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[Diritti] Centoventi anni



L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

Organo della F.S.I.S., centro socialista italiano all'estero, fondato nel 1894

Sede: Società Cooperativa Italiana - Casella 8965 - CH 8036 Zurigo

Direttore: Andrea Ermano

 

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e-Settimanale - inviato oggi a oltre 50mila utenti – Zurigo, 5 ottobre 2017

    

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ADL 120

 

1897

2017

 

23 novembre - ore 18.00

Photobastei - Sihlquai 125 - 8005 Zürich

 

Letzte Front

 

Vernissage della mostra dedicata alla vita

e all'opera di Andy Rocchelli (1983-2014)

 

Intervengono: Miklós Klaus Rózsa (Syndicom, fotografo, curatore della mostra), On. Beppe Giulietti (Presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana), Giangi Cretti (Direttore Comunicazione Camera Commercio Italiana). Finissage: 13 gennaio 2018, ore 18.00.

 

Ingresso libero.

Orari di apertura: lunedì-sabato 12-21; domenica 12-18.

Info: www.photobastei.ch - cooperativo at bluewin.ch

 

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Organizzano: Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, Collettivo Cesura, Fabbrica di Zurigo, Famiglia Rocchelli, Fondo Gelpi Ecap Schweiz, Istituto Italiano di Cultura Zurigo, Photobastei, Società Cooperativa Italiana, Società Dante Alighieri, Syndicom Schweiz.

       

18 novembre 2017

Cooperativo Zurigo, St. Jakobstrasse 6, 8004 Zürich

 

Una giornata di studi e dibattiti

nel 120° dalla fondazione dell'ADL

 

Ore 10.00 - Libri e autori

Mattia Lento, Giovanni Battista Demarta e

Viviana Meschesi al confronto con il pubblico zurighese

 

Il Dr. Lento parlerà de La scoperta dell'attore cinematografico europeo, (Pisa 2017). Il Dr. Demarta illustrerà l'edizione italiana, da lui curata, di Per un'economia umana di Julian Nida-Rümelin (Milano, 2017). La Dr. Meschesi parlerà di Sistema e Trasgressione. Logica e analogia in Rosenzweig, Benjamin e Levinas, (Milano 2010). Moderatore: Francesco Papagni, teologo e giornalista.

 

 

Ore 11.00 - Anima, mondo ed esperienza

L'eredità kantiana in Helmut Holzhey

 

Il prof. Pierfrancesco Fiorato (Sassari) discute con Helmut Holzhey (professore emerito presso l'Università di Zurigo) la sua opera Il concetto kantiano di esperienza, riedita nell'ottantesimo compleanno dell'Autore. / Moderatore: Dr. Andrea Ermano, direttore dell'ADL.

 

Ore 12.15 - Pausa dei lavori e rinfresco

 

Ore 13.15 - Il "Caso Englaro" otto anni dopo

Ricordi e riflessioni di Beppino Englaro e Renzo Tondo

 

Beppino Englaro, padre di Eluana Englaro, e l'on. Renzo Tondo, Governatore della Regione Friuli Venezia-Giulia all'epoca del "Caso Englaro", verranno intervistati dal decano dei giornalisti italiani in Svizzera, Giangi Cretti.

 

 

Ore 14.15 - Grande Riforma?

Ma l'Italia ha bisogno di grandi riforme? E, se sì, di quali?

 

Il sen. Paolo Bagnoli (Università Bocconi di Milano e Università di Siena), l'on. Felice Besostri (costituzionalista autore dei ricorsi contro il Porcellum e l'Italicum) e il Dr. Andrea Ermano, direttore dell'ADL, verranno "moderati" dal Dr. Mattia Lento (Innsbruck).

 

Ingresso libero

Info: 044 2414475 / cooperativo at bluewin.ch

 

            

Conformemente alla Legge 675/1996 tutti i recapiti dell'ADL Newsletter sono utilizzati in copia nascosta. Ai sensi del Codice sulla privacy (D.L. 30.6.2003, 196, Art. 13) rendiamo noto che gli indirizzi della nostra mailing list provengono da richieste d'iscrizione, da fonti di pubblico dominio o da E-mail ricevute. La nostra attività d'informazione politica, economica e culturale è svolta senza scopi di lucro e non necessita di "consenso preventivo" rivestendo un evidente carattere pubblico come pure un legittimo interesse associativo (D.L. 30.6.2003, 196, Art. 24).

    L'AVVENIRE DEI LAVORATORI contribuisce da 120 anni a tenere vivo l'uso della nostra lingua presso le comunità italiane nel mondo tra quelle persone che si sentono partecipi degli ideali socialisti-democratici di Giustizia e Libertà.

   

              

Freschi di stampa, 1917-2017 (19)

   

Danton, Robespierre

    

Prosegue la serie di testi ispirati o ripresi dall'ADL nell'anno delle due rivoluzioni russe che hanno cambiato il mondo. La nostra redazione di allora poté "coprirle" entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad Angelica Balabanoff, fautrice degli stretti legami svilup­pa­tisi tra i socialisti italiani e russi impegnati, insieme al PS sviz­zero, nella grande campagna di "guerra alla guerra". Campagna lan­ciata con la Conferenza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

 

L'articolo di spalla in prima sull'ADL del 28 luglio 1917 parla dei due leader emergenti nella nuova Russia. "Su Lenin e Kerensky" è il titolo dell'articolo, firmato I. M. Schweide, che si conclude con queste testuali parole: «Se Lenin è un Robespierre, Kerensky è, piuttosto che Thiers, Danton!».

