[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

«La guerra non risolve i problemi»



Due articoli del Manifesto su gli effetti collaterali della guerra: informazione negata se non menzogne di guerra, ruolo dell'intelligence come aiutanti del caos di guerra, ma nessuno che anche in queste occasioni (vedi rapimenti degli italiani nei teatri di guerra) dica del nesso fra economia e guerra, fra debito pubblico e guerra. Come se tutto questo fosse estraneo, come se la causa fosse un dettaglio da dimenticare. Il commercio delle armi (anche e soprattutto illecito, se lecito si possa considerare tale commercio) è vitale per la continuazione delle guerre, e l'Afghanistan ne è una riprova.

Pollari: «La guerra non risolve i problemi»
«Guerra ormai è un termine obsoleto, nessuno oggi nel mondo pensa che i problemi internazionali si possano risolvere abbattendo il nemico». A spiegare uno scenario planetario in cui la strada migliore per risolvere i conflitti è «spesso quella della mediazione» è stato il direttore del Sismi Nicolò Pollari che ieri ha partecipato alla presentazione del libro di Gianni e Antonio Cipriani «La nuova guerra mondiale» (edizioni Sperling & Kupfler, 16 euro). All'iniziativa hanno partecipato anche la nostra Giuliana Sgrena, il sindaco di Roma Walter Veltroni e la signora Rosa Calipari, moglie di Nicola Calipari, il dirigente del Sismi morto mentre riportava a casa la nostra inviata. «Una volta, - ha raccontato Pollari -durante una di queste trattative per la liberazione di alcuni italiani rapiti, al termine della discussione, la nostra controparte si è improvvisamente irrigidita. Armi in pugno hanno fatto inginocchiare i nostri mediatori, un agente ed un rappresentante del governo, sequestrandoli per alcune ore. Poi la situazione si è risolta. Cosa avremmo dovuto fare in quella situazione? Far saltare la mediazione e preparare un blitz? Invece anche in quel caso abbiamo ripreso a dialogare, ottenendo alla fine la liberazione degli ostaggi». L'episodio sembra coincidere con un «incidente» accaduto durante il sequestro dei bodyguards italiani un anno fa (Maurizio Agliana, era presente in sala) sempre smentito dalla nostra intelligence.

I mercanti della guerra
L'industria delle armi non conosce crisi. Anche l'Italia ha conquistato ampi spazi produttivi e di mercato: Finmeccanica, Fincantieri e Avio tra le 100 big del settore. E crescono gli utili
MARIO BONACCORSO
Un settore industriale a prova di recessione? Quello delle armi. Non potrebbe essere altrimenti in un periodo in cui c'è chi combatte una «guerra permanente», destinata a far lievitare in modo vertiginoso le spese in armamenti. Al pari degli utili delle industrie belliche, che in questi ultimi anni continuano a registrare livelli record. A fornire una precisa fotografia del settore è stata una ricerca condotta dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) resa pubblica martedì scorso - e della quale il manifesto ha già scritto mercoledì 8 - e che da agosto sarà disponibile nelle librerie: nel 2004 le spese militari nel mondo sono salite a 844 miliardi di euro (circa 125 euro per abitante del pianeta, il 2,6% del Pil mondiale). In questo quadro, qual è il ruolo giocato dall'industria bellica italiana? Il nostro paese, che è settimo nella graduatoria mondiale per investimenti in armi, nel 2004 ha speso 27,759 miliardi di dollari, poco più dell'anno precedente (27,562 miliardi, una percentuale dell'1,9 sul Pil) e meno rispetto al 2002, nell'immediato post 11 settembre, quando le spese complessive ammontarono a poco più di 30 miliardi di dollari (il 2,1% del Pil)

Tra i cento maggiori produttori di armi del mondo, si piazzano tre società italiane: Finmeccanica, Fincantieri e Avio. Nei primi sei posti della speciale classifica ci sono ben cinque compagnie americane: Lockheed Martin (1,053 miliardi di dollari di profitto nel 2003 per un valore dei prodotti e servizi militari venduti pari a 24,91 miliardi), Boeing (718 milioni, 24,37 miliardi), Northrop Grumman (808 milioni, 17,8 miliardi), Raytheon (365 milioni, 15,45 miliardi) e General Dynamics (circa 1 miliardo, 13,1 miliardi). Con la britannica Bae Systems a far loro compagnia (10 milioni di dollari di profitto, 15,76 miliardi il valore delle vendite).

