbiano affrontato anche questo tema, che non è di certo secondario rispetto alle più grandi politiche di rilancio economico.

   

                                 

CONVEGNO DI STUDI

 

Il percorso politico di Eugenio Colorni

 

Importante occasione per parlare di uno straordinario

intellettuale socialista, coautore del manifesto di Ventotene.

 

ROMA, 29 MAGGIO, ORE 9,30,

CENTRO STUDI AMERICANI

Via Michelangelo Caetani, 32 (1° piano)

 

Le Fondazioni Pietro Nenni e Bruno Buozzi organizzano assieme alla Fondazione Filippo Turati un convegno di studi su: "Il percorso politico di Eugenio Colorni".

 

Saluto di Paolo Messa, Direttore Centro Studi Americani

Introducono Giorgio Benvenuto e Felice Besostri

Coordina Antonio Tedesco

 

"Gli scritti politici di Colorni"

Luca Meldolesi, curatore del volume "Eugenio Colorni - La scoperta del possibile. Scritti politici. Rubettino 2017.

 

"Una più ampia umanità".

Pensiero e azione politica di Eugenio Colorni

Geri Cerchiai

 

"Il socialismo di Eugenio Colorni"

Maurizio degli Innocenti

 

"Il federalismo di Eugenio Colorni"

Virgilio Dastoli

 

"La visione europeista di Eugenio Colorni"

Luigi Troiani

      

   

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

25 anni fa l'ultimo viaggio di Falcone

 

Venticinque anni fa moriva Giovanni Falcone. Ucciso dalla mafia. Era il 23 maggio 1992, stava rientrando a Palermo, da Roma, insieme alla sua scorta. A pochi chilometri dalla sua città, il viaggio è finito per sempre. Quasi mezza tonnellata di tritolo li hanno fatto saltare in aria l'autostrada all'altezza dello svincolo di Capaci. Oggi è stata una giornata di celebrazioni. A Palermo i cortei partiti nel pomeriggio dall'aula bunker del carcere Ucciardone e da via D'Amelio sono arrivati all'albero Falcone in via Notarbartolo. Gli studenti hanno aspettato sotto l'abitazione del giudice Falcone fino alle 17,58, ora della strage di Capaci, hanno osservato un minuto di silenzio. Nel frattempo, musica, bandiere, cartelloni e palloncini colorati. "Nel '92 non c'eravamo – dicono i ragazzi – ma oggi ci siamo e ci saremo". Energie in marcia contro il grigiore della criminalità.

    In testa al corteo, lo striscione "Palermo chiama Italia… la scuola risponde #23 maggio", dal titolo dell'iniziativa promossa da Miur e Fondazione Falcone per commemorare le vittime delle stragi. Ai balconi, decine di lenzuoli bianchi appesi dai cittadini palermitani.

    In mattinata dall'aula bunker, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina. 

    "Il risultato, così importante, del maxiprocesso – ha detto – non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli ma all'impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse".

    Il magistrato è stato ricordato anche alla Camera dei deputati. Per i socialisti è intervenuto Oreste Pastorelli. "Noi socialisti – ha detto il deputato del Psi nel suo intervento – siamo particolarmente affezionati alla figura di Giovanni Falcone e fin da subito gli abbiamo riconosciuto nell'opera di contrasto alla mafia una grande capacità innovativa. La sintonia con questo magistrato, fu forse determinata dall'osservare quanto fosse fitta la schiera dei suoi oppositori e quanto fosse pericolosa la marea montante delle dicerie che avrebbe alla fine portato al suo isolamento rendendolo vittima predestinata e indifesa".

    "Claudio Martelli – ha ricordato Pastorelli – lo volle con sé al mi­ni­stero di Giustizia, ma la simpatia, certamente umana, era una simpatia tutta politica, nel senso alto della parola. Avevamo capito che quel magistrato stava stracciando un copione che risultava utile a tanti, ma non a combattere la mafia. Falcone e Borsellino avevano deciso che Cosa Nostra andava combattuta con metodi moderni, che bisognava seguire la traccia dei soldi, una traccia che non puzzava, ma che avrebbe portato prove inoppugnabili in tribunale. Invece, al cosiddetto 'terzo livello', non ci credevano per niente perché – spiegavano – è la mafia che comanda gli altri poteri e non viceversa. Oggi – ha concluso Pastorelli – li richiamiamo alla memoria, a 25 anni dagli attentati in cui persero la vita. Li ricordiamo con affetto e riconoscenza".