    Sicché Kerenskij somiglierebbe politicamente al popolare capo dei Cordiglieri nella Francia rivoluzionaria, a Georges Jacques Danton che nel 1792 viene nominato Ministro della Giustizia, nel 1793 eletto primo Presidente del Comitato di salute pubblica, nel 1794 ghigliottinato su pressione del Comitato di salute pubblica.

    I tempi della Russia rivoluzionaria sono più veloci, ma le analogie non mancano: anche Aleksandr Fëdorovič Kerenskij inizia la carriera ministeriale nel Governo Provvisorio (marzo 1917) e, al momento in cui appare l'articolo di cui parliamo (luglio 1917), presiede il Governo Provvisorio. Gli manca, dunque, "solo" di subire un'esecuzione capitale su pressione del Governo Provvisorio. Ma a quella sfuggirà per un palmo (novembre 1917), riparando in Francia.

    Se già Kerenskij inizia, dunque, ad assomigliare al suo Danton, egli non può, però, essere in alcun modo accostato a un Adolphe Thiers.

    Chi è costui? Esponente monarchico fino al 1840, Thiers viene nominato quell'anno Primo Ministro di Francia, ma si dimette per divergenze con Luigi Filippo e muta convinzioni nel senso di un repubblicanesimo li­beral-conservatore.

    Luigi Filippo abdica nel 1848, e nasce la Seconda Repubblica Francese, alla cui presidenza viene eletto Luigi Napoleone Bo­na­par­te, che Thiers dapprima sostiene. Poi inizia a osteggiarlo, quando nel 1852 quello, tramite un colpo di Stato, trasforma la Seconda repubblica in Secondo impero, di cui Luigi Bonaparte si pone a capo con il nome di Napoleone III. Il piano inclinato del potere lo condurrà alla guerra Franco-Prussiana e al disastro.

    Dopo la disfatta di Sedan, la caduta dell'imperatore e la nascita della Terza Repubblica Francese, Thiers assume la guida delle trattative con la Prussia. Il 17 febbraio 1871 viene eletto alla presidenza del governo provvisorio e trasferisce il Parlamento nella reggia di Versailles. Questo sfregio simbolico insieme alle condizioni antipopolari della pa­ce stipulata con Bismarck provocano un forte rigetto generale, sicché il 18 marzo la capitale francese insorge fondando la Comune di Parigi.

 

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Parigi 1871 - La barricata di boulevard Voltaire

 

Prima esperienza storica di governo socialista, la Comune adotta come proprio simbolo la Bandiera Rossa, secondo il colore del bonnet rouge giacobino. Ma di rosso si tingeranno a breve anche le strade della Ville Lumière, e persino le acque della Senna, perché la Comune di Parigi verrà letteralmente schiacciata nel sangue.

    L'assedio della città si conclude il 28 maggio 1871 e nella sola prigione della Roquette vengono uccisi 1'900 comunardi. Altri 400 vengono gettati in un pozzo del Cimitero di Bercy. L'azione repressiva del Governo Thiers comporta, nel giro di pochi giorni, un numero di vittime che gli storici stimano in decine di migliaia. Durante la "settimana di sangue" (21-28 maggio 1871) si consuma il più sanguinoso massacro della storia della Francia, ancor più sanguinario della Strage degli Ugonotti del 1572, e più tragico persino di tutto il Terrore rivoluzionario nel biennio 1793-1794.

    Tutto questo si replicherà in Russia. E verrà anche di peggio. Ma lo si può già vedere nei segni dei tempi? Certo è che nel social-rivolu­zio­nario russo Ke­ren­skij non si nasconde un macellaio "liberale" come Thiers. Eppure nella coscienza pacifista di Schweide: «I fratelli hanno ucciso i fratelli: / Questa orrenda novella vi do». Nei versi tratti dall'ode manzoniana sulla Battaglia di Maclodio Schweide ci fa balenare il protagonista vero della vicenda russa a venire: la disumanità "fraterna". Perché «questa "novella" sarà tragica realtà finché… battaglia contro battaglia, guerra contro guerra, forza contro forza, vita contro vita… saranno insomma la ragion suprema di ogni partito, di ogni classe sociale, tendente alla conquista di nuove forme di progresso umano» (ADL 27.7.1917).

    I fratelli, prosegue Schweide, continueranno, a uccidere i fratelli «in nome della guerra… in nome della pace… la pace come la guerra, per affermarsi, per vincersi, per sovrapporsi». E ciò ricorrendo al mede­si­mo mezzo: «l'uccisione; al medesimo fine: il trionfo dei propri inte­res­si morali e materiali a danno degli altri interessi» (ADL 28.7.1917).

    Kerenskij e Lenin – provenienti entrambi dalla piccola nobiltà di Sim­­birsk, concittadini, l'uno al Gover­no, l'altro di nuovo in esilio – sem­­bra­no prigionieri di un solo de­stino: «Citiamo questi due nomi perché essi, al disopra ed all'infuori delle proprie persone, incarnano due fonti correnti d'opinioni».