La prima fra le italiane, alla decima posizione, è Finmeccanica, che ha chiuso il 2004 con un utile netto consolidato di 548 milioni di euro (un notevole balzo in avanti dai 199 milioni nel 2003). E il prossimo 23 giugno la holding che raggruppa tra gli altri Alenia e Agusta Westland pagherà agli azionisti un dividendo di 1,3 centesimi di euro per azione, facendo incassare al Tesoro, che detiene circa il 34% del capitale, 37,28 milioni di euro. A seguire, alla sessantaquattresima posizione, Fincantieri (un utile netto di 99,5 milioni di euro nel 2004) e, alla sessantasettesima, Avio (controllata per il 30% da Finmeccanica e per il 70% dal Gruppo finanziario statunitense Carlyle), che questa settimana ha annunciato l'acquisto dell'80% dell'olandese Philips Aerospace, fornitore, tra gli altri, dei colossi Lockheed Martin e Bae Systems.

Sono davvero iperattive le società che producono armi nel nostro paese. Nel campo dell'elettronica per la difesa negli ultimi giorni si rincorrono voci di un accordo possibile tra Finmeccanica e Thales: la holding guidata da Piefrancesco Guarguaglini potrebbe conferire la sua divisione attiva nel settore alla società francese, in cambio di una quota della stessa Thales pari a circa il 20%. E con i francesi della Dassault, Alenia Aeronautica partecipa al progetto Neuron, un dimostratore da combattimento senza pilota su cui gli italiani investiranno 90 milioni di euro. Un memorandum d'intesa tra i sei paesi delle aziende coinvolte nel programma sarà firmato al prossimo salone aerospaziale di Le Bourget che inierà il 13 giugno.

A mettere le ali all'industria bellica italiana hanno contribuito in modo rilevante i successi conseguiti dalla Agusta Westland, che all'inizio di quest'anno ha vinto la commessa della Us Navy per i ventitré elicotteri dell'Air Squadron Marine One, utilizzata dai vertici americani nei loro spostamenti, compreso il presidente degli Stati Uniti. La commessa, che ha un valore di 1,7 miliardi di dollari per i primi otto velivoli, prevede la consegna entro il 2009. E sempre all'Agusta Westland, il ministero della Difesa britannico ha assegnato un contratto del valore complessivo di circa 300 milioni di sterline, per garantire l'efficienza e il supporto tecnico della flotta di elicotteri Sea King in dotazione alla Royal Air Force. Per rispondere ai requisiti previsti dal ministero della Difesa d'Oltremanica, la società italo-inglese ha costituito un consorzio con Bae Systems Avionics e Thales Uk.

Il made in Italy negli armamenti, insomma, non conosce crisi. A testimoniarlo è anche l'annuale relazione sull'import-export di armi presentata dal governo: quasi 1,5 miliardi di euro il valore dei materiali esportati, il 16% in più rispetto all'anno precedente, a fronte di importazioni per 103 milioni.

Tra i maggiori acquirenti delle armi italiane vi sono la Norvegia, il Regno Unito, la Polonia, il Portogallo, gli Stati Uniti. Ma nella lista figurano anche Malaysia, Turchia, India, Perù, Algeria, Thailandia, Pakistan, Cina e Israele, paesi in cui il rispetto dei diritti umani non sempre è all'ordine del giorno. In alcuni di essi (come Perù e Israele) sono addirittura in corso gravi conflitti interni. E si combatte con armi italiane anche nel Waziristan (in Pakistan) e negli stati nordorientali dell'India (Assam, Nagaland, Tripura, Manipur, Mizoram). Gli affari sono affari, evidentemente.

Lo sa bene chi ha deciso di investire i propri risparmi nelle azioni delle società che producono armi. E' il caso di un particolarissimo fondo, costituito nell'agosto del 2002 negli Stati Uniti: il vice fund (fondo del vizio) della Mutuals.com di Dallas, il cui portafoglio è quasi interamente collocato su società americane politicamente scorrette (tabacco, alcol, gioco d'azzardo, ma soprattutto armi). Nei dodici mesi che si sono conclusi il 31 maggio, il fondo ha realizzato, secondo i dati presentati dalla Lipper Analytical Services Inc, una delle più importanti società di analisi finanziaria degli Stati Uniti, una performance del 21,81%, facendo molto meglio dello Standard & Poor's 500, l'indice che misura l'andamento del valore dei 500 principali titoli quotati nei listini di New York (Nyse, Amex e Nasdaq). E attestandosi tra i migliori fondi comuni d'investimento americani. Nel 2004 il fondo del vizio ha visto crescere il proprio valore del 24,27%, nel 2003 del 34,33%. Tra i titoli che hanno regalato più soddisfazioni al fondo c'è United Defense Industries (veicoli blindati, artiglieria e lancia missili), che ha guadagnato più del 120% negli ultimi dodici mesi. E nei prossimi anni non potrà che migliorare, visto che entro il 2010 - questa è la previsione dei ricercatori svedesi del Sipri - la spesa in armamenti dovrebbe più che raddoppiare.

Chi, dimenticati gli scrupoli, stesse pensando di correre in banca a sottoscriverne delle quote ricordi, però, che in Italia non è negoziato. Occorre attendere che l'idea di costituire un fondo simile venga anche a qualche società di gestione del risparmio del nostro paese.