 

Vai al sito www.avantionline.it/

    

          

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

Più soldi alla guerra

e meno al welfare

 

Trump è coerente con il suo progetto di stato. Sforbicia il welfare e sposta i soldi sul warfare. È un'idea della funzione pubblica che negli anni Trenta portò l'America al disastro della grande crisi

 

di Donatella Lucente

 

L'Amministrazione Trump ha appena reso pubbliche le intenzioni per il bilancio dell'anno fiscale 2018. Secondo il Center for American Progress il progetto di bilancio si basa su previsioni ingannate e ingannevoli della crescita economica.

    Non ci sono misure effettive per creare nuovi posti di lavoro o per aumentare i salari, così voltando le spalle ai bisogni della stragrande maggioranza degli americani lavoratori. Ci sono invece tagli drastici ai programmi federali per più poveri, anziani, bambini, lavoratori, per­so­ne con disabilità. Il documento emanato dalla Casa Bianca prevede che nei prossimi dieci anni si taglino 800 miliardi di dollari per la parte di piano sanitario dedicato ai poveri (Medicaid), 272 miliardi per i pro­gram­mi di welfare, 192 miliardi per l'assistenza sanitaria, oltre 72 mi­liardi per i benefit ai disabili.

    Cattive notizie anche per gli universitari: il bilancio ridurrebbe i fi­nan­ziamenti per Job Corps che fornisce servizi di formazione profes­sio­nale ai giovani svantaggiati con ostacoli all'occupazione, ed elimina anche il programma Senior Employment Service Community che aiuta 65.000 anziani a basso reddito a trovare lavoro ogni anno.

    Non vengono risparmiati gli immigrati, con il divieto per quelli il­le­gali di incassare crediti di imposta legati ai figli, il che fa un risparmio di 40 miliardi di dollari (peccato che si tratti di soldi letteralmente confiscati a chi lavora!).

    Il bilancio di Trump taglieggia anche i fondi destinati al dipar­ti­men­to del Lavoro (-21 per cento!), privando dei servizi di formazione e ri-oc­cupazione centinaia di migliaia di disoccupati o sottoutilizzati. Eli­minato anche il programma di 2,4 miliardi di dollari destinato a so­stenere gli insegnanti. Quel taglio avrebbe potuto finanziare oltre 40.000 posizioni di insegnamento.

    Viste le posizioni trumpiane sul riscaldamento climatico e sull'energia, non sorprendono i tagli imposti al programma Clean Power, al sostegno ai progetti internazionali di ricerca sul cambiamento climatico, alle agenzie statali che esercitano protezioni essenziali come Clean Air Act, la legge sull'aria pulita.

    Trump è coerente con il suo progetto di stato. Sforbicia i fondi per il welfare e li sposta sul warfare, con la visione della funzione pubblica evocatrice del vecchio che un secolo fa portò l'America al disastro della grande crisi degli anni '30, risolta dal New Deal del democratico Roosevelt, inopinatamente citato da Trump nel discorso in Arabia Saudita come grande campione della politica estera statunitense. Il bilancio propone di accrescere le spese militari del 10%, e destina oltre 2,6 miliardi di dollari alla sicurezza delle frontiere, cifra che include l'1,6 destinato alla costruzione del "muro" col Messico.

    L' istituto Center for American Progress e vari gruppi progressisti che rappresentano la vasta galassia delle opzioni politiche alternative al presidente, si sono unite per lanciare Hands Off, campagna di coalizione dedicata a prevenire il passaggio del bilancio, se non ne vengono emendate le parti riguardanti il taglio a benefici per disabilità, assistenza sanitaria, assistenza nutrizionale o altre necessità di base. La campagna punta a convogliare la protesta dei militanti sui membri del Congresso di riferimento, così che questi si oppongano e modifichino il dettato presidenziale, e il Congresso porti ad approvazione un bilancio sostanzialmente diverso.