    Lenin «ha vinto la partita, a danno della propria organizzazione, momen­ta­nea­mente indebolita e perseguitata ed isola­ta». Kerenskij, invece, è cir­condato dalla «solidarietà nazionale gene­ra­le e da quella particolare del Soviet», e ha appena dato il suo consenso «per una politica dittatoriale, bi­smarkiana, in senso russo», chiosa Schweide.

    Lenin «non si attendeva però che Ke­ren­sky espropriasse il suo prin­ci­pio», consistente nella «espropriazione dello stato da parte degli organi dei "Soviet" anche a costo di dominare colla dittatura» (ADL 28.7.1917).

 

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Affresco di Francesco Bassano sulla Battaglia di

Maclodio al Palazzo Ducale di Venezia (1590, part.)

 

A Kerenskij sembra arridere la vittoria, ma la sua posizione, in real­tà, è debolissima, perché egli continua una guerra odiata dal popolo russo. E però «una debolezza non meno grave è stata da parte di Lenin nel credersi troppo forte»: uomo d'indomabile forza rivoluzionaria, ma pare come «acciecato da questo esclusivismo parziale e talvolta settario – nel sen­so buono della parola, si capisce», che lo induce a «forme di lotta spro­porzionata alle forze delle masse lavoratrici di cui egli può disporre» (ADL 28.7.1917).

    Lenin è stato «il primo a seminare il verbo zimmerwaldiano, in­ter­na­zionalista» in Russia, egli è capace di fare «germogliare il seme della pace generale, so­ciale, internazionale», si legge. Lenin ha tanto patito, non come certi da­me­ri­ni. Lui «non ha mai dato un colpo senza attirare sulle proprie spalle il contraccolpo». E qui anche Schweide gli assesta un altro bel colpo: «Il suo maggior merito è quello delle operazioni chirurgiche in seno al partito, alle organizzazioni proletarie: scissioni, scissioni e scissioni».

    Scissioni che "indirettamente e senza volerlo" hanno favorito gli avversari: «E nell'archivio… della spiocrazia russa, sono stati scoperti dei docu­men­ti in cui funzionari di polizia rilevavano i benefici che reca allo zarismo la politica secessionistica dei leninisti» (ADL 28.7.1917).

    Ma Vladimir Uljanov è di "una purezza illimitata", ha un passato doloroso e integerrimo: «Quando il fratello… fu impiccato dallo za­ri­smo, egli giurò di vendicare con ogni mezzo lecito il sangue fraterno. Giurò morte allo zarismo. Lottò, congiurò, soffrì senza posare mai le armi. Avrà sbagliato ed ha sbagliato molte volte nella sua tattica. E sono soltanto le ragioni tattiche che ci dividono da lui e che da lui han sempre diviso l'"Avvenire" ed i socialisti italiani» (ADL 28.7.1917).

   In questo andamento ondivago del suo dire sospeso, Schweide plana ora sul momento allora attuale, il momento in cui Lenin è di nuovo fug­gia­sco, in esilio, e «sopra di lui si sono riversate le ire di tutti gli imperialisti», sicché dunque «noi diamo tutta la solidarietà a questo audace campione del proletariato russo» (ADL 28.7.1917).

    Quanto, invece, a Kerenskij, egli è «un laburista con tinta sociale che, per conservare in piedi il nuovo regime, ritiene necessaria la col­laborazione della borghesia col proletariato. È partigiano dell'of­fen­si­va per valorizzare le forze del militarismo rivoluzionario – come lui af­fer­ma... È anti-annessionista e guerraiolo, perché non vede la possibilità di fare altrimenti» (ADL 28.7.1917).

    L'uno ha tanto sofferto, ma sta per assumere il ruolo di Robespierre, l'Incorruptible. L'altro è un po' realista e un po' “guerraiolo”, ma gentile e raffinato: gli si addica la parte di Danton.

    Ecco qua: due destini, nel gran valzer che la Storia Universale va danzando a San Pietroburgo nel 1917, sono assegnati.

(19. continua)

     

     

SPIGOLATURE

 

Una riga di zeri non basta

 

di Renzo Balmelli

 

SOLIDARIETÀ. Sulla terra il motore di chi lotta contro le prevari­ca­zioni è sempre acceso. Purtroppo, nonostante l'abnegazione di chi si impegna per il bene degli altri, il quadro anziché migliorare peggiora, sopraffatto dall'egoismo e dall'avidità. In un mondo segnato dal cal­vario dei migranti in fuga dalle guerre e dai soprusi dell'uomo sull'uo­mo, l'abisso tra ricchi e poveri assume sempre più proporzioni che non è esagerato definire mostruose. Una di queste righe non basta per alli­neare gli zeri necessari a calcolare i patrimoni in mano a pochi privi­le­giati. Qualcosa come 70 mila miliardi di dollari o giù di lì. Eppure non è affatto impossibile immaginare di mettere in piedi un sistema capace di riscattare da una vita di stenti tutti coloro che sono condannati all'esilio nel cono d'ombra di un benessere che non conosceranno mai. Andando oltre la carità pelosa, basterebbe uno scatto di solidarietà pura e condivisa per porre rimedio ai guasti delle ingiustizie. Il messaggio però non sembra fare breccia nel resort esclusivo dei Paperoni trincerati in un loro ovattato e invalicabile Eldorado.

 

PERICOLO. Alle prese con il ginepraio della Brexit, allarmata dal­l'esito delle elezioni tedesche e le loro ricadute estremiste, in difficoltà nell'elaborare una strategia concordata per affrontare l'emergenza dei profughi e in ultima analisi esposta alla minaccia del terrorismo, l'Eu­ro­pa unita si trova confrontata a una quantità di problemi che provo­ca­no la rabbia degli esclusi. Per tutta risposta agli interrogativi che ci assillano, da qualche tempo sembra prevalere, con una stupefacente contorsione del linguaggio, la tendenza a considerare destra e sinistra come categorie arrugginite. È una tesi che lascia perplessi non tanto per la terminologia, quanto per il tentativo di omogeneizzare idee, culture e visioni che non potranno mai stare sullo stesso piano. Quali disastri possa provocare la deriva populista, spesso intinta nell'inchio­stro della xenofobia, è ormai sotto gli occhi di tutti. Sempre più mar­cato si avverte di converso il bisogno di programmi sociali chiari, profilati e capaci di recuperare la vera anima di sinistra senza la quale incombe il pericolo del qualunquismo, quello sì davvero arrugginito.

 

STRAPPI. È difficile dire se esista un ritorno di fiamma per le piccole patrie di cui non si conserva un buon ricordo. In Catalogna la demar­ca­zio­ne tra coloro che aspirano all'autodeterminazione e chi invece con­sidera la stabilità all'interno dei propri confini come un valore comune che merita di essere difeso ha evidenziato che il problema esiste ed è profondo. Lo scontro tra le ragioni degli uni ed i torti degli altri, de­fla­grato durante il referendum nel peggiore dei modi per un Paese civile, non ha certo contribuito a creare un clima propizio a future intese su basi pacifiche. All'opposto gli strappi al tessuto democratico paiono difficili da riassorbire in tempi brevi non solo in Spagna, ma anche per le loro ricadute nel continente. Ogni spinta all'autonomia fa storia a sé. Nel Kurdistan il referendum contestato degli scorsi giorni è stato un modo per rivendicare la fine di una diaspora che priva il popolo curdo del diritto ad avere una nazione. Anche qui è mancato il dialogo, così com'è mancato nei confronti del popolo catalano per un irrigidimento dei fronti che non promette nulla di buono.

 

DISASTRO. Berlusconi e Trump non hanno nulla in comune, tranne il vistoso campionario delle promesse mai mantenute. Se i biografi del­l'ex Cavaliere tendono a stendere un velo pietoso per fare credere quel­lo che fa piacere credere, negli Stati Uniti i nodi per il Presidente ame­ri­cano stanno venendo al pettine a velocità impressionante. Ormai a Washington la domanda che circola con maggiore insistenza consiste nel capire che cosa resta del trumpismo e dei suoi proclami. Messo in difficoltà dalla "Alt-right" (la destra alternativa repubblicana che striz­za l'occhio ai suprematisti bianchi), naufragata l'abolizione della rifor­ma sanitaria dell'odiato Obama e, per giunta, sfidato sul piano interna­zionale dall'ineffabile dottor Stranamore di Pyongyang, Trump – a quasi un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca – ha fin qui dimostrato di non sapere andare incontro alle esigenze dei suoi elettori, esigenze che aveva promesso di affrontare al grido di "America first". Se non è un disastro, poco ci manca!

 

FRAGILITÀ. Tra le tante cose che Trump avrebbe potuto fare per distrarre l'opinione pubblica dalle sue inadempienze, esisteva la possibilità di lanciare al Paese un messaggio chiaro sulla necessità di regolare con maggiore fermezza il facile accesso alla detenzione delle armi in mano ai privati. Nell'angoscia provocata dalla strage di Las Vegas, la più grave della storia moderna americana, era questo il momento per porre un argine a un fenomeno inquietante che non nasce oggi, ma che il terrorismo ha contribuito a riacutizzare in maniera drammatica. Non lo ha fatto. Già in passato molte sono state le battaglie combattute e perse dai precedenti inquilini della Casa Bianca che hanno provato a contenere l'arroganza della lobby delle armi. Un potente gruppo di pressione che infischiandosene dei rischi chiede addirittura leggi ancora più permissive. Ma bisogna insistere. Invece, con quel suo discorso che aggira il nocciolo del problema, il leader repubblicano non ha certo contribuito ad unire la popolazione dietro il progetto di maggiori controlli sulla vendita di fucili e pistole. Quei lunghi minuti di orrore nella capitale dei giochi d'azzardo forse non cambieranno il quadro politico, ma la mancanza di concretezza nel delineare efficaci contromisure evidenzia la fragilità di una presidenza che a sua volta sembra un azzardo.

 

         

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

 

    

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Quel vertice in Turchia

che è giusto boicottare

 

In svolgimento a Istanbul la riunione regionale europea dell'Oil.

Per la prima volta nella lunga storia dell'organismo tripartito delle

Nazioni Unite, i rappresentanti dei lavoratori non partecipano:

troppi i diritti negati dal regime di Erdogan.