          

 

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Garanzia giovani: i conti non tornano

 

Il segretario confederale Massafra nel corso di un forum con

la redazione di Rassegna: "Abbiamo la necessità di aprire un confronto col governo sul tema"

 

"Abbiamo la necessità di aprire un confronto col governo sul tema di Garanzia giovani. Assistiamo ormai ogni giorno all'enunciazione di dati che rappresentano la positività del progetto, ma quando li incrociamo con i risultati ci rendiamo conto che non produce la stabilità e le occasioni di lavoro che invece avrebbe dovuto produrre". Lo ha detto Giuseppe Massafra, segretario confederale della Cgil, nel corso di un forum nella redazione di Rassegna Sindacale. 

    "Sono tanti i problemi – ha concluso Massafra –, per questo abbiamo bisogno di parlare con l'esecutivo: lo chiediamo al ministro del Lavoro Poletti, affinché ci siano risposte e soprattutto ci sia un percorso che permetta allo strumento di ottenere i risultati sperati".

   

 

SPAGNA

 

La vittoria di Sanchéz

alle primarie del PSOE

 

di Felice Besostri

 

La vittoria di Sanchéz non era prevista e nemmeno auspicata dal leader di Podemos, Iglesias. Il quale, alla vigilia delle primarie, aveva depositato in Parlamento una mozione di censura contro il prenmier spagolo Rajoy: nessuna possibilità di essere approvata senza i voti socialisti. Lo scopo? Mettere in difficoltà Sanchéz o comunque "smascherare" i socialisti.

    Sanchéz deve essere lasciato tranquillo perché è segretario, ma non ha ancora vinto il Congresso del partito che si terrà a giugno.

    Se vogliono cambiare qualcosa, il PSOE e Podemos devono dimostrare di essere capaci di governare insieme la Spagna e, oltre che un programma economico e sociale, devono risolvere il problema della secessione catalana, che Podemos asseconda per ragioni elettorali in loco e il PSOE contrasta per senso di responsabilità. Bisogna riscoprire il vecchio progetto federale del PSC.

    Tra poco si potrà misurare chi difende una politica di sinistra da chi vuole semplicemente egemonizzare la sinistra cannibalizzando il PSOE...

        

          

Da l'Unità online

http://www.unita.tv/

 

Quale strategia comune tra Ue e Africa?

La missione in Nigeria della delegazione S&D

 

Gianni Pittella e Cecile Kyenge in Nigeria

 

Vai al video sul sito dell'Unità

       

             

 

Lutto

 

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Emilio Speciale (1954-2017)

 

«Se volete leggere i miei versi, fatelo lentamente!» - Dopo lunga ma­­­­­­lat­tia, il 23 maggio si è serenamente spento Emilio Speciale, fi­lo­logo e letterato italiano, allievo di Umberto Eco, autore d'impor­tan­ti saggi e studi, fon­da­tore e di­rettore della Rivista interna­zio­nale di stu­di leopar­dia­ni. Per le edizioni ADL aveva curato il vo­lu­me de­gli atti del convegno Zurigo per Silone. Lascia la moglie, Ta­tia­na Cri­velli, ordi­na­ria di italia­ni­sti­ca, e una folta cerchia di parenti, con­giunti e amici. Le esequie avranno luogo venerdì 26 maggio, al­le ore 11, presso la cappella del cre­ma­torio Nord­heim di Zurigo (Halle II).

 

Si era specializzato presso la Yale University e aveva fondato la prima collana di Libri Elettronici Italiani (LEI). Era un convinto sostenitore delle grandi possibilità che i nuovi supporti offrivano al libro, vero centro di gravità permanente di ogni sua borgesiana ossessione. 

    A Emilio Speciale piaceva fare non solo i libri elettronici, ma anche quelli di carta. Il mese scorso aveva mandato in tipografia l'ultimo vo­lume della RISL, la "Rivista internazionale di studi leopardiani", da lui fondata e diretta. Allo stremo delle forze, era riuscito a concludere quel prezioso lavoro editoriale e parlava con sincero entusiasmo degli au­tori, della bellezza dei loro saggi, ma anche della qualità della carta, della copertina e delle rifiniture.

    A Bologna, negli anni Settanta, Speciale era stato tra gli allievi prediletti di Umberto Eco e va da sé che amasse quindi i geniali fumettisti che in quell'epoca bazzicavano intorno al Dams e all'Alma Mater: Andrea Pazienza, Filippo Scòzzari e tutti gli altri.