 

di Fausto Durante

coordinatore Area politiche europee e internazionali della Cgil

 

In questi giorni (dal 2 al 5 ottobre) si sta svolgendo la riunione regionale europea dell'Organizzazione internazionale del lavoro, l'Oil. Un appuntamento rituale nel fitto calendario degli impegni dell'Oil, ma che quest'anno ha assunto un carattere di eccezionalità. Per la prima volta nella lunga storia dell'organismo tripartito delle Nazioni Unite dedicato al lavoro, organismo che celebrerà nel 2019 il proprio centenario, i rappresentanti del gruppo dei lavoratori nel consiglio di amministrazione non partecipano, in virtù di una decisione consapevolmente assunta, alla riunione regionale dedicata all'Europa.

    Il perché di questa scelta, una scelta inedita e di particolare gravità, è presto detto. La riunione ha luogo a Istanbul, in Turchia. Un paese nel quale, dopo le vicende controverse e non sufficientemente chiarite del presunto colpo di stato di luglio 2016, sono diventate durissime le condizioni dei lavoratori, dei loro rappresentanti nei luoghi di lavoro, delle organizzazioni sindacali indipendenti e democratiche, delle forze politiche e sociali di opposizione al regime instaurato dal presidente Recep Tayyip Erdogan. È evidente come per il movimento sindacale internazionale sia inaccettabile tenere quella iniziativa proprio a Istanbul, rischiando di prestare il fianco ai tentativi di strumentalizzazione da parte delle autorità turche e di offrire in tal modo una indiretta legittimazione dei loro atti autoritari e contrari ai principi democratici e ai valori di libertà e giustizia sociale a cui l'Oil si ispira. Una scelta obbligata di fronte alla proclamazione della stato di emergenza, agli arresti arbitrari di lavoratori e dirigenti sindacali, al licenziamento e alla sospensione di oltre 125.000 lavoratori pubblici e privati, alla rimozione di giudici e professori di vario ordine e grado, alla detenzione di giornalisti ed esponenti politici.

    La Confederazione sindacale internazionale, la confederazione europea dei sindacati, i rappresentanti dei lavoratori negli organismi di direzione dell'Oil hanno tentato con ogni mezzo di evitare questo boicottaggio. Certo, la decisione di svolgere la riunione a Istanbul era stata presa ben prima degli avvenimenti legati al colpo di stato e alla torsione antidemocratica che ne è derivata. Ciò nonostante, quanto accaduto non poteva lasciarci indifferenti. Abbiamo chiesto che la scelta della città in cui tenere la riunione venisse rimessa in discussione, abbiamo proposto di spostare la riunione in una sede istituzionale neutra (ad esempio Ginevra, la città che ospita il quartiere generale della stessa Oil), abbiamo auspicato una sospensione e un rinvio.

    Nel maggio scorso, d'intesa con i sindacati turchi affiliati alla Csi e alla Ces, abbiamo avanzato una serie di richieste affinché la nostra contrarietà potesse essere superata. Si tratta di richieste relative alla revoca dello stato di emergenza, alla fine dei licenziamenti arbitrari e punitivi, al rilascio dei detenuti in carcere senza prove né capi di imputazione, al ritorno alla legislazione ordinaria con diritto a processi equi e a istanze di appello, al reintegro nelle loro funzioni e nel loro lavoro delle persone risultate innocenti, al risarcimento per i danni da esse patiti, al ripristino della libertà di parola e di espressione, alla ripresa dell'attività degli organi di informazione e delle associazioni democratiche e indipendenti, al rispetto dei fondamentali labour standard dell'Oil, all'avvio di un processo di dialogo fra tutte le componenti della società turca.

    Nessuna delle richieste del movimento sindacale europeo e internazionale è stata presa in considerazione. Anzi, se possibile, come segnalano diversi rapporti di organismi indipendenti, negli ultimi tempi la situazione in Turchia è perfino peggiorata. Purtroppo, però, la nostra pressione non è stata in grado di cambiare la decisione a suo tempo presa. I rappresentanti dei governi e, soprattutto, quelli delle imprese non hanno ritenuto opportuno rimettere in discussione la scelta di Istanbul.

    Di qui la decisione, presa certamente non a cuor leggero, di boicottare la riunione e di non partecipare. Non può esservi alcuna discussione seria e utile sul lavoro in un paese in cui le persone che lavorano sono private di libertà e diritti, la militanza in un sindacato o in un partito è ragione di discriminazione e di carcerazione, la libera associazione in sindacati indipendenti e democratici e la possibilità di praticare la contrattazione collettiva sono pesantemente messe in discussione. Il nostro segnale è stato forte e chiaro: la Turchia deve avviare un processo di democratizzazione e di ritorno alla normalità e allo stato di diritto, i lavoratori turchi devono poter tornare a godere di tutti i diritti di cittadinanza nel lavoro e nella vita pubblica, i sindacati devono poter svolgere liberamente la propria attività. L'auspicio è che il messaggio sia raccolto dalle istituzioni internazionali, dai governi e dalla politica, dal mondo dell'economia e delle imprese.

   

          

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

I craxiani postumi e

i postumi anti-craxiani

 

Ancora sull'intervista di D'Alema nella quale l'ex presidente

del Consiglio diessino si vanta di essere stato "ferocemente anticraxiano" con Berlinguer, ma poi "generoso" quando

Craxi cadde in disgrazia…

 

di Luigi Covatta

 

Nell'intervista concessa ad Aldo Cazzullo (Corriere della Sera del 27 settembre) D'Alema, fra l'altro, si vanta di essere stato "ferocemente anticraxiano" con Berlinguer, ma di essere stato poi "generoso" quando Craxi è caduto in disgrazia. Se ne potrebbe discutere a lungo. Craxi cadde in disgrazia ben prima del 2000, ma non risultano atti di generosità negli otto anni che precedettero la sua morte. Quanto a Berlinguer, morì nel 1984, e quindi non è responsabile della linea seguita da D'Alema nel decennio successivo.

    Ma il punto non è questo.

    Il punto, come ci ha insegnato Max Weber, è che per il politico vale l'etica della responsabilità, non quella dell'intenzione. Nel caso di D'Alema, vale quello che ha fatto quando Craxi era potente, non quello che lo ha emozionato mentre stava morendo. Quindi vale quello che ha fatto (con Veltroni) dopo "l'incontro del camper" al congresso dell'Ansaldo: ed anche quello che ha fatto quando ha ridotto all'ennesimo episodio di annessione di "compagni di strada" il progetto della Cosa 2 (che poteva rappresentare un pur tardivo e parziale riconoscimento delle ragioni del craxismo).

    D'Alema riconosce comunque che Craxi era uomo di sinistra, e ricorda la sua attenzione ai diritti dei palestinesi ed alla pace in Medio Oriente. Giusto: tant'è vero che salvò Gheddafi dai bombardamenti americani. E non so come si sarebbe comportato con Milosevic.

 

Vai al sito www.avantionline.it/

    

               

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

Le vittime dell'immigrazione

e l'Europa che ancora non c'è

 

"Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo" (Gabriele del Grande, http://fortresseurope.blogspot.it/)

 

di Giulia Clarizia

 

Il 3 ottobre di tre anni fa, il Mar Mediterraneo si è macchiato di sangue. Non è stata la prima volta e non sarebbe stata l'ultima. 368 migranti, prevalentemente eritrei, persero la vita a mezzo miglio dall'isola di Lampedusa, la porta dell'Europa, dove speravano di trovare un futuro migliore.

    A seguito di questo evento, il Comitato3ottobre si è battuto per far riconoscere istituzionalmente la giornata come un simbolo per ricordare le vittime dell'immigrazione. Dunque oggi, per il secondo anno, ricorre questa occasione per riflettere su un fenomeno che sempre con più violenza spezza vite umane.

    Parlare di immigrazione oggi è tanto delicato quanto urgente. La sen­sibilizzazione alla realtà che si cela dietro gli stereotipi e la paura di un'"invasione" fomentata dai discorsi populisti è proprio uno degli obiettivi che si pongono le numerose attività organizzate per l'occasione.

    Sull'isola di Lampedusa dal 30 settembre si sono riuniti 200 studenti al fine di approfondire a livello formale e informale le principali tematiche sull'immigrazione. Alcuni sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo si sono offerti di portare la loro testimonianza agli studenti e ai presenti della cerimonia che si è tenuta oggi sull'isola alla presenza del presidente del Senato Pietro Grasso e del ministro dell'istruzione Valeria Fedeli. Poi si è marciato verso la Porta d'Europa, monumento all'immigrazione innalzato sulla spiaggia.

    Uno dei ragazzi sopravvissuti al naufragio, con emozione ha parlato al pubblico presente chiedendo all'Italia e all'Europa di essere portavoce di chi vive in situazioni pericolose. Sia quelle di chi fugge e si trova poi costretto a vivere nella clandestinità, sia quelle di chi resta nel proprio paese ma non ha mezzi né voce per innalzare un grido di aiuto contro le violenze, la miseria, e la corruzione della dittatura.

    Una ricorrenza tragica quanto importante, quella di oggi. Eppure non ancora sufficiente. Per questo si chiede che la giornata sia riconosciuta a livello europeo, e non solo italiano.

    Durante il discorso sullo stato dell'Unione, il presidente della Commissione Juncker ha elogiato l'Italia proprio per la gestione della crisi migratoria. Sarà che la crisi ce l'abbiamo dentro casa, ma oltre alla solidarietà ci sarebbe bisogno di una risposta seria ed effettiva a livello europeo. All'indomani della strage che oggi si ricorda, l'Italia ha lanciato l'operazione Mare Nostrum per evitare che si ripetessero tragedie simili. La missione portata avanti autonomamente dal nostro paese, salvo un contributo della Slovenia, salvò oltre 100 mila vite con un budget di 9 milioni e mezzo al mese. La missione europea che la sostituì nel 2014, Triton di Frontex, non aveva più come obiettivo quello del salvataggio dei migranti, ma solo il controllo delle coste. Oltre a ciò,la copertura in termini di miglia marine e il budget risultarono molto ridotte rispetto alla precedente operazione. L'operazione Sofia lanciata nel 2015 invece è finalizzata ad individuare, catturare e distruggere le navi che trafficano illegalmente migranti. Il salvataggio però è ancora un grande assente, e la gente continua a morire in mare. L'ultimo naufragio risale allo scorso 21 settembre.