    Amava innovare, conservare, scardinare.

    Adorava una certa commedia all'italiana, quella abitata dal conte Raffaello Mascetti, nobile decaduto costretto a risiedere dapprima presso amici, poi in uno scantinato. In trepida attesa del redattore Perozzi, che all'alba, dopo il lavoro, già sente una specie di nostalgia per la giornata di normale irripetibilità, tutta zeppa di "supercazzole" e "zingarate" a venire… Amici miei, grande cinema, grande lascito poe­tico di Pietro Germi e Mario Monicelli.

    All'inizio del gennaio scorso, dopo un anno di durissima malattia, Emilio ci aveva scritto: «Questo "andare avanti" comporta un peso psicologico struggente… Anche questa è vita, seppure al dieci per cento, e si va avanti passettino dopo passettino senza farsi illusioni.

    Ma se fosse questa la vera essenza della nostra esistenza? Un continuo inganno, una serie di illusioni senza speranza, una fregatura insomma? Ma che fregatura… se penso ad una nuotatina nelle limpide acque di San Vito, una passeggiata nella Michigan Avenue di Chicago o nel Malecon dell'Avana, una chiacchierata con gli amici, un rac­conto del nostro Gianni Celati, una cena come si deve all'agritu­ri­smo Canalotto o da Ciccio Sultano a Ragusa, un disco di Tom Waits, ecc. ecc. ecc. piccole cose che hanno rallegrato i miei giorni; allora dico… andiamo avanti!»

    È una delle pagine che Emilio ci inviava periodicamente in posta elettronica per tenerci al corrente della situazione durante "il cam­mino", come lo chiamava lui.

    Pochi giorni fa ci ha mandato un Commiato e un libro di poesie intitolato Versi 1975-2017, dedicato a Tatiana:

    «In queste ultime settimane ho raccolto in un volumetto dei tentativi di poesia, scritti nel corso di tutta la mia vita, senza alcuna pretesa. Ne ho fatto un libro elettronico pubblicato nell'iBooks Store della Apple. Ne ho preparato anche una versione pdf che vi allego, come ricordo. Se volete leggere i miei versi, fatelo lentamente!»

    

            

LETTERA DA ROMA

 

Sulle sorti della

socialdemocrazia

 

Carissimo Avvenire, mi permetto un intervento sul dibattito relativo alle sorti della socialdemocrazia.

    A mio sommesso avviso, le difficoltà attuali della socialdemocrazia sono, almeno in larga parte, dovute al contesto complessivo dell'Europa e della mondializzazione.

    In ambito europeo, si può rimediare, perché esiste una governance, se non proprio un governo responsabile che può assumersi il compito di eliminare, con opportune regole, le "esternalità negative" che ciascun sistema può produrre negli altri e di "catturare", attraverso una politica comune, possibili "esternalità positive". Nella mondializza­zio­ne difetta qualcosa che possa somigliare ad un governo responsabile: esiste solo un trattato, la "manutenzione" delle cui regole resta affidata al Dispute settlement, a carattere arbitrale o giudiziario. Ma le regole del trattato non sono le regole dei sistemi politici (degli Stati) che ne fanno parte. Una struttura di questo tipo favorisce la deregulation nei sistemi politici aderenti. Si tratta di una concorrenza non solo sui pro­dotti, ma sulle regole a monte della produzione. La mondializzazio­ne, inoltre, rende meno efficaci le politiche keynesiane di un singolo Stato, i cui effetti positivi si disperdono in un contesto diverso da quello in cui maturano, mentre i costi restano a carico di chi le promuove.

    In questo contesto, a mio sommesso avviso, occorre molto riflettere. Ed in questo contesto dovrebbero, forse, esser valutate con equilibrio le riforme francesi sulla contrattazione aziendale, che consentono una risposta democratica a questa concorrenza fra sistemi che conduce all'abbattimento delle regole. Ferma restando l'opportunità di un "reddito di cittadinanza", secondo le proposte di Hamon, come garanzia di una possibile scelta alternativa alla logica della deregulation.