      

     

Archivio di Stato di Milano

Circolo Rosselli di Milano

Fondazione Kuliscioff di Milano

Fondazione Rosselli di Firenze

 

L'ITALIA DEI ROSSELLI

UNA STORIA DI GIUSTIZIA E LIBERTA'

 

Mostra documentaria in occasione dell'ottantesimo

anniversario dell'uccisione dei Fratelli Rosselli

 

Milano, Archivio di Stato, Via Senato 10, dall'11 al 31 ottobre

dal lunedì al sabato dalle 9:00 alle 17:45 – chiuso la domenica

 

Il contributo culturale, politico e umano che la Famiglia Rosselli ha dato all'Italia merita di essere sottolineato e ricordato come patrimonio collettivo: una storia di straordinario interesse che permette di cogliere i nodi e i problemi del nostro passato attraverso la cultura, la sensibilità, i valori di una famiglia educata al culto della patria, della libertà e della solidarietà sociale.

    La mostra, e la Conferenza inaugurale, intendono ripercorrere la vita dei Fratelli  Rosselli, l'importanza della Famiglia Rosselli, nella storia democratica del nostro paese da Mazzini in poi, il legame con Filippo Turati e la città di Milano, non solo per celebrarne la memoria, ma per fornire strumenti di conoscenza e approfondimento alle nuove generazioni per un esame più consapevole della  storia del nostro paese e della società attuale.

 

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Conferenza Inaugurale

11 0ttobre 2017, ore 15.00

 

Porteranno il loro saluto:

  • Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura Comune di Milano
  • Benedetto Luigi Compagnoni, Direttore Archivio di Stato

 

Presentazione di:

Walter Galbusera, Presidente Fondazione Anna Kuliscioff

 

Interverranno:

  • Paolo Bagnoli, Università di Siena "Sulla famiglia Rosselli"
  • Marina Calloni, Università Bicocca di Milano "Le Rosselli"
  • Nicola Del Corno, Università Statale di Milano "Carlo Rosselli a Milano. Il Quarto Stato"
  • Giuliana Nuvoli, Università Statale di Milano "La scrittura dei Rosselli"
  • Giovanni Scirocco, Università Statale di Bergamo "Socialismo liberale".

 

Conclusioni di:

  • Valdo Spini, Presidente Fondazione Circolo Fratelli Rosselli Firenze

 

IN ESPOSIZIONE - Mostra storica a cura della Fondazione Circolo  Fratelli  Rosselli di Firenze. Documenti Archivio Fondazione Anna Kuliscioff: lettere olografe di Carlo Rosselli, originali di fotografie e pagine d'epoca, il "Quarto Stato", il processo Bassanesi, la Guerra di Spagna, Giustizia e Libertà, i libri di Carlo e Nello Rosselli.

 

              

LETTERA da Washington D.C.

 

Povera America...

 

Uno torna a Washington dopo quasi due mesi di Italia, dopo avere atteso a Fiumicino la partenza del volo United 043 ritardato di tre ore, con nel fondo schiena 7500 km fatti nel centro Nord e in Sardegna, e una voglia matta di parlare dei problemi della patria di origine a cominciare da quella Roma divenuta ormai invivibile per chi risiede in una città amministrata correttamente.

    E appena arrivato alla dogana ti colpiscono le immagini su alcuni schermi televisivi dell'assassinio perpetrato da un esaltato a Las Vegas.

    Al momento in cui scriviamo i morti sono 59, ma certamente aumenteranno perché i feriti sono più di 527.

    Tutti i media del mondo stanno dando risalto a questa ulteriore carneficina che ha traumatizzato (ma solo per poche ore, ne siamo convinti, come purtroppo in tante altre occasioni di violenza sociale) l'intera nazione.

    Ovviamente radio e televisioni sono divise secondo lo spartiacque che caratterizza gli USA: da una parte quelli che ricordano che negli Stati Uniti su una popolazione di 327 milioni di abitanti le armi diffuse sono oltre 400 milioni. E non si tratta solo di pistole o fucili da caccia, ma di mitragliatrici e altre piacevolezze da guerra.

    Un gioco da ragazzi per uno dei tanti folli che si annidano tra la popolazione di gente perbene che oggi si viene a sapere aveva in casa un intero arsenale di armi pesanti e centinaia di caricatori.

    Per un tale che odia il mondo e il suo prossimo diventa un gioco da ragazzi prendere una camera al trentaduesimo piano del Mandalay Bay hotel di Las Vegas e da lì sparare decine di caricatori sui 20.000 appassionati di country music assembrati proprio sotto il suo albergo.

    Ovviamente sull'altro versante si manifesta un certo imbarazzo nel coprire questo episodio di follia criminale definito il più importante massacro di gente inerme negli Stati Uniti.

    Quanto alla diffusione delle armi automatiche in America si giustifica il tutto con il solito riferimento al secondo emendamento della costituzione che, ab immemorabile, consente alle "milizie" di armarsi. Come se l'America di 240 anni fa potesse e dovesse ancora essere presa a modello per una società come l'attuale completamente diversa da quella dei padri fondatori.