 

Augusto Cerri, Roma

       

     

 

Per assoluta mancanza di spazio la rubrica "Freschi di stampa, 1917-2017" è rinviata alla prossima settimana.

    

    

LETTERA DA MONACO

 

Sabato scorso a Milano

 

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Sabato scorso a Milano c'è stata una manifestazione in favore degli im­migrati. Hanno intervistato un manifestante che aveva due car­tel­li, uno a favore dell'accoglienza, l'altro era per accoglienza e sicurez­za. "Sono per tutti e due", ha detto. Noi di sinistra sicuramente siamo per l'acco­glien­za. Perché, mi chiedo, lasciare la sicurezza alla Lega. Che per sicurezza intende sicuramente altre cose rispetto a quelle di Minniti.

 

Gianfranco Tannino, Monaco di Baviera

 

D'accordo, ma le politiche del governo sollevano dubbi in merito all'efficacia e alla costituzionalità delle misure. – La red dell'ADL

       

 

LETTERA  DA TORINO

 

Le armi, il petrolio, l'acqua

 

Le armi: Trump conclude un contratto monstre con i Sauditi, che oltre al ricavo della vendita comporterà un contratto a lungo termi­ne per ma­nutenzione e addestramento. I sauditi hanno paura degli ira­nia­ni, ma con ogni probabilità ci saranno forniture USA di armi anche agli ira­nia­ni, come già avvenne durante la guerra IRAN-IRAQ: agli americani interessa: 1) che i produttori di petrolio poco caro siano nel caos; 2) vendere armamenti; 3) e quindi che quelle guerre durino a lungo.

    Insomma, interessa il fatturato, non la politica estera di buffi paesi che in USA non si sa neanche dove siano, e non hanno l'atomica.  Il complesso militar-industriale è il principale sostenitore e condiziona­to­re di tutti i presidenti USA, e occupa uno spazio importante nel PIL.

     Il petrolio: i Sauditi han bisogno di un prezzo alto per avere la pace sociale e politica nel loro paese, che deve anche sostenere il costo degli oltre 10.000 ingordi principi della famiglia reale. Nonché il costo, di cui nessuno parla mai, degli iman Wahabiti che in Arabia sostengono (e guidano nelle decisioni più importanti) la famiglia reale ( che praticamente è una loro invenzione), ma in giro per il mondo sostengono Al Qaeda e ISIS, che sono il braccio armato dell'estremismo sunnita, alla base della loro setta. Anche gli americani han bisogno di un prezzo alto perché l'estrazione dello shale oil è molto costosa, si dovesse interrompere ci sarebbe un altro problema per il loro sistema bancario, oltre alla mostruosa esposizione in derivati, che da un momento all'altro potrebbe deflagrare provocando una crisi al cui confronto quella del 1929 sembrerà uno scherzo. E chissà quanti derivati sono stati venduti come ottimo investimento ai sauditi....

    Il prezzo del petrolio resta alto finché l'IRAQ e la Libia sono devastati da guerre civili: e col prezzo alto si potrebbero ripagare anche gli investimenti per estrarre il petrolio dal Mediterraneo orientale, faccenda vitale per l'Egitto, la Turchia, Israele, Libano, Cipro (ci sarebbe anche la Siria se fosse pacificata, invece quel che gli spetterebbe sarà diviso tra gli altri). Vitale anche per l'ENI, che ha la miglior tecnologia al mondo per le estrazioni sottomarine.

     L'acqua: in medio oriente ce ne è poca, e le sorgenti sono quasi tutte in aree popolate dai curdi, che controllano anche metà delle risorse petrolifere irakene. I curdi rappresentano quindi una minaccia per siriani, turchi, iracheni e iraniani. Gli USA con Obama han deciso di sostenerli, costano molto meno di mandare una loro spedizione e sono molto più efficaci. Considerazione a latere, l'acqua del Nilo sta diventando un problema drammatico per l'Egitto, perché la Cina sta costruendo dighe in Etiopia che ne tratterranno gran parte (mentre l'eterna guerra civile del sud Sudan impedisce per ora di farne altre, per trattenere quel che avanzerà dall'Etiopia): ma questo sarà il problema del prossimo decennio.

 

Claudio Bellavite, Torino

       

       

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mon­diale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

 

Allegato Rimosso
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