    Il governatore dello Stato del Nevada, Sandoval, nel suo messaggio televisivo, oltre alle solite preghiere e ringraziamenti a polizia e personale medico, sostiene che "dobbiamo imparare da questo episodio". E uno si chiede che cosa ci sia da imparare se non il rifiuto della violenza che fa parte della diffusa cultura in cui vive gran parte della popolazione americana.

    Ha parlato anche il presidente Trump e ha definito evil il fatto e richiesto che gli americani si sentano uniti. Per fare cosa? Per piangere i morti?

    In questa ottica diventa perciò facile riconoscere che l'Italia e le altre nazioni europee, con l'impedimento all'acquisto e diffusione delle armi sono un altro mondo se paragonate agli Stati Uniti.

    Dice: ma voi avete la malavita organizzata che quanto ad armi e attentati non fa sconti a nessuno.

    Vero: ma se volessi acquistare una mitraglietta con relativi caricatori non saprei dove andare a Roma.

    Qui invece, negli Stati Uniti, la cosa è semplicissima. Basta andare, tanto per citare un esempio, in uno dei tanti supermercati Walmart dove commessi ben preparati possono suggerire quale tipo di fucile acquistare. E si guardano bene dal chiedere per quale ragione un cittadino normale debba dotarsi di un'arma potente.

    Ovviamente ISIS ha messo il cappello su questo massacro fatto dal signor Paddock di Mesquite, cittadina del Nevada poi suicidatosi prima che gli agenti speciali lo raggiungessero. Ma le autorità negano che si tratti di terrorismo.

    Ed anche questa America!

 

Oscar Bartoli, oscarbartoli35 at gmail.com

 

   

LETTERA DAL CDF

 

MAECI - Il neo Direttore Generale snobba

le vittime di un'infame truffa milionaria

 

La normativa vigente prevede che i patronati possono svolgere, sulla base di apposite convenzioni con il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (MAECI), attività di supporto alle autorità diplomatiche e consolari italiane all’estero. In questi giorni il MAECI ha iniziato le trattative con i patronati per una nuova convenzione.

    Inspiegabile la decisione del MAECI di affidare compiti istituziona­li, propri dell'amministrazione statale, ad enti privati. Motivo di ancor più grande preoccupazione è la gestione amministrativo-contabile di questi enti che in più occasioni si è rivelata carica di criticità ed è stata addirittura oggetto di attenzioni e approfondimenti da parte della stampa nazionale nonché di quella d'emigrazione per casi di truffa nei confronti dei pensionati, nonché di mala gestione dei fondi pubblici.

    Due giorni fa, il 3 ottobre, ha avuto luogo l'incontro alla Farnesina tra Governo, Amministrazione, patronati ed eletti all’estero. Il Sot­to­se­gre­tario Amendola, e il Direttore Generale Luigi Vignali della Dire­zione Generale per gli Italiani all' Estero (DIGIT), hanno convo­cato e presieduto detta riunione, in quanto delegati per gli italiani all’estero. 

    Il tema, come si legge nella stampa, era l'elaborazione di una convenzione MAECI-Patronati quale una indifferibile esigenza di sinergia e di collaborazione tra Amministrazione e gli enti in questione.

    In questo contesto l'opinione pubblica si aspettava che i rappresentanti del MAECI confrontassero perlomeno la controparte con i risultati del rendiconto del Comitato per le questioni degli italiani all'estero (CQIE) del Senato, che, durante l' indagine sull' operato dei patronati oltre confine, aveva evidenziato parecchie irregolarità, a tal punto che il presidente del CQIE, Senatore Claudio Micheloni, affermava di avere raccolto pesanti prove e importanti documenti da consegnare alla procura della Repubblica di Roma, al fine di aprire indagini sui responsabili di tali misfatti.

    Ma sia il Sottosegretario che il Direttore Generale hanno omesso, in questa occasione, di citare questi gravi fatti. In particolare, hanno trascurato l'infame caso della truffa del Patronato INCA/CGIL occorsa a Zurigo, della quale innumerevoli cittadini sono rimasti vittime. Da anni essi chiedono giustizia alle istituzioni competenti (vedi "Le Iene" del 9 aprile 2017 "Gli emigranti italiani fregati dal sindacato")

    Dai media si è altresì appreso che il Direttore Generale Vignali è stato in missione proprio a Zurigo, giovedì 28 settembre. Nel corso della visita il funzionario ministeriale ha incontrato i principali rap­pre­sentanti degli organismi elettivi della collettività, nonché esponenti della nuova mobilità italiana, imprenditoriale e accademica, ed il personale della sede consolare. Quale migliore occasione per trattare il caso della truffa occorsa proprio in quella città? 

    Ma nemmeno in questo ambito il Direttore Generale Vignali ha ritenuto opportuno proporre questa gravissima tematica come oggetto di discussione.

    Sembra che i cittadini rimasti vittime della infame truffa dell'Inca/ Cgil siano vittime di seconda classe per le istituzioni italiane preposte alla loro tutela e difesa. Il confronto circa la prospettiva di una cooperazione mediante convenzione con i patronati che hanno truffato decine e decine di connazionali pare avere purtroppo assunto carattere di priorità.

 

Marco Tommasini,

presidente del Comitato Difesa Famiglie e membro del Comites di Basilea

    

        

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mon­diale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

  

     

 

 

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